Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri e conseguente discussione (ore 9,06)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri».
Dopo l'intervento del Presidente del Consiglio dei ministri avrà luogo il dibattito, i cui tempi sono stati ripartiti fra i Gruppi parlamentari per complessive quattro ore, come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo.
Come già comunicato ai Gruppi, l'intervento odierno del Presidente del Consiglio dei ministri, nonché gli interventi per dichiarazioni di voto, che si svolgeranno domani mattina, saranno trasmessi in diretta televisiva dalla RAI.
Ha facoltà di parlare il presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Silvio Berlusconi. (Vivi applausi dai Gruppi PdL e LNP. I senatori dei Gruppi stessi si levano in piedi).
BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. C'è il tifo! Grazie. (Prolungati applausi dai Gruppi PdL e LNP). Vi ringrazio per questo affettuoso benvenuto e per il vostro sostegno. Spero di poter interpretare come voi desiderate i vostri sentimenti. In questo particolare momento di difficoltà del nostro Paese credo che tutti insieme dobbiamo trovare il modo per essere uniti e fare, appunto, soltanto l'interesse del Paese. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Divina).
Signor Presidente, signori senatori, per la seconda volta nel volgere di poche settimane, il Parlamento è chiamato a decidere sulla fiducia al Governo. Il mio rispetto per le Camere, che sono espressione libera della sovranità popolare e ad essa rispondono di regola ogni cinque anni, mi impone di aprire queste brevi considerazioni con una franca e leale promessa nell'interesse superiore della democrazia.
Abbiamo bisogno di continuità operativa, di un Governo in perfetta efficienza, di una cooperazione istituzionale e politica ampia. Abbiamo bisogno di capacità di decisione. Abbiamo bisogno di tutto tranne che di una crisi al buio, senza che vi siano alternative valide al quadro politico stabilito dagli italiani con il loro voto.
Se vi è un dato certo del nostro sistema politico è che oggi, nel popolo italiano, è profondamente radicata la volontà di poter scegliere direttamente da chi essere governati, ad ogni livello: dal sindaco della propria città al Capo del proprio Governo. La gran parte dei cittadini non vuole che le decisioni prese nel momento delle elezioni possano venire modificate da logiche o interessi politici che sono loro completamente estranei.
Se un Governo non ha bene operato e deve lasciare, deve essere il popolo a deciderlo, il popolo al quale il primo articolo della nostra Costituzione attribuisce la sovranità. Se questo principio viene violato, si tradisce la lettera e lo spirito della Costituzione.
I liberi Parlamenti sono chiamati ad interpretare e a rappresentare la volontà popolare, non a sostituirvisi per ragioni di interessi di parte. Ecco perché la questione che abbiamo di fronte si pone in termini semplici e chiari, in termini comprensibili da tutti i cittadini e da tutti i parlamentari: fiducia o sfiducia, crisi al buio sì, crisi al buio no. Su questi due punti maggioranza e opposizioni discuteranno oggi al Senato e alla Camera. La nostra posizione è assolutamente chiara, come è chiaro il mandato a governare conferitoci dal popolo italiano due anni fa. Prima e al di là delle scelte dei Gruppi e dei singoli, e prima di ogni divisione, tutti abbiamo il dovere e la responsabilità di essere sempre costruttivi quando governiamo e legiferiamo in nome del popolo. Sono costruttive le maggioranze quando sostengono e incalzano i Governi a governare, sono costruttive le opposizioni quando, con le loro contestazioni e le loro proposte, offrono, o almeno prepararono, delle alternative.
Ma non solo la fiducia, anche la sfiducia deve essere costruttiva. Vi sono moderne democrazie parlamentari - penso a quella tedesca - che, proprio per fugare i rischi di instabilità, prevedono addirittura la sfiducia costruttiva come istituto costituzionale. Si può cambiare un Premier e scomporre una maggioranza votati dagli elettori, ma bisogna provare che un altro Premier e un'altra maggioranza sono possibili. Bisogna dichiarare chi e quale, e poi provare che sono possibili.
Mi si obietterà, magari dalle stesse tribune che, un giorno sì e un altro pure, invocano il modello tedesco anche per l'Italia, che la democrazia parlamentare italiana è un'altra cosa. Ebbene, per quanto la democrazia parlamentare italiana possa essere diversa dai modelli più acclamati, nessuno è autorizzato a pensare e ad agire come se la nostra democrazia possa essere ridotta a teatro di inconcludenti velleità. Nessuno può dimenticare che il grande mutamento del sistema politico, cui in molti, a destra e sinistra, abbiamo collaborato, si fonda anche sulla decisione di assicurare la stabilità della funzione di governo indicando sulla scheda il nome del candidato Premier ed imponendo a tutti chiare scelte di programma e di alleanza davanti agli elettori.
Ora, ripeto, comprenderei chi volesse sfiduciare il Governo e aprire una crisi invocando elezioni anticipate o, almeno, potendo indicare un Premier diverso ed essendo sicuro di poter formare una maggioranza diversa. Non riesco, viceversa, a comprendere quale spirito animi chi vuole a tutti i costi aprire una crisi al buio. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
A chi serve una crisi al buio? A cosa serve una crisi al buio? A cosa mira chi la pretende? Forse spera che dalla confusione e dalla paralisi nasca il doppio risultato di ribaltare questo Governo e di evitare le elezioni anticipate? Vana speranza quella di chi vuole azzerare i risultati delle elezioni politiche, anche di quelle europee e di quelle regionali, e di chi vuole mandare all'opposizione chi ha vinto e portare al Governo chi ha perso.
Ecco perché oggi l'Italia ha bisogno di tutto tranne che di personalismi, tranne che di spirito di fazione, tranne che di logiche di piccolo gruppo e di una stagione in cui, di nuovo, come negli anni tristi di decadenza della Prima Repubblica, si manifesti quella logica di autolesionismo che conduce ineluttabilmente le istituzioni a perdere la fiducia del Paese reale.
Dal voto delle Camere dipendono la prospettiva di stabilità e la speranza di crescita di un sistema economico e finanziario impegnato in una competizione durissima e in una sfida, finora vincente, contro una costellazione di forze che vorrebbero trascinare il Paese in una spirale di declassamento e di dequalificazione che gli italiani certo non meritano.
L'Italia è percorsa, come del resto tutti i Paesi occidentali, da serie tensioni che riguardano il cuore del sistema economico, ovvero la credibilità finanziaria dello Stato. Affrontiamo queste tensioni forti di un lavoro straordinario e di una disciplina rigorosa e intelligente dei conti pubblici. Abbiamo condotto in porto e tenuta ben salda la riforma delle riforme: il passaggio da una legge finanziaria che tutti giudicavano inadatta alla governabilità di una grande e ordinata democrazia moderna (con quello che veniva definito il famoso assalto alla diligenza) ad una legge di stabilità, che protegge con maggiore efficacia i conti pubblici e il bilancio dello Stato e, quindi, il nostro lavoro e, quindi, le nostre imprese, i redditi e i risparmi delle famiglie, le pensioni, i servizi sociali, l'istruzione e la ricerca.
Gravati come siamo dal terzo debito pubblico del mondo, pur non avendo la terza economia del mondo, in una fase di tensione dei debiti sovrani di piccoli e medi Paesi europei, ci siamo battuti e ci battiamo sui mercati internazionali e all'interno dell'Unione europea per affermare la nostra vitalità, la robustezza reale della nostra economia, il nostro buon diritto nell'ideare e negoziare un futuro di crescita dell'Unione e dell'area dell'euro.
Facciamo tutto questo non soltanto con la riduzione degli sprechi e degli eccessi in spese pubbliche improduttive, ma anche ribadendo la centralità e il carattere virtuoso dell'alto tasso di risparmio privato, un dato che ci protegge da avverse pressioni finanziarie esterne e da rischi istituzionali e politici.
È difficile non rilevare come siano pretestuose, generiche e qualunquistiche le critiche con le quali si attacca l'operato del Governo per legittimare la contestazione nei suoi confronti. Così si lavora contro l'interesse nazionale. Forse non si vuol vedere quanto è successo e quanto sta succedendo intorno a noi; forse si è dimenticato che l'Italia è entrata nella crisi in condizioni assai più difficili di altri Paesi, perché ha dovuto affrontare la crisi finanziaria, la crisi economica globale, con un debito pubblico imponente, il più alto tra i Paesi in Europa. Un debito - non dimentichiamocelo mai - ereditato dai Governi del compromesso storico. (Commenti dal Gruppo PD). Questo debito sovrano dell'Italia la esponeva più di altri agli attacchi speculativi.
All'inizio, nell'acronimo PIGS con cui da tempo si indicano i Paesi a rischio sotto il profilo della sostenibilità finanziaria, la «I» stava per Italia; oggi questa «I» non si riferisce più a noi ed il nostro debito sovrano non è sotto attacco. Le aste dei titoli del debito italiano procedono regolarmente e non incontrano ostacoli. Solo chi è in malafede può ritenere che ciò non sia dovuto alle politiche responsabili messe in campo da questo Governo e alla tenuta complessiva di un sistema Paese, che è formato da imprenditori e operai, da lavoratori autonomi e da lavoratori dipendenti, da un sistema creditizio solido, da famiglie che risparmiano, da un sistema sostanzialmente sano e positivo.
Abbiamo capito tempestivamente la portata della crisi e, soprattutto, abbiamo capito i pericoli che correva l'Italia per la fragilità delle sue finanze pubbliche, ereditata appunto dal passato. Non abbiamo seguito le sirene, sia domestiche che internazionali, che ci invitavano a contrastare la crisi con stimoli fiscali, cioè con maggiore spesa pubblica. Così, mentre molti Paesi raddoppiavano nel corso della crisi il proprio debito in rapporto al PIL, l'Italia non ha voluto andare in quella direzione. Sarebbe stato da irresponsabili allargare la spesa pubblica per sostenere la crescita nel corso di una crisi in cui l'aumento del rapporto debito-PIL era già dettato dalla recessione, cioè dalla diminuzione del denominatore del rapporto; diminuendo il denominatore, il prodotto interno lordo, è chiaro che automaticamente aumenta il rapporto.
Per questa via, l'Italia si è assunta le proprie responsabilità nel contribuire al mantenimento della stabilità finanziaria e monetaria in Europa e ha sempre trovato sui mercati finanziari convinti sottoscrittori dei propri titoli pubblici. Questo lo si deve alla politica seguita dal nostro Governo, che ha fatto sì che il deficit pubblico italiano sia oggi tra i più bassi dei Paesi avanzati, ma lo si deve soprattutto al fatto che questo Governo, assumendosi le proprie responsabilità, ha acquisito reputazione e credibilità sui mercati. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
Posso dire con assoluta sicurezza che l'Italia non è più parte dei problemi dell'economia dell'Europa: è diventata parte della soluzione di questi problemi. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo). Grazie a questa credibilità, l'Italia ha potuto svolgere anche un ruolo propulsivo nella politica europea. Mi riferisco a uno dei più importanti temi oggi in discussione, un tema fondamentale per il futuro dell'Europa e del nostro Paese: la necessità di un controllo centrale ed unitario dei debiti sovrani e di uno strumento europeo di stabilizzazione finanziaria.
Ora, con la franchezza di sempre, chiedo a voi, onorevoli senatori, di riflettere in piena libertà di coscienza su quello speciale genere di follia politica che sarebbe oggi l'apertura di una crisi senza prevedibili e visibili soluzioni. Di fronte alle campagne antiparlamentari in corso, vogliamo dare ancora una volta prova di quella piena responsabilità che il Paese pretende dalle Camere.
Ma ora, con la stessa certezza morale e - se permettete - con il coraggio politico che considero tutt'uno con il mio ruolo, voglio rivolgermi direttamente a tutti i parlamentari che nel 2008 sono stati eletti nelle liste del Popolo della Libertà, a coloro che hanno votato la fiducia a questo Governo più volte e in special modo il 29 settembre di quest'anno, e a coloro che hanno fatto parte di questo Governo e ben conoscono quanto di buono tutti insieme si è fatto.
Mi rivolgo in particolare a coloro che hanno aderito ad altri Gruppi parlamentari che, insieme all'intera opposizione, hanno presentato alla Camera una mozione di sfiducia al Governo eletto dai loro stessi elettori. Sono certo che in questo momento nessuno di voi può avere dimenticato la lunga strada che abbiamo percorso insieme dal 1994 ad oggi, le battaglie che abbiamo condotto insieme, le mete che abbiamo raggiunto, quei traguardi che fino a pochi anni fa sembravano addirittura irraggiungibili. Sono altrettanto certo che nessuno di voi intende gettare via così frettolosamente tutto ciò che in questi anni abbiamo costruito insieme, dal bipolarismo alla nascita del partito unitario dei moderati, dall'alternativa alla sinistra italiana alla guida di un Governo riformatore.
Sono certo che ciascuno di voi, nel proprio intimo e nella propria coscienza, sa che l'attuale Governo non ha affatto demeritato, non ha affatto tradito il mandato del popolo sovrano. Ognuno di voi sa che ciò che abbiamo fatto in questi due anni è stato tanto, soprattutto se pensiamo alle condizioni difficili e impreviste che abbiamo dovuto affrontare. Non è certo casuale che il sostegno del popolo italiano nei confronti di questo Governo sia di gran lunga il più alto fra quelli su cui può contare ogni Governo europeo: non è certo un fatto casuale che siamo l'unico Governo ad aver vinto le elezioni di medio termine. E questi sono fatti, non sono opinioni di parte.
Sono assolutamente convinto, infine, che ciascuno di voi sa che qualunque dissenso è legittimo, qualunque critica è possibile; ma la rottura no, la sfiducia al Governo no, la divisione del campo dei moderati no! (Prolungati applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo). Tutto si può dire, tutto si può fare, ma non progettare un'alleanza con la sinistra in questa legislatura, camuffata da un Governo di transizione, e neppure unire i propri voti a quelli dell'opposizione, sommando grottescamente i voti sottratti al Popolo della Libertà a quelli del Partito Democratico e dell'Italia dei Valori. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo). Tutto si può fare, ma non si può tradire il mandato ricevuto dagli elettori. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo). Chi persegue questi obiettivi lo può fare ad una sola condizione: che si torni dagli elettori e che si spieghi a loro perché si è cambiato opinione, presentando al popolo italiano le proprie idee, le proprie critiche, i propri programmi e le alleanze politiche attraverso cui si ritiene di poterli realizzare.
Se, invece, è sincera e reale la preoccupazione per la situazione difficile in cui si trova l'Italia, al pari di tutti gli altri Paesi europei, allora l'unica strada possibile è quella di rinnovare la fiducia all'attuale Governo. Di rinnovarla perché il Governo ha ben agito. Di rinnovarla per senso di responsabilità nazionale. E ciò vale, ancor più in questo difficile momento per il Paese, anche per chi non era con noi nel 2008. Un voto di fiducia così motivato sarà testimonianza di realismo e di saggezza politica. Un voto di fiducia così motivato consentirà di evitare una crisi al buio, di cui l'Italia non ha alcun bisogno, e aprirà una fase politica nuova. Un voto di fiducia così motivato consentirà di completare, entro la fine della legislatura, le cinque azioni strategiche sancite dal Parlamento il 29 settembre con la più ampia fiducia mai ottenuta dal nostro Governo e già realizzate in grandissima parte da questo Esecutivo.
Abbiamo già approvato (Il presidente Berlusconi appoggia una mano sulla spalla del ministro Bossi) il federalismo fiscale, che serve anche a contrastare in maniera nuova ed efficace l'evasione fiscale. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
Abbiamo approvato il piano per la sicurezza dei cittadini, per contenere anche l'immigrazione clandestina. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
Abbiamo approvato il Piano per il Sud, che pone fine agli interventi a pioggia usati dalla vecchia politica e mette a disposizione 100 miliardi di euro, cioè 200.000 miliardi di vecchie lire, per alcuni grandi progetti strategici che produrranno lavoro e benessere per tutti, a cominciare dai giovani e dalle donne. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
Abbiamo avviato e stiamo già lavorando alla riforma del fisco con quattro tavoli tecnici in collaborazione con i rappresentanti dei lavoratori e degli imprenditori.
Stiamo per varare definitivamente la riforma dell'università, già approvata alla Camera (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo) che rappresenta una svolta di grande importanza per l'avvenire dei nostri giovani, come ha riconosciuto la gran parte degli osservatori, anche i più lontani e i più critici verso questo Governo, e contro la demagogia di chi sale sui tetti per intestare la protesta alla propria parte politica. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo e del senatore De Angelis).
È per questo che la sinistra, incurante dei veri interessi degli studenti, cerca di combattere questa riforma alimentando tutte le proteste che mirano di fatto a conservare una situazione che non premia gli insegnanti migliori, che non promuove il merito degli studenti migliori, anche se appartenenti alle classi sociali più deboli, che non contribuisce allo sviluppo del Paese. Ma noi andremo avanti, perché vogliamo aprire ai giovani la strada del merito, dello studio e della ricerca, affinché possano competere in Europa su un piano di parità con i Paesi migliori, come hanno riconosciuto gran parte degli osservatori.
È pronta anche la riforma della giustizia, che presenteremo al Parlamento dopo un ulteriore confronto. Senza contare tutti gli altri provvedimenti in corso di gestazione, che vanno dalle professioni all'agricoltura.
Non solo. Dopo aver seguito la linea del rigore, che ha messo l'Italia al riparo dai contraccolpi derivanti dalle crisi finanziarie internazionali che si sono succedute dal 2000 ad oggi, e tenendo conto di questo quadro, riprenderemo il dialogo con le parti sociali - come sempre, d'altronde, abbiamo fatto in passato - anche sulla base delle proposte recentemente avanzate insieme da Confindustria e sindacati, cercando di coniugare il necessario rigore con gli interventi per la crescita. Su questo punto terremo anche conto dei suggerimenti e delle proposte di tutti, comprese quelle del partito liberale in ordine alle privatizzazioni. (Commenti dal Gruppo PD). Il nostro è da sempre il Governo dell'ascolto e dell'apertura a quanto di meglio propone la società civile, perché vogliamo perseguire il bene comune di tutta l'Italia e di tutti i suoi cittadini, senza alcuna distinzione sociale e geografica.
Riprenderemo con vigore anche l'azione per portare avanti le riforme istituzionali. C'è già un'intesa sui principi fondamentali riguardanti tre questioni: l'aumento dei poteri del Presidente del Consiglio, la riduzione del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo.
In rapporto con questa azione riformatrice si pone il problema di una modifica della legge elettorale che per noi ha un solo limite invalicabile: la difesa del bipolarismo. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo). Perché vogliamo che il cittadino sappia in anticipo chi sarà il leader, quale sarà l'alleanza di Governo, quale il programma di modernizzazione del Paese.
Onorevoli senatori, come avete potuto ascoltare, come potete vedere, la nostra posizione è chiara. E a questo punto chi ha più responsabilità la deve dimostrare.
Per parte mia, considero mia responsabilità non trascurare ogni possibilità di dialogo con l'opposizione. È mia responsabilità ricomporre e rinnovare l'alleanza di tutte le forze moderate che sono state all'origine del nostro impegno politico e che oggi ritroviamo, oltre che nel Popolo della Libertà, nella Lega, nel FLI e nell'UDC.
L'unità dei moderati italiani: questo patrimonio storico e politico è il frutto più prezioso di questa fase e, consentitemi di sottolinearlo, del mio personale e ultradecennale impegno politico. L'unità dei moderati italiani è un patrimonio inestimabile e nessuno può essere così irresponsabile da distruggerlo, volontariamente o involontariamente. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
Non dobbiamo mai dimenticare che il popolo dei moderati è davvero un popolo unito che condivide gli stessi valori e la stessa visione del futuro. Che condivide la stessa visione della libertà, della persona umana, della Patria, della famiglia, del lavoro, dell'impresa.
Quando parliamo del futuro dei moderati, dobbiamo sempre ricordarci che prima viene il popolo dei moderati, prima vengono le nostre donne e i nostri uomini e solo dopo vengono i partiti e i loro leader. In una democrazia è il popolo che sceglie i leader, non sono i leader che scelgono il popolo! (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
Sono convinto che le difficoltà e le divisioni interne che sono insorte non sono affatto insormontabili. Devono tornare a prevalere il buon senso e il senso della misura. Questo è quanto il popolo dei moderati ci chiede. Non ci chiede di dividerci, ci chiede di unirci per il bene dell'Italia.
A tutti i moderati di questo Parlamento propongo quindi un patto di legislatura per garantire coerenza e continuità con il programma elettorale e con le scelte condivise, rinnovando quel che c'è da rinnovare nel programma e nella compagine di Governo. Decidiamo insieme quale sia la strada e quale sia lo strumento più indicato.
Onorevoli senatori, oggi non è in gioco la persona del Presidente del Consiglio. Oggi è in gioco la scelta tra il proseguimento di un progetto di cambiamento e la restaurazione, ovvero il ritorno all'indietro, il ritorno a quei vizi tradizionali della politica che sono all'origine dei problemi di cui ora soffre l'Italia. Il nostro Paese ha bisogno di stabilità e di governabilità, condizioni indispensabili per realizzare quelle riforme di cui vi è urgente necessità. Garantire oggi la stabilità è la prima condizione per mettere al sicuro gli interessi del Paese e cercare di ricomporre l'area moderata.
Se il Governo otterrà la fiducia, da domani lavoreremo per questa finalità: per ricomporre l'area moderata, per allargare quanto possibile l'attuale maggioranza a tutti coloro che condividono i valori e i programmi dei moderati, a partire da chi si richiama alla forza politica più forte in Europa, alla grande famiglia della democrazia e della libertà che è il Partito del popolo europeo. (Applausi dal Gruppo PdL). Lavoreremo anche per rafforzare la squadra di Governo, e sono fermamente convinto che alla fine la ragionevolezza e la responsabilità vincono sempre sull'irragionevolezza e sull'irresponsabilità. Sono convinto che il bene comune prevale sempre sugli egoismi interessati e che per questo - penso - andremo avanti e continueremo a lavorare nell'interesse di tutti.
Se questo non dovesse avvenire sono certo che, quando verrà il momento, il popolo italiano, dal quale questo Governo e questa maggioranza hanno avuto un chiarissimo mandato ed una piena legittimazione a guidare il Paese, saprà valutare con buon senso e giustizia i meriti e le responsabilità. Vi ringrazio. (I senatori dei Gruppi PdL e LNP si levano in piedi. Vivi, prolungati applausi dai Gruppi PdL e LNP, dei senatori Villari e Fosson e dai banchi del Governo. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
È iscritta a parlare la senatrice Mauro. Ne ha facoltà.
MAURO (LNP). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, vorrei ribadire che a noi della Lega Nord interessa una sola cosa: proseguire la politica del fare realizzando le riforme, fedeli al mandato ricevuto dagli elettori. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL). Nel 2008 siamo stati eletti con una maggioranza schiacciante: la coalizione di Governo ha ottenuto il 47 per cento circa dei consensi, stabilendo un divario con la coalizione di centrosinistra di circa 10 punti. La Lega Nord ha ottenuto oltre l'8 per cento, un risultato importante che si è ancora di più consolidato durante la tornata elettorale delle elezioni regionali del 2010... (Brusìo).
Il brusìo di fondo in quest'Aula c'è sempre, sia che si presieda, sia che si intervenga.
PRESIDENTE. Senatrice Mauro, la prego di interrompere per un momento il suo intervento in modo da consentire ai colleghi di defluire dall'Aula e a lei di intervenire in un'Aula attenta.
MAURO (LNP). Nel 2010 siamo arrivati ad essere il primo partito in molte aree del Nord. Ha vinto un movimento che ha saputo ascoltare la propria gente e dare risposte a quelle esigenze richieste con forza dal territorio. La nostra gente quindi ha creduto in noi, ci ha affidato le sue richieste nella speranza che noi le trasformassimo in realtà. Bisogna fare le riforme: noi le abbiamo inserite nel nostro programma elettorale, ed è ormai un obbligo morale realizzarle, prima fra tutte la madre delle riforme: il federalismo. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
Purtroppo, negli ultimi tempi, il percorso riformatore è stato ostacolato da un clima ostile. Si sta assistendo ad un continuo stillicidio di gossip e false dichiarazioni. C'è tanta ipocrisia, tanti scagliano le pietre e nascondono la mano: magari proprio coloro che hanno scheletri negli armadi si permettono di giudicare gli altri, che considerano come avversari. Dicono che l'Esecutivo non sa lavorare ma, in realtà, hanno un solo obiettivo: quello di bloccare le riforme. Al sistema Paese non servono le parole, servono i fatti e credo che nei fatti il Governo abbia dimostrato la sua volontà. Nelle Aule del Parlamento e sui giornali si rincorrono quotidianamente dichiarazioni che descrivono una realtà inesistente. Si parla di un Governo instabile, nullafacente o a dir poco dannoso; ma la gente ha opinioni di tutt'altro avviso e lo ha dimostrato attraverso il voto, riconfermandoci la fiducia, anche alle recenti regionali. Gli elettori capiscono che finalmente si stanno affrontando i problemi concreti, capiscono perfettamente chi li prende in giro e chi lavora per far sì che il Paese non precipiti. Con il voto hanno premiato la nostra coalizione, sbugiardando chi a parole dice di stare dalla parte del popolo e, nella realtà dei fatti, sta chiuso dentro i palazzi restando indifferente e sordo alle richieste concrete dei cittadini.
Invece il Governo Berlusconi è il Governo del fare e non delle chiacchiere. Sono stati tagliati privilegi, enti, norme e leggi inutili e sono state fatte apprezzabili riforme riguardanti il lavoro privato e pubblico, volte a premiare il merito e l'efficienza. Vogliamo altresì che si continui senza indugio nella politica dell'antimafia portata avanti in questa legislatura (Applausi dai Gruppi LNP e PdL), come mai nessun altro Governo è riuscito a fare contro le mafie, e dico tutte le mafie: centinaia di latitanti arrestati, anche fra i più pericolosi, milioni e milioni di euro in denaro e in beni sequestrati e confiscati alle cosche mafiose. La mafia va combattuta con i fatti, la repressione, gli arresti, le condanne e le confische. La gente ha bisogno di avere la certezza che chi non rispetta le regole deve pagare e scontare una pena certa (Applausi dai Gruppi LNP e PdL), mentre a volte ciò non succede e assistiamo al paradosso che a pagare siano magari le vittime.
Inoltre, sul versante della sicurezza sono stati realizzati grandi passi in avanti garantendo così alla nostra gente di sentirsi sempre più sicura in casa propria. Sono stati infatti raggiunti risultati eccellenti nel contrasto all'immigrazione clandestina e alla criminalità. Tentando di portare il nostro Paese fuori da una grave crisi internazionale, è stata attuata una politica di stabilità, di tutela dei lavoratori, anche attraverso investimenti, soprattutto verso le piccole e medie imprese, senza mai mettere le mani nelle tasche dei cittadini e contrastando duramente l'evasione fiscale! (Applausi dai Gruppi LNP e PdL). Tanto è stato fatto, ma altre riforme devono essere ancora realizzate per ridurre sempre più gli sprechi e le inefficienze.
Nelle istituzioni ognuno di noi ha il proprio ruolo e dovrebbe rispettarlo; c'è chi sta nella maggioranza e chi all'opposizione, ma adesso ci troviamo di fronte a una situazione paradossale: si vuole fare un ribaltone, anche se qualcuno vuole negarlo. Chi non è stato eletto vuole governare, sovvertendo la volontà popolare; questo è assurdo, da prima Repubblica, non c'è spazio per maggioranze create a tavolino, non deve succedere e noi della Lega Nord non lo permetteremo: solo il popolo può decidere da chi farsi governare. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL). I cittadini hanno espresso la loro volontà chiaramente, ma in questo Paese la nomenclatura che dice di essere vicina al popolo, in realtà, ne è ben lontana: a loro interessano solo le poltrone e i giochi di Palazzo.
A parole tutti dicono di volere un confronto democratico, ma questa è solo ipocrisia. In realtà, si cerca solo di prevaricare l'uno sull'altro e, soprattutto, di fermare le riforme: in particolare, di fermare il federalismo. Ma noi sappiamo che finché al Governo siederà Umberto Bossi con la Lega Nord la nostra gente non sarà mai tradita! (Applausi dai Gruppi LNP e PdL). Lui aveva fatto una promessa: portare a casa il federalismo. Oggi possiamo dire, senza correre il rischio di essere smentiti da alcuno, che abbiamo mantenuto la promessa fatta ai nostri elettori e continueremo decisi e spediti lungo il cammino delle riforme. Mancano solo alcuni decreti attuativi, e noi della Lega Nord non permetteremo che tatticismi e congiure di Palazzo fermino il nostro importante processo riformatore.
Per questo, noi, coerentemente e lealmente, ribadiamo la fiducia a lei, presidente Berlusconi, e a tutto il Governo. Non c'è tempo da perdere: avanti con le riforme! (Applausi dai Gruppi LNP e PdL e dai banchi del Governo. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Latorre. Ne ha facoltà.
LATORRE (PD). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, fa un certo effetto, e la dice lunga sul degrado cui è giunto il dibattito pubblico nel nostro Paese, osservare come il confronto politico di questi giorni, sempre più lontano dai problemi veri del Paese, ruoti attorno ad un pallottoliere e ci si chieda dove domani si fermerà questo andirivieni di palline, se ce ne sarà una di più di qua o una di più di là: come se questo potesse cambiare una realtà tanto evidente, e non da oggi. Lo stesso scontro interno al partito di maggioranza, la scissione di Futuro e Libertà sono soltanto l'ultimo atto di una crisi che ha radici profonde, una crisi politica non ordinaria e che, dunque, non può essere né discussa e men che meno risolta in un ordinario e sempre più insopportabile gioco tra furbi.
Caro Presidente, non si tratta di aprire una crisi al buio: semmai di accendere una luce nel buio di una crisi che c'è già ed è profonda. (Applausi dal Gruppo PD). Siamo all'epilogo di un'intera stagione politica segnata da un'idea di governo del Paese che si è incarnata nella sua persona: l'idea che per curare i mali italiani occorresse meno politica, meno Stato, dunque, meno democrazia e più decisione. Quella idea di modernizzazione dell'Italia al tempo stesso così leggera nella concezione del ruolo e della struttura dei partiti, del funzionamento delle istituzioni, del Parlamento, delle rappresentanze sociali e così pesante nell'uso di una forza economica e mediatica, che proprio in questa ultima fase ha dato le sue prove più cruente: dalle campagne denigratorie contro ogni avversario, non solo politico, fino al grido di «traditori» contro alleati poi dissidenti, per non parlare delle deprimenti notizie di questi giorni sulle campagne acquisti. Ecco, questa ipotesi di rinnovamento e di modernizzazione del Paese che potremmo riassumere in una concezione populista autoritaria e semplicistica della politica si è rivelata dannosa, oltre che inadeguata ad affrontare le sfide nuove con cui si sta misurando oggi il nostro Paese.
Signor Presidente, ricordiamo tutti come dinnanzi alla crisi della Prima Repubblica si decretò il fallimento di un intero sistema politico, colpevole di aver lasciato l'Italia con un debito al 120 per cento del PIL, con una gigantesca questione meridionale irrisolta, con tasse ed evasione alte e con uno Stato sociale inefficiente. Oggi, dopo 20 anni, dopo 16 anni dal primo Governo che lei ha presieduto, dopo che negli ultimi nove anni, per sette anni, il centrodestra ha governato con maggioranze che in altri tempi avremmo definito bulgare, il bilancio non ha bisogno di commenti: il debito pubblico è al 120 per cento del PIL, c'è una gigantesca questione meridionale irrisolta, sono alte le tasse, è alta l'evasione e lo Stato sociale è inefficiente.
E mentre si annunciano tempi difficili, si allarga paurosamente la forbice tra chi più ha e chi più non ha in questo Paese. Sono impressionanti gli ultimi dati sulla cassa integrazione e sulla perdita di reddito dei lavoratori italiani. Ai tanti che hanno un lavoro precario si stanno aggiungendo i molti che il lavoro lo stanno perdendo e quanti di quei padri, che sino a poco tempo fa sono stati descritti come privilegiati perché sindacalizzati, perché coperti dallo Stato sociale, oggi perdono il lavoro ritrovandosi troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per un nuovo lavoro. E di fronte a questo il Governo si preoccupa di dividere il mondo del lavoro, con il risultato che oggi siamo tutti più deboli nel difendere i lavoratori da chi immagina nuove relazioni industriali fuori da ogni regola contrattuale. Ecco, così si spegne la speranza di un Paese. In fondo, cosa chiede oggi il Paese alla politica? Chiede una nuova speranza. Ecco perché noi insistiamo, e lo facciamo anche oggi, affinché si prenda atto non solo che non c'è più una maggioranza, ma che è finita un'intera esperienza politica, che un grande Paese democratico non può essere governato come un'azienda. Guardi, i rifiuti di Napoli sono lì, come un'ideale bacheca su cui tutti possiamo ammirare i trofei dell'efficientismo aziendalista applicato alla politica. (Applausi dal Gruppo PD. Commenti dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia, lasciate parlare il senatore Latorre.
LATORRE (PD). Intendiamoci, la battaglia contro il Governo in carica in fondo è già stata vinta, quale che sia l'esito del voto di fiducia. È stata vinta a tavolino per abbandono del campo da parte dell'avversario, che ha abbandonato da tempo il campo della politica. E di questo abbandono è figlio il degradante spettacolo di questi giorni. Di qui la necessità di una svolta. Che il Parlamento prenda atto della crisi e torni a discutere di come si cambia il copione. Non si tratta solo di cambiare il nome e il cognome dell'uomo della provvidenza, e men che meno di assistere ad un Berlusconi-bis, anche perché, in tutta sincerità, non vedo platee acclamanti che chiedono il bis (Applausi dal Gruppo PD): semmai osservo che aumentano le file al botteghino di chi vuole il rimborso del biglietto.
Gli interventi che svolgeremo nel corso di questa discussione indicheranno le linee su cui noi riteniamo debba fondarsi questo copione per quella svolta politica e culturale di cui ha bisogno l'Italia. Questo abbiamo voluto dire noi sabato, con la grande manifestazione del nostro partito. Presidente, meno di tre anni fa, nella discussione sulla fiducia al Governo Prodi (lei non c'era in quest'Aula, ma c'erano molti che oggi sono qui) l'onorevole Mastella chiuse il suo intervento con una poesia, commovente e a dire il vero un po' macabra, oltre che di incerta attribuzione. Chiudendo il mio intervento e annunciando il voto di sfiducia del Partito Democratico, io non le parlerò, come il Neruda apocrifo di Mastella, di chi lentamente muore, ma di chi finalmente si risveglia, dell'Italia che vuole cambiare, che vuole rialzarsi, che vuole riprendere quel cammino verso il futuro che questa stagione ha così bruscamente interrotto. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.
COMPAGNA (PdL). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori, non seguirò i toni e gli argomenti del collega Latorre, perché mi sembrerebbe di mancare di rispetto a quest'Aula se, come senatore napoletano, ricordassi che il sindaco di Napoli attualmente non è del Popolo della Libertà... (Proteste dal Gruppo PD).
INCOSTANTE (PD). Basta con questa storia! Taci!
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia.
COMPAGNA (PdL). ...e che ci sono dei Presidenti delle Province - uno è il nostro collega Sibilia - che debbono farsi carico delle inettitudini. Ma non voglio seguire questa pista, tanto meno su un assente, l'ex senatore Mastella.
Vorrei invece tornare al tono e ad argomentare le considerazioni del Governo. Ci voglio tornare con una considerazione: viva i calendari parlamentari! Presidente del Consiglio, andiamoci piano con quel ritenere superato il bicameralismo. Pensiamo cosa sarebbe successo se non ci fosse stata l'insistenza del collega Gasparri e se non ci fosse stato quello spirito di autorevole garanzia da parte del Presidente del Senato, nella giornata di oggi e di domani. Lei, signor Presidente del Consiglio, ha giustamente evocato l'istituto costituzionale tedesco della sfiducia costruttiva come istituto parlamentare. Da più di dieci giorni, da noi - penso alla piazza di sabato - si è cercato di giocare alla sfiducia distruttiva extraparlamentare e antiparlamentare. (Applausi dal Gruppo PdL). Come liberale sono sempre orgoglioso quando l'antiberlusconismo ha pieno diritto di futuro e libertà, ma mi vergogno quando in nome di questo diritto si pretende di cancellare altrettanto futuro e - quel che è peggio - altrettanta libertà al berlusconismo. Ecco l'opportunità del calendario parlamentare.
Non si può, colleghi della sinistra, evocare la Costituzione - che è comune anche a noi! - come una mazza da suonare fisicamente sulla testa del ministro Bondi. No, nella Costituzione c'è pieno diritto affinché il popolo dei moderati si riconosca nelle considerazioni del presidente Berlusconi.
Io appartengo al popolo dei moderati, e ci sono amici che stimo in quest'Aula, per esempio i radicali, che non vi appartengono. Hanno perso un'occasione, perché sulla base di queste considerazioni si poteva riparlare della condizione delle carceri. Io appartengo al popolo dei moderati, collega Perduca, ma non ho mai considerato in quella deputata Ferranti un punto di riferimento. Ho considerato invece le proposte dell'onorevole Rita Bernardini sulle carceri meritevoli di attenzione e non a caso erano le stesse dell'originario progetto dei ministri Alfano e Maroni e di tutto il Consiglio dei ministri. (Applausi dei senatori Tomassini e Bonfrisco e del ministro Bondi).
Allora, quello della giustizia, su cui con sarcasmo di dubbio buonsenso e di dubbio buongusto si è espressa ieri un'autorità istituzionale in televisione, è un tema vero e serio. Nel dibattito politico da parecchi anni la magistratura si è fatta "democratica", ma ha inserito un proprio punto di vista che non è ad onore della storia della nostra magistratura. Giustizia e legalità sono diventate armi improprie da brandire contro gli avversari politici: Brancher, Cosentino, perfino Berlusconi, stando a quello che abbiamo ascoltato ieri in televisione.
Da questo punto di vista, i moderati sono moderati, ma non possono rinunziare a considerare troppo giacobina l'interpretazione dei poteri neutri e dei poteri di garanzia che danno molti magistrati e che trovano - ahimè! - un punto di riferimento alla Camera. Non lo ebbero in Giorgio Napolitano, presidente della Camera; lo ebbero semmai in Violante, oggi diventato un liberale pieno da presidente dell'Antimafia. È amaro che lo cerchino nell'attuale Presidente della Camera.
Su quelle iniziative, che ci auguriamo di poter discutere in Parlamento con una severità venuta meno da prima dell'estate, in occasione dell'esame del provvedimento sulle intercettazioni, credo si possa ritrovare serenità e una potestà di confronto. Se però da parte vostra o di altri si parla di uso politico del garantismo, ve ne dovete vergognare. L'uso politico del garantismo, se esiste, appartiene tutto quanto alla tradizione democratica, liberale e moderata. È l'uso politico del giacobinismo che dobbiamo eliminare con quel quinto punto sul quale votammo la fiducia. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Perduca e dai banchi del Governo. Congratulazioni).
Presidenza della vice presidente MAURO (ore 10,02)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Villari. Ne ha facoltà.
VILLARI (Misto). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, rappresentanti del Governo, onorevoli senatori, oggi siamo chiamati ad esprimerci sulle comunicazioni del Governo. Il clima rovente che ha preceduto questa giornata ha spesso riservato la scena a pochi protagonisti, costringendo tanti parlamentari, in alcuni momenti, ad essere spettatori, come se tutto dovesse accadere e compiersi fuori dal Parlamento. Oggi invece - per fortuna - tutto ritorna qui, nelle aule parlamentari, dove è giusto, corretto e opportuno che il nostro convincimento si formi nel dibattito democratico e, quindi, si esprima liberamente. Il Presidente del Senato ha favorito il libero confronto - se così si può dire - nel senso che si è astenuto dall'esprimere una propria posizione politica e alcune valutazioni personali, vincolandosi così a quella terzietà quanto mai necessaria in questo passaggio parlamentare tanto delicato, non condizionando minimamente questa Assemblea. Bisogna dargliene atto e ringraziarlo per questo.
Molti di noi sono giunti all'appuntamento di oggi seguendo itinerari diversi, tutti rispettabili. Ad ognuno deve - e sottolineo deve - essere riconosciuta piena buona fede, salvo prova contraria. Senza la prova certa, ci sono solo la calunnia, l'imbarbarimento e la conseguente immagine devastante del Parlamento. (Applausi dal Gruppo PdL).È triste vedere che in qualche modo bisogna affermare pubblicamente che il Parlamento deve dividersi tra chi è in vendita e chi non lo è. È molto triste. Certamente non credo alla favola di Cappuccetto Rosso e del lupo; ma, tra la presunzione di innocenza e quella di colpevolezza, confesso di scegliere sempre la prima, senza alcun dubbio.
Chi vi parla - onorevoli senatori - potrebbe limitarsi a dire di essere qui perché cacciato da lì, il che è di facile comprensione in una logica bipolare. Sono invece solo partito dall'espulsione dal Partito Democratico, inizialmente non rassegnandomi, e poi, osservando l'evoluzione politica del progetto dei democratici, mi sono via via andato convincendo dell'inesorabile fallimento di quell'esperienza. Quando ne sono usciti Rutelli, il cofondatore, e poi altri colleghi parlamentari, ho rimosso definitivamente ogni dubbio. Sono brutti e cattivi i dirigenti del Partito Democratico oppure tanti di noi che ne escono? No, certo. Si tratta solamente del prevalere di quella logica autarchica della sinistra che fa sì che oggi si spinga per l'adesione di Vendola, si accetti come ineluttabile la sciagurata alleanza con il populismo dipietrista, si finisca con il marginalizzare l'esperienza del popolarismo di ispirazione cristiana. Eppure, non è lontano il tempo della legittimazione reciproca, il tentativo veltroniano, al tempo delle elezioni del 2008, di riconoscere l'avversario. Oggi, via via, si è scivolati di nuovo lungo quel piano inclinato che porta a quella demonizzazione che non fa bene: è come un virus che si inocula nella dialettica democratica, un virus dal quale io cerco sempre di mantenermi immune.
«Senza vincolo di mandato», scolpirono i nostri lungimiranti padri costituenti: tanto lungimiranti che quest'articolo della nostra Carta costituzionale, l'articolo 67, sembra scritto per l'oggi, in cui tutto il sistema politico rivede il proprio equilibrio e ridisegna prospettive e direzione di marcia, ben oltre le ormai superate e logore categorie ideologiche. Pezzi di maggioranza che si collocano all'opposizione; per altri, percorso inverso: tutto è in movimento, e allora - a mio avviso - bisogna riposizionarsi lungo le linee di ricomposizione di un progetto politico utile al Paese ed in cui ci si riconosca.
In questa logica, solo poche settimane fa ho dato la fiducia al Governo, rispondendo ad una domanda di stabilità e vincolando il mio voto ad alcuni punti programmatici. Innanzi tutto la riforma dell'Università, che ritengo un iniziale passo in avanti verso un sistema innovativo e aperto - lo dico da universitario che ben conosce i ritardi e gli arroccamenti polverosi di quel mondo - e poi il Piano per il Sud, che certamente, se ci limitiamo a criticare, rischia di rimanere sulla carta. Viceversa, bisogna spingere perché si realizzino le grandi e attese infrastrutture. Ecco, questi mi sono apparsi segnali francamente incoraggianti. Se poi vogliamo affermare che tutto quello che si dice in Aula non deve essere creduto, che bisogna fare l'esame del sangue, come se ogni cosa che si dice non sia attendibile, allora non ho molti argomenti da opporre.
Oggi siamo di nuovo qui, all'interno di una crisi economico-finanziaria internazionale severa, rischiosa, con il nostro Paese esposto alla speculazione internazionale, speculazione che ha già dimostrato, a danno di altri Paesi, di cosa è capace. Il Presidente della Repubblica ci invita alla cautela, a garantire stabilità e certezze, e tutti abbiamo condiviso lo spirito e la sostanza di queste sagge argomentazioni. Inoltre, lo stesso centrosinistra ha considerato l'eventualità di una manovra aggiuntiva di 45 miliardi di euro, che l'Europa ha per fortuna ritenuto non necessaria. Ora, questi argomenti, i rischi, le paure, rappresentano la semeiotica - per usare un linguaggio clinico - vale a dire la diagnosi. Noi però non siamo qui per limitarci soltanto alla diagnosi, ma piuttosto per assicurare la terapia ed il governo dei processi politici.
Allora, proprio seguendo il ragionamento del centrosinistra, si dice sì ad un Governo largo per rispondere alle emergenze. Largo, ma che non deve comprendere PdL e Lega, che peraltro non ci starebbero. Ed allora con chi? Il terzo polo si è sfilato, quindi i numeri in Parlamento non ci sono. Ferme restando le prerogative del Capo dello Stato, dovendo noi votare la fiducia oggi, e non domani, l'unico sbocco sarebbero a questo punto le elezioni. Ma queste sono, a mio avviso, la risposta peggiore alla richiesta di stabilità.
Avrei capito una Grosse Koalition, ma il centrosinistra respinge l'idea. Basta ricordare il Prodi dei 20.000 voti e l'offerta rifiutata, quella del centrodestra. Il Governo tecnico non esiste, non avrebbe maggioranza in Parlamento. Prima di chiederne uno largo, bisognerebbe offrire all'attuale, eletto democraticamente, quanto meno il proprio appoggio esterno, vincolandolo ad alcune riforme prioritarie. Insomma, amici e onorevoli senatori, se non mi avessero cacciato ieri, me ne sarei andato via oggi. (Applausi dal Gruppo PdL).
Dell'istituto della sfiducia costruttiva, previsto in tutte quelle riforme istituzionali di cui si parla, non si vede nemmeno l'ombra.
E allora, a mio parere - ed è questa la valutazione politica - la migliore risposta alle speculazioni in agguato è un Governo con un largo impianto parlamentare, che è comunque sempre meglio di una turbolenza senza soluzione.
A Napoli, la mia amata città, ferita - la senatrice Incostante mi consenta tale valutazione che, naturalmente, fa salva la dignità della persona - da dieci anni di amministrazione Iervolino, degnissima persona ma il peggior sindaco della nostra gloriosa storia (Applausi del senatore Bruno), della cui candidatura e ricandidatura è responsabile Bassolino...
INCOSTANTE (PD). Questo è vero!
VILLARI (Misto). ...il Governo ha offerto una sponda. Non sempre una sponda risolutiva, ma comunque ci ha messo la faccia e non si è tirato indietro, mentre avrebbe potuto farlo. Così come è apprezzabile lo spirito solidaristico di quelle Regioni che danno sollievo all'emergenza rifiuti che ci affligge. Vogliamo limitarci all'elenco delle responsabilità, oppure marciare compatti verso la soluzione definitiva del problema?
INCOSTANTE (PD). Vogliamo marciare compatti!
VILLARI (Misto). Ecco, certamente, noi dovremmo, e dobbiamo, parlare dei problemi del Paese: ma chi li risolve questi problemi, dalla necessità del merito agli interventi per la crescita, al lavoro, di cui c'è necessità, alla competizione e alle liberalizzazioni?
Infine, non potendo pubblicamente affermare che chi vota Berlusconi è un minus habens, si sostiene che il Presidente del Consiglio sarebbe responsabile di tali enormità rispetto alle quali il conflitto di interessi sarebbe poco più che un'infrazione di guida senza cintura di sicurezza. Questa logica ha già interessato qualcuno in quest'Aula, e sappiamo come è finita e il fango gettato sull'immagine e sulla credibilità del nostro Paese. È la stessa logica, onorevoli senatori, che mi spinse a replicare pubblicamente a quell'esponente del PD che affermò che, nonostante l'assoluzione, Mannino rimaneva colpevole. Ci tenni allora a rappresentare come nel PD vi fosse anche chi, come colui che vi parla, gioiva dell'assoluzione, di un uomo prima che di un collega parlamentare.
Insomma, onorevoli colleghi, per non appesantire troppo la questione, quando Gimondi le prendeva da Merckx, al traguardo non diceva che il belga era dopato, ma solo che era più forte. Dopodiché, senza lamentarsi, andava via ad allenarsi ancora di più. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e del senatore Fosson).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Valditara. Ne ha facoltà.
VALDITARA (FLI). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, il governatore della Banca d'Italia Draghi ha sottolineato che l'Italia continua a crescere meno dei principali Paesi europei. È previsto, infatti, per il 2010 un più 1 per cento contro una media europea dell'1,7 per cento e un più 3,6 per cento della Germania. Incidono negativamente la scarsa competitività e l'alto debito pubblico. Il nostro Paese è composto principalmente da piccole e medie imprese che non sono strutturalmente in grado di investire in ricerca. Avrebbero dunque necessità di appoggiarsi a un sistema di ricerca pubblico di avanguardia. Più in generale, se nel 1970 il 50 per cento dei nuovi prodotti veniva sviluppato direttamente nelle imprese, oggi, nel mondo, il 70 per cento è creato nelle università.
La Germania, che pure ha un sistema di grandi imprese teoricamente autosufficienti, investe ulteriori 10 miliardi di euro in cinque anni nel finanziamento all'università e alla ricerca. I tedeschi hanno fatto tagli pesanti alla spesa pubblica, ma hanno destinato nuove risorse all'innovazione. Così ha fatto la Gran Bretagna, e così sta facendo persino la Grecia. Non parliamo poi degli USA. In Italia noi, e ancora in questa manovra economica, siamo andati in senso contrario. Grazie a Futuro e Libertà e alla minaccia di non votare la legge di riforma dell'università, siamo riusciti a ridurre tagli che avrebbero chiuso il nostro sistema di ricerca e di istruzione superiore; ma per il 2011 rimangono tagli per 265 milioni di euro, e altri 500 milioni sono previsti per il 2012, tagli che si vanno ad aggiungere a quelli fatti lo scorso anno del valore di 300 milioni.
È singolare che ciò avvenga proprio quando si fa una riforma importante come quella dell'università, su cui Futuro e Libertà ha garantito un apporto di idee leale e positivo, rendendo decoroso un disegno di legge che, nella bozza originaria, prevedeva, per esempio, addirittura la presenza maggioritaria nei consigli d'amministrazione di rappresentanti dei sindacati e di portaborse degli amministratori locali, che rischiava cioè di trasformare le università in nuove ASL. È ancora più singolare la scarsa attenzione al tema degli investimenti in ricerca, se si pensa che, proprio nell'allegato III alla manovra del luglio 2009, il Governo ha riconosciuto che il numero di professori e ricercatori in Italia è inferiore alla media OCSE. Le mediocri posizioni nei rating internazionali delle nostre università sono dovute in primo luogo all'inadeguato rapporto tra docenti e studenti.
Avevamo detto con chiarezza dall'inizio della legislatura, e lo abbiamo ribadito due mesi e mezzo fa intervenendo sulla mozione di fiducia, che dopo i tagli e le razionalizzazioni degli scorsi anni era arrivato il momento di investire per rilanciare la competitività del Paese. Tutto questo non si è fatto ed è grave: l'Italia, come ha ammesso sempre la relazione ministeriale dello scorso 2009, è la penultima fra i Paesi OCSE per investimenti in ricerca e istruzione superiore.
L'università ha fatto la sua parte, accettando una giusta, drastica contrazione dei corsi di laurea, che nel 2011 saranno di poco superiori a quelli della Spagna; una decurtazione, a mio avviso ingiusta, delle retribuzioni dei docenti; un anticipo dell'età pensionabile; il blocco del turnover; la riduzione delle sedi; una riforma che elimina l'autoreferenzialità. Il Governo non ha però mantenuto le sue promesse.
Altrettanto deludente è la politica scolastica. La riforma del reclutamento, la vera riforma del nostro sistema scolastico, destinata a formare e selezionare in modo meritocratico i docenti, giace ormai da due anni in Commissione e sembra oggettivamente impraticabile fino a quando non si avvierà a soluzione il problema del precariato. Il Ministero non è ancora riuscito a dare cifre certe nemmeno sul numero dei precari. Manca una qualsiasi strategia. Cosa si vuole fare di coloro che sono iscritti nelle graduatorie ad esaurimento? Si è detto che non potranno essere assunti: sarebbe una grave ingiustizia verso chi da tempo già insegna, peraltro sottopagato. È un problema sociale enorme che non si ha il coraggio di affrontare rinviando qualsiasi decisione e così bloccando quelle riforme indispensabili per il rilancio della scuola italiana.
Futuro e Libertà per l'Italia ha proposto di consentire il pensionamento con due anni di anticipo di coloro che si sentano demotivati: secondo calcoli confermati dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, questa misura avrebbe avuto un impatto di appena 40 milioni di euro in 3 anni, perché un giovane costa meno di un anziano e perché ai precari si paga comunque l'indennità di disoccupazione. Questa riforma avrebbe liberato presuntivamente 15.000 posti all'anno. Anche il Ministro ne ha riconosciuto l'efficacia, ma al dunque non se ne è fatto nulla, tradendo le speranze di decine di migliaia di persone e la possibilità concreta di superare una volta per tutte l'anomalia italiana del precariato scolastico. Si è detto che non c'erano i soldi. Peccato che, nel contempo, si dovranno pagare centinaia di milioni di euro per far fronte alle multe per le infrazioni sulle quote latte causate da un emendamento della Lega.
L'altra grande riforma della scuola è quella di legare le retribuzioni ai risultati e al merito. L'abbiamo scritto nel programma e tuttavia, nella manovra di luglio, i soldi derivanti dai risparmi sugli organici, che avevamo destinato a premiare gli insegnanti più bravi, sono stati usati per restituire gli scatti automatici di stipendio che il Governo aveva precedentemente tagliato.
Per quanto riguarda la spesa pubblica, nelle scorse settimane il Gruppo FLI ha presentato un disegno di legge costituzionale per accorpare i Comuni e sopprimere le Province. Stava nel programma elettorale del PdL. Quando, nel luglio scorso, nella prima bozza della manovra, commettendo peraltro un grossolano errore giuridico, si ipotizzò con legge ordinaria la soppressione di nove Province, si calcolò un risparmio di 650 milioni di euro. Poi la Lega si oppose e non se ne è fatto più nulla, dimostrando ancora una volta che è la Lega ad avere in mano il Governo.
È continuata invece la logica dei tagli lineari, quelli che faceva già Prodi e che noi avevamo contestato duramente nella scorsa legislatura perché non individuano delle priorità, ma tagliano alla cieca. Come potrà crescere il nostro Paese se non si ha il coraggio delle scelte e se manca una visione strategica?
È arrivato il momento, signor Presidente del Consiglio, di avviare una nuova fase nella politica italiana che faccia finalmente ciò che è utile al Paese, mantenendo le promesse fatte agli elettori. (Applausi dal Gruppo FLI e del senatore Rusconi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Baldini. Ne ha facoltà.
BALDINI (PdL). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, non credo - come lei, signor Presidente, ha sottolineato - che oggi sia il momento delle polemiche e delle conflittualità; credo piuttosto che oggi sia il momento della responsabilità e della necessità di tornare alla politica che guarda agli interessi generali del Paese, al suo sviluppo e alla sua credibilità internazionale. Le piccole ambizioni, legate a piccoli interessi politici, sono estranee al bene e agli interessi degli italiani.
La maggioranza che ha sostenuto fino ad oggi il Governo Berlusconi ha garantito all'Italia una stabilità politica, mai registrata nella Prima Repubblica, ed una governabilità, che ci ha permesso di concretizzare obiettivi fondamentali per il cambiamento del nostro Paese e di svolgere un ruolo nuovo e fortemente attivo sul piano delle relazioni internazionali.
Oggi ci troviamo, non per responsabilità nostra, di fronte ad un bivio: continuare un percorso politico che può dare al Paese un cambiamento effettivo insieme al rilancio dell'economia e dell'occupazione o intraprendere la strada della crisi e delle elezioni anticipate. Una terza via non è data, perché sarebbe quella del Governo degli sconfitti, di coloro che, eletti da una parte, passano dall'altra parte, e ciò costituirebbe una gravissima violazione delle più elementari regole democratiche.
Una crisi al buio, dopo la quale iniziare una trattativa per modificare l'attuale legge elettorale e rivedere alcuni punti programmatici, costituisce una soluzione assolutamente inaccettabile.
Oggi noi dobbiamo guardare avanti, archiviare una fase inutilmente conflittuale ed impedire che forze storicamente a noi antagoniste possano assestare il colpaccio che vanno inseguendo da tempo.
Siamo infatti di fronte ad una opposizione che ha inventato di tutto pur di screditare Berlusconi ed il suo Governo: ha cavalcato le amenità di WikiLeaks per inseguire modesti funzionari di ambasciata, con lo scopo di accreditare un Berlusconi stanco, portavoce di Putin, troppo legato a Gheddafi. Rispondere per noi è fin troppo facile! Non vogliamo parlare dei passatempi di autorevoli esponenti della sinistra, ma che dire della famosa merchant bank di Palazzo Chigi? Che dire di alcuni uomini della sinistra che hanno venduto la politica estera italiana andando di notte all'ambasciata sovietica a ritirare valigette piene di rubli? (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Rizzotti). Che dire di attuali esponenti della sinistra, che sono stati, quelli sì, autentici portavoce dell'Unione Sovietica contro gli interessi vitali del nostro Paese? Non credo che la stessa cosa possa dirsi nei confronti del nostro Governo.
Volendo rimanere sul terreno della politica, mi interessa sottolineare che è in atto, da parte della sinistra, il tentativo di sostituire l'attuale Governo attraverso una riedizione alla rovescia - chi ha fatto per anni il parlamentare lo ricorda - dell'arco costituzionale: prima l'arco prevedeva l'isolamento dei fascisti dell'MSI, come loro sottolineavano, mentre oggi abbiamo e avremo ex fascisti ed ex comunisti insieme per isolare ed abbattere Silvio Berlusconi ed il PdL.
Tutto ciò dovrebbe avvenire con una nuova maggioranza e con la costituzione di un Governo cosiddetto tecnico, che si vuole definire tale perché ci si vergogna a qualificarlo in termini politici, perché si tenta di coprire uno scempio elettorale, e perché i tecnici di quel Governo sarebbero solo quei politici che hanno sempre manifestato una vera tecnica nel manomettere il risultato elettorale, avendo maturato una notevole esperienza nei Governi, che nel recente passato, sono stati in piedi in assenza di ogni legittimazione democratica. Questo Governo dovrebbe cambiare addirittura come punto primario la legge elettorale. Forse ci si è dimenticati dei vecchi Governi con le vecchie leggi elettorali: Governi balneari, Governi di transizione, Governi ponte, che esponevano l'Italia al ridicolo internazionale e alla paralisi.
L'opposizione sa che il presidente Berlusconi ed il suo Governo hanno portato l'Italia ad essere un Paese strategico nei rapporti internazionali, soprattutto fra Russia e Stati Uniti d'America: due Paesi verso i quali abbiamo costruito più forti legami di amicizia e di collaborazione, e con i quali abbiamo realizzato un ponte attraverso il quale spesso sono state veicolate proposte ed iniziative che hanno favorito la soluzione di conflitti e controversie internazionali.
Quando mai è stata condotta una politica così dinamica nell'area del Mediterraneo, dove l'Italia ha trasformato rapporti difficili e conflittuali in rapporti di amicizia e di collaborazione, che hanno prodotto altresì una forte ricaduta economica per gli interessi del nostro Paese? Certo, questo non piace a quei Paesi che sono concorrenti con l'Italia, e che ancora oggi tentano di emarginare la nostra presenza e la nostra influenza; così come temono il nostro rapporto stretto con la Russia, con i Paesi dell'Est europeo, con la Cina, con l'America latina. Dobbiamo rinunciare a questa politica dinamica e di penetrazione per ritornare nelle braccia di Governi inermi, paralizzati ed inconcludenti, come quello formato fino a pochi anni fa dall'onorevole Prodi? Chi può dimenticare lo sfascio che si era prodotto nel Paese e le condizioni gravissime in cui ci è stato consegnato da quel Governo?
Oggi non è il momento della sfiducia! La sfiducia ci riporterebbe pericolosamente indietro e sarebbe un atto di grave irresponsabilità. Una crisi al buio esporrebbe il nostro Paese ai venti della speculazione internazionale e lo farebbe di nuovo precipitare in un pericoloso clima di incertezza e di instabilità. Dobbiamo invece fare ogni sforzo per ridare fiducia al nostro sistema economico, ai mercati internazionali, agli investitori esterni; dobbiamo impedire con tutte le nostre forze che il partito della crisi, dell'avventura e dell'irresponsabilità possa prevalere. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Franco Vittoria. Ne ha facoltà.
FRANCO Vittoria (PD). Signora Presidente, direi che è proprio il momento giusto per sfiduciare questo Governo: ve ne sono tutte le ragioni. E forse anche per voi, signori del Governo, è il momento di prendere atto del vostro fallimento su tutti i fronti, dal disastro economico all'etica pubblica.
È sorprendente l'arroganza con la quale avete giustificato tagli ingiustificabili, come quelli alla scuola, all'università, alla ricerca e alla cultura. Con quanta arroganza la ministro Gelmini - me lo consenta, signora Ministro - ha parlato dei docenti universitari come dei baroni, dunque da punire, e dei ricercatori come dei privilegiati, dunque da cancellare. Con quanta supponenza ha parlato degli insegnanti e della loro assunzione nella scuola come ammortizzatore sociale: dunque, per questo, da mandare a casa. Con quanta rozzezza il ministro Tremonti ha dichiarato che «con la cultura non si mangia», e così anche lui ha giustificato altri tagli, enormi ed ingenti, ai beni culturali, al cinema e al teatro.
Invece, noi siamo convinti proprio del contrario, che è senza la cultura che non si mangia. L'hanno capito bene gli studenti, che manifestano facendosi scudo con i libri, con i titoli dei classici: «Decameron», «Il principe», «I fratelli Karamazov», «Don Chisciotte», «Gomorra». (Commenti del senatore Azzollini). Gli studenti hanno capito che possono avere futuro solo se hanno cultura, se hanno studiato, se hanno delle competenze, se si sono appropriati del sapere. Altrimenti, c'è emarginazione, c'è disoccupazione. Gli studenti sanno che l'istruzione è oggi, ancora più di ieri, la migliore assicurazione sociale di cui un giovane possa dotarsi per evitare un'età adulta fatta di emarginazione, per l'appunto. Gli studenti vivono sulla loro pelle il fatto che non c'è futuro per il Paese e per loro stessi senza istruzione, senza formazione, senza ricerca e senza innovazione. Per questo difendono il loro diritto allo studio, che voi avete tagliato, come avete continuato a tagliare sull'offerta formativa nella scuola, come se non bastassero gli 8 miliardi di tagli già dal 2008. Volete proprio distruggere la scuola pubblica e lo volete fare addirittura in nome della lotta agli sprechi e in nome del merito. È davvero comico, se non fosse tragico! Tra i Paesi che aderiscono all'OCSE, siamo all'ultimo posto per la percentuale di spesa in istruzione. Dunque, il problema certamente è riformare, ma non distruggere.
Lo stesso vale per l'università. La ministro Gelmini si è vantata di aver reperito nuove risorse, necessarie al funzionamento minimo dell'università, ma ormai lo sanno tutti che non di nuove risorse si tratta, ma soltanto di un reintegro parziale di risorse già tagliate. Parziale, dal momento che mancano ancora 300 milioni alle somme dovute per il 2011. Si pretende di fare una riforma, che viene definita epocale, riducendo le risorse. Forse per voi bastano i Bignami offerti dal CEPU, così affettuosamente visitato e trattato dal nostro Presidente del Consiglio, come se fosse la «Bocconi» di Milano.
Senza risorse, ministro Bondi, crolla Pompei, uno dei simboli universali della nostra storia, simbolo anche, purtroppo, della crisi civile in cui siamo piombati con il berlusconismo. Crolla il turismo, un pilastro della nostra economia. I beni culturali, tesoro del nostro Paese, vengono gettati nell'incuria. Nelle istituzioni culturali si sta facendo un deserto. Istituzioni di prima grandezza, come biblioteche nazionali, archivi, istituti culturali, Accademia della Crusca, sono in enormi difficoltà, semichiuse o in procinto di chiudere se non si inverte la tendenza, fondata sulla vostra illusione consapevole che la cultura possa essere affidata al mercato, che la si possa privatizzare. Sappiamo che non è così, soprattutto senza vantaggi fiscali.
Per il cinema restano ancora solo promesse sulla conferma dei benefici introdotti dal centro-sinistra, come tax credit e tax shelter. Il Fondo unico per lo spettacolo è ridotto ad un'inezia, ma così si mortifica la creatività e la produzione culturale di cinema e spettacolo. Evidentemente per voi, destra al Governo, la cultura deve essere solo quella televisiva, leggera, acritica, che non faccia funzionare troppo il cervello. Forse per questo una trasmissione intelligente come quella di Fazio e Saviano vi ha dato tanto fastidio (Applausi della senatrice Marinaro. Commenti dal Gruppo PdL) perché risponde a quell'opinione pubblica più esigente, stanca del berlusconismo, che tutto appiattisce perché vuole un'Italia mediocre e cittadini rassegnati. Ma l'Italia vera, operosa, onesta si sta svegliando, reagisce e vuole mandarvi a casa.
Meritano ascolto e non ironia, signor Presidente del Consiglio, gli studenti che manifestano, magari anche sui tetti, insieme con i loro docenti e i loro insegnanti, gli operatori del cinema e dello spettacolo, dei beni culturali, della televisione pubblica. Si chieda perché lo fanno e non parli, anche lei, di difesa di privilegi, per favore, perché diventa davvero patetico. (Applausi dal Gruppo PD).
Non si può governare se non si è in grado di fare scelte e di stabilire le priorità su cui investire, e non si può disinvestire da settori chiave per lo sviluppo e la competitività del Paese, come la ricerca scientifica, l'innovazione, il sapere e la cultura. Averlo fatto è la più grande miopia di questo Governo, che si rivela sempre più inadeguato ai bisogni del Paese.
La sua retorica rassicuratrice, signor Presidente del Consiglio, non riesce più a camuffare e a nascondere il totale fallimento di una politica populista, centrata sull'Unico e sui suoi problemi con la giustizia, col fisco, con le associazioni segrete. Per questo è necessario ed urgente chiudere questa pagina deprimente ed aprire una fase nuova che dia fiato e speranza all'Italia, almeno per responsabilità verso i nostri giovani. (Applausi dal Gruppo PD e dal senatore Pardi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fantetti. Ne ha facoltà.
FANTETTI (PdL). Signora Presidente, illustre Presidente del Consiglio, illustri membri del Governo, onorevoli colleghi, intervengo a nome degli italiani all'estero che ho l'onore di rappresentare, in particolare quelli della Circoscrizione Europa, e di concerto con i colleghi eletti nel Nord America e nel Sud America. Gli italiani all'estero costituiscono un patrimonio dell'Italia: sono decine e decine di milioni di persone che continuano a guardare al nostro Paese con immutato affetto e con attenzione. A questi italiani il Governo Berlusconi ha garantito credibilità internazionale.
Potrei consegnare agli atti della seduta odierna il testo del mio intervento del 30 settembre per ribadire la fiducia al Governo, ma vorrei estendere il discorso all'orgoglio degli italiani all'estero rappresentati dal Governo Berlusconi, alla gestione sana e efficiente della crisi internazionale, all'autorevolezza dimostrata nei consessi internazionali; in particolare, per esempio, all'opera che ha portato al riavvicinamento tra la Federazione russa e la NATO, nonché, ed è di questi giorni, all'opera che, attraverso la proposta del ministro Tremonti e del ministro Juncker, potrebbe portare, sui mercati internazionali di capitali nei quali noi siamo particolarmente esposti, alla creazione di un'entità che rappresenti l'Unione europea e che garantisca su quei mercati le obbligazioni espresse in euro. Queste sono testimonianze dell'autorevolezza di questo Governo nei consessi internazionali, di cui noi italiani all'estero siamo particolarmente orgogliosi.
Noi abbiamo difficoltà all'estero a spiegare certe anomalie italiane. Abbiamo difficoltà a spiegare che, unici nel consesso dei Paesi occidentali civili, abbiamo un ordinamento giudiziario in cui l'accusa e il giudizio coincidono. Abbiamo difficoltà a spiegare che la Seconda Repubblica, di cui tutti vanno parlando, non coincide con una modifica particolare della Carta costituzionale.
E allora, quando dobbiamo entrare in queste argomentazioni, dobbiamo dare degli esempi sulla novità di questa fase: uno di quelli più calzanti è proprio il fatto di poter eleggere un Governo e una maggioranza in Parlamento sulla base di un'indicazione chiara del voto da parte degli elettori, cosa che non è mai successa prima nella nostra Repubblica. E questa indicazione del voto non può che dettare dei limiti di coerenza e di efficacia al cosiddetto vincolo di mandato. Quindi, riteniamo particolarmente irresponsabile e incoerente che in una situazione che, anche dal punto di vista legale e costituzionale, è cambiata, con questa indicazione che viene data al momento del voto, qualcuno possa, nel mezzo della legislatura, cambiare idea, di settimana in settimana, e travolgere quel percorso molto importante di riforme di cui il Paese necessita.
Riforme che si spiegano da sole perché, quando all'estero siamo costretti a difenderci dall'accusa che la nostra migliore università, quella di Bologna, l'università più antica del mondo, è al 189° posto nelle classifiche internazionali, è imbarazzante. E tanto più imbarazzante allora è dover spiegare che, mentre finalmente il nostro Governo, il Governo Berlusconi, è riuscito a mettere mano ad una riforma, e di fronte ad una crisi occupazionale che il Governo è riuscito a contenere a livelli più che accettabili, estendendo la cassa integrazione, dando lavoro e garantendo livelli di benessere e di consumo che altrove, ahimè, si sono persi, non si comprenda che ciò è una conseguenza diretta del fatto che lei, Presidente, è uno dei pochissimi leader politici italiani che ha lavorato e che ha dato lavoro. Questo fatto la accomuna a tutti gli italiani all'estero che in tutto il mondo, a prescindere da quando sono emigrati, hanno questa caratteristica essenziale: lavorano, sono dei lavoratori. Non si emigra se non per andare a cercare un lavoro, o un lavoro migliore.
Siamo estremamente orgogliosi dell'operato del Governo e delusi dal fatto che un nostro parlamentare, che ci riporta indietro negli anni ad un salto nel buio, in cui il dettato della volontà popolare non viene realizzato coerentemente, possa interrompere questo percorso. Ribadiamo dunque la fiducia al Governo e auspichiamo che tra queste riforme si possa portare avanti anche quella più specificamente diretta ai tanti giovani italiani che devono emigrare. Mi riferisco in particolare al disegno di legge approvato alla Camera e poi in Commissione al Senato sugli incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori italiani. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà.
BONINO (PD). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, radicali liberali e laici quali siamo, noi non abbiamo mai partecipato al clima da stadio che da tanto tempo connota nel nostro Paese il cosiddetto dibattito politico, e ancor meno l'abbiamo alimentato, clima alla stregua del quale da una parte ci sarebbe lei, e solo lei, quale artefice di tutti i mali in cui sprofonda il Paese, e dall'altra un'affollatissima coorte di salvatori della Patria dai comportamenti irreprensibili e dalle coerenti pratiche democratiche. Se il contesto fosse questo sarebbe tutto più facile. Basterebbe, tanto per dire, un regicidio, ovviamente non violento: ma secondo noi non è così.
Il problema è che in questo Paese non c'è democrazia, nel senso che vige da tempo una forma di democrazia reale che imperversa, come altrove ha imperversato il socialismo reale. Il male italiano, la peste italiana come noi la chiamiamo, nei suoi aspetti più macroscopici ed evidenti come in quelli minori o banali, per dirla con Hannah Arendt, viene da più lontano, da prima ancora che lei si affacciasse sulla scena politica, sicché lei non è che il prodotto - il più evidente - del sistema partitocratico e antidemocratico che da decenni occupa questo Paese "sgovernandolo".
Noi affermiamo che lei è stato ed è un formidabile acceleratore della preesistente disgregazione istituzionale, politica e civile che è sotto gli occhi di tutti in Italia e non solo, ma - lo ripeto - in quest'opera lei, signor Presidente del Consiglio, non è, e non è stato, solo.
Lei ha incentrato la politica estera italiana sulla Russia e soprattutto sulla Libia con l'entusiastico sostegno di gran parte del ceto politico di Governo e di opposizione, salvo lodevoli eccezioni, tralasciando l'Europa come un inutile fardello e consentendo anzi ad illustri suoi alleati di spargere euroscetticismo a piene mani.
La necessaria ed urgente riforma della giustizia si è tradotta in alcuni provvedimenti ad personam ed è stato consentito che sulle carceri nessuna politica seria potesse vedere la luce, piegandosi ad un'alleanza trasversale, dalla Lega a Di Pietro passando per il PD, che ha svuotato la legalità ed ha aggravato ulteriormente l'affollamento disumano delle nostre carceri, mentre perdura l'indifferenza totale riguardo alle condizioni intollerabili degli ospedali psichiatrici giudiziari.
Sui diritti civili, che sono in realtà enormi problemi sociali, lei ha testardamente portato avanti una politica di licenze private e di pubblici divieti, per cui in questo Paese tutto è proibito, e dunque tutto è consentito e praticato, purché nella clandestinità e nell'illegalità.
Il suo Governo non ha inventato, ma ha sicuramente ingigantito pratiche e omissioni per le quali sono ormai illegali persino le procedure elettorali, dove le regole da voi sottoscritte vengono sistematicamente violate senza che questo susciti scandalo né a destra, né a sinistra.
Non parliamo poi del sistema radiotelevisivo, pubblico o privato che sia, o del finanziamento pubblico dei partiti, scandalosamente moltiplicato, gonfiato, totalmente opaco che vi ha visti entusiasticamente uniti contro la volontà popolare quale si è espressa sin dal referendum del 1979.
Sicché la nostra convinzione è che siamo di fronte a una crisi di sistema, a una crisi di regime, che non si può né combattere né superare guardando semplicemente indietro a vecchi equilibri partitocratici o consentendo magari un ritorno al proporzionale, utile solo per rimettere qualche formazione - centrista, appunto - al centro di future combinazioni di Governo, oppure proponendo improbabili Governi, definiti di scopo, di armistizio, insomma, di unità nazionale, per intenderci: formula sempre pronta quando l'incapacità, l'impotenza o l'irresponsabilità riducono la politica a scaricare i problemi sul Paese, sulla gente e sui cittadini.
Da giorni noi radicali stiamo cercando di dire, inascoltati nell'assordante bailamme che ci circonda, che responsabilità impone di guardare oltre al voto di domani, perché, seppure lei otterrà la fiducia per una manciata di voti, si aprirà comunque uno scenario di fragilità ulteriore, possibilmente peggiore di quello che abbiamo vissuto fino a oggi.
Molte energie, signor Presidente, sono state spese su nostre presunte e inconfessabili trattative sottobanco. Noi abbiamo dialogato con tutti e lo abbiamo fatto con trasparenza e alla luce del sole, e ringrazio l'onorevole Bersani per averci dato atto, a differenza di tanti, della sua parte politica e non solo, che non siamo mossi da mediocre interesse di potere e ci muoviamo per obiettivi ideali politici chiari. L'unico prezzo che possiamo concepire non riguarda noi ma l'interesse del Paese, e io comprendo l'irritazione con cui tanti amici, anche a sinistra, accolgono le nostre denunce della degenerazione partitocratica della nostra democrazia.
Ma forse sarebbe più utile se si accettasse il confronto su questi problemi, perché esistono dei prerequisiti, che non sono né di destra, né di centro, né di sinistra, senza i quali la democrazia è divenuta un guscio vuoto, ed è urgente chiedersi cosa si possa fare per riconquistare condizioni minime di legalità repubblicana, di Stato di diritto, che il sistema di potere ha travolto e avvilito. È su questa lunga degenerazione partitocratica che lei si è inserito con forza devastante, ed è per questo che non basta sfiduciarla e metterla in minoranza per cambiare davvero pagina, per passare da questo bipolarismo partitocratico ad una democrazia compiuta, da un Parlamento di nominati ad un Parlamento di eletti, nel senso alto e nobile della parola.
Noi radicali quindi vivremo la giornata di domani senza particolari patemi d'animo, preoccupati soprattutto da quello che avverrà dopo il voto, dopo queste sterili schermaglie, se tutto ciò non sarà servito neppure a far risvegliare nel Paese una coscienza collettiva che consenta di affrontare una crisi di sistema, di regime, che rischia di travolgere tutto e tutti senza distinzioni di parte. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gallo. Ne ha facoltà.
GALLO (PdL). Signora Presidente del Senato, carissimo Presidente del Consiglio, illustri rappresentanti del Governo, onorevoli senatori, viviamo un periodo incerto e difficile, in cui una inspiegabile, e sicuramente inaspettata, crisi politica si è associata ad una drammatica e pesante crisi finanziaria ed economica. La loro confluenza ha generato un ciclone improvviso, di portata eccezionale, che rischia di mettere in ginocchio l'intero sistema Italia. Ritengo che il Governo abbia, sin qui, dato prova di grande capacità e competenza, e i riconoscimenti e gli apprezzamenti che gli sono stati riservati per come ha saputo destreggiarsi in un mare in tempesta ne sono una prova tangibile.
Non è stato certamente semplice gestire nel 2008, in anticipo e con lungimiranza, la crisi finanziaria internazionale che ha portato al collasso il sistema bancario americano e l'intera economia occidentale. Ed invero, solo l'azione mirata del Governo ha garantito la messa in sicurezza dei conti, la solidità del sistema bancario (che ha retto benissimo), il risparmio degli italiani e la coesione sociale.
È opportuno sintetizzare i brillanti risultati già ottenuti dal Governo: gli interventi per i rifiuti in Campania, il salvataggio dell'Alitalia, le misure innovative adottate per il terremoto in Abruzzo, la grande quantità di risorse impegnate e utilizzate per gli ammortizzatori sociali. Nel campo della sicurezza e della lotta alla criminalità, inoltre, i risultati ottenuti non hanno precedenti. Gli italiani hanno apprezzato l'azione del Governo, e il rinnovato consenso elettorale ottenuto nelle elezioni europee e nelle regionali di pochi mesi fa ne è la conferma.
Proprio per questi motivi è difficile spiegare agli italiani le ragioni di questa inaspettata crisi, specie alla luce dell'ampia fiducia registrata dal Governo appena due mesi fa, superiore persino a quella ottenuta al momento dell'insediamento, con l'approvazione dei noti cinque punti programmatici in entrambe le Camere.
Uno di essi, il Piano per il Sud, è stato varato lo scorso 26 novembre, in linea con gli impegni assunti. Il Governo ha preso atto dell'esistenza in Italia di un'economia duale, di un Nord perfettamente integrato in Europa, in termini di produzione e servizi, e di un Sud in ritardo che stenta a recuperare. Finalmente quello del Mezzogiorno è stato affrontato non più come problema meridionale, ma come questione nazionale. Non sono stati più previsti interventi dispersivi a pioggia, ma ingenti risorse vengono concentrate su obiettivi strategici. Un Piano che guarda in tutte le direzioni: alla ricerca, all'innovazione, alla scuola, all'università, alla sicurezza, alla fiscalità di vantaggio, al sostegno alla piccola e media impresa, all'agricoltura, al turismo, alla Banca del Mezzogiorno, alle infrastrutture. Di particolare rilievo è la previsione della realizzazione dell'Alta velocità - Alta capacità su tutto il Corridoio 1, sino a Palermo, e il collegamento del Corridoio 1 con il Corridoio 8 da Napoli a Bari, con prolungamento fino a Lecce e Taranto.
La mozione approvata dal Senato nell'aprile dello scorso anno, di cui ero primo firmatario, non è più dunque solo un'occasione di confronto in Aula sullo stato delle infrastrutture: con il Piano, diventa un preciso impegno di tutto il Governo. L'altra faccia del Piano è il federalismo che procede in parallelo affinché una nuova classe dirigente, preparata e responsabile, garantisca l'ottimizzazione della spesa e l'uso delle risorse nel Mezzogiorno. Non a caso è stato previsto per le Regioni inadempienti il ricorso ai poteri sostitutivi da parte dello Stato. Ritengo, perciò, che non ci sia più spazio per strumentalizzazioni di sorta e che il Piano per il Mezzogiorno possa essere considerato, a ragione, una finanziaria a latere che integra il patto di stabilità già approvato e che, quindi, si possa essere ragionevolmente ottimisti per il prossimo futuro.
Qualcuno in Aula forse potrà chiedersi: quale futuro? È vero. Al richiamo del Capo dello Stato al senso di responsabilità di ognuno di noi per l'approvazione della manovra finanziaria fa eco ora la necessità assoluta di tenuta della maggioranza di Governo, per poter garantire la stabilità finanziaria senza la quale non è ipotizzabile alcun futuro di crescita. Perciò, anziché ricercare ora ostinatamente una inutile e sterile resa dei conti, è necessario impegnarsi ad uscire definitivamente dalla crisi e puntare decisamente al rilancio dell'economia.
E in questa direzione va l'appello alla governabilità rivolto a tutte le forze politiche dalle associazioni di categoria, dagli imprenditori e dai sindacati. Ed è per questo che rivolgo un sincero appello agli amici di Futuro e Libertà ad accantonare gli interessi di parte facendo prevalere quelli degli italiani ed a confermare, quindi, al Governo la fiducia registrata in quest'Aula a settembre. Si sta decidendo il destino di questa legislatura e non possiamo deludere i nostri elettori. I giochi di Palazzo e i ribaltoni non saranno consentiti.
È forse superfluo aggiungere che, visto che se un sindaco non ha più la maggioranza per amministrare si deve tornare automaticamente al giudizio degli elettori, ciò non può che valere, necessariamente e ancor più, per il Presidente del Consiglio.
Mi è stato insegnato sin da ragazzo che la politica è l'arte del possibile, e al momento l'unica strada percorribile è quella di confermare con convinzione la fiducia al presidente Berlusconi per garantire la governabilità, la stabilità e la ripresa economica delle quali ha bisogno la Nazione. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Garavaglia Massimo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cosentino. Ne ha facoltà.
COSENTINO (PD). Credo siamo tutti convinti, signora Presidente, colleghi, che, al di là delle dichiarazioni, degli slogan, dei manifesti preelettorali, delle opposte tifoserie, il Paese davanti a noi è un Paese stanco, incerto, incerto sul suo futuro, diviso. Ed è un Paese che richiederebbe, forse, da parte di tutti, un salto, un'ambizione verso il futuro che non c'è in questo sfilacciato dibattito sulla fiducia. È un Paese, solo per fare due esempi, che vede il Nord e il Sud sempre più lontani, non solo nei redditi ma nella vita civile, nelle condizioni di diritti negati, nelle prospettive di sviluppo, di futuro. Ed è un Paese che vede le generazioni, giovani e anziani, sempre più lontane le une dalle altre. Fate il conto di che cosa sarà la pensione di un ragazzo di 30 anni, precario, che non sa quando smetterà di esserlo, nel momento in cui avrà l'età della pensione, e capirete quanto è diviso questo Paese.
Io penso che occorrerebbe un Governo capace non di dividere ma di unire. Occorrerebbe un Governo capace di indicare all'Italia un orizzonte, di fare appello a tutte le energie del Paese, di guardare lontano. Questo Governo oggi non c'è, e ne è la prova, se posso dirlo con una battuta, anche il fatto che il Presidente del Consiglio dei ministri si è rivolto questa mattina esclusivamente alla sua maggioranza ed al suo elettorato. Non c'è stata mai una capacità di guardare anche a quella parte del Paese che, non d'accordo con il Governo, avrà peraltro anche qualche buona ragione, qualche interesse che rappresenta, che difende idee, valori, bisogni di questa società italiana. C'era solo un inciso, molto formale, probabilmente aggiunto a penna al discorso del presidente Berlusconi dall'ottimo sottosegretario Letta, tanto per far finta che si parlasse anche all'opposizione.
Credo, colleghi, che questo sia il vero nodo che noi abbiamo di fronte: la necessità, in una condizione difficile per l'Italia, di smetterla di dividere e di litigare.
Io non so se il Governo avrà la fiducia, né conosco la forza dei sonanti ragionamenti e degli argomenti che vengono usati in queste ore per solleticare il senso di responsabilità di qualche deputato di ventura. So tuttavia che questa maggioranza non è in grado oggi di parlare all'intero Paese. È chiusa dentro se stessa, dentro il proprio litigio, dentro i propri scontri. Eppure è di questo che avremmo bisogno.
Presidente, le faccio qualche esempio. Per quanto riguarda l'università, la proposta di riforma approvata in un ramo del Parlamento può essere diversamente valutata. C'è chi può sostenere, con buone ragioni, che ci sono tanti fatti positivi, innovativi; c'è chi sostiene, come la nostra parte, che mancando le risorse necessarie c'è il rischio che anche le cose buone spariscano nel nulla e quindi si lascino le cose come stanno. Ma c'è un punto che a me sembra vada al di là della diversità delle opinioni politiche di maggioranza ed opposizione: si può fare una riforma di questa natura senza riuscire a costruire un dialogo con l'opposizione, con gli studenti, con gli insegnanti, con i ricercatori? Sarà in parte anche colpa nostra: ma sarà solo colpa nostra? È possibile pensare alla riforma della giustizia, senza un dialogo con gli operatori della giustizia? È possibile pensare alle scelte che questo Paese ha davanti a sé, senza fare un appello all'Italia per provare ad andare avanti, chiusi nello scontro interno ad un ceto politico e ad un Palazzo?
Volete un secondo esempio? La crisi, che non è certo dovuta all'opera del presidente Berlusconi ma è una crisi internazionale, ci costringe a tagliare: tagliamo, pesantemente, tagliamo in modo lineare, tagliamo nei servizi pubblici di trasporto, sui treni dei pendolari, sugli autobus che portano la gente che lavora in ufficio; tagliamo perché è necessario tagliare. Ma, Presidente, il fatto che l'azienda di trasporto della città di Roma, mentre è costretta a tagliare i servizi ai pendolari, assuma 800 persone, tra cui cubiste, ballerine, segretarie, amanti e mogli, come se fosse una cosa normale, senza che ci sia nessun distinguo da parte della maggioranza, è giusto, è possibile? (Applausi dal Gruppo PD).
Voi potete dire che non c'è da parte dell'opposizione alcuna capacità di dialogo rispetto alle cose che si fanno. Le cito un esempio, Presidente: la Commissione igiene e sanità del Senato ha approvato un documento sul federalismo in sanità. L'abbiamo approvato tutti insieme: è un documento dove ci sono i principi, le regole, le scelte da fare, gli indirizzi, e il Ministro della salute ha espresso parere favorevole su quel documento, che è stato approvato. Uno degli aspetti che in esso si prevede, per esempio, è che i direttori generali che vengono nominati nelle Regioni indebitate abbiano caratteristiche di qualità, professionalità, garanzia di indipendenza: siano persone all'altezza, riconosciute da tutti.
Poi leggo che è stato nominato, per esempio in questa Regione, un direttore generale che era già stato condannato in via definitiva dalla Corte dei conti per un gravissimo danno erariale. Era proprio l'unico che potevate scegliere? Un altro, poveretto, mentre i suoi colleghi venivano arrestati era coinvolto in un incidente di moto e gli uscivano dal cassonetto mazzette di banconote in contanti. Anche lui era l'unico che si poteva scegliere?
ASCIUTTI (PdL). Prendi esempio dall'Umbria!
COSENTINO (PD). Non mi interrompa, collega, sto riflettendo sul fatto che sarebbe necessario un clima diverso nel Paese.
Non so come finirà la conta dei numeri alla Camera; so, Presidente, che il Paese ha bisogno di altro. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gramazio. Ne ha facoltà.
GRAMAZIO (PdL). Signora Presidente, credo che in quest'Aula sia necessario essere chiari nei riguardi di questo Governo. Io appartengo ad un mondo che, nel condurre la sua battaglia politica, ha mostrato sempre chiarezza di scelte e di impegni politici; una chiarezza che appartiene alla storia e alla tradizione della destra politica italiana: una destra che ha fatto una scelta, quella di condividere, già nel lontano 1994, con il proprio schieramento politico, una grande alleanza che portò alla sconfitta nel campo politico della macchina politica della sinistra.
Fu un'alleanza forte, quella tra Forza Italia e Alleanza Nazionale: fu un momento particolare delle scelte politiche italiane. Un'alleanza che poi vedeva, nel Nord, affiancata la Lega, mentre, nel Sud, una vecchia storia, una vecchia tradizione, quello che fu, prima, negli anni passati, il Movimento Sociale Italiano e poi Alleanza Nazionale, nei riguardi di questo Governo.
Noi siamo entrati - voglio ricordarlo - nel Popolo della Libertà non perché obbligati, ma perché la nostra scelta veniva da una posizione politica, ossia quella di essere usciti dall'isolamento politico e di trovare larghe alleanze per rappresentare quel polo dei moderati che oggi è degnamente e giustamente rappresentato da Silvio Berlusconi. Il Presidente ha ricordato, nel suo intervento, che i moderati sono quelli che hanno cambiato il volto di questo Paese e di questa Nazione, scendendo in campo. Noi apparteniamo a quella tradizione politica - presidente Berlusconi e colleghi che non sono più con noi all'interno del Popolo della Libertà - che, quando prende impegni, sa di poterli portare avanti. Sa di poter condividere e di fare scelte.
Per questo motivo sono onorato di parlare in quest'Aula non solo a nome mio, ma a nome di quei tanti giovani che negli anni '60 e '70 nelle piazze contestarono, difendendo Giorgio Almirante nei suoi comizi, la canea sovversiva e rossa. (Commenti del senatore Tonini). Quella canea sovversiva e rossa che voi avete sempre affiancato e protetto...
FERRANTE (PD). Devi stare zitto, fascista! Taci.
GRAMAZIO (PdL). ...quando proteggevate le Brigate rosse, quando proteggevate gli estremisti di sinistra. (Proteste dal Gruppo PD). Li avevate nelle vostre liste, quando li chiamavate...
DELLA SETA (PD). Fascista!
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia.
GRAMAZIO (PdL). ...e li portavate a contrapporsi, Presidente, alle scelte di uno schieramento politico che ha sempre condiviso i valori dell'Occidente e della libertà.
Quando voi eravate con il Patto di Varsavia, quando eravate nello schieramento politico della repressione, noi, la destra politica italiana, era con l'Occidente...
ADAMO (PD). Stavi con Pinochet tu, fascista! Stavi con Delle Chiaie.
GRAMAZIO (PdL). ...in difesa dell'Occidente, in difesa di quell'Occidente che non vi appartiene né per storia né per tradizione politica. (Applausi della senatrice Rizzotti. Vivaci commenti dal Gruppo PD).
FERRANTE (PD). Fascista!
PRESIDENTE. Onorevoli senatori, vi prego di stare calmi. Ognuno è libero di esprimersi in quest'Aula come ritiene.
GARAVAGLIA Mariapia (PD). Noi abbiamo salvato l'Italia!
GRAMAZIO (PdL). Voi eravate sul Muro di Berlino contro quelli che scappavano.
(Commenti del senatore Ferrante).
Voglio ricordare che, nella storia italiana, ci sono quelli che stavano da una parte, e penso alla sinistra che stava protetta e si faceva proteggere dai Vopos sul Muro di Berlino. Non avete mai protestato contro quegli assassinii. (Commenti dei senatori Ferrante e Baio). Anzi, eravate protettori di quella parte dello schieramento politico nella quale noi ci siamo riconosciuti.
DELLA SETA (PD). Fascista!
GRAMAZIO (PdL). È meglio dirlo e farlo capire (Commenti dei senatori Ferrante e Incostante), altrimenti si confonde una destra che è tradizione, è cultura e Occidente, con una pseudo destra di oggi che va a sinistra o che dice di essere destra e poi si allea - come ha ricordato il presidente Berlusconi - con i Gruppi della sinistra e con i partiti della sinistra. Noi siamo stati per scelta politica sempre dalla stessa parte, nella storia e nella tradizione della cultura italiana.
DELLA SETA (PD). Ma stai zitto! Fascista!
FERRANTE (PD). Buffone! Fascista!
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia, non interrompete.
GRAMAZIO (PdL). Signora Presidente, spero di poter recuperare il tempo che mi viene sottratto dalle interruzioni.
PRESIDENTE. Ho già previsto il tempo di recupero.
GRAMAZIO (PdL). Stiamo qui riscoprendo ancora una volta qual è il volto della sinistra, una sinistra che non permette e non vuole permettere... (Commenti della senatrice Garavaglia Mariapia).
DELLA SETA (PD). Fascista!
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia. Senatore Gramazio, prosegua.
GRAMAZIO (PdL). ...a chi non condivide, e non ha mai condiviso le sue scelte politiche, di protestare o di schierarsi in quest'Aula, a fianco di quel grande schieramento politico cui Silvio Berlusconi e, all'inizio, anche Gianfranco Fini avevano dato vita. Noi siamo rimasti su quelle posizioni e in quella scelta, perché condividiamo la scelta di libertà e di Occidente. (Commenti delle senatrici Garavaglia Mariapia e Baio).
DELLA SETA (PD). In galera!
FERRANTE (PD). Sei un fascista!
GRAMAZIO (PdL). Voglio ricordare che in quest'Aula, negli anni '60, i parlamentari del Movimento Sociale Italiano votarono a favore della NATO e delle grandi scelte occidentali, mentre voi votavate per gli altri, eravate dall'altra parte dello schieramento. (Commenti delle senatrici Garavaglia Mariapia e Baio).
INCOSTANTE (PD). Siamo nel 2010.
GRAMAZIO (PdL). Specialmente tu, che sei succube di quello schieramento. (Applausi dal Gruppo PdL).
BIANCO (PD). Ma ce l'hai con me?
GRAMAZIO (PdL). Signora Presidente, questo mio intervento è riuscito a scaldare l'animo di chi ormai non può scaldare nemmeno più il proprio cuore perché ha rinnegato le proprie scelte politiche e ideologiche. (Commenti dal Gruppo PD). Ecco perché sono fiero di dare il voto a questo Governo e a quel grande schieramento nel quale ci riconosciamo come uomini di destra che sono stati sempre dalla stessa parte. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni. Vivaci commenti dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pardi. Ne ha facoltà. (Brusìo). Onorevoli colleghi, vi prego di fare silenzio. (Applausi dal Gruppo PD).
PARDI (IdV). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, la questione di sfiducia era stata ampiamente anticipata alla Camera. Correre al Senato in cerca di un voto di conforto ha un qualcosa di strumentale. Prodi, nel 1998, in condizioni analoghe, non si sognò neanche di fare questa manovra, ma evidentemente è una questione di stile democratico che il Governo attuale non sa praticare. (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Perduca).
È dunque un'operazione strumentale, affrontata purtroppo - lo dico con verità - con strumenti corruttivi. Siamo di fronte a un mutamento genetico della gestione delle Aule parlamentari: la corruzione come continuazione della politica con altri mezzi. Crisi endogena alla maggioranza, si dice. C'è anche il precedente della Lega: quello che voi insistete a chiamare ribaltone fu, in realtà, un appoggio tolto dalla Lega nel 1994. Questa maggioranza è solita avere crisi endogene. Ma non è solo una crisi endogena: sarebbe una diminuzione troppo volgare quella di attribuire questa crisi soltanto a fattori interni. Questa crisi in realtà matura in un clima di crescente sfiducia all'interno della società italiana e anche nelle relazioni internazionali.
Analizziamo la sfiducia per motivi interni: riforme liberali annunciate con la grancassa e del tutto mancate. Il Presidente del Consiglio è stato essenzialmente liberale solo con se stesso: leggi ad personam, leggi "ad aziendam" favorite sfacciatamente dai suoi uomini al Governo, in una misura preoccupante che ha risonanza anche all'estero.
Operazioni clamorose, di tipo esclusivamente pubblicitario, montate ad arte e sostenute dalla grancassa dei mezzi di comunicazione in suo possesso: l'Alitalia, che tra poco dovrà ritornare ai francesi, le spazzature campane che tornano nelle strade (Applausi del senatore Perduca), la ricostruzione dell'Aquila, città che è ancora piena di macerie e che attende ancora il restauro del suo centro storico, il Ministro ad interim dello sviluppo economico, che ha trascurato per mesi interi - lunghi mesi - la crisi italiana, dapprima smentendola e poi facendo finta che non ci fosse; ed ancora, chiusure e dislocazioni di aziende; i lavoratori sulle gru (così devono oggi difendersi i lavoratori, perché non hanno mezzi specifici per far fronte alla lotta di chi si trova da solo contro la potenza dell'economia).
Invece di rilanciare la formazione e la ricerca, questo Governo l'ha tramortita, lasciandola priva di mezzi, senza un euro: non si può fare una riforma dell'istruzione senza fondi. E la riforma che voi della maggioranza dite di fare contro i baroni, in realtà consegna ai baroni tutto il potere nei concorsi. Questa è la prova provata del taglio di questa riforma! Ironizzate sui ricercatori sui tetti, ma essi sono l'ultimo baluardo della scienza, dell'indipendenza della ricerca scientifica: sono costretti a salire sui tetti perché non hanno altri mezzi. Scompaiono le borse di studio, ridotte tra il 70 e il 90 per cento, e questo significa negazione del diritto allo studio e alla conoscenza. Avanza la peggiore cultura televisiva, nell'ignoranza generale. Vengono favorite le università telematiche, l'ignoranza crassa e le lauree a pagamento.
E poi c'è la sfiducia per motivi esterni. Nelle relazioni internazionali, il ruolo e la presenza del nostro Governo sono imbarazzanti. Domina, futile, la retorica della cordialità. Capi di Stato e Ministri degli esteri che vengono trattati come clienti o fornitori dell'azienda del Presidente del Consiglio. Affari, affari, affari! Tanti affari, da sollecitare la curiosità preoccupata dei Ministri degli esteri e anche delle diplomazie dei Paesi nostri alleati. La domanda della signora Clinton è precisa: vuol sapere cosa c'è negli affari tra Berlusconi e Putin.
Ancora, relazioni oscure con dittatori. In realtà, c'è qui un'aspirazione del Presidente del Consiglio alla libertà di quei dittatori, e c'è un'immagine che lo inchioda: la fotografia in cui egli mima la mitraglietta, gesto con il quale il Presidente del Consiglio risponde alla domanda giusta della giornalista russa che chiede notizie a Putin sull'assassinio di Anna Politkovskaja. Signor Presidente del Consiglio, quella mitraglietta la inchioda, è la fotografia del suo atteggiamento nei confronti dell'informazione! (Vivaci commenti e proteste dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. Matto! Matto e bugiardo!
PARDI (IdV). L'informazione: le registrazioni di Trani in cui lei tratta come pezze da piedi i membri dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e la sua pretesa di cancellare programmi sgraditi, l'asservimento della RAI, al quale i suoi uomini danno valido aiuto, trasformata da servizio pubblico in servizio privato a suo vantaggio.
E infine, la Costituzione. Signor Presidente del Consiglio, quella che voi chiamate la Costituzione materiale non esiste. Lei non è stato eletto direttamente dal popolo. Lei è stato indicato con un triviale trucco grafico. E l'Italia non è una Repubblica presidenziale! Lei non è il Presidente della Repubblica e non potrà mai esserlo! (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Vivaci commenti e proteste dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo).
VICECONTE, sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Ma dove lo avete trovato questo?
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia!
PARDI (IdV). Signora Presidente, mi lasci concludere.
Signor Presidente del Consiglio, lei è l'uomo più ricco e potente del Paese, ma il suo stile di vita ha degli aspetti francamente miserabili. La sua retorica fallocratica svela impotenti libidini senili. Ma non è solo questo il motivo per il quale lei non concluderà mai niente! (Vivaci commenti e proteste dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo).
PRESIDENTE. Senatore Pardi, la invito a concludere.
PARDI (IdV). Signora Presidente, lei ha fatto parlare altri senatori abbastanza a lungo.
PRESIDENTE. Senatore Pardi, la Presidenza ritiene di essere equa verso tutti i senatori. Quindi, non accetto critiche sulla durata degli interventi.
PARDI (IdV). Signora Presidente, finisco: non le voglio insegnare il mestiere.
Signor Presidente del Consiglio, lei ha inquinato in profondità la vita politica italiana. Il campione del falso in bilancio e dell'interesse privato, il corruttore di magistrati, il proprietario di mezzi di comunicazione non può inquinare la massima carica dello Stato! (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni. Reiterate proteste dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
VICECONTE, sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Ma ricoveratelo!
PRESIDENTE. Colleghi, vi ricordo che ognuno è libero di esprimersi come vuole.
È iscritto a parlare il senatore Saccomanno. Ne ha facoltà.
SACCOMANNO (PdL). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli Ministri, onorevoli colleghe e colleghi, ho chiesto di intervenire in un dibattito così importante per trattare, utilizzando un linguaggio di mercato, un argomento di nicchia. Non mi soffermerò su argomenti che i colleghi hanno già affrontato, accennerò probabilmente soltanto al passaggio sulla fiducia, ma mi soffermerò su un argomento che anche la presidente Bonino ha voluto interpretare e tracciare. Mi sento personalmente impegnato, e lo farò.
Sono molti gli impegni che ella, signor Presidente del Consiglio, rappresenta in quest'Aula nel progetto del percorso di legislatura.
Molta strada si è fatta e molta strada ancora rimane da percorrere.
Ciò richiede la forte proposizione di impegni che questo Governo intende portare a termine.
Io, modestamente, come la maggioranza dei componenti di quest'Assemblea e, auspico, dell'altro ramo del Parlamento, sono a confermare una fiducia operosa, convinta, non da persona alla finestra, ma attiva e puntuale nei luoghi che il mandato richiede.
Proprio per questo ho voluto, signor Presidente, che, a fianco delle più ampie problematiche, esposte nel suo discorso e nei puntuali interventi dei colleghi, vi fosse uno spazio per un tema che non può avere spazi per contrapposizione, se non nella incisività con cui noi, parti politiche, ci sentiamo attive promotrici.
Signor Presidente del Consiglio, provengo da umili storie di vita, ma da un costante impegno sociale e politico. Non ho mai creduto, e mi sono ribellato quando qualcuno ha voluto farmi intendere che la storia, il costume, la consuetudine e la cultura delegassero ad una parte politica - e ad una soltanto - l'esclusività dei temi della salute e del sociale. Non ho creduto a questo, mi sono comportato di conseguenza - come faccio anche oggi - e i fatti mi hanno dato ragione.
Cito un esempio positivo, richiamato anche dal senatore Cosentino: nell'ambito della Commissione d'inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del Servizio sanitario nazionale, abbiamo colto all'unisono il grido di dolore di molti, le preoccupazioni su disfunzioni, inefficienze e spesso anche gli interventi positivi nel mondo della salute. Ho assunto però l'impegno in questa Commissione e, poi, in quest'Aula, pochi giorni fa, attraverso un ordine del giorno sottoscritto da tutti i Gruppi politici e accolto dal Governo - rappresentato, nella circostanza, dal sottosegretario Caliendo - che, da questo Natale in poi, avremmo chiuso il ciclo delle promesse fatte a uomini abituati ormai a non sperare.
Lei ne ha fatto un motore forte della sua azione politica: il momento della speranza. Signor Presidente, vi sono solo circa 1.300 uomini e donne, trascurati, dimenticati, «messi sotto il tappeto» - come ho detto in un'altra circostanza - perché non tanto di loro, ma della loro situazione, ci vergogniamo. Dio non voglia questo: vi sono anche alcuni che si vergognano degli uomini stessi, ma io ritengo che ella non sia l'uomo che si vergogna dell'uomo.
Certamente, dobbiamo farci carico di alcuni problemi, che sono stati mal affrontati. Questi pochi uomini, che sono circa 1.300, quindi non tantissimi nel panorama delle grandi problematiche che ella ha illustrato, possono diventare un segno efficace ed attento di un impegno sociale che comunque sottende agli interventi che ella ha voluto programmare e produrre nella sua lunga attività di governo. Ho sempre sostenuto, con avversari e con amici, che il nostro impegno sociale lo si traduce nel concreto; questa volta, per questo Natale - come ho fatto in quest'Aula - io chiedo a lei un impegno, un rigo, una parola che possa rafforzare questo nostro momento di attenzione.
Abbandono e degrado, alienazione della dignità sembrano l'unica terapia applicata per ridurre i pericoli di sicurezza a persone che languono nelle carceri giudiziarie, a malati psichiatrici che non sono trattati da malati.
Voglio solo due promesse, riproponendo il contenuto dell'ordine del giorno votato all'unanimità in Aula. In primo luogo, che per Natale 300 persone, che sono state giudicate sicure dal mondo della psichiatria che li cura e dai responsabili delle carceri, possano tornare, con l'aiuto suo e delle Regioni, alle loro case e alle cure previste nel territorio.
In secondo luogo, con solo 5 milioni - scusi la digressione, signor Ministro della giustizia - si possono realizzare interventi estremamente utili per determinare un cambiamento nella dignità di queste persone e di questi uomini: credo che non sia una spesa eccessiva. Con la collaborazione delle Regioni, l'attenzione di tutti e la sensibilità di questo ramo del Parlamento, con l'attenzione e l'umanità, signor Presidente, che mi permetto, insieme all'efficacia dei suoi interventi, di sollecitare a nome di tutti, sono convinto che in tal modo avremo dato un segnale importante per questo Natale anche da parte della politica. (Applausi dai Gruppi PdL e PD e dai banchi del Governo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Casson. Ne ha facoltà.
CASSON (PD). Signora Presidente, abbiamo ascoltato attentamente la prolusione del Presidente del Consiglio nella speranza di sentire qualcosa di concreto e di capire per quale motivo questo Governo dovrebbe continuare la propria vita. Si è trattato invece di un patetico appello rivolto agli ex membri della sua maggioranza, l'ultimo tentativo palese dopo l'occulto e vergognoso mercanteggiamento dei voti parlamentari, dopo l'osceno calcio mercato a cui tutti abbiamo assistito.
Aspettavamo qualche parola e qualche prospettiva anche in tema di giustizia, di sicurezza, di etica, di pulizia morale, oltre che ambientale, ma è chiaro che questi non sono temi confacenti alla politica di questo Presidente del Consiglio. Allora proviamo noi a ricordare in quest'Aula la rilevanza di tali temi e la necessità di procedere a riforme reali ed efficaci, per ribadire il vuoto che caratterizza la vostra azione, o meglio, inazione politica.
Quando, l'8 maggio dell'ormai lontano 2008, questo Presidente del Consiglio presentò in Parlamento il proprio programma di Governo, in materia di giustizia, pur con generiche parole, parlò - così disse in sintesi - di riforme della giustizia per aumentarne l'efficienza. E quando successivamente, ripetutamente, lui e il suo Ministro della giustizia continuarono a parlare di riforma della giustizia (anzi di grande, grande, sei volte grande riforma della giustizia), tutti nel Paese e in Parlamento si aspettavano che finalmente qualche minima, seria e concreta proposta sarebbe uscita da quel pensatoio governativo composto di avvocati e grandi consigliori del Premier.
Invece nulla, praticamente nulla, salvo dichiarazioni e parole camuffate da minacce di voler riformare il CSM, di voler separare le carriere dei magistrati, di volerli sottoporre a più rigida disciplina civile e disciplinare, di voler limitare la loro autonomia d'indagine, così come quella di poliziotti e carabinieri, tramite il blocco delle intercettazioni. E visto che c'eravate, promettevate pure di intervenire pesantemente contro la libertà di stampa.
Anche oggi il Presidente del Consiglio parla e parla, dicendo che la riforma della giustizia è pronta e che si farà. Ma quale riforma e quando? Noi del Partito Democratico non temiamo alcuna riforma: abbiamo le nostre proposte già depositate e attendiamo che la vostra maggioranza sia in grado di discuterle. Al contrario, voi di concreto avete proposto ed approvato solo una riformicchia - è già tanto definirla tale - del processo civile, che non ha risolto proprio nulla e che, inserita in un collegato alla legge finanziaria, non poteva risolvere la questione dei milioni di processi civili pendenti.
Vi vantate poi tanto della costituzione del cosiddetto Fondo unico giustizia, quando si tratta di raccontare la favola che siete il Governo del fare: Fondo unico che invece è un altro abbaglio, un'altra presa in giro. Basti ricordare come è stato a più riprese definito questo Fondo unico: mistero, fantasma, presa per i fondelli, araba fenice, fantomatico, imbroglio. Ma perché mai tanti si sarebbero presi la briga di criticarlo così duramente? A parte il fatto che in Senato, nonostante ripetuti solleciti di conoscerne consistenza e funzionalità, non abbiamo mai avuto l'onore o la soddisfazione di ricevere alcuna risposta né dai Sottosegretari né dal Ministro (pur personalmente sollecitato), siamo però riusciti a ricostruire che la cifra da voi tanto decantata di circa 2,2 miliardi di euro è da far risalire, per la parte principale, al lavoro della commissione Greco, costituita dal Governo Prodi.
Inoltre, alla data del 30 novembre 2010, grazie alle vostre défaillances burocratiche ed amministrative, ben segnalate dalla Corte dei conti (che vi ha bacchettato e che fortunatamente non è ancora finita sotto le vostre grinfie falso-riformatrici), non un solo euro è uscito dal Fondo unico. Forse usciranno dal Fondo, tra poco, ma non si sa quando, circa 70 milioni di euro a favore della giustizia (rispetto ai decantati 2,2 miliardi di euro), che non basteranno nemmeno a coprire le necessità finanziarie scaturite dalla legge approvata pochi giorni fa in tema di detenzione domiciliare e aumento del personale addetto al settore penitenziario. Un'altra bugia: siete il Governo delle fandonie, un Governo Pinocchio.
Come quando avete parlato di moralità della politica e del disegno di legge anticorruzione, ancora imboscato nei cassetti dei vostri Presidenti di Commissione. Altro che riforma della giustizia! Non siete stati minimamente in grado di migliorare il funzionamento della macchina della giustizia, continuando, da una parte, a tagliare gravemente e dolosamente le risorse - secondo la vostra politica distruttiva, risalente all'inizio di questa legislatura, con il primo Documento di programmazione economico-finanziaria, approvato nel giugno-luglio 2008, mesi prima del fallimento Lehman Brothers e dello scoppio della grande crisi finanziaria internazionale - e, dall'altra, ad incaricare il vostro Ministro della giustizia di fare semplicemente il segretario del Premier e a pensare soltanto al modo di far saltare i processi a carico suo e della cricca!
A proposito di tagli inconsulti, decisi da voi ben prima dello scoppio della crisi, tagli destinati ad arrivare nei tre anni di questo vostro Governo (se ci arriverete) a circa il 40 per cento, sia per la giustizia che per la sicurezza, cosa andrete a raccontare ai poliziotti, ai carabinieri e ai finanzieri che vi stanno tutti, sia di destra che di sinistra, fortemente e platealmente contestando, che stanno denunciando il vostro tradimento ed il fallimento della vostra politica di sicurezza? Cosa direte loro? Che è colpa del Governo Prodi? Che è colpa della sinistra? Ma se negli ultimi dieci anni, per ben otto anni l'intera Italia ha dovuto sopportare le vostre fandonie, le vostre prese in giro!
E poi sarebbe anche ora che al vostro interno cominciaste a mettervi d'accordo, perché di fronte ai problemi gravi di ingiustizia e di insicurezza, denunciati dalle forze dell'ordine, dobbiamo credere al Ministro dell'interno, che ci parla di diminuzione dei reati, o agli sbraitamenti di qualche leghista che, nel Nord dell'Italia, continua a brandire l'arma della insicurezza e della criminalità?
Quando parlate di sicurezza, un settore così delicato e a rischio, vi invitiamo a stare attenti con i numeri che fornite, perché con le statistiche non si può sbagliare. I dati e i numeri che tanto decantate in tema di arresti e denunce dicono altro. Soprattutto ci dicono che se i sequestri, le confische e le indagini andate a buon fine aumentano, il merito va dato a forze di polizia e magistrati, nonostante - aggiungerei - il vostro Governo, che voleva e vorrebbe ancora distruggere i capisaldi delle indagini (intercettazioni telefoniche e rapporti stretti e corretti tra polizia giudiziaria e magistrati).
In conclusione, dell'intero intervento del Presidente del Consiglio mi pare condivisibile solo l'accenno al fatto che la vostra posizione sia chiara. È chiaro, allora, che siete il Governo delle parole e delle immagini televisive. È chiaro che vi baloccate tra giochi di potere e di Palazzo. È chiaro che dell'efficienza e della trasparenza della pubblica amministrazione non vi importa nulla. È chiaro che dei lavoratori, dei disoccupati e di chi ha meno non vi occupate.
È chiaro per noi che la storia del vostro Governo è finita e che dovete andare a casa. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ramponi. Ne ha facoltà.
RAMPONI (PdL). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, sei mesi fa la situazione di questo Paese era stabile e apprezzata nel mondo. L'opposizione era boccheggiante e non sapeva cosa dire. Registravamo dei dati molto precisi: un deficit inferiore a quello di tutti i Paesi con i quali ci confrontiamo in Europa, una disoccupazione più bassa - lo è ancora - rispetto alla media europea, una capacità competitiva nelle esportazioni inferiore solo a quella della Germania. Non abbiamo minimamente toccato le tasche dei cittadini con nuove tasse. Il Governo è stato capace di sostenere coloro che hanno perso il lavoro, sia fisso che precario, senza per questo peggiorare la nostra condizione economica.
Dunque, una situazione stabile che, come ha detto il Presidente, ci metteva, non dalla parte del problema, ma dalla parte della soluzione del problema di stabilità europeo. Lì siamo ancora rimasti.
Presidenza del vice presidente CHITI (ore 11,30)
(Segue RAMPONI). A conferma di questo, abbiamo stravinto le elezioni di medio termine o amministrative.
Allora, egregi signori, in democrazia il controllo sul comportamento del Governo non è dato dalle chiacchiere che solitamente si fanno, accusando e denunciando disastri, ma dalla risposta del popolo. E il popolo ci ha dato un'ulteriore vittoria di secondo termine. Quindi, il nostro Governo operava in maniera apprezzabile e certamente valida, rispondendo alle promesse fatte in sede elettorale due anni prima.
Ma, a un certo punto, un atto inconsulto francamente inspiegabile ha deteriorato la nostra situazione. Ha fatto un regalo all'opposizione, la quale, a sua volta, secondo me, è rimasta sorpresa e non ha nemmeno saputo che cosa fare, che cosa proporre, se non aprire la stura ad una serie di fiducie raffigurando sostanzialmente un disastro, che con buona pace vostra non c'è. Non c'è nessun disastro in questo Paese; c'è in realtà soltanto un grosso rischio: il rischio che, per il comportamento irresponsabile di un piccolo gruppo di persone che ha tradito la fiducia ricevuta dal popolo, si possa fermare la macchina di questo Governo che - se avessi più tempo citerei l'elenco - ha realizzato tutta una serie di riforme, di modifiche, di iniziative di sostegno economico che hanno consentito, come dicevo, al nostro Paese di recitare un'ottima parte in ambito europeo. Questa è la verità, vi piaccia o non. Il rischio, però, c'è e io spero che coloro che hanno sbagliato rinsaviscano. Se non lo faranno, pazienza! Riandremo al popolo che saprà premiare chi è rimasto fermo nelle promesse. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo).
Voglio infine esprimere il mio apprezzamento per quanto il Presidente del Consiglio e il nostro Governo hanno saputo fare nei confronti del settore che più mi è caro, quale appunto quello delle operazioni di pace, delle missioni, della difesa e della sicurezza, senatore Casson! Questo è uno dei Paesi più sicuri al mondo, checché lei ne dica. Questo è uno dei Paesi che può permettersi una vita diurna e notturna, rara in tanti altri Stati europei. Questo è un Paese che è riuscito a catturare 29 dei 30 più pericolosi latitanti. Questo è un Paese in cui i turisti vengono e sono più tranquilli che in qualsiasi altro Paese del mondo. Questo è un Paese che ha garantito la presenza di 10.000 uomini nostri nelle operazioni internazionali, dando al Presidente lo strumento fondamentale dei successi che lui ha indubbiamente raccolto in campo internazionale. Il Governo non solo ha saputo fare questo ma nell'ultimo frangente, cioè nell'ultima finanziaria, ha saputo evitare di apportare quei tagli che hanno caratterizzato i bilanci della difesa di tutti gli altri Paesi europei.
Inoltre, i bilanci e il sostegno finanziario si vedono in realtà non nel bilancio preventivo, ma nel bilancio consuntivo. E il bilancio consuntivo nel sostegno alla difesa e alla sicurezza è sempre stato più che soddisfacente. Quindi, voi con le vostre prolusioni disastrose non fermerete questa macchina. Non la fermeranno quelli che hanno mancato nel rispettare la fiducia che il popolo aveva dato loro: non preoccupatevi. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Germontani. Ne ha facoltà.
GERMONTANI (FLI). Signor Presidente, se guardiamo allo scenario internazionale capiamo che ormai in pieno terzo millennio, con una folta schiera di Paesi non più emergenti ma emersi, affermati e consolidati con economie più forti della nostra, la vita economica e lo sviluppo civile di un Paese come l'Italia deve puntare tutto sul lavoro, sullo sviluppo, sulla cultura e la ricerca, sulla tecnologia e sulla proiezione internazionale delle nostre imprese.
Dobbiamo capire oggi, ad esempio, che la FIAT non c'è più, almeno come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi, e si è ormai affermata una multinazionale, la Chrysler italiana, con intese che Marchionne e la Marcegaglia sottoscrivono nella Grande Mela e non più a Torino e a Roma; e capire poi che, se la Cina registra il 12 per cento di incremento annuo del PIL e noi soltanto l'1 per cento, questo vuol dire che con questo ritmo, tra 10 anni, diciamo, potremmo essere fagocitati, dimenticati e scomparire in fondo alla lista delle Nazioni più avanzate.
Presidente, Futuro e Libertà per l'Italia negli ultimi mesi ha lanciato forti richiami per il rilancio della produttività, dell'economia e delle riforme sociali, evidenziando la necessità di un nuovo patto tra le forze sociali e industriali per fronteggiare la crisi e rilanciare la produttività. Abbiamo votato con responsabilità la manovra di luglio e, come risposta, abbiamo avuto l'espulsione del presidente Fini dal Popolo della Libertà per incompatibilità con il programma e gli obiettivi del Popolo della Libertà.
Abbiamo ancora votato responsabilmente la legge di stabilità che lei ha richiamato.
Gli obiettivi di rilancio della crescita, di salvaguardia dei posti di lavoro e di creazione di nuovi posti di lavoro, soprattutto per i giovani e le donne, di riduzione delle disuguaglianze, anche territoriali, dovevano e devono rappresentare una priorità per il Governo. Ciò non è avvenuto e, specie nel volgere degli ultimi due anni, i problemi sociali si sono ulteriormente aggravati, a cominciare dalle tante crisi aziendali, che pongono un problema non tanto di tutele quanto di ricollocazione nel mercato del lavoro, in particolare per i giovani e le donne. Per queste ultime persistono grandi difficoltà di inserimento per le grandi differenze evidenti in un Paese come il nostro, un Paese diviso in due: basti pensare che il Nord, che presenta un tasso di disoccupazione femminile di poco superiore all'1 per cento (è il caso dell'Emilia-Romagna), mentre in Calabria è oltre il 30 per cento.
Quindi, disoccupazione e aumento dell'area di inattività sono sintomi della debolezza della nostra economia e sono l'elemento di rischio maggiore sul quale intervenire immediatamente e da più direzioni. Ciò, perché la crisi globale ha mandato al tappeto il lavoro autonomo; perché dall'inizio del prossimo anno un esercito di lavoratori della pubblica amministrazione rischia di perdere il posto. L'Italia è passata da un mondo del lavoro troppo rigido all'eccesso opposto: la flessibilità. Quest'ultima è giustamente il presente e il futuro di un mondo del lavoro moderno, perché non si cristallizzi in precarietà. E quello che sta avvenendo oggi in Italia è in contraddizione con quanto avviene nel resto d'Europa, in particolare in Germania, in cui i contratti a tempo determinato sono molto ben compensati con ottimi stipendi.
Sappiamo che la domanda di personale altamente qualificato aumenterà in futuro.
E allora i cinque quesiti chiave a cui dobbiamo dare delle risposte sono: quali iniziative intraprendere per favorire l'occupazione dell'intera forza lavoro; come sviluppare e aggiornare le competenze necessarie per svolgere bene il lavoro di oggi e di domani; come rendere più efficiente il nostro mondo del lavoro; come creare nuove opportunità di lavoro qualitativamente valide e durevoli nel tempo; come affrontare la grande questione del lavoro femminile. Ecco, le risposte a questi quesiti dovranno dettare la nostra agenda politica e parlamentare.
In conclusione, per ricominciare a crescere è necessario un nuovo progetto Paese i cui assi portanti devono essere innovazione, concorrenza, qualità, conoscenza, legalità e meritocrazia. Inoltre, è necessario garantire il risanamento strutturale della finanza pubblica e il sostegno della ripresa economica ed occupazionale, al di là delle necessarie misure di contenimento del deficit.
Troppe volte il Governo attuale, invece di risolvere i problemi socio-economici della gente, ha provato la scorciatoia del populismo e della demagogia. Per questo abbiamo bisogno di un Governo forte, sostenuto da una maggioranza ampia e capace di adottare misure adeguate per evitare il declino del Paese e garantire quel futuro civile ed economico che tutti vogliamo perché amiamo la nostra Patria. (Applausi dal Gruppo FLI).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbarbati. Ne ha facoltà.
SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori del Governo, colleghi senatori e deputati, dal momento che ci ascoltano anche gli altri, siamo chiamati ancora una volta, onorevole Berlusconi, a votare la fiducia a lei e al suo Governo.
Ho ascoltato attentamente la relazione che lei ha fatto oggi a questo ramo del Parlamento, una relazione per la prima volta con toni meno celebrativi o autocelebrativi e carica anche di qualche accento di disponibilità, quanto meno nelle parole e nella concretezza della proposta. Lei ha parlato, infatti, di un patto di legislatura. Ho sentito e ascoltato anche con interesse il passaggio in cui lei ha fatto riferimento ad una sfiducia costruttiva, e per orecchie repubblicane come le mie non si può non andare a quello che fu allora il primo a parlare di sfiducia costruttiva, Ugo La Malfa, che, poco prima di morire, fece un intervento in tal senso.
Le dico però che tutto ciò che ho ascoltato, dal richiamo alla gravità del momento contingente sotto il profilo finanziario ed economico alla possibilità dell'aggressione da parte della speculazione internazionale nei confronti del nostro Paese, qualora si aprisse una crisi al buio, non ritengo sia ancora sufficiente a garantire quello che lei, ancora una volta, in prima persona, viene qui a dirci di poter garantire.
Vede, signor Presidente del Consiglio, da parte sua e di molti colleghi della maggioranza continuo a sentire violenti attacchi, e anche un certo tono di disprezzo nei confronti di una parola... (Il senatore Serafini Giancarlo parla al presidente Berlusconi con una mano sulla sua spalla). Gradirei che il Presidente mi stesse ad ascoltare e che facesse a meno di queste effusioni, che se fossero femminili almeno sarebbe meglio.(Commenti e applausi dal Gruppo PdL). Dicevo, Presidente, che ho sentito parlare con un certo disprezzo, sempre, e da parte sua con un tempismo rigoroso, di sinistra, sinistra, sinistra con tono dispregiativo; nel contempo, ho sentito parlare di difesa a oltranza del sistema bipolare. Sono due cose che mi hanno colpito.
Vede, io non intervengo con un discorso preconcetto scritto prima: le parlo a braccio e vis-à-vis e mi piace anche che lei mi ascolti con attenzione.
In primo luogo, non c'è un luogo geografico per dire sinistra e destra: sono due realtà profondamente alternative per progetto politico e sociale, Presidente, entrambe meritevoli di rispetto nei termini in cui c'è una cultura politica che le guida nell'interesse generale.
In secondo luogo, il bipolarismo a cui lei non intende rinunciare, per quanto mi riguarda, con vicissitudini personali, l'ho superato da tempo. Vede, questo bipolarismo lo avete voluto a oltranza come destra e sinistra, senza capire dove andavate a finire, basandolo esclusivamente sul leaderismo. Il bipolarismo, Presidente, vive e produce se si fonda sul pluralismo, quello delle culture politiche; un pluralismo che questo sistema bipolare ha preteso (da parte sua e di questa altra componente, come lei la chiama, di sinistra) fosse soggetto ad una reductio ad unum, annientando le individualità e le identità politiche per qualcosa di indistinto e soprattutto di difficilmente conciliabile, come si è verificato tanto a destra quanto a sinistra, e che ha mortificato la democrazia e distrutto le culture politiche del Paese. Questo è il dato più rilevante che vedo, ed è per questo che non ci credo più, perché pluralismo non c'è stato, perché coesione e forza concentrata per produrre qualcosa in quell'interesse generale che lei ha evocato non c'è stata.
Vede, noi non siamo qui, come qualcuno di loro ha detto, per colpa della sinistra: noi siamo qui perché si è frantumata la sua maggioranza, perché qualcuno da parte della sua maggioranza ha detto che vuole fare l'opposizione. Siamo qui per questo, non dimenticatevelo, non ci ha portato la sinistra in quest'Aula a dire ancora una volta sì o no a lei e al suo Governo. Questi sono i dati.
Come è un dato, Presidente, me lo permetta, la sua disinvoltura. Io non le ho mai fatto attacchi personali (come repubblicani non siamo né preti, né giudici: siamo sempre stati laici, non laicisti, e soprattutto libertari), gli attacchi personali non mi piacciono, però voglio dire che lei non è soltanto Silvio Berlusconi, non è soltanto un uomo di successo che ha fatto la storia di questo Paese in questi anni e la sua storia personale in termini positivi, lei è il Presidente del Consiglio, colui che ci rappresenta e che quindi non può ritenersi legibus solutus. Questo è il primo concetto che lei deve accettare profondamente, Presidente. L'umiltà che oggi l'ha in qualche misura condotta nel ragionamento che ha fatto in quest'Aula la applichi personalmente a se stesso. Quando lei vuole essere legibus solutus, offende la democrazia. Lei deve garantire che la legge sia uguale per tutti, cosa che fino ad oggi non è apparsa del tutto chiara, caro Presidente. Lei, soprattutto, deve impegnarsi perché i suoi successi personali siano i successi del Paese.
Anche in politica estera, per esempio, siamo lontani, seppur su posizioni atlantiche storicamente condivise, per carità: ma lei non può interpretare la politica estera come un suo fatto personale, con le sue simpatie e le sue amicizie. Ha bisogno di far riferimento anche al sistema istituzionale che si fa garante di una politica estera e della difesa nei canoni tradizionali della diplomazia internazionale e nazionale, per non compromettere l'immagine del Paese, e anche, e soprattutto, i rapporti con i nostri storici alleati.
Caro ministro Brunetta, è inutile che lei dissenta muovendo la testa. Mi fa anche piacere che lei dissenta, perché io sono abituata al dissenso, sono abituata a stare sola, ma soprattutto sono abituata a non aver paura di dire quello che penso: è chiaro? Perché non ho bisogno né di essere ricandidata, né di vivere e di sopravvivere in quanto sono sempre vissuta del mio lavoro, caro Brunetta. La storia personale di ciascuno di noi è nota a tutti.
Il dissenso c'è. Naturalmente, lei fa parte di uno schieramento, io di un altro - questo è ovvio - ma io sono orgogliosa di stare da questa parte. Sono orgogliosa di stare di qua, signor Presidente del Consiglio, fino a quando non mi convincerà che la parola «libertà», che lei usa e della quale spesso abusa, è una parola seria quando la pronuncia, perché la «libertà» deve consentire a tutti un'espressione vera capace di incidere sul futuro e sullo sviluppo di questo Paese.
Lei ha richiamato la legge di stabilità. Ebbene, io non butto al macero tutto quello che questo Governo ha fatto. Per esempio, ho apprezzato profondamente la tenuta dei conti pubblici, come pure il contenimento della spesa pubblica. Ma quando lei invoca i cinque punti e quando fa riferimento a certe questioni, quando parla del Piano per il Sud, che è privo di qualsiasi sostegno economico, quando parla della riforma universitaria, che io, pure apprezzandone in certi passaggi i contenuti (il ministro Gelmini era presente), non ho votato perché non aveva copertura economica, si deve rendere conto che non si può continuare a prendere in giro gli italiani.
Quando fa delle affermazioni e assume delle posizioni, abbia il coraggio di portarle fino in fondo. Lei parla di grandi riforme istituzionali: abolisca le Province! Il vero risparmio in questo Paese si consegue aggredendo veramente nelle radici e in profondità i mali oscuri che oggi consentono al debito pubblico di dilatarsi fino a risultare il terzo debito pubblico del mondo.
Onorevole Presidente del Consiglio, le rivolgo un richiamo alla serietà, a una serietà profonda di chi rappresenta le ragioni di tutto il popolo italiano e non di una parte. Lei oggi otterrà sicuramente la fiducia, sta nei fatti, nelle cose, nelle questioni. Non mi permetto di parlare di compravendita o di cose del genere: i fatti bisogna provarli; quindi, fino a prova contraria, non si possono sferrare attacchi del genere, a meno che non ci siano ragioni forti ed evidenti. Lei, dunque, otterrà la fiducia; se sarà più o meno risicata non lo so. Da parte sua però mi aspetto, se lei è quella persona che vuole essere agli occhi degli italiani e del mondo, che faccia un atto di seria disponibilità verso questo Paese, un atto d'amore. D'altra parte, parla sempre del suo cuore. Tutti conoscono la grande apertura del suo cuore. Faccia un atto d'amore verso il Paese: si dimetta (Commenti dal Gruppo PdL) e dia la possibilità di creare veramente un Governo di ampia maggioranza che possa affrontare i nodi del Paese con la serietà, la disponibilità, la competenza e il rigore a cui ha fatto riferimento nella sua relazione. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MREe PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pastore. Ne ha facoltà.
PASTORE (PdL). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, sono ormai 16 anni che il ceto moderato e produttivo del nostro Paese vede in lei, presidente Berlusconi, e nel centrodestra la speranza di poter vivere con dignità, lavorare e, possibilmente, prosperare nella «normalità», intendendo per «normalità» non quella invocata anni or sono da D'Alema che meglio può definirsi come «normalizzazione», nel senso di un Governo illuminato e paternalistico affidato alle sapienti mani degli epigoni della sinistra allora istruiti alle Frattocchie e addestrati alle Botteghe oscure.
Penso alla normalità invocata da chi tutti i giorni sbarca il lunario a denti stretti e che vorrebbe uno Stato amico e che non rappresenti un ulteriore ostacolo allo svolgersi della propria esistenza spesso con richieste e pretese irragionevoli e, non di rado, persecutorie. La normalità di chi non chiede e non gradisce di essere tartassato, di chi reagisce con coraggio e determinazione alle avversità della vita, anche a quelle di una natura spesso matrigna, si rimbocca (non solo in senso metaforico) le maniche e chiede allo Stato di fare quel minimo che richiede l'appartenenza a un'unica comunità solidale.
Normale è un sistema politico la cui classe dirigente non venga selezionata dalla magistratura attraverso iniziative spesso azzardate, che nel tempo si rivelano assolutamente infondate ma che nel frattempo hanno causato danni irreparabili alla dignità, alla carriera, alla vita stessa di chi vi è coinvolto; un'attività giudiziaria spesso dettata da ragioni politiche e altrettanto spesso da pregiudizi moralistici e anche - ahinoi! - da un'incredibile superficialità investigativa, aggravata a dismisura dall'enfatizzazione mediatica, dai processi in diretta, dalla lunghezza dei tempi della giustizia. Ho la sensazione, signor Presidente, che oggi la situazione sia ancor più grave di quella degli anni '90.
Normale per i moderati è un Paese nel quale sia garantita la libertà di comunicazione, non solo di personaggi eccellenti ma anche di cittadini comuni, senza il timore che le proprie confidenze, riflessioni, serie o facete che siano, vengano manipolate a fini giudiziari o politici o scandalistici e sbattute in prima pagina, senza alcuna tutela della riservatezza che pure viene tanto spesso ipocritamente invocata.
Normale è uno Stato dove a chi ha servito le istituzioni e la comunità, soprattutto in momenti difficili quali quelli che seguono le calamità naturali, vengano attribuiti i doverosi riconoscimenti e non invece l'attenzione occhiuta e strumentale di inquisitori solerti e spesso sconclusionati che hanno come unico movente quello di dimostrare che chi serve la cosa pubblica non può farlo solo per senso del dovere e per amore del prossimo ma solo per tornaconto di natura personale, spesso illecito.
Normale è un Paese che ama la sua Costituzione ma che non ne fa un modello intangibile, come ipocritamente è sostenuto da chi però in questi decenni ha più volte modificato la Carta costituzionale e non in punti secondari. Ricordo la modifica sostanziale dell'articolo 68, la modifica del Titolo V, la modifica che ha attribuito ai presidenti delle Regioni lo stato di veri e propri presidenti eletti.
Normale, Presidente, è uno Stato nel quale i suoi vertici svolgano ognuno i propri compiti, il Governo governi con il sostegno del Parlamento, il Capo dello Stato garantisca gli equilibri costituzionali e il Presidente della Camera svolga il ruolo di Presidente della Camera e non entri con la giacca da Presidente e si cambi improvvisamente d'abito (Applausi dal Gruppo PdL) mettendo sulle proprie spalle il mantello di condottiero di una parte e di una fazione politica. Si tratta di una vicenda estremamente grave in ordine alla quale non mi permetto nemmeno di ricordare i precedenti, quale quello più illustre del presidente Saragat che quando fondò il Partito socialista dei lavoratori italiani dismise la giacca di presidente della Costituente per assumere a pieno titolo quello di capo di un partito grazie al quale i comunisti furono cacciati dal Governo del nostro Paese.
Ma quel che è più grave, onorevoli colleghi, signor Presidente, è che oggi da chi presiede Montecitorio, uno dei rami del Parlamento, sia invocata, gradita, accettata la presenza, in quelle Aule e in quelle stanze, della magistratura che dovrebbe verificare - ahinoi, ahinoi! - perché e per come vengono dati i voti di fiducia o di sfiducia al suo Governo. Si tratta di una deriva molto pericolosa.
Questo Governo, signor Presidente, ha fatto molto. Proprio questa mattina ha concluso il percorso determinato dal meccanismo "taglia-leggi", e di questo sono orgoglioso avendovi partecipato anch'io. Credo che questo Governo abbia tutti i titoli per continuare e per portare avanti il programma che ha presentato in Aula. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Leddi. Ne ha facoltà.
Colleghi, stiamo svolgendo un dibattito su un tema importante. Spero non ci sia bisogno di fare richiami per il brusìo anche oggi.
LEDDI (PD). Signor Presidente, onorevoli senatori, signor Presidente del Consiglio, come lei stesso ha ricordato il nostro Paese è salito sull'ottovolante della crisi tre anni fa; vi è salito nelle condizioni che lei ha ricordato di grande fragilità, venendo da dieci anni di sostanziale immobilismo, e non sappiamo quando da questo ottovolante si scenderà perché - com'è chiaro - la crisi non si svolge come le crisi classiche con un inizio ed una presumibile fine, ma sta cambiando volto.
Proprio da questo intendo partire, in quanto, se nella sua prima fase questa crisi epocale che stiamo vivendo è stata prevalentemente governata da dinamiche sovranazionali, da quest'anno, da quando si è trasformata in crisi dei debiti sovrani, è diventata determinante la capacità di ogni singolo Paese di governare la propria crisi e ancor più di convincere (le è ben chiaro che convincere gli altri Paesi e convincere i mercati è un intangible che non si misura con metri scolastici tradizionali) che saprà e potrà fare ciò che dice di dover fare.
Alla luce dei quasi tre anni di governo di questa maggioranza la domanda, rispetto alla proposta che lei oggi ci ha fatto nella sua illustrazione iniziale, è la seguente: saprà convincere che ci sono gli strumenti per uscire da questa crisi? Fino ad oggi devo dire che quella che abbiamo seguito è indubbiamente una strada monca, una strada che ha avuto il pregio di tenere la barra ferma sui conti, ma ha l'indiscusso limite di un immobilismo totale sulle riforme che dovevano essere il minimo sindacale in questa legislatura con l'ampia maggioranza che il Paese ha consegnato a questa maggioranza.
La seconda domanda è la seguente: potrà fare le cose che ci si ripromette di fare per uscire dalla crisi? Le cose che ad oggi non sono state fatte, non sono state fatte a prescindere dalla situazione attuale: questo credo sia oggettivamente da riconoscere. Eravamo in un periodo di crisi in cui anche il sentimento generale avrebbe consentito le riforme necessarie per far uscire definitivamente il Paese dalle secche. C'era un sentimento diffuso di accettazione anche di politiche di rigore, purché appunto in queste politiche si leggesse la capacità di far uscire il Paese dalle secche.
Invece ciò che si è visto in questi anni di governo della crisi è stato solo l'irrobustimento di strumenti vecchi. Dico questo quando penso all'occasione che si è persa per ridisegnare un welfare nel nostro Paese che, così com'è, notoriamente non regge più. Penso a quanto non si è fatto in termini di razionalizzazione della spesa, e nel dire questo penso anche a quanto il Governo ci ha provato, a quando sono usciti elenchi - parlo di pochi mesi fa - di enti su cui intervenire, da razionalizzare, per tagliare la spesa, e a quanto questi elenchi siano usciti dal Governo e siano spariti per l'incapacità della maggioranza di tenere, su questo sì, una barra ferma.
Penso a quanto è stato fatto per riportarci un po' indietro su alcuni punti: penso a quanti mesi ci sono voluti per la nomina del presidente della CONSOB, a quanti mesi ci sono voluti per ridefinire l'Authority per l'energia, che ovviamente è strumento strategico per il Paese, ai balletti sull'Autorità per la concorrenza, ai problemi strategici annunciati e non affrontati. È noto che il Sud è un problema strategico per questo Paese, è «un» problema. È stato presentato il Piano Sud, ma ho il forte timore che difficilmente diventerà qualcosa di più di un piano, se continuano le dinamiche che abbiamo visto funzionare fino ad oggi.
Devo anche dire che queste considerazioni mi fanno pensare che al Ministro dell'economia - che non vedo oggi - sicuramente va il merito non solo di avere tenuto ferma la barra del rigore e della disciplina fiscale, ma anche e soprattutto quello di avere capito per tempo che questa maggioranza e questo Governo mai gli avrebbero consentito quelle riforme strutturali che sole avrebbero potuto associare al rigore la crescita, facendo così del rigore una scelta non solo obbligata ma anche solitaria.
Concludo, signor Presidente, ricordando un fatto che ritengo estremamente importante e che è stato solo accennato fino a questo momento, in quest'Aula, dalla senatrice Maria Ida Germontani.
Venerdì abbiamo saputo che la più grande azienda italiana esce da Confindustria. Abbiamo capito che, mentre stavamo discutendo d'altro nel nostro Paese, la FIAT diventava una storia americana, le cui regole non si decidono più qui ma altrove, e qui si ripercuotono.
È chiaro che si tratta di una questione che va ben oltre le relazioni sindacali, l'organizzazione del lavoro e i diritti. La questione è destinata a cambiare strutturalmente i rapporti di potere nel nostro Paese. Questo è un processo che avviene sulle nostre teste, mentre dovrebbe essere governato, perché anche da esso uscirà cambiato il Paese.
Allora la domanda finale resta la seguente: la proposta che ci viene fatta è all'altezza della soluzione di questi problemi del Paese, alla luce di ciò che questa maggioranza ha fatto fino ad oggi? Temo per il Paese che la risposta sia no. (Applausi dal Gruppo PDe del senatore Pardi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saia. Ne ha facoltà.
SAIA (FLI). Signor Presidente, voglio parlare per pochi minuti solo delle forze dell'ordine, locali e nazionali, di questo Paese. Voglio dar voce per pochi secondi al comparto sicurezza, quello che in questi giorni è venuto a trovarla a casa, ad Arcore, e non ha avuto né metaforicamente né politicamente la possibilità d'incontrarla.
Voglio dar voce a quegli uomini in divisa che difendono tutti noi, ogni giorno, nella delusione più grande verso questo Governo. Perché tanto più grande è l'attesa e la speranza, tanto poi peggiore e rabbiosa è la delusione, soprattutto poi quando le campagne elettorali si vincono su questi argomenti.
Da settimane avvengono nel nostro territorio - anche oggi - manifestazioni pubbliche, che vedono spesso legittime proteste trasformarsi in scontri, a causa dei pochi e soliti noti appartenenti ai centri sociali: quei centri che, in campagna elettorale, avevamo giurato di chiudere, ove avessero continuato a seguire la linea della disobbedienza violenta. Demotivare in un quadro sociale pericolosamente caldo, e che potrebbe peggiorare, chi oggi - le forze dell'ordine - ha il compito di difenderci, non è assolutamente responsabile.
Signor Presidente, io opero da 25 anni nel settore dei mercati finanziari e le assicuro che conosco bene il pericolo di una destabilizzazione politica che dobbiamo evitare per le conseguenze che ne potrebbero derivare sui mercati stessi. Ma avendo sempre fatto anche politica, conosco bene le fibrillazioni delle piazze e le loro conseguenze che, se aumentassero - come tutto fa sembrare - potrebbero portare il Paese verso una china e un quadro di disordine pubblico diverso, ma altrettanto grave di una tempesta finanziaria.
Non si motivano gli uomini delle forze dell'ordine impostando, come ha fatto questo Governo, la sicurezza su militari e ronde e tradendo le aspettative delle forze dell'ordine o, peggio, come ha tentato di fare una settimana fa il Governo, affidando incostituzionalmente ai sindaci-sceriffi poteri coercitivi sui prefetti in tema di sicurezza, attraverso un emendamento che per fortuna poi è stato ritirato: addirittura sui prefetti, un cardine, forse non della Padania, ma certamente della Nazione.
Lei nel suo intervento ha detto che è demagogico salire sui tetti per cavalcare le proteste di questi giorni. Io ritengo sia molto più grave salire sulle spalle dei lavoratori della sicurezza, traditi da questo Governo, prendendosi poi i meriti operativi e scambiandoli per i pochi meriti politici che abbiamo con poche e indubbiamente buone norme contro la mafia che questo Governo ha ben attuato nei suoi pacchetti sicurezza.
Si tratta di uomini che vedono mezzi sempre più vecchi e scarsi e promesse sempre più inevase. Signor Presidente, vada in un commissariato di pubblica sicurezza - neppure tanto di periferia - o in una caserma dell'Arma. Veda in che condizioni sono quei luoghi di lavoro: staccano le linee e i fax, perché non ci sono più i toner, e devono portare da casa i computer, quando non sono gli enti locali o i privati a regalarglieli. Verifichi le armi in dotazione: a molte squadre mobili (anche quella di Palermo), impegnate in prima linea tutti i giorni, dopo decenni hanno ritirato qualche mese fa, senza sostituirla, la seconda arma, fondamentale per le loro operazioni e per la loro sicurezza. Provi a montare nell'unica auto di servizio di una caserma dei carabinieri del ricco Nord-Est - luogo da dove io provengo - con la quale si viaggia con una tanica d'acqua piena. Provi anche lei l'umiliazione di fermarsi con quegli uomini ad un semaforo per riempire il radiatore di un motore ormai andato.
Se lei, signor Presidente, non conoscesse queste ed altre mille situazioni che, solo ad elencarle, potrebbero tenerci qui fino a questa sera sarebbe grave. Ma se lei le conoscesse sarebbe ancor più grave.
I tagli che il ministro Tremonti ha attuato con la manovra di luglio, confermata nella recente legge di stabilità che noi, per senso di responsabilità, abbiamo votato, nonostante i nostri emendamenti che a luglio inserirono 160 milioni di euro in più su due anni per questo comparto, per gli accessori del contratto e gli straordinari, per poter, in poche parole, pagare gran parte dei servizi che tutti i giorni svolgono questi uomini in un quadro organico numericamente a pezzi e con un'età media degli stessi elevatissima, dicevo che questi tagli saranno responsabili nel colpire in maniera pericolosa il sistema della sicurezza nel nostro Paese. Infatti le nostre questure e le nostre caserme dei Carabinieri e della Guardia di finanza non saranno più messe nelle condizioni di svolgere l'attività quotidiana dei vari servizi.
Abbiamo cercato di spiegarlo anche a luglio. E non lo dice Futuro e libertà: lo dicono i sindacati e i COCER da mesi. Gli stessi avevano incontrato alcuni giorni fa il Ministro, il quale si era impegnato, se non a stanziare più soldi - quelli non ci sono - almeno a modificare il meccanismo di ricaduta di questi fondi, non più dati al comparto intero, bensì alla bensì alla specificità dei servizi. Il Ministro ha fatto ritirare l'emendamento alla Camera, promettendo che l'avrebbe inserito al Senato. Ennesima promessa: stiamo ad attendere. Ma nel dubbio, Futuro e libertà ha già presentato quegli emendamenti in Commissione qui in Senato.
Abbiamo sostenuto a luglio il contenimento della spesa pubblica, ma abbiamo contestato i tagli lineari di Tremonti, che in questo comparto ha falciato stipendi e limitato l'operatività, lasciando in altri settori della pubblica amministrazione sacche infinite di sperperi e costi inutili.
Questa categoria viene da una lunga serie di delusioni. Nel 2005, dopo aver fatto passare il disegno di legge di riordino delle carriere, di cui io ero relatore, solo alla Camera, rimasero accantonati 770 milioni di euro che, uno alla volta, sono stati assorbiti e utilizzati in altri capitoli di spesa, non nella sicurezza.
Non parliamo, infine, della previdenza complementare, che prevede prospettive drammatiche per quasi tutti i lavoratori del comparto sicurezza. E lo stesso Governo, anche in una legge così tanto attesa come quella sulla sicurezza urbana e la riforma delle polizie locali, una legge che attendiamo da dieci anni e che intelligentemente il Governo decise di lasciare - caso raro - all'iniziativa parlamentare, è oggi ferma da tre mesi perché l'unica cosa che il Governo doveva portare, una banalissima relazione tecnica su un disegno di legge che il Governo conosce da un anno, è ancora attesa presso la nostra Commissione, bloccando, di fatto, l'approvazione di questa riforma. L'avviso, signor Presidente del Consiglio: i sindacati sono in stato d'agitazione, non succedeva da 10 anni. Fra un po' sciopereranno anche le polizie locali.
Signor Presidente del Consiglio, il 29 settembre, nel mio intervento sulla fiducia, annunciando allora il mio voto favorevole, le feci l'elenco del programma di governo con cui, io con lei, ci eravamo candidati nel 2008. Non glielo rileggo. Un programma sul comparto sicurezza quasi completamente disatteso. E aggiunsi che quel programma era in gran parte lo stesso del 2001. Siamo ancora a quel punto. Dal 29 settembre se qualche atto del Governo c'è stato è andato addirittura in direzione contraria, come le ho dimostrato adesso. Francamente, basterebbe questo per avere sufficienti dubbi sul votare la fiducia al suo Governo.
In conclusione, onorevole Berlusconi, io sono stato candidato nella sua lista che indicava lei come Presidente del Consiglio, ma ero in quota all'altro capolista, all'altro cofondatore del partito, il presidente Fini, il quale, cacciato dal partito, non mi ha chiamato, non mi ha offerto nulla. Ho deciso di seguirlo io, l'ho cercato io, senza calcoli personali, sui contenuti politici e sulla lealtà al mio leader storico. Non le nascondo che noi di Futuro e Libertà il tormento in queste ore, in questi giorni, lo abbiamo dentro. Però le assicuro - glielo dico da uomo - siamo convinti di essere nel giusto. (Applausi dal Gruppo FLI e dei senatori Adamo e Micheloni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Li Gotti. Ne ha facoltà.
LI GOTTI (IdV). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, ovviamente mi soffermerò sull'annuncio della grande riforma in cantiere che necessiterebbe di alcuni ulteriori aggiustamenti. Mi riferisco alla grande riforma sulla giustizia. Ne avevamo sentito parlare già nel 1994. Poi ne abbiamo sentito parlare nel 1996, e nel 2001 - non è un paradosso, ma è la realtà - lei, presidente Berlusconi, calandosi nelle vesti dell'imperatore Giustiniano - e, ripeto, non è un paradosso - annunciò il nuovo Corpus iuris. Nei cinque anni che seguirono, il Corpus iuris del suo Governo fu l'introduzione di grandi difficoltà per le rogatorie internazionali, la sostanziale depenalizzazione del falso in bilancio in esatta controtendenza rispetto a tutte le democrazie occidentali, il lodo Schifani, poi dichiarato incostituzionale, il dimezzamento dei termini di prescrizione e l'inappellabilità delle sentenze assolutorie di primo grado, poi dichiarata incostituzionale. Qualcuno, all'evidenza, le aveva fatto credere che di siffatta equivalente valenza fosse composto il Corpus iuris di Giustiniano.
Nel 2006 annunciò, ancora una volta, la grande riforma della giustizia. Nel 2008, dopo l'ennesimo annuncio, il suo Governo ha esordito con la norma blocca-processi, poi accantonata, proseguendo con il lodo Alfano uno, poi dichiarato incostituzionale; con il lodo Alfano due, attualmente in attesa di verifica di costituzionalità; con il lodo Alfano tre, attualmente parcheggiato; con il processo breve, ossia la morte di 100.000 processi per farne morire uno solo, introducendo la prescrizione per ogni singola fase processuale, indipendentemente dalla natura e complessità dei processi, sia che riguardasse un processo con un imputato o con 20, con due testimoni o con 50, con necessità di perizia o senza. Ancora, si è tentato di stravolgere il sistema delle intercettazioni telefoniche ambientali con l'abolizione dell'articolo 13 della legge Falcone. Il suo Governo ha di fatto, e reiteratamente, bocciato l'introduzione del reato di autoriciclaggio. Ha introdotto lo scudo fiscale e, in violazione della normativa europea, ne ha esteso gli effetti anche ai crimini di terrorismo e criminalità organizzata. Nessun piano annunciato sulla realizzazione della geografia giudiziaria. Si mena vanto per la riforma delle misure di prevenzione proposte sin dal 2000, ossia dieci anni fa, ed ignorate, proposte ancora nel 2007 e riproposte dal nostro Gruppo nel maggio del 2008. Solo dopo nove anni si è infine ceduto a questa riforma che pendeva dal 2000, con i lavori della commissione ministeriale Fiandaca.
Lei non si accorge di una giustizia sempre più al collasso, come annunciato dallo stesso ministro Alfano, che ha parlato di aumento notevolissimo della pendenza in materia civile. Non si accorge del malessere e della protesta degli avvocati, dei magistrati, della magistratura onoraria, dei fornitori esterni di servizi, della Polizia penitenziaria, del personale amministrativo, delle forze dell'ordine. Dopo otto anni - otto anni degli ultimi dieci - di Governi senza un progetto e senza una strategia, ancora oggi lei pronunzia la parola magica della prossima grande riforma della giustizia. In otto anni su dieci di sua gestione, ciò che è stato fatto ha prodotto danni per i cittadini e utilità solo per lei. Facendo dei calcoli concreti, tra prescrizione, amnistie, generiche e dichiarate equivalenti, depenalizzazioni, sospensioni e stralci, è riuscito in concreto ad evitare condanne per poco meno di dieci anni di carcere, di cui solo tre indultabili. Questa è stata la sua riforma della giustizia.
Ciò che stupisce sempre è la sua straordinaria mancanza di senso della misura. L'Amministrazione americana la considera vanitoso e inefficiente; la coniugazione unitaria dei due concetti è devastante, al pari della coniugazione abbinata dell'ignoranza con la presunzione. Non esiste nulla di più pericoloso e dannoso. Eppure chiede la fiducia, ignorando i diritti dei cittadini comuni e la necessità della loro tutela e garanzia, forse perché è lei stesso allergico alle parole diritto, legalità e giustizia. Lei dimentica i diritti dei cittadini comuni, annuncia ancora una volta, dopo otto anni di inutili tentativi fatti di parole, di voler mettere mano alla giustizia, e lo fa alla metà del suo mandato con una proposta tempisticamente risibile. Non è pensabile che, dopo che in otto anni i problemi della giustizia, gestiti dal suo Governo, non sono andati in alcuna direzione se non in quella del peggioramento delle condizioni, ancora adesso lei si proponga affermando la magica parola della grande riforma. Non è pensabile che i cittadini possano crederci e non è pensabile che noi, che il Parlamento possiamo essere ingannati in questo modo.
Lei non ha la fiducia dei cittadini, nonostante la grande speranza che le avevano affidato nel corso di questi anni. Non avrà la fiducia del Parlamento, nell'interesse dell'Italia e degli italiani. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nania. Ne ha facoltà.
NANIA (PdL). Signor Presidente, onorevoli senatori, signor Presidente del Consiglio, ancora una volta, lei ha oggi posto il problema di fondo della sovranità. Riparto da questo tema, perché su di esso ho parlato a lungo nel mio precedente intervento.
Vorrei mettere in evidenza un aspetto particolare del suo intervento, cioè la circostanza che lei ha dimostrato - a mio avviso, in maniera molto significativa - come in una democrazia la partita non è mai a due, cioè tra il Governo e l'opposizione, tra chi vince e chi perde, ma c'è un terzo incomodo: il popolo, il corpo elettorale. In una democrazia la partita è a tre e direi che anche questa Costituzione - che tutti tirano da una parte e dall'altra - precisa molto bene questo concetto all'articolo 1, quando stabilisce che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Ebbene, per lei, signor Presidente del Consiglio, la sovranità appartiene al popolo; per altri, invece, appartiene al popolo che però, esercitandola, la perde. Cioè, nel momento in cui il popolo vota, trasferisce la sovranità, perdendola, al Parlamento, che può fare ciò che vuole: i deputati possono fare ciò che vogliono, mettendosi insieme, chi ha vinto e chi ha perso. Non mi sembra che sia questo ciò che afferma la Costituzione e - attenzione - non mi pare che ciò sia vero nemmeno con riferimento alla Prima Repubblica, dove si sapeva sempre in partenza chi avrebbe vinto, quindi cambiavano i Governi, ma erano perfettamente rispettosi della volontà popolare, perché erano costruiti sulla Democrazia Cristiana. Anche da quel punto di vista, quindi, la sovranità veniva rispettata.
Ebbene, noi invece assistiamo all'affermazione, che possiamo definire gaudiosa, leggera e serena, che, in fin dei conti, possiamo fare ciò che vogliamo perché noi, deputati e senatori, indipendentemente dal fatto di essere stati eletti in uno schieramento o nell'altro possiamo metterci d'accordo. C'è però di più, perché alla questione della sovranità si lega direttamente quella della legge elettorale. Lei ne ha parlato ancora oggi e nei giorni trascorsi ne abbiamo sentite di tutti i colori. Ho sentito, per esempio, l'onorevole D'Alema dire che c'è una legge elettorale con la quale chi prende il 30 per cento dei voti vince le elezioni.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 12,20)
(Segue NANIA). A parte il fatto che le leggi elettorali, come ognuno sa, si guardano per come funzionano e per come lavorano, credo che in questa affermazione ci sia la radice della crisi nella quale ci troviamo: la mancanza di una sinistra che pensa di vincere. Come si può pensare che l'altra metà del mondo, l'altra metà della mela può andare al 30 per cento o sotto il 30 per cento? Come si può ritenere una democrazia in grado di funzionare se la sinistra non pensa, almeno una volta nella storia di questo Paese, di vincere o di perdere in nome e per conto proprio? (Applausi dal Gruppo PdL). Occorre sempre un killer: bisogna trovare un killer per vincere o per fare fuori gli altri. Il primo era il buon Prodi: doveva portare lo 0,5, 0,7, 0,8 per cento dei voti cattolici e democratici di sinistra: lui era messo lì e loro vincevano, ma mai in nome e per conto proprio.
Quindi in Italia non abbiamo una sinistra capace di arrivare al 35 o al 40 per cento e di vincere. Dobbiamo invece congegnare una legge elettorale che non fa vincere nessuno e che comunque mette in grado chi arriva secondo, terzo o quarto di dettare le condizioni. Per cui - mi collego sempre a questa strana democrazia - proprio ieri il buon Casini ha detto: noi non vogliamo essere il terzo polo; noi vogliamo essere il primo polo. Correzione: Casini non vuole essere il primo polo, ma vuole essere l'unico polo. Perché se facciamo una legge dove chi prende più voti non governa, ma dove sostanzialmente chi arriva secondo può dire «o fai così o non governi», delle due l'una: c'è l'unico polo, i cosiddetti centristi che vincono sempre, perché o si alleano con questi o si alleano con quelli. Chi arriva primo si deve adattare, e il secondo, il terzo, il quarto e così via si possono mettere insieme per mandare a casa chi ha preso più voti: questa è la sostanza dell'eliminazione del premio di maggioranza, o la sostanza della proposta che fissa un premio talmente alto che chi arriva primo può quasi essere maggioranza, ma non si deve permettere di essere maggioranza e di governare.
E la partita a tre, la sovranità del popolo? Quale democrazia c'è al mondo dove si realizza un siffatto teorema? Quale democrazia c'è al mondo che garantisce a qualcuno di vincere sempre e per sempre? In Sicilia si usa un termine molto espressivo e si dice: «'u partitu d'annacata». Ossia chi sta al centro, che sia primo o secondo o terzo, con un colpo di qua e un colpo di là (sul presupposto che destra e sinistra non possono mai stare insieme), si garantisce la condizione per vincere. È questo che la sinistra vuole ed immagina? Ma una sinistra capace di scendere in campo in nome e per conto proprio e anche di perdere, se è il caso, ma di organizzare la vittoria futura avremo mai il piacere di vederla in questo Paese? (Applausi dal Gruppo PdL. Commenti della senatrice Garavaglia Mariapia).
VOCE DAI BANCHI DELLA LEGA NORD. No!
VIZZINI (PdL). Speriamo di no!
NANIA (PdL). Poi c'è la questione personale: le tesi contro di lei, Presidente del Consiglio. In Italia non esiste il centrodestra, è evidente: coloro che hanno l'egemonia culturale possono mai riconoscere che in Italia esista un pensiero nazionale che raccoglie l'anima popolare, liberale, repubblicana, riformista e nazionale? No! Chi è la radice del male? Berlusconi. Quindi si organizza l'antiberlusconismo, e fatto fuori Berlusconi, finisce il centrodestra: e così possono riuscire a farcela. Cosa nasconde questa teoria? L'affidamento del compito ai procuratori organizzati: non ce la fanno con i voti, il pericolo è Berlusconi, allora si dà mandato di fare fuori Berlusconi e si risolve il problema.
Se invece pensassero, come penso io - non si offenda, signor Presidente del Consiglio - che lei non è l'inventore del centrodestra, ma è l'interprete, il traduttore, colui che ne ha colto l'anima, il senso e il significato (Applausi dal Gruppo PdL), alla luce di una grande trasformazione epocale che parte dal crollo del Muro di Berlino; se soltanto si pensasse a quello che lei tante volte ha detto quando si è rivolto a chi allora aveva l'Italia in mano - mi riferisco a Segni - ossia di interpretare lui le ragioni del centrodestra (non l'ha voluto fare), capiremmo tutti che l'antiberlusconismo non ha futuro.
Come non hanno futuro - me lo si consenta, e faccio riferimento ai nostri amici del FLI - tutti coloro che pensano al dopo Berlusconi. Una democrazia non pensa mai al dopo, ma pensa a se stessa. In una democrazia non esistono né delfini, né eredi. In una democrazia, chi ottiene il voto governa: se governerà bene, sarà premiato; se governerà male, andrà a casa. Ma non ci si pone mai il problema del dopo. Chi lo pone ha ancora il complesso del duce (Applausi dal Gruppo PdL), ma è una storia che non ci appartiene.
Collega Gramazio, anche tu hai un buon futuro, perché ho visto che sei stato insultato e attaccato, e ti hanno detto che eri fascista. Sai benissimo che chi ha dichiarato che il Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale era il fascismo del 2000 e ha definito Mussolini il più grande statista del secolo ora rappresenta la destra che piace alla sinistra, perché noi la destra la dobbiamo fare come dice la sinistra, come dice Travaglio, come dicono lorsignori. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Senatore Nania, per favore, concluda.
NANIA (PdL). Signor Presidente, mi avvio alla conclusione.
In questo scenario, l'ultima tappa qual è? Il Bocchino di turno che dice: «317 voti». Quindi campioni della democrazia, che crederebbero nella democrazia parlamentare, annunciano urbi et orbi che dispongono di 317 voti, perché hanno sommato i loro voti a quelli della sinistra. Quindi, chiedono a Berlusconi di dimettersi, di non andare proprio in Aula, e mentre lo accusano di essere un cialtrone, di rappresentare il condensato di tutti i mali possibili e dicono volerlo fare fuori, annunciano che in caso di dimissioni sarebbero pronti ad allearcisi! Al tempo stesso, la sinistra, che odia Tremonti, che odia chiunque, dice che va bene: che se Berlusconi si dimette, poi si vedrà. Questo è lo sceneggiato che voi immaginate per il Paese. Noi non lo immaginiamo.
Io immagino un futuro dove ci sia una sana competizione tra un centrodestra che si batte per i propri valori ed un centrosinistra che si batte per i propri valori. Una sana competizione, ricordando che tutti coloro che nella storia (questa volta sì il nome di Fini è importante) hanno pensato di fare fuori qualcuno per salvare qualcosa, alla fine hanno visto sempre altri comparire sulla scena e diventare protagonisti. Quindi, tutte le critiche di questo mondo; la storia è maestra: da quelli che pensavano di salvare la monarchia e c'è stata la Repubblica, da quelli che pensavano di salvare se stessi facendo fuori Craxi e sappiamo com'è andata. In questa fase, lo ricordo, chi ancora pensa di salvare qualcuno per salvare qualcosa, scoprirà alla fine che l'identikit di coloro che troveremo per le strade non è quello della destra che piace alla sinistra, ma saranno i compagni di sempre, i "grillini", i seguaci di Vendola, sarà la sinistra che c'è, che esiste e che a quel punto farà vedere di cosa è capace. Ecco perché ... (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bodega. Ne ha facoltà.
BODEGA (LNP). Signor Presidente, quel che tengo a precisare come premessa di questo intervento è che occorre fare una analisi che sappia prescindere dalle convulsioni e dalla febbre dell'ultima ora. In questo senso voglio sottolineare come la Lega Nord sia estranea ad appelli al voto e alla responsabilità e, soprattutto, agli escamotage e agli andirivieni dentro e fuori i partiti. Diciamo con chiarezza, anche per cogliere gli umori ed i sentimenti del Paese, che il ricorso al voto sarebbe utile e doveroso.
Se in gioco non vi fosse una posta tanto seria e concreta, quale la durata di un Governo che sta proficuamente operando per il bene del Paese, potremmo perfino reputare surreale il casus belli da cui origina l'odierna richiesta della fiducia, apparendoci oggettivamente bizzarra la circostanza che vede il Presidente della Camera dei deputati intimare le dimissioni al Premier, quel Presidente della Camera che, lo rammentiamo, venne eletto al suo alto ufficio con 335 voti su 611 votanti, consensi accordati in massima parte da parlamentari che proseguono a sostenere la maggioranza con laboriosa lealtà nella dedizione responsabile di chi privilegia l'impegno fattivo e coerente piuttosto che l'esibizione sotto i riflettori.
Ed è con orgoglio e soddisfazione che rivendichiamo per parte nostra i frutti del comune lavoro, specialmente dopo avere inteso rivolgere al Governo la stupefacente accusa di tirare a campare e galleggiare, che secondo il Presidente della Camera renderebbe necessario un drastico cambio di rotta o meglio di timoniere. Ebbene, qualunque sia la colorazione delle lenti attraverso le quali si guardi all'attività dell'Esecutivo, crediamo che nessuno possa attribuire a questo Presidente del Consiglio, ai suoi Ministri e alla sua maggioranza le macchie dell'inerzia, dell'inconcludenza e dell'immobilismo. Nessuno, purché in buona fede e con cognizione di causa, può cioè rimproverare all'attuale Governo quelle tare che pure hanno caratterizzato altre compagini di opposto schieramento.
Vale la pena ricordare a chi dispensa bocciature, che ci troviamo soltanto a metà del percorso della XVI legislatura e già si conta almeno una mezza dozzina di importanti riforme portate a termine o in dirittura d'arrivo: dalla riforma della pubblica amministrazione a quella delle pensioni, dalla riforma della scuola a quella del federalismo, dalla sicurezza ai servizi pubblici locali. Altro che tirare a campare, colleghi delle opposizioni di vecchia e recente data! Questo Governo, che nel suo cammino ha peraltro affrontato le difficoltà prodotte da una recessione internazionale, un terremoto, alluvioni e svariate annose emergenze, è fuor di dubbio il Governo del fare. E allora l'ostilità nei suoi confronti andrebbe forse spiegata non dalla rimproverata quanto inesistente inoperosità, bensì all'opposto, da quanto è stato fatto per portare il Paese fuori da quella melma in cui da mezzo secolo affondano le radici di ogni inefficienza, malcostume e malaffare. E potrebbero spiegare quali siano le riforme che li disturbano, le svolte che intendono impedire, gli aneliti al cambiamento che si propongono di soffocare.
Cosa dà fastidio? Forse l'imposizione dei costi standard nella pubblica amministrazione, effetto senso virtuoso del federalismo fiscale e che archivierà il capitolo vergognoso degli sperperi e del clientelismo? O danno fastidio le severe misure adottate contro la criminalità organizzata? Oppure le valutazioni meritocratiche per i dipendenti pubblici ed i controlli più stringenti con tanto di licenziamento in tronco degli assenteisti? O i nuovi metodi di contrasto all'evasione fiscale, che hanno consentito di recuperare nel 2009 la cifra record di oltre 9 miliardi di euro, oppure la stretta sulle false pensioni di invalidità con i 200.000 controlli disposti nel 2009, che hanno permesso di smascherare un 17 per cento di falsi invalidi (Applausi dal Gruppo LNP), prassi che nel triennio 2009-2011 restituirà allo Stato 300 milioni di euro? Ma risulta intollerabile che criteri di efficienza facciano capolino anche nelle università e che per la prima volta, nel 2009, tutti gli aventi diritto abbiano ricevuto la borsa di studio che sinora solo una parte degli studenti meritevoli riusciva ad ottenere? O che le molestie, il cosiddetto stalking, siano diventate reato con pene fino a quattro anni e che l'autore di un delitto a scopo sessuale ora finisca dritto all'ergastolo?
Dà fastidio questo, colleghi senatori? O dispiace a qualcuno che un Governo di centrodestra abbia saputo realizzare una politica di ammortizzatori e previdenze sociali che la sinistra non è mai stata capace di fare, dalla cassa integrazione in deroga alla tutela per i lavoratori che ne erano privi? Oppure la lotta al lavoro nero, l'estensione degli assegni di disoccupazione, il bonus alle famiglie ed ai non autosufficienti, l'abolizione dell'ICI e quella dei ticket sanitari?
Si potrebbe continuare a lungo nell'elenco del «tirare a campare», secondo l'ingenerosa espressione di Gianfranco Fini, e rincresce tralasciare tanti altri provvedimenti non meno significativi, compatibilmente con i tempi di vacche magre. Ma l'ultima domanda è d'obbligo: chi accusa il Governo forse lo rimprovera di aver sottratto il Paese alle voraci fauci degli speculatori internazionali, stabilizzando i conti pubblici senza penalizzare l'assistenza sanitaria e ottenendo l'apprezzamento unanime delle istituzioni sovranazionali? Sono domande, colleghi senatori, che potrebbero apparire retoriche, puramente finalizzate alla polemica politica; ma dietro quei punti interrogativi - concludo, signor Presidente - restano inoppugnabili i punti fermi dei fatti.
Per tali ragioni respingiamo con forza qualsivoglia artifizio di Palazzo escogitato con l'intento di falsificare l'esito delle elezioni politiche e ribadiamo - ribadiamo - che l'esperienza del Governo Berlusconi per noi potrà esaurirsi solo in due modi: o con il voto o con il voto; intendendo con ciò la scadenza naturale della legislatura, oppure le elezioni anticipate. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giaretta. Ne ha facoltà.
GIARETTA (PD). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, sono passate solo dieci settimane da quando, di fronte al Parlamento, lei tentava di dichiarare chiusa una grave crisi politica del suo Gabinetto. Dopo dieci settimane, siamo allo stesso punto. Forse avrà domani una maggioranza numerica provvisoria - lo riconosce lei stesso - basata sulla costosa incentivazione al trasformismo, costosa sotto tutti i profili. È un po' un triste destino, signor Presidente: dalle trattative con il Presidente Putin sugli interessi energetici - speriamo - del nostro Paese, alle trattative con Calearo. È un triste destino: cosa bisogna fare per sopravvivere! (Applausi dal Gruppo PD). Di certo non avrà più, però, una maggioranza politica per fare ciò che serve al Paese.
Siamo alle solite: per tre volte gli italiani sono stati generosi con lei, mettendola alla guida del Paese; però lei non è mai riuscito a concludere come aveva iniziato. Ci sono, per usare il suo linguaggio, traditori sempre diversi. Nel 1994-1996 il traditore era l'onorevole Bossi. Altri tempi, altri linguaggi, altre parole: era lui che la definiva il mafioso di Arcore. Nel 2001-2006 i traditori erano Casini e Follini; ora sono altri. Ma forse potremmo dire che l'unico vero tradimento in questi sedici lunghi anni della sua battaglia politica è stato quello che lei ha effettuato ai danni della promessa di una grande rivoluzione liberale; una ricetta magari discutibile, ma una ricetta, un progetto, per il quale una parte degli italiani l'hanno votata. Quella che lei ci consegna è invece un'Italia impoverita economicamente, in cui sono aumentate le disuguaglianze, in cui ci sono meno opportunità per affermarsi nella vita; in cui si sono accuratamente protetti ogni corporativismo ed ogni opacità di mercato, in cui è aumentato il peso delle inefficienze nella macchina statale, in cui l'illegalità nella vita economica si è fatta passare per furbizia, con un tentativo costante di alterare ogni equilibrio costituzionale. Questo è il bilancio di una presunta rivoluzione liberale.
Penso al lavoro, signor Presidente, a questo diritto fondamentale per ogni persona. Lei ci ha governato per otto degli ultimi dieci anni: sa cosa è successo in questi dieci anni per i salari dei lavoratori? Nel 2000 erano quattro punti sopra la media europea, ora sono otto punti sotto. Il livello medio dei salari dei lavoratori italiani prima della grande crisi - poi è peggiorato ancora - era al 23° posto su 30 Paesi. In questo periodo i salari reali hanno avuto in Italia la peggiore variazione reale: un modestissimo +0,1 per cento.
Chi ha pagato il peso di questa crisi? Non c'è solo il lavoro che manca, non c'è solo una domanda comprensibile di flessibilità, che si è poi trasformata in uno sfruttamento della precarietà. Nel 2006, ultimi dati disponibili, il 20 per cento degli operai non specializzati guadagnava meno di 800 euro al mese (800 euro al mese, signor Presidente); un altro 73 per cento stava tra 800 e 1.300 euro e un trend non diverso riguarda ampie fasce del lavoro autonomo.
Eppure nello stesso periodo i profitti ci sono stati: in media, il triplo della crescita dei salari; e, per la parte più strutturata e competitiva del sistema produttivo, le 1.440 imprese censite da Mediobanca, i profitti sono addirittura cresciuti del 90 per cento. C'è un però: abbiamo avuto la peggiore performance nel rapporto tra profitti e crescita del PIL. Un sesto rispetto alla Francia; un decimo rispetto all'Inghilterra. Cosa c'è in mezzo tra l'impoverimento dei salari e la mancata traduzione dei profitti in crescita adeguata del PIL? L'assenza appunto della buona politica, l'assenza delle scelte politiche del suo Governo. Invano abbiamo insistito: sostenere i redditi più bassi con idonee politiche fiscali per sostenere i consumi e tutto si tiene; solo una parte dei profitti si sono trasformati in investimenti, perché invece di premiare fiscalmente le imprese che investono avete preferito privilegiare l'evasione, le rendite parassitarie. Altro che riforma del fisco; da lei e dal suo Governo, otto degli ultimi dieci anni, molte promesse, qualche analisi e la pressione fiscale più elevata del dopoguerra!
In occasione del dibattito sulla legge di stabilità abbiamo indicato alcune - poche - priorità su cui dovrebbe concentrarsi l'azione del Governo per affrontare le tre palle al piede che appesantiscono il Paese: bassa competitività, alta disuguaglianza, elevato debito pubblico. Lo ho fatto, in particolare, con una sintesi felice il nostro senatore Morando, che ha parlato di quattro pilastri: una scelta decisa pro-Europa; una rivoluzione nella spesa pubblica in direzione del merito e dell'efficienza e dell'eliminazione di settori superflui; le riforme che non costano, aprire i mercati e combattere i monopoli e le rigidità di una società ingessata; e, ultimo pilastro, la riforma del prelievo fiscale, ma sul serio, ma davvero, non con le Commissioni di studio, a favore degli onesti contro i disonesti, chiedendo di meno al lavoro e alle imprese e di più alle grandi rendite finanziarie e ai grandi patrimoni. Quattro pilastri legati da due travi: un sistema di istruzione pubblica adeguato e una tutela rigorosa della legalità e delle regole. Tutte cose che si possono fare dentro le compatibilità finanziarie; serve una sola cosa: coraggio e lungimiranza.
Nella sua lunga esperienza, signor Presidente del Consiglio, penso che come Capo del Governo non abbia dimostrato molto coraggio: ha preferito conservare piuttosto che innovare, compiacere nell'immediato piuttosto che investire, accarezzare i peggiori vizi degli italiani piuttosto che fare appello alle loro migliori virtù, che sono molte. Coraggio no, spregiudicatezza certo. Abilità nel vendere bene il suo prodotto politico, fantasia e innovazione tattica al servizio del suo formidabile istinto di sopravvivenza politica; ma all'Italia serve altro e per questo, a nostro avviso, lei non è più adatto a guidare l'Italia e per questo ci auguriamo che o il Parlamento o il popolo italiano provvedano finalmente ad aprire una nuova fase. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pera. Ne ha facoltà.
*PERA (PdL). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, se uno per sua scelta si fosse allontanato da questo Paese per un po' e fosse sbarcato questa mattina e avesse ascoltato con attenzione la sua relazione, avrebbe capito che il Governo è in crisi (se formale oppure non formale è questione che sarà chiara domani), ma onestamente non avrebbe capito dalla sua relazione le ragioni di questa crisi. Il suo discorso questa mattina è stato infatti di apertura suadente, di promesse, ma non è stata fatta alcuna menzione di cause, di circostanze, di luoghi, di nomi propri. Né c'è stato nelle sue parole, né nel successivo dibattito alcun pathos, come se quella di oggi fosse una delle tante pratiche che il Senato evade ogni giorno.
Se mi permette, signor Presidente del Consiglio, vorrei allora non dico integrare, ma commentare la sua relazione introducendo alcuni miei concetti. Il primo è il concetto di anomalia. Mi riferisco in questo caso ai colleghi della sinistra. Il suo Governo è in crisi, ma la crisi del suo Governo non dipende dagli sforzi della sinistra e se il suo Governo entrasse anche formalmente in crisi la sinistra non ne sarebbe beneficiaria. Questa è un'anomalia, colleghi.
SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Esatto!
PERA (PdL). Ed è un'anomalia che si ripete dal 1989. Qui c'è il dramma storico di una classe dirigente. La classe dirigente del Partito Comunista Italiano nel 1989 era composto da giovani quarantenni. Oggi quei giovani hanno 50 anni (Commenti della senatrice Bonfrisco), ma sono ancora i vostri dirigenti. (Commenti del Gruppo PD). Non si dice l'età delle signore! In questo frattempo non avete elaborato un'idea d'Italia, un'agenda politica, non avete neanche preparato o potuto preparare una nuova classe dirigente. Ciò vi ha costretto a nascondervi, a camuffarvi, a chiedere aiuto come in questa circostanza. Chiedete aiuto all'onorevole Casini, all'onorevole Fini, a chiunque purché essi facciano quello che voi non siete in grado di fare, cioè facciano cadere un Governo.
Credo che questo sia un fatto grave per la democrazia perché, quando anche il popolo italiano lo volesse... (Commenti dal Gruppo PD).
GARRAFFA (PD). Siete voi che vi siete divisi.
PRESIDENTE. Senatore Garraffa, lasci parlare il senatore Pera.
PERA (PdL). Io penso che non lo voglia, ma quando anche il popolo italiano lo volesse non troverebbero in voi quell'alternativa che dovrebbe essere invece normale. (Commenti dal Gruppo PD).
Il secondo concetto che vorrei introdurre è il concetto di irresponsabilità cu lei ha fatto riferimento nella sua relazione questa mattina, onorevole Presidente del Consiglio. Signor Presidente del Senato, fino a qualche tempo fa in quest'Aula era perfino proibito (si veniva richiamati all'ordine) menzionare il Presidente della Camera dei deputati. Di solito non veniva fatto, ma i tempi sono cambiati ed evidentemente lo sono perché il Presidente della Camera è il segretario di un partito che usa la Presidenza della Camera a scopo del suo partito. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). È una deformazione, una violazione gravissima della Costituzione italiana ed è un punto su cui anche la sinistra - ecco che si nasconde ancora - avrebbe dovuto intervenire perché questa violazione sistematica, anche arrogante e supponente, del Presidente della Camera costituisce precedente. D'ora in poi chi andrà a presiedere la Camera si sentirà autorizzato a fare e disfare i partiti, a criticare il Governo, ad intervenire sulle decisioni della maggioranza, a modificare il calendario. È un fatto istituzionale gravissimo, di grave irresponsabilità. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
A questa irresponsabilità ne aggiungo un'altra che non è istituzionale, ma politica. L'onorevole Fini, qualunque cosa succeda tra oggi e domani, a me sembra che abbia già perduto una sua partita politica, perché se non riuscirà formalmente a far cadere questo Governo avrà perduto autorità politica; se riuscirà a far cadere questo Governo passerà alla storia come uno dei tanti trasformisti che la storia unitaria italiana ha prodotto da oltre un secolo a questa parte. Il trasformismo di chi si presenta alle elezioni da una parte e durante l'esercizio del mandato, nel suo caso addirittura della sua funzione, si sposta da un'altra.
Che cosa dirà l'onorevole Fini quel giorno in cui finalmente si dovrà presentare davanti agli elettori? Dirà che aveva già sciolto due partiti e che ne vuole fondare un altro, un terzo, dopo averne appena ieri cofondato uno? Dirà l'onorevole Fini che si può diventare presidenti del Consiglio per una manovra di carattere parlamentare, ancora oggi, in Italia, nel 2010, senza passare all'esame degli elettori? Oppure l'onorevole Fini si appellerà alla sua agenda politica. Qual è? Chiedo scusa, ma l'onorevole Fini mi sembra veramente un dirigente della sinistra, perché io non ho sentito idee strategiche particolari da parte sua che non siano la esatta sistematica negazione delle idee che aveva il giorno prima. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
Si comincia con la Bossi-Fini? Oggi il voto agli immigrati. (Commenti del senatore Perduca). La famiglia? Oggi le coppie omossessuali. L'Europa cristiana? Noi ci siamo trovati di fronte ad un manifesto firmato Fini e Granata sull'Europa pagana. C'è scritto proprio così: «pagana». Si comincia prima con il presidenzialismo? L'onorevole Fini ha messo in discussione anche questo. Il bipolarismo? L'onorevole Fini ha rimesso in discussione anche questo. Quali sono le idee strategiche per l'Italia dell'onorevole Fini? (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Questo a me sembra irresponsabile. Si possono fare tutte le battaglie politiche all'interno di un partito, si può essere insoddisfatti, si può fare lotta politica per sostituire un leader con un altro, ma bisogna avere un minimo di coerenza sui principi. Qual è la coerenza sui princìpi dell'onorevole Fini? (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
Terzo concetto. Il paradosso. Qui veramente dovrei fare un altro nome proprio, signor Presidente del Consiglio. A quello dell'onorevole Fini dovrei aggiungere quello dell'onorevole Casini, ma, come lei forse sa, e penso che lo sappia meglio di me, l'ermeneutica del pensiero politico dell'onorevole Casini è molto più difficile dell'ermeneutica biblica. Qui, infatti, c'è il paradosso. Coloro che tra oggi e domani vogliono far cadere il suo Governo hanno così tanta forza delle proprie opinioni che stanno già negoziando per un Governo Berlusconi-bis che sarebbe come dire: «Un Berlusconi non ci va bene, piuttosto due mezzi». Questo è. È una situazione paradossale. Si vuole una crisi di un Presidente del Consiglio per sostituirlo con se stesso.
Ma qui mi fermo, signor Presidente, perché vorrei introdurre un altro concetto a cui non do un nome. Provi lei. C'è un'altra cosa che a me preme molto di più. Le crisi di Governo, come lei sa, precipitano per cause prossime ma maturano per cause remote e io penso che la causa remota dell'attuale crisi di Governo, o di questa situazione di crisi dell'attuale Governo, risalga al 1993-1994, quando lei creò grandi aspettative in questo Paese e fece grandi promesse.
Io non credo, signor Presidente (glielo dico con molto rammarico), che queste aspettative siano state soddisfatte, queste grandi promesse siano state mantenute. È a causa delle mancate riforme se lei oggi si trova a fare questa discussione surreale. Lei è un Presidente del Consiglio che non può cambiare un Ministro; lei è un Presidente del Consiglio che non può chiedere le elezioni; lei è un Presidente del Consiglio che deve addirittura, per prassi instaurata dagli ultimi Capi dello Stato, negoziare con il Presidente della Repubblica i disegni di legge. Queste riforme erano riforme della Costituzione. Non sono state mai fatte. Non sto a parlare della riforma del sistema giudiziario, perché già altri sono intervenuti in merito.
Ho l'impressione, signor Presidente, che queste riforme lei le abbia promesse e poi le abbia più minacciate che realizzate. Vorrei ricordarle un dato storico: nel 1993-1994 non fu soltanto un grande voto popolare che la investì di fiducia contro le aspettative di tutti. In quei giorni una buona parte della borghesia dell'impresa, della produzione, della cultura votò per lei anche se non lo diceva esplicitamente, quasi se ne vergognasse; aspettava un cambiamento del sistema politico, aspettava una minore oppressione anche fiscale dello Stato, aspettava perfino - quella borghesia - una rigenerazione morale. Credo, signor Presidente, che a quell'appuntamento lei sia ancora oggi in ritardo. Ce la farà prima della fine della legislatura a recuperare quel ritardo? Io lo auguro all'Italia.
Per questo motivo e con questo residuo di speranze, signor Presidente, le do la mia fiducia, anche perché su questo punto concordo veramente con l'onorevole Fini: lei ancora oggi è la migliore alternativa a se stesso e, se non è la migliore, è l'unica. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Baldassarri. Ne ha facoltà.
BALDASSARRI (FLI). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, membri del Governo, onorevoli colleghi, come lei ben sa, presidente Schifani, sono rientrato ieri da un viaggio negli Stati Uniti su sua precisa delega a rappresentarla ad un importante incontro a Houston di oltre 200 ricercatori italiani che lavorano all'estero. Francamente, durante questo viaggio formale e ufficiale da parte del Senato, contrariamente a qualche nota di agenzia, ho avuto la percezione che la situazione economico-finanziaria in giro per il mondo e sui cieli d'Europa sia talmente seria, talmente fragile, talmente a rischio che sarebbe da irresponsabili immaginare che da questo confronto politico si vada allo scioglimento delle Camere e a nuove elezioni a breve termine. Metteremmo a rischio l'intera nuova generazione. Nei prossimi mesi l'Italia ha bisogno di un Governo forte, autorevole, che mantenga le promesse con gli elettori.
Signor Presidente del Consiglio, con la solita franchezza, trasparenza e lealtà le dico subito i punti sui quali concordo con il suo intervento di questa mattina e - se mi permette - anche i punti sui quali non è che non concordo, ma sui quali vorrei maggiore chiarezza e precisione di contenuti. I punti sui quali concordo, signor Presidente del Consiglio, sono i seguenti: la sovranità dei cittadini che hanno eletto una maggioranza, il rispetto del mandato degli elettori. Però il rispetto del mandato degli elettori è a governare e a mantenere le promesse fatte agli elettori. Pertanto, non tradisce chi insiste da tempo per cercare di far mantenere quelle promesse: semmai, tradisce chi quelle promesse non le mantiene.
Mi consenta l'amico senatore Pera, che ha dimenticato un peccato originale nelle sue tante critiche al presidente Fini, di dire che il peccato originale, a mio parere, è quando il cofondatore del PdL viene dichiarato non compatibile con il PdL. Da lì, a mio parere, nasce tutta la diatriba di questi mesi, che è un confronto politico e non semplicemente personalistico.
Abbiamo tutti sognato, collega Pera, un grande centrodestra, aderente al Partito popolare europeo. Ma lo abbiamo sognato perché facesse quelle riforme liberali e democratiche che l'Italia attende da troppo tempo. Sono più di 15 anni che lavoriamo su questo. Purtroppo, ad oggi, quelle riforme strutturali che avrebbero dovuto rivoluzionare la politica, l'economia e la società italiana sono ancora ferme.
Allora mi consenta un chiarimento di fondo, signor Presidente, su un punto specifico riguardante la politica economica e sociale, per sgombrare da ogni dubbio la mia personale opinione, che tra l'altro ho avuto modo di esternare in questa Aula più volte e anche durante i nostri incontri frequenti avuti fino a poco tempo fa.
Il controllo del deficit e del debito pubblico, ossia il rigore finanziario, è un atto dovuto, non è la politica economica. Il mantenere sotto controllo i saldi finanziari è un atto dovuto, qualunque sia il Governo e la maggioranza politica, ma non lo si può confondere con la politica economica, che è altra cosa. Poggia sulla pietra miliare dell'equilibrio finanziario, in assenza del quale si va allo sfascio dei conti. Sarebbe irresponsabile tre volte. Ma non può esaurire la responsabilità della scelta politica.
La distinzione vera tra una visione di centrosinistra e una di centrodestra non deve essere nel "se" si debbano salvaguardare gli equilibri finanziari. In un Paese serio, centrodestra e centrosinistra dovrebbero fare fronte comune rispetto all'equilibrio finanziario.
La differenza politica sta semmai nel fatto che il centrosinistra, per sue valutazioni, per suoi valori e per sua storia, tende a raggiungere quell'equilibrio finanziario con più spesa pubblica, più intervento dello Stato e più tasse. Alla radice, infatti, c'è la convinzione che le scelte libere degli individui, delle famiglie, delle imprese e del mercato sono tendenzialmente più sbagliate delle scelte che possono prendere le entità pubbliche. Il centrodestra non può rinunciare ai suoi valori, alle sue radici e ai suoi principi mantenendo saldo l'equilibrio finanziario, ma ottenendo quell'equilibrio in altro modo, con meno spesa e meno tasse. Questa è l'origine del centrodestra.
Purtroppo, però, signor Presidente del Consiglio, la situazione ad oggi - come dimostra anche la manovra di luglio, ratificata dalla legge di stabilità la settimana scorsa - tende ad ottenere quell'equilibrio più nella continuità quasi ideologica con il centrosinistra che non nel rispetto dei valori, dei progetti e dei programmi profondi del centrodestra.
I famosi 48 miliardi di euro di maggiori entrate che abbiamo deliberato in quest'Aula, a luglio, e poi confermato nella legge di stabilità, servono - per 25 miliardi - a tagliare il deficit pubblico, ed è ovvio che quella è la parte sacrosanta. Ma, per altri 23 miliardi, servono a coprire maggiori spese pubbliche, in particolare 26 miliardi in più di spesa corrente e 3 miliardi in meno di investimenti. Non lo dice il senatore Baldassarri, ma lo afferma il Servizio studi del Senato.
Devo dire che francamente che ho votato anch'io a luglio - lei, Presidente del Consiglio, vi pose la fiducia - una manovra che strutturalmente frena la crescita e peggiora la qualità dei conti, nel senso di più spesa e più tasse. Ho detto che la legge di stabilità, essendo una legge «tabellare», andava votata comunque per salvaguardare il Paese dalle fibrillazioni internazionali. Ma continuo ad essere convinto che, senza una strategia liberale e democratica di quel grande partito che fa riferimento al Partito popolare europeo, l'Italia non va da nessuna parte. La gamba della crescita e dello sviluppo è essenziale tanto quanto quella del rigore finanziario.
Allora in conclusione, signor Presidente del Consiglio, ciò che lei ha detto stamattina in termini di consolidamento dell'area del centrodestra che fa riferimento al Partito popolare europeo, in termini di ridefinizione dell'agenda di governo e pur anche in termini di composizione dell'Esecutivo - lei questo ha detto - è un passo importante che a mio parere va colto nel senso positivo del termine. Però, signor Presidente del Consiglio, patti chiari: il gioco delle tre carte a cui spesso abbiamo assistito rimuginando un numeretto di qua e di là non può essere consentito.
E credo di poter dar voce, nella mia modesta persona, a 22 milioni di famiglie italiane che si aspettano il coefficiente familiare, a 5 milioni di piccole e medie imprese che si aspettano il taglio dell'IRAP. E non diciamo che non ci sono le risorse. Le risorse ci sono. Abbiamo indicato con chiarezza in quest'Aula dove effettuare i tagli, nell'area delle malversazioni, nelle aree grigie tra economia e politica. Il centrodestra di taglio europeo abbia il coraggio di aggredire quelle specifiche voci di spesa e abbandonare la tecnica dei tagli orizzontali, che riducono del 10 per cento ma lasciano a chi malversa il 90 per cento per continuare a malversare, magari sottraendo fondi a ricerca, università, sanità e quant'altro.
Questo è il nodo politico che vediamo. Questa opportunità c'è. Se non si vuole andare a votare, occorre un patto di legislatura serio, con i contenuti. Abbiamo cercato, nei limiti di tempo che ci sono stati concessi, per cui ringrazio il Presidente del Senato, di fornire qualche spunto sui contenuti, ma lei, signor Presidente del Consiglio, li conosce perfettamente, perché in quest'Aula l'anno scorso abbiamo presentato una proposta concreta. Il Governo l'accettò come ordine del giorno e, dal dicembre 2009 ad oggi, quell'ordine del giorno è rimasto, francamente, lettera morta.
Da domani in poi, potremo prendere alcune parti di quel ragionamento e farne strategia di politica economica? (Applausi dal Gruppo FLI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mascitelli. Ne ha facoltà.
MASCITELLI (IdV). Signor Presidente del Consiglio, come era facilmente prevedibile non troviamo nulla di nuovo nelle parole delle sue comunicazioni. Purtroppo, troviamo solo una ripetizione stanca di vecchi titoli e proclami ai quali - dica la verità - non ha neppure lei né la possibilità, né la voglia, né l'età per credere. L'unico dato certo, che emerge chiaramente da una discussione tutta interna alla sua maggioranza, è l'autocertificazione della fine cerebrale di questa maggioranza e di questo Governo.
Non avete più la testa e non avete mai avuto il cuore per occuparvi dei problemi del nostro Paese. In questa vergognosa conta del mercato dei parlamentari, al di là dei numeri che lei riuscirà a ottenere, al di là dei maneggioni, siete stati in grado soltanto di creare una inutile bolla istituzionale, un derivato tossico che come tutti i derivati - se lo faccia dire dal ministro Tremonti - produce solo danni sia a chi compra che a chi vende. I conti che dovete fare, però (glielo ha ricordato poco fa il senatore Baldassarri), quelli veri, quelli che il Paese e l'Europa vi chiedono di fare sono ben altri.
Siamo agli ultimi posti nella crescita e ai primi nell'evasione fiscale e nel debito pubblico. La disoccupazione effettiva è arrivata all'11 per cento e quella giovanile ad oltre il 30 per cento nel nostro Sud. L'Italia oggi paga il conto di tre manovre sbagliate in cui avete caricato il peso della crisi sui lavoratori dipendenti, i precari, i pensionati, le famiglie, i primi ai quali occorreva dare sostegno al reddito e ai consumi.
Allora, il dato nuovo che sta emergendo è proprio questo. Vede, signor Presidente del Consiglio, nonostante tutto, nonostante voi siate dentro ogni genere di scandalo, economico, giudiziario, politico, morale e ideale, la vostra vera crisi nasce dalla disillusione e dall'inganno che avete prodotto nella maggioranza degli italiani.
Poco tempo fa, la dichiarazione dell'amministratore delegato di Alitalia sull'inevitabilità di una fusione con Air France ha fatto saltare un altro vostro presunto miracolo. Dopo quelli delle false assicurazioni sull'immondizia di Napoli, sulle macerie dell'Aquila, sulla realizzazione di opere quali la Torino-Lione e la Salerno-Reggio Calabria, ora salta il miracolo della salvezza dell'italianità della compagnia aerea nazionale, pagata a caro prezzo dai contribuenti italiani.
Ma vi siete mai chiesti chi sta pagando il conto? Vi siete chiesti a chi pensate di andare a chiedere, la prossima volta, con le vostre menzogne, la riconferma di un consenso? Ai 2.700.000 dipendenti pubblici, a cui sono state bloccate le retribuzioni, al 14 per cento delle famiglie italiane alle quali sono state azzerate le risorse delle politiche sociali, ai non autosufficienti, agli anziani più poveri, ai senza casa, alle famiglie meno abbienti, che in soli due anni si sono visti tagliare l'assistenza, da due miliardi e mezzo a poco più di 500 milioni? A chi andate a chiedere consenso? Alle imprese del Sud, che aspettavano una fiscalità di vantaggio e che, invece, con le aliquote raddoppiate di IRAP e IRPEF, sono bloccate in una fiscalità di vantaggio? A chi chiedete il consenso? Ai 475.000 piccoli imprenditori, ai lavoratori in proprio, molti anche del Nord, artigiani e commercianti, che abbiamo perso per strada?
Chiederete consenso alle Regioni del Meridione che su strade, porti e aeroporti vedono aumentare sempre di più la linea di demarcazione, anno dopo anno? Trenitalia, soltanto negli ultimi due anni, ha indirizzato al Sud meno del 20 per cento delle risorse per l'ammodernamento della rete. Andrete a chiedere consenso alle Regioni del Nord, alle quali avete fatto credere che il federalismo sarà una panacea dei loro problemi e alle quali voi oggi non avete il coraggio di dire che ancora per molto sarà una scatola vuota e senza risorse? La stima del fondo sperimentale di riequilibrio, che dovrà accompagnare i primi cinque anni di attuazione del federalismo fiscale, viaggia intorno ai 13 miliardi di euro.
Chiederete consenso ai consumatori, che non riuscite a tutelare, e che vedono aumentare ancora oggi il costo della benzina come quando il prezzo del barile del greggio era ai livelli più alti? Dove pensa questa maggioranza di operare gli altri tagli, che saranno richiesti, e lei lo sa bene, da una prossima manovra finanziaria?
Infatti, voi sapete benissimo che state prendendo in giro gli italiani, perché i conti non tornano. Tra le vostre stime e quelle della Commissione europea per gli affari economici, salta oltre mezzo punto di PIL. Secondo voi, tra due anni dovremmo avere un deficit del 2,7 per cento, mentre secondo Bruxelles, questo sarà del 3,5 per cento.
Il prossimo anno, signor Presidente del Consiglio, dovremmo piazzare 240 miliardi di titoli di Stato in scadenza che, per l'andamento dei rendimenti, faranno salire la spesa per interessi da 77 a 90 miliardi. Il nostro disavanzo, a fine 2011, sarà maggiore di quanto avete dichiarato perché dei 12 miliardi di euro che, secondo la manovra di questa estate, sarebbero dovuti entrare dalla lotta all'evasione fiscale e da quella contro i falsi invalidi, ne mancano almeno tre all'appello, per vostra stessa ammissione.
Questa è la realtà del Paese, non quella che lei ha descritto nelle sue comunicazioni, e in questo resta una sostanziale e fondamentale differenza tra noi e voi, che rivendichiamo e rimarchiamo.
Noi pensiamo e sosteniamo - e non siamo i soli - che il danno maggiore che possa venire al nostro Paese non è soltanto il deficit di bilancio, che pure è sostanziale e importante, ma il deficit che vi appartiene, il deficit che fa parte del vostro DNA ed è un deficit di senso dello Stato, di rispetto per le istituzioni, di attenzione per gli interessi generali, di preoccupazione per le parti più deboli. Questo è l'unico tipo di deficit che conosciamo che può essere sanato e risolto con un semplice taglio: il taglio di questo Governo. (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Zanda. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bruno. Ne ha facoltà.
BRUNO (Misto-ApI). Signor Presidente, non voglio considerare questa discussione sulla fiducia come un espediente tattico per condizionare il voto nell'altra Camera, per cui mi attengo alla discussione in corso. Oggi non c'è il tentativo di dare una spallata al Governo attuale, non c'è l'incalzante iniziativa della minoranza che chiama in Aula il Governo per verificare la sua consistenza. Oggi, semplicemente, dopo soli tre mesi dall'ultima volta, il Governo viene a verificare se esiste ancora la maggioranza parlamentare che lo sosteneva. Ed è evidente, anche dallo stesso dibattito, che quella maggioranza non c'è più, non esiste più, un altro pezzo si è staccato. E questo prescinde dal voto in più o in meno che si raccoglierà oggi o domani. La verità è che la crisi è più profonda: finisce un ciclo, un ciclo politico che non si conclude bene.
Dopo tutti questi anni nessuno crede più che sia colpa della Prima Repubblica se nessuno dei parametri fondamentali del nostro Paese è migliorato. Non è migliorata la crescita, non è migliorato il PIL, non è migliorata l'occupazione, non si è ridotto il divario tra Sud e Nord, non si è realizzata la promessa «meno Stato», non ci sono meno tasse per tutti, non c'è un milione di posti di lavoro ma ci sono milioni di precari e di cassintegrati in più. E tutto questo non è responsabilità ascrivibile unicamente al Presidente del Consiglio attuale. Credo sia necessario prendere atto che si tratta di un deficit di sistema. C'è bisogno di rivisitare il sistema, di ripensarlo, di cercare nuovi e più avanzati equilibri, anche geopolitici.
A proposito di geopolitica interna, il Presidente del Consiglio si rivolge ai moderati offrendo rimpasti e patti di legislatura. A parte la terminologia, che sembra molto simile a quella della Prima Repubblica, la verità, signor Presidente, è che lei aveva già i moderati nella sua alleanza solo che, anche per favorire la componente di Governo più radicale ed estrema, ha semplicemente prima escluso ed espulso i moderati e poi ha provato a cancellarli. Non riuscendo però a cancellare i moderati dal Parlamento - vista l'impossibilità di cancellare, ad esempio, l'UDC dell'onorevole Casini, che ha una sua rappresentanza parlamentare non compresa nelle fila della maggioranza ma eletta nel resto del Paese e non inclusa in quello che un assurdo premio di maggioranza sostanzialmente regala a chi prende un voto in più, e potrei continuare ancora sulle vicende che riguardano il Gruppo Futuro e Libertà - il Presidente del Consiglio torna alle Camere e racconta che ha scherzato e si può tornare al voto e al già visto schema delle quattro punte. Ebbene, signor Presidente, questo schema non ha funzionato nel passato, quando pure le aspettative che lei suscitava erano altre, e non potrebbe funzionare oggi, senza nessuna fiducia nel Paese.
Noi pensiamo che bisogna ricercare nuovi equilibri e che nel frattempo si può, nel pieno rispetto della Costituzione, costruire un Governo di responsabilità che si faccia carico dei problemi e dei rischi del Paese. Un tempo, nella vituperata Prima Repubblica, che molti sembrano oggi tenere in gran disprezzo - oggi, però, non quando c'era la Prima Repubblica - grandi leader e grandi statisti erano capaci di farsi da parte nell'interesse del Paese; magari si ritagliavano altri ruoli, importanti e fondamentali, ma sapevano fare un passo indietro per far fare al resto del Paese un passo in avanti. Oggi purtroppo rischiamo di constatare che non ci sono più leader all'altezza della sfida che la responsabilità imporrebbe. (Applausi dai Gruppi Misto-ApI e PD).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Poli Bortone. Ne ha facoltà.
POLI BORTONE (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Signor Presidente, ancora una volta nell'arco di poco tempo, ma oggi con un disagio ancora più forte, desidero portarle, per la piccola parte che rappresento e che la componente «Io Sud» mi fa rappresentare, l'amarezza di tanti italiani, non solo meridionali, che stanno vivendo con sofferenza una delle più drammatiche stagioni politiche del nostro Paese. Una sofferenza che viene da quanti si sentono sempre più defraudati, privi di punti certi di riferimento, privati di uno sviluppo economico e sociale e di una più matura coscienza politica, privati persino dell'utopia sempre valida del raggiungimento del bene comune.
Di tale sentimento diffuso si è saputo fare fedele interprete il nostro ottimo Presidente della Repubblica, quando rileva che da troppo tempo l'Italia vive in uno stato di tensione dal quale bisogna uscire, affrontando la priorità assoluta che è la questione economica, le povertà, quelle tante nuove povertà che si sono aggiunte alle antiche povertà; e il Mezzogiorno, purtroppo, ne è l'esempio più eclatante.
Lasciamo perdere, Presidente, il fantomatico Piano per il Sud e gli altrettanto fantomatici 100 miliardi. Non solo noi, ma anche lo SVIMEZ nei mesi scorsi ha ricordato che nel Sud una famiglia su cinque non ha i soldi per pagare il medico; il PIL è in calo del 5 per cento; gli investimenti industriali sono in calo del 9,6 per cento; negli ultimi due anni si sono persi più di 100.000 posti di lavoro; negli ultimi dieci anni oltre 2 milioni di persone hanno abbandonato il Mezzogiorno; la spesa in conto capitale per il Sud nel 2001 era del 41 per cento, mentre oggi è solo del 34 per cento.
Se tutto questo è vero - e lo è - doveva essere tacciato di tradimento chi, come me, non in un periodo sospetto e non sotto la pressione di un voto di fiducia, aveva semplicemente incominciato a lanciare l'allarme, a porre un problema (che era ed è reale) di unità politica del Paese, di una politica di coesione e di convergenza fallita, di una classe dirigente nazionale e periferica non sempre adeguata? Perché allora tacciare di tradimento chi pone un problema e desidera trovare una soluzione, e trovare invece come soluzione immediata la cacciata del traditore? Le parole pesano, specialmente quando sono rivolte a chi ha sempre avuto una sua dignità politica, un suo credo politico.
Per quel che mi riguarda, ho sempre creduto, e continuo a credere, in una destra partecipativa e democratica, che sappia coniugare capitale e lavoro, che abbia rispetto della vita e della dignità delle persone e dei territori; una destra che sappia risolvere gli squilibri sociali, che non viva sulla conflittualità permanente, che non faccia diventare più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. Che cosa avevo tradito allora nel porre la questione meridionale come questione sociale e politica da affrontare seriamente? Una questione politica alla quale non lei, Presidente, ma la sua classe politica nazionale e periferica ha risposto con un tasso di grettezza comportamentale e verbale poco degno di chi si arroga il diritto di essere considerato classe dirigente. (Applausi dei senatori Viespoli e Contini).Sforziamoci di non pensare che chi pone un problema debba essere subito tacciato di tradimento. Il tradimento avviene quando non si rispettano i patti con gli elettori, e al Sud non si era promessa povertà, bensì sviluppo.
A proposito, Presidente, non ce la sentiamo proprio di farci fare la morale sui fondi non spesi nel 2000-2006 proprio da chi quei fondi non ha saputo spenderli nella mia Regione e ha lasciato la Puglia in quelle condizioni di disastro che ancora oggi pesano sulla testa dei cittadini. (Applausi dei senatori Rusconi e Fontana).
Lei, come Presidente, deve fare quel che oggi ha detto di voler fare. Deve ammettere la possibilità del dissenso interno. Come Presidente di tutti gli italiani, ha il dovere di ascoltare anche le critiche, perché non sono fatte per pregiudizio. Spesso sono fatte con responsabilità, con l'intento di sollevare problemi per tentare poi di risolverli. La riforma del fisco, l'attuale legge elettorale, la questione delle povertà territoriali, il tema, di destra, del presidenzialismo, sono tutti problemi reali che non possono essere relegati negli angusti limiti di una diatriba quasi esclusivamente personalistica. Qui si giocano le sorti dei cittadini italiani, prima ancora che le sorti di un Governo.
Non mi appassiona più di tanto il tiro alla fune degli ultimi giorni. Non saranno i numeri, risicati o meno, a sancire una vittoria o una sconfitta. Ad oggi usciamo già tutti, purtroppo, sconfitti da un'immagine che almeno fino ad ora abbiamo dato ai cittadini italiani, cioè l'immagine litigiosa e inconcludente di una classe politica complessivamente inadeguata ad affrontare la gravità della situazione.
Un Parlamento svuotato dei suoi poteri; una crisi economica da cui non si riesce a venir fuori; un bipolarismo che aveva la pretesa di diventare un bipartitismo e che, come tale, ha fallito di fatto; una legge elettorale non rispondente alle esigenze di rappresentanza volute dai cittadini; un rapporto con l'Europa qualche volta più formale che sostanziale. Tutti elementi, questi, che hanno allontanato, più che avvicinato, il cittadino alla partecipazione: il 40 per cento di persone che non va a votare è più che un campanello di allarme.
Usciamo allora da quella che Calvino avrebbe definito «una avvilente zona grigia». Usciamone con la saggezza e la responsabilità che la gravità del momento richiede. Usciamone ricorrendo, non al computo arido dei numeri, che avvilisce la dignità personale e politica. Usciamone con la qualità dell'offerta politica, con la sapienza che deriva dall'umiltà di tutti, ma proprio tutti, di saper riconoscere carenze e fragilità.
Portare ancora una volta il Paese ad elezioni non è, secondo me, un'affermazione di forza, ma di debolezza della politica, che non sa o non vuole trovare soluzioni. (Applausi del senatore Possa). Con ciò, Presidente, non mi sto iscrivendo al partito delle colombe né, d'altra parte, mi sento iscritta di fatto nella categoria dei politici sorpassati e ridicoli come dice il suo senatore Gallo. Rimango nella mia piccola nicchia di libera pensatrice, che si prende l'amichevole, se mi è consentito dirlo, libertà di dire al suo Presidente del Consiglio che lei si sta assumendo ingiustamente, ritengo, tutte le responsabilità di una crisi che deve invece condividere con tutti quanti, perché non le giovano nella sua attività politica, anche sul territorio. E i territori oggi sono importanti.
Non basta un voto in più in Parlamento per salvare la situazione. Sui territori si sta affermando una sorta di federalismo politico che agevola ed incoraggia aggregazioni politiche non necessariamente uguali a quelle nazionali. Sono le aggregazioni che vanno avanti per obiettivi da conseguire e quando i territori si saranno politicamente autoregolamentati per garantirsi sviluppo e, qualche volta, solo sopravvivenza, non saranno i pochi numeri in più registrati in Parlamento a garantire una vera stabilità, men che mai un vero governo dell'intero territorio.
Se lei vuole fare un Governo dei moderati per un patto di legislatura, occorre che inviti tutti ad essere, innanzitutto, moderati anche nel linguaggio e, perché no, nei comportamenti. Lei si è rivolto a chi è stato eletto con lei nel 2008. Io sono stata eletta con lei nel 2008 - con lei e per lei, Presidente - e non mi sento di avere tradito. Io ho semplicemente la presunzione di sentirmi una persona coraggiosa. Con coraggio e convinzione le dico che credo che tutti gli italiani non vogliano andare ancora una volta ad elezioni anticipate. Allora sta a lei, oggi, se fa ancora in tempo, a trovare, al di là dei numeri, le soluzioni più giuste in termini di qualità politica. Lo può fare, Presidente. Lo può fare con il coraggio e la determinazione che l'hanno caratterizzata nei momenti più fulgidi della sua vicenda politica.
L'augurio che faccio non è soltanto a questo Governo ma lo faccio anche io, come il senatore Pera, a tutta l'Italia, perché possa ritrovare la sua serenità e che la politica possa saper dare risposte adeguate. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE, PD, FLI e Misto-ApI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mazzatorta. Ne ha facoltà.
MAZZATORTA (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, come lei ha ricordato, signor Presidente, due mesi fa sia il Senato che la Camera hanno rinnovato la fiducia al suo Governo con una maggioranza ben più ampia di quella risultante dalle elezioni di due anni fa.
In quella occasione lei, signor Presidente del Consiglio, ha ribadito con forza la volontà - leggo le testuali parole - "di completare la legislatura e il progetto di profonda trasformazione del Paese, votato e voluto dagli italiani nel 2008". E proprio per completare quel progetto votato e voluto dagli elettori, noi tutti, senatori e deputati della Lega Nord, ma anche tutti i senatori ed i deputati eletti nelle liste del suo partito, signor Presidente, che - occorre ricordarlo - riportava nel simbolo elettorale le parole «Berlusconi Presidente» (occorre ricordarlo agli smemorati e ai beneducati che oggi ci hanno dato le motivazioni della votazione di una mozione di sfiducia), noi tutti, senatori e deputati della Lega Nord e del Popolo della Libertà, le confermammo la volontà di portare a termine l'attuale legislatura, continuando quel lavoro di riforma avviato nel maggio 2008. Eppure oggi, a distanza di poco più di due mesi da quella votazione, siamo ancora qui a discutere della questione di fiducia al suo Governo, in ragione del fatto che una parte di quei deputati e di quei senatori, eletti nello schieramento vincente alle elezioni sotto il contrassegno che recava accanto il suo nome, signor Presidente, come candidato Presidente, e che hanno votato la fiducia due mesi fa, oggi vogliono dare una spallata al Governo con quello che non può che essere definito come un tradimento del voto popolare, come un atto di slealtà politica.
Cosa è cambiato da due mesi a questa parte, ci chiede il cittadino che troviamo fuori da questa Aula? Come possiamo spiegare alla signora Maria quali sono le cause di questa assurda crisi pseudoparlamentare? I cittadini non possono che uscire frastornati da questa vicenda di malcostume politico, degna del peggior trasformismo parlamentare. Ed i nostri ed i suoi elettori, signor Presidente, avvertono la paventata caduta del suo Governo come ingiusta, come un vero e proprio tradimento della sovranità popolare, e persino il popolo della sinistra dichiara di non volere vincere facile, per parafrasare lo slogan di una fortunata pubblicità televisiva, ma di voler vincere democraticamente, nelle urne, alle prossime elezioni politiche, e magari con un nuovo leader che non si debba vergognare per essere andato una volta ad Arcore. (Applausi dal Gruppo LNP).
Siamo davanti alla crisi di Governo forse più difficile e preoccupante che abbia mai investito il nostro Paese. E, per di più, in un momento estremamente difficile della congiuntura economica mondiale. Mai come in questo momento, per far uscire il Paese delle sabbie mobili della peggior crisi finanziaria dell'ultimo secolo, avremmo bisogno di una maggioranza stabile, decisa e soprattutto coerente rispetto al patto con gli elettori. In fondo, questo sistema elettorale, tanto vituperato e criticato ma consono ad un'ordinata democrazia maggioritaria, ha individuato nettamente i partiti vincitori ed i partiti vinti.
Il verdetto delle urne nell'aprile 2008 è stato chiaro e limpido: da un lato, il Popolo della Libertà e la Lega Nord come partiti vincitori; dall'altro lato, il Partito Democratico, l'UDC e l'Italia dei Valori come partiti vinti.
Dovrebbe quindi suscitare disprezzo ad un sincero democratico un possibile scambio di ruoli, con i partiti vinti al governo ed i partiti vincitori all'opposizione, perché ciò suonerebbe come una operazione del peggior trasformismo parlamentare che, come diceva il senatore Pera, è il vero ed antico male del nostro sistema politico.
Un Governo di salute pubblica, o di solidarietà nazionale, o di come diavolo lo vorrete fantasiosamente chiamare, altro non è che un Governo in totale contrasto con la sovranità popolare.
Il Governo ha ottenuto in questi anni straordinari risultati, in tanti settori, mai conseguiti in passato; ma, signor Presidente, almeno un errore lo abbiamo commesso. All'inizio di questa legislatura, nel giugno 2008, il Gruppo del Partito Democratico propose una riforma del Regolamento del Senato che porta la prima firma del suo presidente, senatrice Finocchiaro, e del vicepresidente Zanda. Quella proposta auspica, leggo testualmente, «una coincidenza tra i soggetti che i cittadini hanno votato nella fase elettorale e la loro successiva proiezione parlamentare, per evitare» - dice il Partito Democratico - «di rendere la politica parlamentare poco trasparente e poco comprensibile».
A tal fine il Partito Democratico, assieme all'Italia dei Valori - che ha presentato identica proposta - aveva chiesto di inserire, accanto al requisito numerico di dieci senatori per costituire un Gruppo, che quei dieci senatori fossero espressione di un partito che si era presentato alle elezioni, che aveva preso almeno un voto dagli elettori italiani. Quella modifica, signor Presidente, è rimasta in un cassetto: ecco il nostro errore. E poi, con una operazione di puro transfughismo parlamentare, ecco che nasce il Gruppo parlamentare di Futuro e Libertà per l'Italia e scattano gli applausi del Partito Democratico e dell'Italia dei Valori, che avrebbero dovuto contrastare questa operazione secondo quanto avevano dichiarato pochi mesi prima! (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
Questi atteggiamenti di incoerenza non fanno bene al nostro Paese, non fanno bene alla politica.
Se noi avessimo approvato quella modifica regolamentare, voluta a parole dalle opposizioni, oggi non ci sarebbe il Gruppo di Futuro e Libertà, che non ha raccolto - ripeto - nel Paese nemmeno un voto e non godrebbe di tutti i vantaggi derivanti dall'essere un Gruppo parlamentare, e probabilmente non sarebbe accaduto ciò che è accaduto in questi mesi. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL). Lo ripetiamo: mai come in questo momento servirebbe un Governo stabile e deciso, con una forte maggioranza di sostegno, come è avvenuto in questi due anni. Ma se un numero indefinito di deputati e dieci senatori ritengono finita questa esperienza di governo, che peraltro hanno sostenuto fino a ieri anche con importanti ruoli di governo, e riescono assieme alle opposizioni a far prevalere alla Camera un voto di sfiducia, allora noi diciamo: si abbia il coraggio di sottoporsi al giudizio democratico degli elettori, si ritorni alle urne. La sovranità appartiene al popolo, dice la nostra Costituzione.
Non appartiene né all'onorevole Casini né al collega Rutelli né al Presidente Fini: appartiene al popolo e solo al popolo, e l'unica maggioranza parlamentare per noi è quella premiata dagli elettori, è la maggioranza elettorale. Se questa si dissolve per colpa di un manipolo di trasformisti non c'è altra via democratica che il voto popolare: tornare alle urne il più in fretta possibile per raccogliere dagli elettori una chiara e nuova indicazione sul futuro di questo Paese.
Oggi, signor Presidente, ogni senatore si assume di fronte al Paese e di fronte ai cittadini la chiara e precisa responsabilità del proprio voto. Per noi, senatori della Lega Nord, sarà facile esprimere a testa alta e ad alta voce un voto di fiducia al suo Governo, spronandola a continuare, come ha fatto in questi due anni, nella sua opera di cambiamento di questo Paese. Noi saremo al suo fianco. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL e dai banchi del Governo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zanda. Ne ha facoltà.
ZANDA (PD). Signor Presidente, i colleghi senatori mi perdoneranno se rinvio ad altre circostanze una risposta al senatore Mazzatorta sui regolamenti parlamentari e al senatore Pera sulla crisi del centrosinistra: ne parleremo un'altra volta. Oggi parliamo nel dibattito sulla fiducia, dei problemi che riguardano il Governo Berlusconi; Governo che, negli ultimi due anni e mezzo, ha chiesto per 36 volte la fiducia, ma lo ha sempre fatto per questioni di tattica parlamentare. Il voto di domani, invece, è un voto politico, forse il primo vero grande voto politico di questa legislatura e sono politiche anche le ragioni per le quali i parlamentari di Futuro e Libertà sono usciti dal Popolo della Libertà denunciando, cito, «l'appiattimento del Presidente Berlusconi sulle posizioni della Lega Nord, la riduzione del Parlamento a dépendance del Governo, la trasformazione dei telegiornali in fogli d'ordine del PdL e la ricerca dell'impunità personale». Nessuno di questi nodi politici è stato sciolto.
Domani sapremo se il mercato delle ultime settimane avrà procurato al presidente Berlusconi delle inutili soddisfazioni; ma sappiamo già che fuori del Parlamento la sfiducia del Paese e della comunità internazionale è un dato di fatto che nessuna compravendita potrà modificare. (Applausi dal Gruppo PD). Comunque vada il voto, tra due giorni, Berlusconi non sarà più in grado di governare. (Commenti dal Gruppo PdL).
Scusi, Presidente, vorrei poter svolgere il mio intervento tranquillamente, avendo consentito a tutti i colleghi di farlo: non ho interrotto nessuno. Non possiamo, Presidente, metterci ad urlare ogni volta che sentiamo qualcosa che non ci piace.
PRESIDENTE. Colleghi, abbiamo ottenuto stamattina un dibattito abbastanza composto, tranne momenti brevissimi. Vi rivolgo un invito: siamo in fase di conclusione; il senatore Zanda ha il diritto di svolgere il suo intervento in piena serenità e nel silenzio.
ZANDA (PD). Signor Presidente, giorni fa, un grande direttore di orchestra argentino-israeliano, Daniel Barenboim, ha chiesto al Governo di rispettare la Costituzione. Mi ha colpito l'applauso con il quale il pubblico del teatro alla Scala ha accolto il suo appello: dal Presidente della Repubblica, che voglio ringraziare per quello che fa per l'Italia, al sindaco di Milano Letizia Moratti, che ringrazio per aver sostenuto con il suo applauso il valore della Costituzione. Ma, mentre la Scala applaudiva la Costituzione, in piazza c'erano gli studenti che protestavano.
Negli anni '70, i tremendi anni '70, il presidente Cossiga mi ha insegnato che la violenza va condannata sempre e senza esitazione, ma che quando i giovani protestano le loro ragioni vanno comprese e le loro aspirazioni ascoltate. Credo che il Governo dovrebbe prestare attenzione alla voce degli studenti e capire che la loro contestazione investe molto più di una legge che li riguarda direttamente. Gli studenti protestano perché hanno paura che nel loro futuro non ci sia né un lavoro sicuro, né una casa, né una possibilità di costruire una famiglia. (Applausi dal Gruppo PD). Non accettano la mancata crescita, la disoccupazione, i pendolari mortificati, i quattro milioni di italiani sotto la soglia di povertà. Sono dei giovani puliti. I loro occhi sono migliori di quelli della politica: vedono più chiaro e più lontano di noi.
L'ultimo rapporto del CENSIS descrive un'Italia non diversa da quella che appare agli studenti. Parla di una società appiattita, che stenta a ripartire e che non riconosce più né la legge, né le regole; una società stanca che non crede più al decisionismo, né a quella personalizzazione della politica di cui Berlusconi si è fatto icona. Questo è il ritratto dell'Italia che il berlusconismo ha costruito: Barenboim che invoca la Costituzione; i giovani che temono il futuro; un Paese senza legge, dove chi governa non protegge gli interessi generali perché ha "personalizzato" il potere.
Non dobbiamo quindi stupirci se questo ritratto coincide con il contenuto dei dispacci della diplomazia degli Stati Uniti, che Berlusconi ha subito declassato parlando di funzionari di quarta serie.
GIOVANARDI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Anche il Papa.
ZANDA (PD). Quei dispacci, siglati in continuità da ben due ambasciatori, uno repubblicano e uno democratico, sono documenti molto seri che mostrano impietosamente il giudizio della comunità internazionale sul Presidente del Consiglio italiano: un uomo "debole fisicamente e politicamente", un "incapace", un "vanitoso".
Mi è tornata alla mente la seduta del 30 settembre scorso, qui in Senato, quando abbiamo ascoltato un incredibile intervento del presidente Berlusconi, che parlava di se stesso e delle sue imprese: è lui che a Pratica di Mare ha messo fine alla Guerra fredda; è lui che ha costretto Obama e Medvedev a siglare il trattato per la riduzione delle armi nucleari; è lui che ha indotto il Presidente americano a destinare 700 miliardi di dollari alle banche americane; è lui che ha impedito ai russi di radere al suolo Tbilisi. (Applausi dal Gruppo PD). Non potevo credere all'esibizione di tanta vanità; non sapevo se ridere o piangere, perché non bastava la politica del cucù, non bastava il baciamano a Gheddafi, le storielle ai summit e i gestacci nelle fotografie ufficiali. C'è un impasto di ridicolo e di superficialità che peserà per molti anni sull'immagine internazionale dell'Italia.
Abbiamo già denunciato in Senato come con Berlusconi non sia possibile distinguere tra quel che serve all'Italia e quel che è utile ai suoi interessi personali.
Un'analoga opinione l'abbiamo letta sia nei dispacci della diplomazia americana che considera il presidente Berlusconi portavoce di Putin, sia nelle parole di Hillary Clinton...
GIOVANARDI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Ma il Vaticano come lo considera?
ZANDA (PD). La frase «non interrompere» vale anche per lei, Presidente. Lei non è a Mediaset, è nel Parlamento, nel Senato della Repubblica. (Vive proteste del PdL).
PRESIDENTE. Senatore Zanda, la prego di continuare il suo intervento.
Colleghi, per cortesia. Il senatore Zanda ha ancora 3 minuti e 40 secondi a disposizione per concludere il suo intervento, che ha diritto di svolgere in un'Aula silenziosa.
ZANDA (PD). Mi scuso, pensavo che l'interruzione fosse del presidente Berlusconi.
Come dicevo, un'analoga opinione si legge anche nelle parole di Hillary Clinton che ha chiesto di indagare su eventuali «investimenti personali di Berlusconi a Putin che possano condizionare le politiche estere ed economiche dei rispettivi Paesi».
Le relazioni tra l'Italia e la Russia sono molto importanti e vanno rafforzate. Ma «portavoce di Putin» è cosa diversa da «amico» di Putin. Presuppone un rapporto di dipendenza, non di amicizia alla pari. È una definizione grave che evoca il tradimento degli interessi dell'Italia e dell'Europa.
Il punto politico chiave di questi rapporti è il continuo autoattribuirsi di Berlusconi, completamente al di fuori delle regole NATO e dell'Unione europea, il ruolo inesistente e sgradito di mediatore tra Stati Uniti e Russia, con posizioni personali volte a compiacere gli interessi russi.
Così è accaduto quando gli Stati Uniti hanno avanzato l'ipotesi di installare in Polonia e in Cecoslovacchia missili a difesa dell'Europa; così di fronte all'ipotesi dell'ingresso della Georgia e dell'Ucraina nella NATO; così nella strenua difesa dell'antieconomico gasdotto South Stream che, se realizzato, rafforzerebbe la dipendenza europea dalle forniture russe.
E poi, mai una protesta per i giornalisti russi e i loro avvocati uccisi o arrestati per aver cercato la verità (Applausi dai Gruppi PD e IdV); nessuna protesta per Anna Politkovskaja; mai una parola di condanna per la deportazione politica in un carcere siberiano di Mikhail Khodorkovsky. Anzi, ENI ed ENEL costrette dal Governo italiano, uniche compagnie occidentali, ad approfittare dell'arresto di Khodorkovsky acquistando assets della Yukos nell'interesse e per conto di Gazprom.
Perché Berlusconi non ha mai discusso in Parlamento queste sue posizioni? Per amicizia disinteressata con Putin e Gheddafi? Oppure, per un reticolo di interessi personali?
Gli Stati Uniti, che sono nostri grandi alleati, ritengono che sia in gioco l'interesse strategico della sicurezza europea e che il rapporto di Berlusconi con Putin non solo induca a ipotizzare guadagni personali, ma sia anche funzionale a una politica energetica a favore di Gazprom.
I senatori del Partito Democratico chiedono all'onorevole Berlusconi di rendere trasparenti tutte le sue relazioni internazionali in modo che gli italiani possano escludere, senza che resti alcun dubbio, che la politica estera del loro Paese sia stata piegata a favore di interessi personali.
Ci sono troppi buchi neri, troppo potere segreto, troppe coincidenze, troppi precedenti e intrighi e, soprattutto, troppi soldi perché possa bastare un giuramento televisivo di circostanza.
Davanti a circostanze di questo peso, a una democrazia, servono argomenti più convincenti e più seri. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Quagliariello. Ne ha facoltà.
*QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Presidente del Senato, colleghi senatori, signori del Governo, signor Presidente del Consiglio, 74 giorni dopo l'ultima fiducia al Governo dobbiamo chiederci cosa sia accaduto perché lei sia dovuto tornare in questa Aula.
Si sono succeduti tentativi continui di delegittimazione nei confronti dell'Esecutivo e del suo Premier. Non mi dilungo in questa sede sull'infimo livello di bassezze fino al quale si è spinta questa aggressione. Mi limito a evidenziare che, ancora una volta con ilgossip...
FRANCO Vittoria (PD). Ma di quali gossip parli?
QUAGLIARIELLO (PdL). ... con la strumentalizzazione di pettegolezzi e sussurri, si è tentato di offuscare il ruolo internazionale del nostro Paese.
Se si vuole fare propaganda andate pure avanti così. Continuate ad estrapolare da WikiLeaks le opinioni accuratamente selezionate di qualche funzionario di ambasciata particolarmente sensibile alla rassegna stampa, tacendo magari di altri report, come quello in cui l'ambasciatore Thorne racconta in prima persona i giudizi lusinghieri espressi dal presidente Berlusconi e dal sottosegretario Letta nei confronti di leader dell'opposizione. A dimostrazione che per il centrodestra l'avversario non è mai nemico, e che quando c'è di mezzo l'immagine dell'Italia nel mondo per noi le beghe di casa nostra passano in secondo piano. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
Se invece, senatore Zanda, vogliamo discutere seriamente, si deve prendere atto che in questi anni l'Italia ha rafforzato la sua posizione nel mondo e lo ha fatto nel solco della migliore tradizione atlantica. che per il nostro Paese non ha mai significato mettere da parte l'interesse nazionale, a cominciare da quell'Alcide De Gasperi che a lungo, amici della sinistra, avete dipinto come un servo degli americani. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo).
E se nel secolo scorso ci si è chiesti se fosse preferibile un'interpretazione filologica dell'atlantismo o piuttosto la sua coniugazione con la vocazione mediterranea del nostro Paese e con la ricerca di un rapporto con l'allora Unione Sovietica, realizzata da uomini come Fanfani che per primo andò da Nasser, da Gronchi che per primo si recò in Unione Sovietica, da Andreotti e Craxi, nel 2010 bisogna prendere atto che la Guerra fredda è finita da un pezzo, e con essa l'assetto bipolare. E bisogna prendere atto, dunque, che per l'Italia segnare una propria specificità in politica estera è divenuto un obbligo, come è un obbligo perseguire una politica energetica che garantisca al nostro Paese rifornimenti sicuri di gas, acquistato magari dove ce n'è di più e costa di meno. (Applausi dal Gruppo PdL).
La verità è che mentre la crisi rafforzava in Europa le tentazioni di far saltare gli equilibri tradizionali per costruire egemonie e zone d'influenza, l'Italia ha giocato un ruolo da protagonista nella stabilizzazione del continente; nel salvataggio di Stati a rischi di fallimento; nella declinazione di un nuovo atlantismo che ha resistito all'avvicendarsi di presidenti americani repubblicani e democratici e al tempo stesso, nel solco di De Gasperi, ha saputo coniugare l'interesse nazionale con le sfide del nuovo secolo: energia, immigrazione, mercati emergenti.
Consentitemi infine una battuta, colleghi della sinistra. Avete detto che Berlusconi non è in grado di fare miracoli. Dopo aver ascoltato l'intervento del senatore Zanda penso che anche su questo dobbiate ricredervi, perché voi che sfilavate con i vessilli arcobaleno accanto a coloro che bruciavano le bandiere americane, oggi elevate a vostro paladino un ambasciatore dell'Amministrazione Bush in nome di qualche pettegolezzo contro Berlusconi! (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo. Vivaci commenti dal Gruppo PD).
Ebbene, signor Presidente, che le opposizioni candidate nel 2008 contro questo Governo giungano a tale livello di strumentalità non è giusto, ma può anche starci. Ma che lo stesso accada a colleghi eletti sotto il simbolo del PdL e a lungo parte di questo Esecutivo è francamente incomprensibile.
Ciò che è cambiato davvero in questi 74 giorni è che la crisi europea si fa sentire più forte, e dunque ad essa dovrebbe corrispondere un Governo ancora più forte, per fondare una nuova stagione di crescita del Paese sulla stabilità politica, economica e finanziaria. Ce lo chiedono l'Europa e le agenzie internazionali. E la classe politica dovrebbe preoccuparsi innanzitutto di lasciare alle future generazioni una situazione diversa da quella che noi ci siamo trovati a dover gestire, cercando soluzioni per non crollare sotto il peso di eredità del passato.
L'Italia - lo ha ricordato lei, signor Presidente - ha il terzo debito pubblico senza essere la terza economia del mondo; e la voragine, mi dispiace, è stata scavata negli anni dei Governi di unità nazionale... (Vivaci proteste dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Colleghi, basta.
QUAGLIARIELLO (PdL). ...parenti stretti di quei Governi di solidarietà che oggi si invocano.
L'Italia, grazie a politiche suicide, paga un costo per l'energia incomparabile rispetto ai suoi concorrenti europei, e ha una macchina statale costosa e inefficiente, perché a lungo il welfare è stato confuso con l'assistenzialismo. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
Se davvero si vuole misurare la forza del Governo e si considera il peso di questa eredità, non si può affermare, come ha fatto il presidente Fini a Bastia Umbra, che Tremonti ha preservato l'Italia dal baratro - cito - ma contestare i tagli lineari, perché senza quei tagli il baratro non l'avremmo evitato. Non si può dire che la riforma dell'università del ministro Gelmini va nella giusta direzione ma che senza denaro - cito - è poca cosa, perché senza tagliare gli sprechi, i privilegi, le baronie, per i nostri giovani non ci sarà futuro. (Applausi dal Gruppo PdL).
Non si può applaudire l'operato del Governo sul fronte della sicurezza, e accusarlo di aver ignorato le esigenze delle forze dell'ordine, senza considerare lo sforzo continuativo di questa maggioranza che per dar loro il possibile ha raschiato anche il fondo del barile.
Vorrei dire senza polemica agli amici di Futuro e Libertà: un Governo che, per stessa ammissione del vostro leader salva l'Italia dal baratro, raggiunge risultati storici per la sicurezza, vara una riforma epocale dell'università, di certo non è un Governo che merita una mozione di sfiducia. (Applausi dal Gruppo PdL). Se invece si imbocca questa deriva, da utile stimolo si rischia di trasformarsi in partito della crisi, che determina instabilità politica e persegue la crescita sulle spalle del debito pubblico. Esattamente quello di cui l'Italia non ha bisogno; esattamente ciò che l'Europa ci chiede di non fare; esattamente quello che le future generazioni non meritano, perché oggi per il bene dei giovani non c'è bisogno di andare per tetti: c'è bisogno di rimanere saldamente con i piedi per terra. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
Amici di Futuro e Libertà, dimostratevi all'altezza delle responsabilità che abbiamo condiviso per due anni e mezzo. Chi presenta una mozione di sfiducia provenendo dalla maggioranza deve sapere dove va a parare. Non può, a metà del guado, chiedere aiuto a colui che ingiustamente si vorrebbe far fuori dicendo «mettiti da parte». Né è serio, di fronte alla prospettiva della sconfitta, accodarsi a chi copre il proprio vuoto politico bussando a qualche procura.
Signor Presidente del Senato, è il momento di mettere fine all'ipocrisia. Quando si innescano processi come quello scatenato dalla mozione di sfiducia è normale che il mandato politico entri in conflitto con le scelte di coscienza. Noi abbiamo rispettato la scelta sofferta di quanti, anche in quest'Aula, hanno lasciato il Popolo della Libertà. Pretendiamo però lo stesso rispetto per quanti, se ve ne saranno, oggi o domani decideranno di votare per questo Governo partendo da posizioni differenti. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
Senatore Zanda, se il rispetto reciproco non fosse scontato, se passassero come normali taluni incontri in sedi istituzionali che dovrebbero restare sopra le parti (ne trova traccia anche oggi nelle agenzie) e si condannassero invece i fisiologici contatti che la vita politica propone ogni giorno, introdurremmo nel nostro codice un nuovo reato: il reato di votare a favore della fiducia a un Governo presieduto da Silvio Berlusconi. (Applausi dal Gruppo PdL).
Colleghi senatori, se l'intento è rafforzare l'Esecutivo, noi non chiuderemo la porta a nessuno. Così come da domani in quest'Aula siamo disponibili a parlare di riforme istituzionali. E anche a considerare l'attuale legge elettorale non un tabù ma, come tutti i sistemi di voto, un prodotto empirico ed approssimativo, e perciò imperfetto. L'empiria e l'approssimazione, però, non possono spingersi fino a considerare quella vigente una buona legge se si sta sul carro dei vincitori, e additarla come una vergogna o addirittura una legge truffa quando si è diventati terzopolisti e si teme perciò, nel migliore dei casi, di arrivare terzi.
Concludo, signor Presidente. Ci è stato rimproverato di aver messo da parte la rivoluzione liberale. Da ultimo, con spirito costruttivo e certamente con toni diversi, l'ha fatto il presidente Pera.
La rivoluzione liberale in Italia, però, per la storia del nostro Paese e delle nostre classi dirigenti, è traguardo difficile da perseguire con tenacia e realismo, senza paura di sporcarsi le mani. Non si costruisce nei salotti televisivi e nei talk show, magari in maniche di camicia. In quei contesti, al più, si suona il piffero. Non vorremmo che, dopo i tanti pifferai della rivoluzione del passato, ci ritrovassimo ora con i pifferai della rivoluzione liberale.
Noi preferiamo restare ancorati a poche certezze. Noi non sputiamo sulla nostra storia. Non correremo mai il rischio di diventare compagnon de route. Non strapperemo lo scettro dalle mani degli elettori, ai quali lo abbiamo faticosamente consegnato dopo averlo sottratto ai partiti. Non diventeremo mai una insorgenza dei salotti radical-chic: preferiamo restare ancorati alla saggezza del popolo, anche al rischio - senatore Latorre - di essere chiamati populisti.
Infine, amici di Futuro e Libertà, mi appello a voi. Non vogliamo perdere il contatto. Dunque, annunziando convinti il voto a questo Governo, chiediamo in particolare a voi di pensarci ancora una volta prima di negarlo. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Comunico che sono state presentate le proposte di risoluzione n. 1, a firma dei senatori Gasparri, Bricolo e Quagliariello, e n. 2, a firma della senatrice Finocchiaro ed altri, di cui do rispettivamente lettura:
«Il Senato, udite le comunicazione del Presidente del Consiglio dei ministri, le approva».
«Il Senato, preso atto che il Governo non ha più il compiuto sostegno dell'originaria maggioranza, considerato che la permanenza in carica dell'Esecutivo non consente di affrontare e risolvere nessuno dei gravi problemi del Paese, udite le comunicazione del Presidente del Consiglio dei ministri, non le approva».
Ha facoltà di intervenire in replica il presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Berlusconi.
BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, ringrazio tutti i senatori della Lega e del Popolo della Libertà per i loro interventi lucidi, caldi e appassionati. Grazie di cuore. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
Ringrazio anche i senatori del FLI, che pure hanno svolto delle critiche, per il modo garbato con cui le hanno rivolte e per la costruttività che ho colto in molte loro espressioni. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Anch'io, come il senatore Quagliariello, rivolgo a voi un appello che mi viene dal cuore: di riflettere veramente, con tutta la serietà e la profondità possibile, su quanto vi accingete a fare. Come ho cercato di illustrare nel discorso che ho svolto questa mattina, rompere l'unità dei moderati è un qualcosa che va contro la storia del nostro Paese (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Non vorrei che poi, un domani, dobbiate ritrovarvi con questa responsabilità su ciascuno di voi.
Ho ascoltato con assoluta attenzione anche gli interventi svolti dai senatori della sinistra. Ringrazio diversi di loro per i toni di grande eleganza con cui li hanno posti in essere.
Permettetemi tuttavia, per amore di verità, di fare alcune precisazioni. Dico solo alcune precisazioni, considerata l'ora e gli impegni che aspettano me e i Ministri nell'Aula della Camera. Vorrei fare soltanto alcune considerazioni, soprattutto nei confronti dell'intervento del senatore Zanda. Credo davvero che la storia chiarirà quelle cose che sono state fatte dal Presidente del Consiglio italiano (Applausi dai Gruppi PdL e LNP), grazie alla sua capacità di suscitare amicizia, rispetto e stima nei suoi interlocutori; anche per non essere solo un politico, tanto meno di professione, ma per la sua storia personale che l'ha fatto diventare un tycoon. Tale fatto, agli occhi soprattutto degli anglosassoni, incute ammirazione e rispetto. Per tutto questo, sono intervenuto in maniera assolutamente positiva in quelle vicende, e in molte altre, che lei, senatore, ha ricordato. Vedremo se la storia darà ragione a me. Sono sicuro che darà ragione a me e non a lei, senatore.
Per quanto riguarda le osservazioni emerse dalle dichiarazioni dei funzionari di questa o di quell'ambasciata, che molto spesso recuperano queste osservazioni leggendo certi giornali (certamente non quelli amici nostri), vi prego di riandare alle dichiarazioni di Barack Obama, Hillary Clinton e, prima di loro, a quelle di Bill Clinton, George Bush e di tanti altri protagonisti della politica internazionale.
Per quanto riguarda la Russia, ho un'amicizia personale, forte, sia con Vladimir Putin che con Dmitrij Medvedev. Ritengo che siano delle persone che vogliono veramente portare la Russia ad essere una vera democrazia, ma il percorso da un totalitarismo alla democrazia è difficile, lungo, richiede molti sforzi e molto tempo. Conosco questi signori profondamente. Ho colloquiato con loro per ore e ore, e dentro di me si è formato questo convincimento.
Quanto a cosa sia la Russia per noi, essa è per noi un fornitore importante. Importiamo da loro quasi il 30 per cento dell'energia che consumiamo e le nostre imprese trovano in Russia uno spazio enorme per intraprendere attività positive. Quindi, io in Russia, come d'altronde in altri Paesi, ho svolto, da imprenditore prestato alla politica, il ruolo di un agente che cura gli interessi delle aziende italiane, prima di tutto di quelle di cui siamo titolari, come ENI, ENEL, Finmeccanica. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). E abbiamo portato a casa contratti assolutamente importanti per importi che vanno oltre i 3 punti di PIL in questi due anni, con opere che ci siamo aggiudicati credo proprio grazie all'intervento del Governo italiano. Tra l'altro, ci siamo aggiudicati la più importante opera del mondo, il raddoppio del Canale di Panama, che è stato appunto affidato ad un'impresa italiana. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
E ancora, ricordo la vicenda del gasdotto South Stream, il cui accordo è stato firmato dal Governo Prodi, non dal nostro Governo, ma che noi abbiamo continuato a sostenere (Applausi dai Gruppi PdL e LNP), perché riteniamo che il passaggio attraverso l'Ucraina dei rifornimenti di gas all'Europa sia sottoposto alle difficili condizioni di quel Paese e che, quindi, in qualunque momento, ci potrebbe essere un blocco di quel passaggio. Pensiamo, dunque, sia un fattore di sicurezza creare le condizioni affinché vi possa essere un'adduzione di gas fuori dal territorio dell'Ucraina e al di fuori delle sue acque territoriali. Ed è proprio grazie al mio intervento personale e all'amicizia che ho saputo accendere con Recep Tayyip Erdogan, il premier turco, ho ottenuto che il gasdotto potesse passare nelle acque territoriali turche del Mar Nero e non in quelle dell'Ucraina. E di questo evidentemente la Federazione Russa mi è grata.
Credo che abbiamo tutto l'interesse a mantenere questo rapporto con la Federazione Russa. Permettetemi uno spunto polemico. Voi stavate con l'Unione sovietica quando non dovevate starci e adesso che dovreste avere a cuore la Russia siete contro la Federazione Russa. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo. Commenti dal Gruppo PD).
Inoltre, vorrei rassicurare il senatore Zanda. Grazie a Dio, lavorando come ho fatto in un Paese che amo e che mi ha dato questa possibilità, ho conseguito una fortuna personale e familiare che non avrei mai pensato di poter conseguire. Garantisco sui miei figli e sui miei sei nipoti (Commenti dal Gruppo PD) che non c'è un solo dollaro di tutte queste operazioni di diplomazia commerciale che sia entrato e che entrerà nelle mie tasche. Lo garantisco nella maniera più assoluta. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
Per quanto riguarda altri fatti che attengono alla realtà, qualcuno ha parlato dell'Aquila, come se all'Aquila e in Abruzzo il Governo avesse demeritato. Noi siamo intervenuti con assoluta efficacia e tempestività. In pochi mesi abbiamo realizzato le abitazioni per tutte le famiglie che avevano visto le loro case completamente distrutte.
LUSI (PD). Ma non è vero! È falso!
BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. Abbiamo dato alle altre famiglie i mezzi per ristrutturare la casa e, oggi, all'Aquila e nei comuni del cratere sono aperti più di 10.000 cantieri.
LUSI (PD). Sei informato male!
BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. Per il centro dell'Aquila, noi stavamo portando via le macerie, quando una delibera del Consiglio comunale dell'Aquila ci ha chiesto di non farlo, per dare una spinta alle aziende locali alle quali avrebbe dovuto essere affidata questa cura, dietro naturalmente compenso economico.
LEGNINI (PD). Ma non dire menzogne!
BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. Il centro dell'Aquila richiederà molti anni per la sua ricostruzione, ed è molto semplice capire il motivo. Ogni fabbricato dovrà infatti essere sottoposto a un'indagine tecnica approfondita, dalla quale risulterà se si potrà operare nella direzione della ristrutturazione o se, invece, bisognerà demolire il fabbricato e ricostruirlo ab imis con le tecniche antisismiche. Quindi, per l'Aquila noi abbiamo fatto in maniera assolutamente superlativa tutto ciò che si doveva fare da parte del Governo nazionale.
Da ultimo, si è tentato di gettare del fango sull'attività della Protezione civile per quanto riguarda gli appalti. È intervenuta la Corte dei conti, è intervenuta l'Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, e i risultati sono stati i seguenti: i contratti sono stati costruiti in maniera assolutamente esemplare e onesta; l''esecuzione dei contratti è stata fatta nei tempi dichiarati e ai prezzi dichiarati; non vi è stato alcun ricorso da parte di qualcuno che abbia perso un appalto. Quindi, io rivendico il nostro intervento all'Aquila come un intervento di grande spessore e valore e a merito del mio Governo. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
Per quanto riguarda la questione dei rifiuti a Napoli, in 58 giorni abbiamo eliminato il problema, che era diventato una vera tragedia nazionale: non soltanto per i cittadini di Napoli e della Campania, ma per le immagini drammatiche trasmesse su tutte le televisioni del mondo, e per il fatto che tutti i giornali si erano occupati di questa vicenda, per cui i nostri prodotti, il made in Italy e il nostro turismo hanno sofferto grandemente di questo. Dopo due mesi, abbiamo abbandonato la situazione indicando esattamente alle istituzioni locali cosa si dovesse fare perché, altrimenti, nell'arco di due anni e mezzo ci sarebbe stato un possibile ritorno a quella situazione allora risolta. Le autorità locali e, massimamente, il Comune di Napoli, affidato alla conduzione della sinistra, non hanno fatto assolutamente nulla!(Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo). Non sono stati indicati e aperti altri impianti di interramento, non sono stati neppure fatti gli appalti per i termovalorizzatori, che in numero di tre sono necessari per risolvere definitivamente il problema dei rifiuti a Napoli.
Per rispondere al senatore Valditara e a quanto detto da altri senatori della sinistra, ci si rivolge l'accusa di essere noi a non sapere far crescere il PIL italiano di più dell'1,5 per cento, mentre quello degli altri Stati europei cresce di più. Ma gli altri Stati europei non hanno avuto in carico le stesse negative eredità che abbiamo avuto noi. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo. Commenti dal Gruppo PD).
GIARETTA (PD). Ma governate da dieci anni!
BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. Mi riferisco, in primo luogo, al debito pubblico creato dai Governi che, dal 1980 al 1992, hanno saputo moltiplicarlo per otto volte, con la compromissione, perché il Partito Comunista ha votato il 90 per cento delle decisioni di quei Governi. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo. Commenti dal Gruppo PD.).
Secondo: la sinistra ecologista ha stoppato le nostre centrali nucleari. Eravamo all'avanguardia, perché mi sembra che un certo Enrico Fermi abbia aperto la strada per produrre energia attraverso centrali nucleari. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). La Francia ha seguito un percorso opposto e oggi, con le sue centrali nucleari, che sono sicurissime, produce l'85 per cento del proprio fabbisogno, mentre l'Italia paga dal 30 al 50 per cento in più l'energia che consuma con le sue imprese, fabbriche e famiglie (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Commenti dal Gruppo PD), il che ci pone in una difficoltà enorme nel competere con i prodotti delle aziende francesi e tedesche.
Terzo: le infrastrutture. Sempre a causa degli ecologismi di sinistra e alla mancanza di mezzi dovuti al pagamento degli interessi per l'alto debito accumulato, da trent'anni non abbiamo praticamente realizzato infrastrutture, il che fa costare i nostri prodotti in misura drammatica a causa di un costo della logistica superiore a quello degli altri Paesi e rende anche meno facile e meno sicuro il trasferimento al nostro interno non solo delle merci ma anche dei cittadini.
Quarto elemento che abbiamo ereditato: una pubblica amministrazione pletorica, inefficiente, che molto spesso arriva a svolgere un ruolo di oppressione burocratica nei confronti delle aziende e dei cittadini. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo. Commenti dal Gruppo PD). A questo proposito il ministro Brunetta ha presentato in Consiglio dei ministri il piano definitivo per la digitalizzazione di tutta la pubblica amministrazione, in modo che nel giro di 18 mesi tutti i cittadini e le imprese italiane, attraverso i loro computer ed Internet, potranno colloquiare e svolgere tutte le pratiche con le istituzioni locali e centrali senza far spendere ad ogni famiglia 18 giorni per recarsi presso gli uffici pubblici, come avviene oggi. Questa è un'eredità pesante che abbiamo ricevuto, se è vero come è vero che la pubblica amministrazione ci costa 4.500 euro a testa contro i 3.300 di Paesi come la Spagna, la Germania e l'Olanda. (Applausi di Gruppi PdL e LNP).
Ultimo fattore ereditato è la giustizia. Abbiamo una giustizia civile - non parlo, per amor di patria, della giustizia penale - (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Commenti dal Gruppo PD) con tempi impossibili: otto anni, in media, per una causa di lavoro e nove anni, in media, per ottenere il pagamento di una fattura emessa da un'azienda ad un cliente in modo corretto. Tempi assolutamente impossibili... (Vivaci commenti dal Gruppo PD).
MARITATI (PD). E in due anni e mezzo di Governo che cosa avete fatto?
PRESIDENTE. Basta, colleghi! Non siamo in un'arena.
BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. ...assolutamente impossibili, che si trasformano in costi per tutte le nostre aziende e che inducono molte aziende straniere, che vorrebbero fare investimenti in Italia, ad astenersene.
Ci sarebbe molto altro da dire, ma credo che nella discussione alla Camera il discorso potrà essere completato.
Concludo quindi rivolgendomi agli amici di Futuro e Libertà, chiedendo loro di passare una notte piena di riflessioni e augurandomi che davvero la notte porti consiglio. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
Pertanto, a nome del Governo, pongo la questione di fiducia sull'approvazione della proposta di risoluzione n. 1, presentata dai senatori Gasparri, Bricolo e Quagliariello. (Vivi applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
PRESIDENTE. Ringrazio il Presidente del Consiglio dei ministri.
Come stabilito, le dichiarazioni di voto e la votazione della proposta di risoluzione n. 1 sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio si svolgeranno, con la diretta televisiva, nella seduta di domani, a partire dalle ore 9.