NANIA (PdL). Signor Presidente, onorevoli senatori, signor Presidente del Consiglio, ancora una volta, lei ha oggi posto il problema di fondo della sovranità. Riparto da questo tema, perché su di esso ho parlato a lungo nel mio precedente intervento.
Vorrei mettere in evidenza un aspetto particolare del suo intervento, cioè la circostanza che lei ha dimostrato - a mio avviso, in maniera molto significativa - come in una democrazia la partita non è mai a due, cioè tra il Governo e l'opposizione, tra chi vince e chi perde, ma c'è un terzo incomodo: il popolo, il corpo elettorale. In una democrazia la partita è a tre e direi che anche questa Costituzione - che tutti tirano da una parte e dall'altra - precisa molto bene questo concetto all'articolo 1, quando stabilisce che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Ebbene, per lei, signor Presidente del Consiglio, la sovranità appartiene al popolo; per altri, invece, appartiene al popolo che però, esercitandola, la perde. Cioè, nel momento in cui il popolo vota, trasferisce la sovranità, perdendola, al Parlamento, che può fare ciò che vuole: i deputati possono fare ciò che vogliono, mettendosi insieme, chi ha vinto e chi ha perso. Non mi sembra che sia questo ciò che afferma la Costituzione e - attenzione - non mi pare che ciò sia vero nemmeno con riferimento alla Prima Repubblica, dove si sapeva sempre in partenza chi avrebbe vinto, quindi cambiavano i Governi, ma erano perfettamente rispettosi della volontà popolare, perché erano costruiti sulla Democrazia Cristiana. Anche da quel punto di vista, quindi, la sovranità veniva rispettata.
Ebbene, noi invece assistiamo all'affermazione, che possiamo definire gaudiosa, leggera e serena, che, in fin dei conti, possiamo fare ciò che vogliamo perché noi, deputati e senatori, indipendentemente dal fatto di essere stati eletti in uno schieramento o nell'altro possiamo metterci d'accordo. C'è però di più, perché alla questione della sovranità si lega direttamente quella della legge elettorale. Lei ne ha parlato ancora oggi e nei giorni trascorsi ne abbiamo sentite di tutti i colori. Ho sentito, per esempio, l'onorevole D'Alema dire che c'è una legge elettorale con la quale chi prende il 30 per cento dei voti vince le elezioni.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 12,20)
(Segue NANIA). A parte il fatto che le leggi elettorali, come ognuno sa, si guardano per come funzionano e per come lavorano, credo che in questa affermazione ci sia la radice della crisi nella quale ci troviamo: la mancanza di una sinistra che pensa di vincere. Come si può pensare che l'altra metà del mondo, l'altra metà della mela può andare al 30 per cento o sotto il 30 per cento? Come si può ritenere una democrazia in grado di funzionare se la sinistra non pensa, almeno una volta nella storia di questo Paese, di vincere o di perdere in nome e per conto proprio? (Applausi dal Gruppo PdL). Occorre sempre un killer: bisogna trovare un killer per vincere o per fare fuori gli altri. Il primo era il buon Prodi: doveva portare lo 0,5, 0,7, 0,8 per cento dei voti cattolici e democratici di sinistra: lui era messo lì e loro vincevano, ma mai in nome e per conto proprio.
Quindi in Italia non abbiamo una sinistra capace di arrivare al 35 o al 40 per cento e di vincere. Dobbiamo invece congegnare una legge elettorale che non fa vincere nessuno e che comunque mette in grado chi arriva secondo, terzo o quarto di dettare le condizioni. Per cui - mi collego sempre a questa strana democrazia - proprio ieri il buon Casini ha detto: noi non vogliamo essere il terzo polo; noi vogliamo essere il primo polo. Correzione: Casini non vuole essere il primo polo, ma vuole essere l'unico polo. Perché se facciamo una legge dove chi prende più voti non governa, ma dove sostanzialmente chi arriva secondo può dire «o fai così o non governi», delle due l'una: c'è l'unico polo, i cosiddetti centristi che vincono sempre, perché o si alleano con questi o si alleano con quelli. Chi arriva primo si deve adattare, e il secondo, il terzo, il quarto e così via si possono mettere insieme per mandare a casa chi ha preso più voti: questa è la sostanza dell'eliminazione del premio di maggioranza, o la sostanza della proposta che fissa un premio talmente alto che chi arriva primo può quasi essere maggioranza, ma non si deve permettere di essere maggioranza e di governare.
E la partita a tre, la sovranità del popolo? Quale democrazia c'è al mondo dove si realizza un siffatto teorema? Quale democrazia c'è al mondo che garantisce a qualcuno di vincere sempre e per sempre? In Sicilia si usa un termine molto espressivo e si dice: «'u partitu d'annacata». Ossia chi sta al centro, che sia primo o secondo o terzo, con un colpo di qua e un colpo di là (sul presupposto che destra e sinistra non possono mai stare insieme), si garantisce la condizione per vincere. È questo che la sinistra vuole ed immagina? Ma una sinistra capace di scendere in campo in nome e per conto proprio e anche di perdere, se è il caso, ma di organizzare la vittoria futura avremo mai il piacere di vederla in questo Paese? (Applausi dal Gruppo PdL. Commenti della senatrice Garavaglia Mariapia).
VOCE DAI BANCHI DELLA LEGA NORD. No!
VIZZINI (PdL). Speriamo di no!
NANIA (PdL). Poi c'è la questione personale: le tesi contro di lei, Presidente del Consiglio. In Italia non esiste il centrodestra, è evidente: coloro che hanno l'egemonia culturale possono mai riconoscere che in Italia esista un pensiero nazionale che raccoglie l'anima popolare, liberale, repubblicana, riformista e nazionale? No! Chi è la radice del male? Berlusconi. Quindi si organizza l'antiberlusconismo, e fatto fuori Berlusconi, finisce il centrodestra: e così possono riuscire a farcela. Cosa nasconde questa teoria? L'affidamento del compito ai procuratori organizzati: non ce la fanno con i voti, il pericolo è Berlusconi, allora si dà mandato di fare fuori Berlusconi e si risolve il problema.
Se invece pensassero, come penso io - non si offenda, signor Presidente del Consiglio - che lei non è l'inventore del centrodestra, ma è l'interprete, il traduttore, colui che ne ha colto l'anima, il senso e il significato (Applausi dal Gruppo PdL), alla luce di una grande trasformazione epocale che parte dal crollo del Muro di Berlino; se soltanto si pensasse a quello che lei tante volte ha detto quando si è rivolto a chi allora aveva l'Italia in mano - mi riferisco a Segni - ossia di interpretare lui le ragioni del centrodestra (non l'ha voluto fare), capiremmo tutti che l'antiberlusconismo non ha futuro.
Come non hanno futuro - me lo si consenta, e faccio riferimento ai nostri amici del FLI - tutti coloro che pensano al dopo Berlusconi. Una democrazia non pensa mai al dopo, ma pensa a se stessa. In una democrazia non esistono né delfini, né eredi. In una democrazia, chi ottiene il voto governa: se governerà bene, sarà premiato; se governerà male, andrà a casa. Ma non ci si pone mai il problema del dopo. Chi lo pone ha ancora il complesso del duce (Applausi dal Gruppo PdL), ma è una storia che non ci appartiene.
Collega Gramazio, anche tu hai un buon futuro, perché ho visto che sei stato insultato e attaccato, e ti hanno detto che eri fascista. Sai benissimo che chi ha dichiarato che il Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale era il fascismo del 2000 e ha definito Mussolini il più grande statista del secolo ora rappresenta la destra che piace alla sinistra, perché noi la destra la dobbiamo fare come dice la sinistra, come dice Travaglio, come dicono lorsignori. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Senatore Nania, per favore, concluda.
NANIA (PdL). Signor Presidente, mi avvio alla conclusione.
In questo scenario, l'ultima tappa qual è? Il Bocchino di turno che dice: «317 voti». Quindi campioni della democrazia, che crederebbero nella democrazia parlamentare, annunciano urbi et orbi che dispongono di 317 voti, perché hanno sommato i loro voti a quelli della sinistra. Quindi, chiedono a Berlusconi di dimettersi, di non andare proprio in Aula, e mentre lo accusano di essere un cialtrone, di rappresentare il condensato di tutti i mali possibili e dicono volerlo fare fuori, annunciano che in caso di dimissioni sarebbero pronti ad allearcisi! Al tempo stesso, la sinistra, che odia Tremonti, che odia chiunque, dice che va bene: che se Berlusconi si dimette, poi si vedrà. Questo è lo sceneggiato che voi immaginate per il Paese. Noi non lo immaginiamo.
Io immagino un futuro dove ci sia una sana competizione tra un centrodestra che si batte per i propri valori ed un centrosinistra che si batte per i propri valori. Una sana competizione, ricordando che tutti coloro che nella storia (questa volta sì il nome di Fini è importante) hanno pensato di fare fuori qualcuno per salvare qualcosa, alla fine hanno visto sempre altri comparire sulla scena e diventare protagonisti. Quindi, tutte le critiche di questo mondo; la storia è maestra: da quelli che pensavano di salvare la monarchia e c'è stata la Repubblica, da quelli che pensavano di salvare se stessi facendo fuori Craxi e sappiamo com'è andata. In questa fase, lo ricordo, chi ancora pensa di salvare qualcuno per salvare qualcosa, scoprirà alla fine che l'identikit di coloro che troveremo per le strade non è quello della destra che piace alla sinistra, ma saranno i compagni di sempre, i "grillini", i seguaci di Vendola, sarà la sinistra che c'è, che esiste e che a quel punto farà vedere di cosa è capace. Ecco perché ... (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bodega. Ne ha facoltà.