LEDDI (PD). Signor Presidente, onorevoli senatori, signor Presidente del Consiglio, come lei stesso ha ricordato il nostro Paese è salito sull'ottovolante della crisi tre anni fa; vi è salito nelle condizioni che lei ha ricordato di grande fragilità, venendo da dieci anni di sostanziale immobilismo, e non sappiamo quando da questo ottovolante si scenderà perché - com'è chiaro - la crisi non si svolge come le crisi classiche con un inizio ed una presumibile fine, ma sta cambiando volto.
Proprio da questo intendo partire, in quanto, se nella sua prima fase questa crisi epocale che stiamo vivendo è stata prevalentemente governata da dinamiche sovranazionali, da quest'anno, da quando si è trasformata in crisi dei debiti sovrani, è diventata determinante la capacità di ogni singolo Paese di governare la propria crisi e ancor più di convincere (le è ben chiaro che convincere gli altri Paesi e convincere i mercati è un intangible che non si misura con metri scolastici tradizionali) che saprà e potrà fare ciò che dice di dover fare.
Alla luce dei quasi tre anni di governo di questa maggioranza la domanda, rispetto alla proposta che lei oggi ci ha fatto nella sua illustrazione iniziale, è la seguente: saprà convincere che ci sono gli strumenti per uscire da questa crisi? Fino ad oggi devo dire che quella che abbiamo seguito è indubbiamente una strada monca, una strada che ha avuto il pregio di tenere la barra ferma sui conti, ma ha l'indiscusso limite di un immobilismo totale sulle riforme che dovevano essere il minimo sindacale in questa legislatura con l'ampia maggioranza che il Paese ha consegnato a questa maggioranza.
La seconda domanda è la seguente: potrà fare le cose che ci si ripromette di fare per uscire dalla crisi? Le cose che ad oggi non sono state fatte, non sono state fatte a prescindere dalla situazione attuale: questo credo sia oggettivamente da riconoscere. Eravamo in un periodo di crisi in cui anche il sentimento generale avrebbe consentito le riforme necessarie per far uscire definitivamente il Paese dalle secche. C'era un sentimento diffuso di accettazione anche di politiche di rigore, purché appunto in queste politiche si leggesse la capacità di far uscire il Paese dalle secche.
Invece ciò che si è visto in questi anni di governo della crisi è stato solo l'irrobustimento di strumenti vecchi. Dico questo quando penso all'occasione che si è persa per ridisegnare un welfare nel nostro Paese che, così com'è, notoriamente non regge più. Penso a quanto non si è fatto in termini di razionalizzazione della spesa, e nel dire questo penso anche a quanto il Governo ci ha provato, a quando sono usciti elenchi - parlo di pochi mesi fa - di enti su cui intervenire, da razionalizzare, per tagliare la spesa, e a quanto questi elenchi siano usciti dal Governo e siano spariti per l'incapacità della maggioranza di tenere, su questo sì, una barra ferma.
Penso a quanto è stato fatto per riportarci un po' indietro su alcuni punti: penso a quanti mesi ci sono voluti per la nomina del presidente della CONSOB, a quanti mesi ci sono voluti per ridefinire l'Authority per l'energia, che ovviamente è strumento strategico per il Paese, ai balletti sull'Autorità per la concorrenza, ai problemi strategici annunciati e non affrontati. È noto che il Sud è un problema strategico per questo Paese, è «un» problema. È stato presentato il Piano Sud, ma ho il forte timore che difficilmente diventerà qualcosa di più di un piano, se continuano le dinamiche che abbiamo visto funzionare fino ad oggi.
Devo anche dire che queste considerazioni mi fanno pensare che al Ministro dell'economia - che non vedo oggi - sicuramente va il merito non solo di avere tenuto ferma la barra del rigore e della disciplina fiscale, ma anche e soprattutto quello di avere capito per tempo che questa maggioranza e questo Governo mai gli avrebbero consentito quelle riforme strutturali che sole avrebbero potuto associare al rigore la crescita, facendo così del rigore una scelta non solo obbligata ma anche solitaria.
Concludo, signor Presidente, ricordando un fatto che ritengo estremamente importante e che è stato solo accennato fino a questo momento, in quest'Aula, dalla senatrice Maria Ida Germontani.
Venerdì abbiamo saputo che la più grande azienda italiana esce da Confindustria. Abbiamo capito che, mentre stavamo discutendo d'altro nel nostro Paese, la FIAT diventava una storia americana, le cui regole non si decidono più qui ma altrove, e qui si ripercuotono.
È chiaro che si tratta di una questione che va ben oltre le relazioni sindacali, l'organizzazione del lavoro e i diritti. La questione è destinata a cambiare strutturalmente i rapporti di potere nel nostro Paese. Questo è un processo che avviene sulle nostre teste, mentre dovrebbe essere governato, perché anche da esso uscirà cambiato il Paese.
Allora la domanda finale resta la seguente: la proposta che ci viene fatta è all'altezza della soluzione di questi problemi del Paese, alla luce di ciò che questa maggioranza ha fatto fino ad oggi? Temo per il Paese che la risposta sia no. (Applausi dal Gruppo PDe del senatore Pardi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saia. Ne ha facoltà.