CARRARA, AMATO - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che i nuclei operativi antibracconaggio (NOA) sono stati istituiti all'inizio degli anni '90 al fine di prevenire il fenomeno del bracconaggio su tutto il territorio nazionale; detti NOA sono costituiti da agenti, sottufficiali ed ufficiali del Corpo forestale dello Stato e rispondono alla I Divisione del Corpo stesso. Sono quindi alle dirette dipendenze del Comandante della Forestale che ne ordina annualmente gli spostamenti con i compiti di cui sopra;
considerato che:
il primo firmatario del presente atto nelle interrogazioni 4-03418 (pubblicata l'8 luglio 2010) e 4-03817 (pubblicata il 12 ottobre 2010) richiedeva chiarimenti circa le procedure relative all'attività di prevenzione dei fenomeni di bracconaggio svolte dai NOA e alle loro missioni in Italia (in particolare, nelle valli bresciane) e al servizio di vigilanza venatoria svolto dal Corpo forestale dello Stato;
in particolare, nei citati atti si chiedeva di sapere se fossero state riscontrate situazioni illegittime o non in linea con quanto previsto dalle normative vigenti nell'esercizio di dette funzioni di vigilanza del Corpo e dei NOA;
preso atto che in data 20 dicembre 2010 il Ministro in indirizzo rispondendo all'interrogazione 4-03418 evidenzia «l'impossibilità di effettuare accertamenti adeguati, considerando che quanto rappresentato, oltre ad essere generico e privo di riferimenti (sia di tempo che di luogo) sarebbe avvenuto "genericamente" nella provincia di Brescia» e che sarebbe inoltre «opportuno identificare con maggior precisione i presunti atti irregolari commessi dal personale del Corpo, nonché che «Dall'interrogazione risulta, poi, che i comportamenti lamentati sarebbero stati segnalati "all'autorità preposte" ma, anche in questo caso, non sono state indicate né le autorità adite né le risultanze cui tali autorità sarebbero pervenute, necessarie per attivare le relative procedure di tipo giudiziario e disciplinare. In virtù di quanto rappresentato non si può asserire che il personale suddetto abbia commesso alcuna violazione»;
rilevato che agli interroganti risulta che:
tra il 29 settembre e il 28 ottobre 2010 sono state effettuate in Lombardia e, in particolare, nelle valli bresciane diverse perquisizioni (alcune delle quali perfino in abitazioni private e in assenza della persona nei confronti della quale si stava indagando) e siano state effettuate numerose contravvenzioni da parte del NOA, molte delle quali ai cacciatori;
l'operato dei NOA, a parere degli interroganti e secondo quanto disposto dalle normative vigenti, dovrebbe essere rivolto alla prevenzione dei fenomeni di bracconaggio e non già alla repressione dell'attività di una categoria, quella dei cacciatori, che invece condanna il bracconiere senza attenuanti;
rilevato, inoltre che:
per far fronte alle carenze riscontrate nel precedente atto di sindacato ispettivo 4-03418 gli interroganti precisano le risultanze a loro conoscenza: anche nel 2010, nel periodo che va dal 29 settembre al 28 ottobre, due turni avvicendati di circa 30 unità, di cui un ufficiale, provenienti da tutta Italia in forma volontaria e ben retribuita, confluiscono nelle valli bresciane alloggiando in un noto hotel del passo del Maniva, facendo invece capo logisticamente alla caserma della Guardia forestale di Bovegno. Detti volontari, oltre ad avere il regolare stipendio, godono di indennità di missione e di numerose ore di straordinario che effettuano nel corso del loro "oneroso" compito;
nel corso di un sopralluogo il primo firmatario del presente atto ha visto e letto alcuni verbali di contravvenzione elevati dai NOA (documentazione acquisita agli atti del Senato), alcuni risalenti al passato, ed uno elevato nel 2010; in detti verbali, in particolare, si rilevava il possesso illegale di 8 esemplari vivi di specie "passeriformi", in maniera generica (come noto tra le specie numerose di passeriformi ve ne sono alcune che è possibile cacciare e alcune no e pertanto sarebbe necessaria la preparazione e la conoscenza della materia da parte dei verbalizzanti);
rilevato, infine, che agli interroganti risulterebbe che:
il Corpo forestale dello Stato di Brescia è stato integrato con 20 agenti, dei quali circa la metà avrebbe già chiesto ed ottenuto il trasferimento ad altra sede;
i mezzi del Corpo possono circolare in maniera limitata per carenza di risorse da destinare all'acquisto di carburante;
si chiede di sapere:
quali siano i costi del personale NOA impegnati sul territorio nazionale nelle rispettive sedi e in caso di missione;
se il Ministro in indirizzo ritenga che i benefici derivanti dall'attività svolta dagli agenti NOA sia sufficiente a giustificarne i costi;
se ritenga che l'attività di prevenzione del "bracconaggio" possa essere adeguatamente garantita dagli agenti del Corpo che operano sul territorio e dagli altri corpi di vigilanza preposti, compresi quelli volontari;
quale sia la formazione giuridico-scientifica dei componenti dei nuclei NOA e, in particolare, chi sia preposto a tale formazione;
se risulti che esponenti delle associazioni animaliste, ambientaliste e/o anticaccia come, ad esempio, la Lega anti vivisezione (LAV), facciano parte del corpo docente degli agenti CFS e NOA e, in caso affermativo, a quale titolo; e se la LAV stessa abbia una convenzione con il CFS per quanto riguarda il maltrattamento ed il trasporto degli animali;
quanti siano gli agenti in servizio presso la sede del Corpo forestale dello Stato di Brescia e se e quante richieste di trasferimento risultino essere state avanzate e con quali esiti;
se corrisponda al vero che l'utilizzo dei mezzi del Corpo sia soggetto a limitazioni in alcuni casi per carenza di carburante;
se e in che modo ritenga di intervenire al fine di ottimizzare meglio le risorse economiche destinate al Corpo;
quali eventuali procedure di tipo disciplinare siano state adottate o saranno adottate nei confronti degli agenti del CFS che abbiano avuto un comportamento difforme rispetto alla prassi consolidata in atto.
(4-04404)
PEDICA - Ai Ministri dello sviluppo economico e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
nel mese di gennaio 2011 gli ex dipendenti Alitalia, in cassa integrazione CAI, hanno ricevuto uno stipendio mensile di soli 10 euro per quanto concerne la quota di FTA (Fondo naviganti integrativo CIG);
tale esigua somma è dovuta al fatto che durante tutto l'anno i dipendenti ricevono la CIGS in due versamenti distinti, uno base di circa 900 euro e uno del Fondo integrativo per il raggiungimento dell'80 per cento dello stipendio, come previsto dall'accordo sindacale relativo al passaggio da Alitalia a CAI per i cassaintegrati del gruppo;
questi due versamenti sono sottoposti mensilmente alla detrazione Irpef, ognuno per il proprio ammontare, tuttavia a fine anno vengono accorpati e si deve pagare di nuovo l'Irpef in base al totale della cifra raggiunta;
se in media ogni versamento ha una ritenuta Irpef del 23 per cento, a fine anno succede che, se il cumulo dei due versamenti supera il limite relativo all'aliquota del 23 per cento e raggiunge, ad esempio, il livello che fa scattare l'aliquota del 33 per cento, i dipendenti cassaintegrati CAI devono scontare, in un'unica soluzione, la differenza dovuta del 10 per cento sul capitale lordo;
il meccanismo sopra descritto provoca un vero e proprio salasso sullo stipendio di gennaio, che viene azzerato o quasi, senza considerare i casi in cui addirittura sia previsto un secondo recupero nel mese di febbraio, nel caso la cifra dovuta come ritenuta di saldo superi l'importo mensile dello stipendio di gennaio, e ciò, a detta dei dipendenti, è diffusissimo;
rilevato che:
l'art. 23 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, stabilisce che il sostituto d'imposta ha l'obbligo nei confronti del personale, compresi anche i pensionati e i cassaintegrati, di recuperare e versare in unica soluzione i debiti di imposta emersi in sede di conguaglio di fine anno, e tale adempimento costituisce il presupposto della esattezza e della definitività dell'imposta come trattenuta nella certificazione fiscale (CUD);
in base al medesimo art. 23 inoltre, il debito d'imposta risultante dal conguaglio fiscale di fine anno - da completare entro il 28 febbraio dell'anno successivo a quello cui si riferiscono i redditi - deve essere recuperato mediante ritenuta dell'intero ammontare sulla rata di pagamento del mese in cui il conguaglio stesso viene eseguito (febbraio);
in caso di incapienza, il contribuente può richiedere che l'eventuale "parte eccedente" sia trattenuta sulle successive rate di pensione con l'applicazione dell'interesse dello 0,50 per cento mensile; quindi qualunque rateizzazione va condivisa e autorizzata dall'Agenzia delle entrate;
nel caso in cui si sia titolari di più trattamenti, il recupero del debito per conguaglio fiscale sarà effettuato sulla partita "principale" e, a seguire, sulla secondaria;
quando il personale cassaintegrato CAI affrontò in sede di contrattazione il problema del recupero fiscale, l'azienda affermò che lo scorso anno l'Agenzia delle entrate aveva autorizzato due tranches di addebito con la salvaguardia della CIGS di base, ma che per l'anno corrente non era stata fatta tale richiesta all'Agenzia, con il rischio che avrebbero prelevato a capienza su CIGS oltre che su FTA;
l'azienda, davanti alla preoccupazione dei lavoratori, assicurò che avrebbe accelerato i tempi in maniera da poter comunque chiudere entro febbraio, avendo possibilità di addebitare sia gennaio che febbraio, salvaguardando altresì l'importo della CIGS base in ambedue i casi;
valutato che:
molti cassaintegrati ex Alitalia sono monoreddito e molte mamme, separate e uniche affidatarie, anch'esse monoreddito, si trovano di fronte ad una situazione insostenibile, a causa dell'azzeramento dello stipendio di gennaio;
a detta degli stessi lavoratori, sarebbe preferibile che la quota di plusvalenza dell'Irpef fosse diluita nei 12 mesi, in modo da poter garantire ai lavoratori una retribuzione media mensile su cui contare, senza imprevisti salassi;
tale soluzione non dovrebbe essere impossibile, avendo ormai l'azienda dati su cui basarsi per questa eventuale trattenuta mensile, visto che la CIGS è stata attivata da ormai 2 anni,
si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo non ritengano necessario attivarsi presso la società CAI SpA, anche tramite la convocazione di un tavolo di trattative, al fine di agevolare l'individuazione di una soluzione che non lasci le famiglie dei cassaintegrati senza uno stipendio mensile ogni anno.
(4-04405)
FLERES - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
la stampa locale riporta, ormai quotidianamente, i casi sempre più numerosi di "malagestione" presenti nel Comune di Paternò (Catania);
in questi ultimi giorni le cronache narrano le vicende riguardanti le "case popolari" poiché il Comune avrebbe richiesto ai locatari, per la maggior parte morosi, la regolarizzazione del canone di locazione per importi, a seconda del periodo non saldato, variabili tra i 5.000 e gli 11.000 euro;
il Comune, nella necessità di fare cassa, starebbe pensando a formule di rateizzazione delle somme richieste ma, al contempo, starebbe valutando anche l'eventuale possibilità di procedere alla vendita degli immobili;
la periferia di Paternò, poi, è ormai in preda al degrado e invasa da cumuli di spazzatura anche ai bordi delle strade senza che l'amministrazione comunale sia in grado di mettere a punto un sistema di raccolta dei rifiuti tale da bonificare il territorio;
l'amministrazione comunale ha perfino dismesso i servizi sociali destinati agli anziani - sono ben 400 - chiudendo ben due centri loro dedicati e licenziando il personale che vi operava;
anche 30 persone diversamente abili, a seguito della chiusura del centro diurno, sono state private della necessaria assistenza;
il Comune di Paternò, in conclusione, sarebbe nell'impossibilità di reperire i fondi indispensabili per gestire i diversi servizi utili alla collettività,
l'interrogante chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della gestione del Comune di Paternò e quali siano le conseguenti determinazioni.
(4-04406)
FLERES - Al Ministro della salute - Premesso che:
il quotidiano "la Repubblica" del 15 gennaio 2011 riporta la notizia secondo la quale una donna ultrasessantenne sarebbe stata ricoverata all'ospedale civico di Palermo per tre giorni seduta su una sedia, prima del passaggio in barella;
detto caso non sarebbe l'unico poiché nei cinque ospedali pubblici non vi sarebbe un solo posto letto disponibile;
da giorni tutti i reparti di medicina sarebbero in tilt e i pazienti sarebbero costretti a restare in barella nelle astanterie;
i sindacati dei medici avrebbero puntato l'indice contro la riforma sanitaria varata recentemente dalla Regione Siciliana;
detta riforma ha previsto il taglio dei posti letto del 20 per cento nell'ottica di ridurre il deficit sanitario,
l'interrogante chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della situazione della sanità siciliana e in caso affermativo:
se e in quali modi intenda intervenire, nell'ambito delle proprie competenze, al fine di verificare l'efficacia e l'efficienza della riforma sanitaria varata dalla Regione Siciliana;
se e in quali modi intenda intervenire, nell'ambito delle proprie competenze, al fine di garantire un'adeguata assistenza sanitaria a tutti i cittadini siciliani.
(4-04407)
FLERES - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
la tratta viaria più pericolosa presente nel territorio di Acireale (Catania), secondo uno studio della Polizia municipale riguardante le strade più a rischio incidenti, sarebbe la strada statale 114 nella parte che, per alcuni chilometri, collega il bivio di Capomulini alla frazione di Mangano;
detta arteria sarebbe stata teatro, nel 2010, di ben 25 incidenti, alcuni anche mortali, con una percentuale del 7,2 per cento;
fra le arterie più pericolose figurano, poi, tutte le altre più importanti vie di collegamento della provincia di Catania,
l'interrogante chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della pericolosità delle strutture viarie presenti nella provincia di Catania, con particolare riferimento alla strada statale 114, e in caso affermativo, se e in quali modi intenda intervenire al fine di ristabilire adeguate misure di sicurezza per gli automobilisti.
(4-04408)
LANNUTTI - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e della salute - Premesso che:
Malagrotta, la discarica della capitale e di parte della provincia di Roma, che secondo alcuni è la più grande d'Europa con 240 ettari e 40 metri di altezza dove vengono scaricati ogni giorno tra le 4.500 e le 5.000 tonnellate di rifiuti, 330 tonnellate di fanghi e scarti di discarica, è sita nel territorio comunale di Roma, a nord-ovest, non lontano da Fiumicino, a 6 chilometri in linea d'aria da San Pietro;
a Malagrotta finisce l'80 per cento dei rifiuti di Roma (più quelli del Vaticano, di Fiumicino e di Ciampino) e, ogni giorno, come già detto, i camion della nettezza urbana scaricano fra le 4.000 500 e le 5.000 tonnellate di rifiuti di ogni genere;
a Malagrotta, che è di proprietà dell'imprenditore Manlio Cerroni di Pisoniano, arrivano anche i rifiuti speciali degli aeroporti di Ciampino e Fiumicino;
tra il 2003 ed il 2004 la produzione di rifiuti nella provincia di Roma e il conseguente conferimento in discarica è aumentato del 6 per cento: questa percentuale grava quasi interamente su Malagrotta, poiché gli altri tre impianti di smaltimento dei rifiuti della provincia, ovvero Albano Laziale, Bracciano e Guidonia, di cui peraltro uno in chiusura (Albano), non hanno un peso fondamentale nello smaltimento. Nel 2004, così, la discarica di Malagrotta avrebbe raggiunto la saturazione, tuttavia l'amministrazione regionale provvide ad ampliare il terreno della discarica;
la discarica di Malagrotta avrebbe dovuto chiudere il 31 dicembre 2007 in forza della normativa europea che vieta di conferire in discarica rifiuti allo stato grezzo ma, nell'accondiscendenza delle amministrazioni che si sono succedute, continua ad operare per mancanza di un piano alternativo, ed il suo proprietario continua ad incassare ingenti somme, così come dal gassificatore di Malagrotta, dalla discarica e dall'inceneritore di Albano, oltre che dalla discarica di Bracciano, tanto da essere il monopolista della spazzatura nel Lazio;
un'analisi condotta dall'Arpa, Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, a seguito di rilevamenti durati 4 mesi, riporta dati inquietanti sullo stato di inquinamento delle acque e dei terreni circostanti l'area della discarica. Nelle falde acquifere della zona, infatti, i livelli di numerose sostanze tossiche (ovvero ferro, nichel, manganese, arsenico e benzene) sono oltre il limite consentito dalla legge. Inoltre, si è registrata anche la presenza di N-butylbenzensolfonamide;
l'Arpa annuncia che urgono misure di messa in sicurezza, anche perché, proprio a pochi passi da lì sono presenti coltivazioni e pascoli. Il rischio che si corre, se non si interverrà tempestivamente, è che i veleni arrivino a contaminare anche il Tevere;
per quanto risulta all'interrogante da notizie diffuse in rete, Paul Connett, docente di chimica ambientale presso l'Università St. Lawrence di New York, in un'intervista ha definito la discarica di Malagrotta «Un ridicolo monumento alla pigrizia e alla stupidità umana, al cattivo governo». Connett, un'autorità internazionale in tema di rifiuti e inceneritori, di quella discarica ha detto ancora che «non dovrebbe esistere» e che Cerroni stava «peggiorando le cose con la costruzione di un inceneritore-gassificatore». Ha aggiunto il professore che «Invece di spendere tanti soldi per finanziare questo inceneritore, arricchendo ulteriormente il sig. Cerroni Roma dovrebbe con urgenza andare verso la raccolta differenziata porta a porta in tutta la città e non soltanto in alcune zone»;
Connett, come era prevedibile, non è stato ascoltato e Cerroni nel 2008 costruiva nella stessa area il gassificatore senza che si procedesse ad uno studio di sicurezza integrato zona in questione, nonostante sia un "sito classificato a rischio d'incidente rilevante soggetto ai vincoli del decreto-legge 334/99 (Seveso II)", e senza rispettare il vincolo della consultazione della popolazione che impone lo stesso decreto;
come sottolinea un articolo de "La Stampa" del 5 gennaio 2011: "se l'avvocato Manlio Cerroni, 86 anni, titolare del capitale sociale della discarica, decidesse domattina di chiudere i cancelli di Malagrotta, in una settimana Roma surclasserebbe Napoli. Non succederà. Nel 2007, il comune ha versato a Cerroni 72 euro per ogni tonnellata di rifiuti entrata in discarica. Lui dice che è un prezzo di favore perché ama la capitale. Vero, però il mercato è tutto suo. Dai rifiuti ricava metano. Con i contributi statali ha costruito un impianto con cui produce energia elettrica, e la rivende";
considerato che:
a quanto risulta all'interrogante, a Roma su 1.765.958 tonnellate di rifiuti prodotti nel 2008 si è differenziato il 17,4 per cento. La regione Lazio ha una raccolta differenziata al 12,9 per cento su una produzione di rifiuti nel 2008 di 3,34 milioni di tonnellate gran parte delle quali smaltite in discarica;
l'ISPRA, l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, dichiara che "In termini assoluti il Lazio si conferma la regione che smaltisce in discarica la quantità maggiore di rifiuti, oltre 2,8 milioni di tonnellate (...). La sola provincia di Roma smaltisce in discarica 2,1 milioni di tonnellate di rifiuti, quasi 1,5 milioni dei quali nel comune di Roma", cioè a Malagrotta, nella discarica di Cerroni;
un articolo de "la Repubblica" del 23 giugno 2010 riporta le parole del sindaco Gianni Alemanno, in occasione della sua audizione presso la Commissione parlamentare d'inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti del giorno prima: "Il gassificatore di Malagrotta (...) e il gassificatore di Albano, quando realizzato, non sono sufficienti (...) a creare un'alternativa alla discarica. (...) Credo che sia necessaria un'ulteriore proroga nel 2011";
l'annuncio dell'ennesima proroga riaccende la rabbia degli abitanti di Malagrotta, da anni in attesa della chiusura della discarica;
nel dicembre 2010 è stata firmata dal Presidente della Regione Lazio l'ordinanza per prorogare lo smaltimento dei rifiuti romani nella discarica di Malagrotta per cui è stata incaricata la società Giovi Srl di avviare, entro sei mesi, il sistema integrato per il trattamento totale dei rifiuti provenienti dai comuni di Roma, Ciampino e Fiumicino, presso gli impianti di Malagrotta, di Rocca Cencia e via Salaria, sempre ovviamente nel rispetto delle quote consentite;
la decisione scatena le polemiche perché dietro la deroga si celerebbe la volontà di continuare ad arricchire un monopolista dei rifiuti senza cercare una soluzione del problema, sacrificando la salute dei cittadini con l'utilizzo massiccio degli inceneritori;
si apprende da recenti notizie di stampa (si veda il "Corriere - Roma" del 12 gennaio 2011) che: «Dopo la proroga all'attività della discarica più grande d'Europa - la quinta da quando nel 2007 la Ue ha chiesto all'Italia di chiuderla - ora arriva una specie di "fase 2" nella gestione dell'emergenza rifiuti romana (...) la soluzione del problema rifiuti è "la costruzione di un sistema che proroghi Malagrotta per tre anni, perché non è possibile diversamente". (...) In sintesi il progetto (...) è questo: costruire un nuovo gassificatore di piccole dimensioni che consenta la tritovagliatura dell'immondizia, in sostanza una sorta di pre-trattamento che consentirebbe al Cdr (combustibile da rifiuti) di essere bruciato a Malagrotta. Quanto alla localizzazione del nuovo impianto, in primis c'è da attendere la sentenza del Consiglio di Stato sull'ipotesi Albano. E semmai, in caso di bocciatura, si cercherà un accordo con un comune disponibile»,
si chiede di sapere:
quali iniziative urgenti il Governo intenda assumere al fine mettere in sicurezza la discarica di Malagrotta, anche alla luce della smisurata concentrazione territoriale data dal posizionamento in un'area così limitata della più grande discarica d'Europa, di una raffineria, di un impianto di smaltimento di rifiuti tossici ospedalieri e anche di un gassificatore, prima che la contaminazione diventi fatalmente evidente e si palesi in tutte le sue drammatiche conseguenze per la salute pubblica;
se non ritenga che la gestione di Malagrotta, con le sue innumerevoli proroghe in favore del monopolista Cerroni in spregio della normativa comunitaria, non sia espressione di forti interessi economici, invece di una corretta e moderna politica di gestione dei rifiuti, a danno della salute dei cittadini della zona visto che l'area è fortemente inquinata, come dimostrano le analisi delle falde acquifere;
quali iniziative di competenza intendano adottare i Ministri in indirizzo al fine di acquisire elementi in relazione al livello di inquinamento nell'area che potrebbe causare gravi danni alla salute della popolazione;
se il Governo sia a conoscenza di interessi particolari a mantenere lo status quo della gestione del ciclo dei rifiuti conferiti a Malagrotta invece di individuare un piano alternativo;
se non intenda adottare le opportune iniziative affinché il Comune di Roma persegua gli obiettivi della raccolta differenziata, in particolare quella domiciliare, necessaria per il riuso dei materiali e l'utilizzo di tutti gli impianti autorizzati e realizzati al fine di permettere la chiusura della discarica di Malagrotta.
(4-04409)
BAIO, CECCANTI, BOSONE, ADAMO, ARMATO, BASSOLI, DEL VECCHIO, FERRANTE, GALPERTI, GARAVAGLIA Mariapia, ICHINO, INCOSTANTE, MAGISTRELLI, MARITATI, MAZZUCONI, PERDUCA, PERTOLDI, ROSSI Paolo, VIMERCATI, VITA - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
il 31 dicembre 2010 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il cosiddetto decreto flussi 2010, ovvero il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 30 novembre 2010, concernente la "Programmazione transitoria dei flussi di ingresso dei lavoratori extracomunitari non stagionali nel territorio dello Stato, per l'anno 2010" ai sensi dell'art. 3 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modifiche e integrazioni;
la finalità di tale decreto è quella di regolarizzare oltre 98.000 extracomunitari che dovrebbero poter entrare in Italia per motivi di lavoro subordinato non stagionale, mediante apposita richiesta dei datori di lavoro da presentare esclusivamente per via telematica;
si tratterebbe, in particolare, di 98.080 nuovi lavoratrici e lavoratori extracomunitari non stagionali, dei quali 30.000 colf e badanti senza vincoli di provenienze, oltre 16.000 ingressi particolari e 52.080 lavoratori provenienti da Paesi con i quali l'Italia ha sottoscritto accordi in materia di contrasto all'immigrazione clandestina;
gli utenti interessati hanno la possibilità di presentare le domande di ingresso solo attraverso una procedura telematica da effettuare esclusivamente sul portale informatico del Ministero in indirizzo;
i moduli per l'invio telematico sono disponibili dal 17 gennaio 2011 sul sito del Ministero, e attraverso tale portale, come già accaduto negli anni passati, i datori di lavoro dovrebbero presentare le relative domande;
in particolare, i datori di lavoro devono inviare la suddetta domanda il 31 gennaio 2011 per i lavoratori delle nazionalità privilegiate (ai sensi dell'art. 2 del decreto), il 2 febbraio 2011 per i lavoratori domestici e di assistenza alla persona (art. 3), il 3 febbraio 2011 per tutti i restanti settori (ai sensi degli artt. 4, 5 e 6 del decreto citato);
risulterebbe che il sistema informatico del Ministero per la gestione delle pratiche relative al decreto flussi non funzioni e non consenta l'accesso alla modulistica per l'invio telematico delle domande;
questo malfunzionamento del portale ministeriale contribuirebbe a determinare gravi disagi e discriminazioni per gli utenti, i quali hanno solo tre giorni per presentare le richieste di ingresso, pertanto solo i più fortunati in ordine di iscrizione potranno essere regolarizzati;
a causa di tale malfunzionamento, risulterebbe che anche i diversi operatori, come la CISL, la CGIL e la UIL, impegnati a garantire un supporto all'utenza sulle modalità della presentazione delle richieste, abbiano riscontrato serie problematicità per accedere al portale del Ministero e siano preoccupati di non riuscire a garantire il corretto invio delle domande,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei gravi disagi riscontrati da famiglie, datori di lavoro, patronati e organizzazioni sindacali nell'accedere al portale e dell'impossibilità di inserire le domande a causa del funzionamento intermittente dello stesso;
quali iniziative urgenti ritenga di dover predisporre al fine di garantire al più presto il corretto funzionamento del portale informatico per garantire il buon esito delle procedure per l'ingresso dei lavoratori extracomunitari in Italia;
quali misure immediate intenda adottare per riparare al disservizio e ai gravi disagi causati e per assicurare il servizio agli utenti interessati e agli operatori che assistono gli utenti stessi;
se non ritenga opportuno attuare iniziative di competenza al fine di sospendere l'intera procedura, prorogando i termini per i "click day", fino a quando non sarà ripristinata l'operatività del portale, al fine di non pregiudicare la corretta applicazione del decreto di cui in premessa.
(4-04410)
LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della difesa, dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze - Premesso che:
il 20 luglio 2010 il quotidiano "la Repubblica" pubblicava un articolo dal titolo "Fondi neri, una telefonata incastra Finmeccanica";
si legge testualmente nell'articolo: «"Lo staff italiano è cotto. Qualcuno ha già disegnato il nuovo mondo... Mi sento come Thor, ma non posso chiamare il mio Odino, perché è un rischio". C'è una telefonata, agli atti dell'inchiesta della Procura di Roma sui fondi neri di Finmeccanica, che aiuta a capire perché Lorenzo Cola e l'affare "Digint" tolgono il sonno al presidente Pier Francesco Guarguaglini. E le ragioni del poderoso sforzo di comunicazione con cui l'azienda prova ormai da undici giorni a far dimenticare il nome di quel "consulente" e ventriloquo del Sismi arrestato l'8 luglio con l'accusa di aver riciclato 7 milioni e mezzo di euro della provvista nera versata dalla Banda Mokbel per acquisire il 51 per cento della "Digint", società partecipata da Finmeccanica. La telefonata porta la data del 26 maggio scorso, un mercoledì. Sono le 9.35 del mattino e Lorenzo Cola - che evidentemente ignora di essere ascoltato dai carabinieri del Ros - compone dal suo telefono cellulare americano l'utenza di un numero in Virginia. Chi risponde è un amico, un certo "Lloyd". I due parlano in inglese. Annotano i carabinieri: "La conversazione si apre con la partita dell'Inter (quattro giorni prima si è giocata la finale di Champion's league). Lorenzo dice di non aver risposto ai telefoni per due giorni prima della partita, anche quando "l'altro Lorenzo" lo ha cercato". L'"altro Lorenzo" è Borgogni, direttore centrale della comunicazione di Finmeccanica. L'ombra di Guarguaglini. La circostanza che cerchi Cola non è casuale. Sono infatti giorni terribili per Finmeccanica. L'azienda è ormai certa che la Procura di Roma indaghi sui fondi neri (le prime notizie appariranno sui quotidiani del 28 maggio) e non è un caso che si pensi di fare uno squillo all'uomo del Presidente. Che, del resto, appare molto informato. Liquidata l'Inter, infatti, all'amico Lloyd come scrivono i carabinieri nell'informativa del 25 giugno al Procuratore Giancarlo Capaldo e al sostituto Giovanni Bombardieri. Cola spiega di "avere moltissime novità". E gliele riassume così: "Lo staff italiano è cotto. In Italia c'è una grossa crisi e qualcuno ha già disegnato il nuovo mondo". Naturalmente, nel disegno del "nuovo mondo" ci sono anche i futuri assetti di Finmeccanica. Dice Cola: "Gli altri sono completamente persi, mi seguono come pulcini. L'unica cosa buona è che sto lavorando molto, molto bene per "Giordo". Sono sicuro, al 99 per cento, che entro il 10 giugno sarà nominato "Ceo" di Alenia". Cola non è un indovino. Ma, evidentemente, per sapere in anticipo quel che accadrà in Alenia, non deve essere neanche "uno dei tanti consulenti" come continua a ripetere l'azienda dal giorno in cui è finito a Regina Coeli. (...) Del resto, Cola, quel che sa di Finmeccanica, lo sa da Finmeccanica. A Lloyd, spiega quali istruzioni gli sono arrivate dall'azienda ora che le acque stanno per farsi davvero agitate. "Mi hanno detto: "Non vogliamo scocciarti, ma per una volta devi vedere la partita da lontano. Perché se usi i tuoi strumenti di difesa, saremo in disputa fino all'ultimo minuto". Insomma, il messaggio di piazza Montegrappa è chiaro. Cola deve togliersi di mezzo e levarsi dalla testa l'idea di provare a difendersi, quando la Procura gli sarà addosso, con argomenti che possano trascinare in un angolo i vertici dell'azienda. Deve, almeno per un po', starsene in tribuna a "vedere la partita". Meglio se "lontano", negli Stati Uniti. Cola, che non è un fesso, del suggerimento si è fatto un'idea. Dice a Lloyd: "Prima devono trovare un modo per neutralizzarmi e poi andranno direttamente sul lavoro". Prima, insomma, devono mettere a tacere lui, sprofondarlo nel silenzio, e poi occuparsi della grana della Procura, direttamente e con le mani libere. Certo, lui un desiderio lo avrebbe. Attingendo a piene mani nella cultura di cui sono figli i tatuaggi "neri" di cui si è riempito il corpo, non trova di meglio che confidare all'amico di sentirsi come il vichingo "dio del tuono in lotta con i giganti". Come "Thor", dice. Peccato, aggiunge, di non poter chiamare suo "padre", Odino. "Se chiamo il mio Odino, è un rischio". Chi possa essere l'Odino di Cola-Thor, lo dice, senza tanti giri di parole, una qualificata fonte investigativa: "E chi volete che sia? Chi è Dio in Finmeccanica? Il Presidente". Un'ipotesi investigativa, certo, che tuttavia non deve essere poi così peregrina se, ancora ieri, Guarguaglini, dall'Inghilterra, rivendicava come, "in questa inchiesta", "non ci sia una sola intercettazione" con la sua voce. Il 26 maggio Cola è sincero. A Lloyd, oltre a raccontare della tempesta perfetta in cui è precipitato, annuncia quello che si prepara a fare davvero. "Sto aspettando il secondo figlio e poi ti raggiungerò per due, tre mesi. Mia moglie sta bene. Perché cerco di risparmiarle qualsiasi problema. La faccio vivere in una "bella storia" dove nulla accade". Nella storia di Cola, al contrario, di cose ne accadono molte. E molte che non controlla, evidentemente. Come gli ascolti dei carabinieri che convincono la Procura a mettergli le manette il pomeriggio dell'8 luglio quando sta per salire su un volo per gli Usa via Parigi. Raccontano oggi, che in quei frangenti sia stato molto cortese. Che sia entrato in carcere tutt'altro che sconvolto. E qui, come sappiamo, ha cominciato a raccontare una storia che aveva avuto tempo per mandare a mente. "L'operazione Digint è mia. E tutto è regolare"»;
in data 24 giugno 2010 il Consiglio di amministrazione di Finmeccanica nomina Giuseppe Giordo nuovo amministratore delegato di Alenia aeronautica,
si chiede di sapere:
quali siano le valutazioni del Governo in merito al fatto che Cola stava "lavorando", come si apprende dalla stampa, per la nomina di Giuseppe Giordo ad amministratore delegato di Alenia aeronautica;
se intenda approfondire i legami tra Cola e Giordo;
se la nomina di Giuseppe Giordo ad amministratore delegato di Alenia aeronautica sia stata preventivamente concordata con il Ministero dell'economia e delle finanze e, in caso negativo, quali siano i motivi;
quali siano i motivi della repentina nomina di Giordo ad amministratore delegato di Alenia aeronautica in piena indagine giudiziaria sui presunti fondi neri di Finmeccanica da parte della magistratura.
(4-04411)
LANNUTTI - Ai Ministri dello sviluppo economico, dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
il 29 dicembre 2010 è stato inviato alla Commissione europea un nuovo Ricorso contro il progetto Snam del Gasdotto appenninico Brindisi-Minerbio, sottoscritto dal Comune de L'Aquila (delibera n. 455 del 15 dicembre 2010) e dal Comune di Città di Castello (delibera n. 192 del 28 dicembre 2010) al Gruppo d'intervento giuridico;
in particolare gli amministratori e i comitati contrari alla realizzazione del gasdotto lamentano che il progetto, suddiviso in cinque tronconi pur essendo un unico progetto funzionale, non è stato sottoposto a un unico procedimento di valutazione di impatto ambientale (VIA), né alla procedura di valutazione ambientale strategica (VAS), come previsto dalle Normative comunitarie. Inoltre denunciano il rischio di distruzione ambientale dovuta alla grande valenza naturalistico-ambientale del territorio attraversato dal metanodotto, ai pericoli legati all'attraversamento di territori a vincolo idrogeologico e soprattutto il fatto che, come si evince da catalogo parametrico dei terremoti italiani 2004 (CPTI04) redatto dal gruppo di lavoro CPTI 2004 dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) e dal DataBase macrosismico Italiano 2008 (DBMI08), il gasdotto e la centrale di compressione di Sulmona si verrebbero a trovare in un territorio ad elevata pericolosità sismica, sia dal punto di vista della frequenza di eventi che dei valori di magnitudo;
il gasdotto, infatti, segue la faglia del terremoto abruzzese del 2009 ed entra poi in Umbria, sulla faglia del terremoto del settembre 1997;
il ricorso insiste sul fatto che il percorso attuale tocca i parchi nazionali della Maiella, dei monti Sibillini e del Gran Sasso, ove troviamo oltre ai lupi anche gli orsi e, oltre al parco naturale regionale del Velino - Sirente, 21 fra siti d'interesse comunitario e zone a protezione speciale, dal lago di Capaciotti ai boschi di Pietralunga. Luoghi come Macchia Buia o Alpe di Luna che rischiano di essere falciati, come un prato, dal grande "tubo";
insieme alle amministrazioni, sono oltre un migliaio i cittadini di varie parti d'Italia (soprattutto Abruzzo, Umbria e Marche) che per le stesse ragioni, preoccupati da progetti distruttivi per i loro territori, presentati senza il pubblico coinvolgimento, hanno inoltrato analoghi ricorsi in sede comunitaria;
precedentemente, in data 25 giugno 2010, associazioni, comitati, enti locali, associazioni ambientaliste e non si sono già rivolti alla Commissione europea denunciando la palese violazione delle normative comunitarie;
la Commissione europea ha già aperto una procedura di accertamenti;
considerato che:
il metanodotto contestato prende il via nel gennaio 2005 quando la Snam Rete Gas SpA presenta, attraverso una serie di VIA parziali, un progetto per la realizzazione di un gasdotto denominato Rete Adriatica, suddiviso in cinque lotti funzionali: Massafra-Biccari; Biccari-Campochiaro; centrale di compressione di Sulmona; Sulmona-Foligno; Foligno-Sestino e Sestino-Minerbio;
si tratterebbe di 687 chilometri di conduttura percorsi in gran parte sul crinale dell'Appennino, ultima zona quasi intatta d'Italia, che porterà nel nord dell'Italia il gas che arriva dall'Algeria e dalla Libia;
questo tubo ha un diametro di 1,2 metri e va messo in una trincea cinque metri sotto terra, ma ha bisogno di una servitù di 20 metri per parte, insomma di una fetta di territorio di 40 metri. Pertanto serviranno, in molte zone montane, anche strade che permettano l'accesso delle ruspe e degli escavatori necessari ai lavori di sbancamento e alla messa in posa della conduttura;
in particolare il tracciato lungo il quale dovrebbe essere costruito il gasdotto va da Massafra (Taranto) a Minerbio (Bologna), sviluppandosi lungo i seguenti lotti funzionali: Massafra-Biccari; Biccari-Campochiaro; centrale di compressione Sulmona; Sulmona-Foligno; Foligno-Sestino; Sestino-Minerbio, attraversando così Puglia, Basilicata, Campania, Molise, Abruzzo, Lazio, Umbria, Marche, Toscana, Emilia-Romagna. Il tracciato, inoltre, interessa - direttamente o indirettamente - numerose aree naturali protette, tra cui i parchi nazionali della Maiella, dei monti Sibillini e del Gran Sasso, il parco regionale del Velino-Sirente, nonché le seguenti aree aventi le caratteristiche di siti d'interesse comunitario (Sic) e zone a protezione speciale (Zps): area delle Gravine (codice IT913007), valle Ofanto-Lago di Capaciotti (codice IT9120011), valle del Cervaro-bosco dell'Incoronata (codice IT9110032), sorgenti ed alta valle del fiume Fortore (codice IT8020010), bosco di Castelvetere in Valfortore (codice IT802006), bosco di Castelpagano (codice IT2020005), sella di Vinchiatauro (codice IT222296), la Gallinola-monte Miletto-monti del Matese (codice IT222287), Maiella (codice IT7140203), Maiella sud-ovest (codice IT7110204), monte Genzana (codice IT7110100), Parco nazionale della Maiella (Z.p.s., codice IT7140129), Fiumi-Giardino-Saggitario-Aterno-sorgenti del Pescara (codice IT7110097), Velino-Silente (codice IT1100130), fiume Topino (codice IT5210024), boschi bacino di Gubbio (codice IT5210010), Boschi di Pietralunga (codice IT5210004), valli e ripristini ambientali di Argenta, Medicina e Molinella (codice IT4050022), valli di Medicina e Molinella (codice IT4050017), biotopi e ripristini ambientali di Budrio e Minerbio (codice IT4050023), Valle Benni (codice IT4050006);
in data 7 ottobre 2010 la Commissione tecnica di verifica dell'impatto ambientale VIA e VAS del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha espresso parere favorevole riguardo alla compatibilità ambientale di un solo troncone progettuale, il tratto di metanodotto Sulmona-Foligno e la centrale di compressione di Sulmona;
la Commissione pone come condizione che si ottemperi a numerose prescrizioni che appaiono contraddittorie rispetto alla stessa espressione del parere favorevole visto che gli stessi funzionari del Ministero scrivono: "Il metanodotto in progetto Sulmona-Foligno DN 1200 (48") e la centrale di Compressione di Sulmona si trovano in un territorio ad elevata pericolosità sismica, sia dal punto di vista della frequenza di eventi che dei valori di magnitudo";
pertanto si evidenzia un'evidente fattore di rischio inibitore per un'opera come questa, insieme anche ai rischi connessi all'attraversamento di territori a vincolo idrogeologico (il 47 per cento circa di questa tratta, pari a 80 chilometri circa su 168) e il taglio di boschi (una fascia di oltre 18 metri) per 34 chilometri circa, sempre solamente su questa tratta;
oltretutto gli stessi funzionari parlano di "grande valenza naturalistica-ambientale del territorio attraversato dal metanodotto" mettendo dunque in evidenza l'errata scelta di un percorso che va ad intaccare gli ultimi lembi del territorio italiano rimasti integri, preziosi per la salvaguardia della biodiversità intesa nel suo complesso, per la valenza del paesaggio ed un'economia legata al turismo rurale, in forte espansione in questi ultimi anni e infine intaccando territori preziosi per la raccolta del tartufo;
inoltre, risulta all'interrogante che il Comune de L'Aquila ha saputo in ritardo di detto progetto perché la richiesta è arrivata in sede il giorno 8 aprile 2009, due giorni dopo il grande sisma, quando ancora era nel pieno dell'emergenza terremoto. L'amministrazione avrebbe dovuto dare una risposta scritta entro 30 giorni, altrimenti il silenzio sarebbe stato interpretato come assenso, ma in quei giorni il Comune nemmeno aveva una sede;
dopo un paio di mesi, tamponata l'emergenza, il Presidente della Provincia de L'Aquila ha firmato il ricorso alla Comunità europea ed adesso anche il Comune ha preso la stessa decisione, così come la Provincia di Pesaro, quella di Perugia, i Comuni di Gubbio, Città di Castello e tante associazioni ambientaliste come Wwf e Italia nostra;
considerato inoltre che:
la direttiva n. 85/337/CEE e n. 97/11/CE e la giurisprudenza comunitaria (Corte di giustizia CE, sezione II, 28 febbraio 2008, causa C-2/07) sanciscono l'obbligo di una VIA di tipo complessivo, che tenga conto dell'effetto cumulativo dei progetti frazionati;
la direttiva n. 42/2001/CE disciplina l'obbligo di applicazione della procedura VAS e la direttiva n. 92/43/CEE la salvaguardia degli habitat naturali;
per quanto risulta all'interrogante, il progetto iniziale prevedeva il raddoppio sulla costa adriatica, come avvenuto per l'altro gasdotto sulla costa tirrenica, e successivamente la Snam ha annunciato di avere riscontrato "insuperabili criticità" su quel percorso e ha deciso di deviare il grande tubo sull'Appennino,
si chiede di sapere:
quali siano le "insuperabili criticità" che hanno indotto la Snam a rivedere il progetto iniziale che prevedeva il raddoppio del gasdotto sulla costa adriatica;
quali siano le reali motivazioni che hanno fatto sì che il tracciato sia stato dirottato lungo la dorsale appenninica dove incontra criticità, non esistenti sul versante adriatico, quali la presenza di aree di particolare e delicata importanza come tre parchi nazionali, un parco naturale regionale, 21 siti di importanza comunitaria e zone a rischio sismico;
quali siano le ragioni per cui si vuole far passare il "tubo" sul crinale appenninico, così delicato, e non sulla costa adriatica, dove già esiste un altro gasdotto;
se il Governo non ritenga che il notevole tasso di sismicità della dorsale appenninica sia il reale elemento di criticità, che viene sottovalutato dal progetto;
quali provvedimenti intenda adottare il Governo riguardo all'impatto del progetto sulle aree tutelate da vincolo paesaggistico;
se non ritenga che la prassi amministrativa seguita sino ad ora sia in palese violazione delle disposizioni comunitarie e nazionali che impongono la valutazione complessiva degli interventi proposti e quali iniziative di conseguenza intenda adottare;
se non ritenga che il tracciato del gasdotto andrebbe ad aggiungere rischi in un'area a maggiore (e devastante) attività sismica nazionale;
se non ritenga contraddittorio il parere della Commissione tecnica perché ha evidenziato i punti critici del tracciato del metanodotto, ma si è comunque espressa positivamente con condizioni imposte alla Snam che difficilmente potranno essere rispettate per la complessità e la delicatezza dei territori attraversati ed inoltre con altrettanta difficoltà se ne dovrà verificare l'osservanza.
(4-04412)