PISTORIO (Misto-MPA-AS). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signora Presidente, colleghi, la riforma che ci apprestiamo a votare rappresenta un'evidente involuzione in senso corporativo e conservatore della precedente normativa tanto da far rimpiangere, come ha affermato il presidente dell'Antitrust, quella fascista degli anni '30. (Commenti del senatore Gramazio).
La stessa impostazione generale della proposta di riforma contempla, in continuità con l'indirizzo tradizionale, un forte controllo pubblicistico e restrittivo sia dell'accesso che dell'esercizio della professione. Non solo, ma questo impianto normativo viene ancora di più consolidato in base al classico assunto che ciò è imprescindibile per garantire il decoro del ceto e la qualità del servizio reso dai suoi appartenenti.
La normativa che si è definita durante i lavori parlamentari propone al suo interno numerosi articoli in evidente contrasto con quanto stabilito in tema di concorrenza e di professioni, non a caso definite liberali, dall'Unione europea, per la quale la migliore, se non l'unica, garanzia di qualità della prestazione è la competizione nel libero mercato, che spinge il professionista a rendere un servizio migliore al cittadino.
Un sistema, quindi, non vincolato, dove la meritocrazia e la flessibilità sarebbero dovuti essere i principi ispiratori di una riforma in senso europeo e sinceramente liberale per tanti anni attesa anche dagli operatori del settore. Gli emendamenti che abbiamo presentato erano tutti ispirati a questi principi, volti a rendere più flessibile il mercato della professione forense e ad agevolare l'ingresso e la formazione delle giovani generazioni di legali, tutto ciò ovviamente incardinato in un ambito di tutele e garanzie per i cittadini.
La qualità del servizio reso agli utenti avrebbe dovuto essere l'unico elemento di valutazione di una riforma degna di questo nome.
La definizione di un disegno normativo volto a garantire che alla base della selezione e della crescita professionale degli avvocati vi fossero solo i parametri del merito e della tutela dei cittadini e non della casta forense avrebbe dovuto rappresentare - così come abbiamo cercato di fare con gli emendamenti da noi proposti - l'unica soluzione per riformare davvero una delicata ed importante materia. Ma così non è stato. Abbiamo constatato, già nel corso dei lavori dell'Aula, come tante auspicate modifiche non sono state accolte, come il ripristino delle tariffe minime la cui eliminazione - per esempio - ha permesso a molti giovani avvocati di diventare competitivi sul mercato grazie alla politica dei prezzi. Non a caso, le associazioni dei giovani avvocati hanno denunciato che il ripristino del tariffario porterà ad un aumento complessivo dei costi, con una ricaduta sui cittadini. Di parere diametralmente opposto sono ovviamente i «poteri forti» dell'associazionismo i quali, non a caso, apprezzano questa riforma, e lo si potrà constatare al congresso ufficiale del mondo forense, al quale parteciperà il Ministro della giustizia.
Comprendiamo come, dall'indagine condotta dalla Cassa forense, il settore sia in forte sofferenza. Certamente, però, non riteniamo che tutto ciò sia ascrivibile all'eliminazione della tariffe minime, vista la profonda crisi economica che stiamo subendo. Si comprende come, per il secondo anno consecutivo, i redditi dichiarati dagli avvocati ai fini dell'IRPEF risultino in flessione. Tuttavia, risulta anche che il contraccolpo maggiore lo hanno subito proprio i giovani avvocati, quelli della fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, entrati anche loro a far parte della «generazione mille euro», visto che il loro reddito, al netto dei contributi, risulta di appena 19.000 euro l'anno. Certamente la reintroduzione delle tariffe minime non li aiuterà a rientrare dalle gravi difficoltà in cui versano.
Proprio l'attenzione alle giovani generazioni ha rappresentato il denominatore comune dei nostri emendamenti, che la riforma forense non solo non ha affrontato ma ha rigettato, accogliendo sul tema un'impostazione esclusivamente volta a garantire lo status quo, partendo dall'assunto - forse corretto - che gli avvocati sono troppi (la stima sta intorno a 220.000 unità) e cercando di intervenire attraverso la sola logica dell'esclusione e della creazione di un argine quasi invalicabile. Con l'entrata in vigore di questa normativa, potrebbero risultare a rischio di cancellazione 50.000 avvocati (le organizzazioni dei giovani avvocati parlano di «pulizia etnica»). Si tratta certamente della prima volta in cui degli avvocati italiani rischiano la cancellazione d'ufficio dall'albo.
La nuova normativa, se approvata, avrebbe - sempre seguendo il parere dell'Antitrust - riflessi negativi sull'utenza, dal cliente singolo all'impresa, che si troverà, a causa di una drastica riduzione dell'offerta, di fronte ad un aumento dei prezzi delle prestazioni di consulenza, senza la minima certezza di un aumento della qualità delle stesse. Si verrebbe, inoltre, a minare il contributo che le professioni non regolamentate, anche nei settori sanitario e fiscale, hanno fornito al Paese affermandosi come prodotto avanzato di un diritto vivente, il quale ha stabilito - tramite sentenze di merito accolte integralmente dal legislatore europeo e dalla Corte di giustizia - confini certi tra attività riservate e attività libere.
Si vuole infatti distruggere un'avanguardia della conoscenza che si è affermata sul mercato, perché è competitiva con gli Ordini; è organizzata in modo imprenditoriale; ha prezzi commisurati al livello di servizio e, non ultimo, ha la capacità di produrre e coordinare nuovi saperi specialistici e interdisciplinari. Se il formulato di questo provvedimento fosse definitivamente approvato, si potrebbe infatti creare un pericoloso precedente, che alimenterebbe gli "appetiti" di tutti gli altri Ordini, volti ad assorbire tutto ciò che prima non era loro esclusivamente riservato dalla legge.
Il timore è che si sia rotto quell'equilibrio che, per dieci anni, aveva affermato il principio volto a non creare nuovi Ordini e a non ampliare le esclusive. La tregua era stata stabilita in attesa di una riforma organica delle professioni regolamentate e del riconoscimento, nell'ambito della libertà di esercizio e senza restrizioni di sorta, di quelle più innovative, organizzate con sistemi associativi e che promuovono la certificazione di qualità come «pietra angolare» per fornire adeguati segnali di valore.
Tutto questo meccanismo non può essere spazzato via. L'auspicio dunque è che la Camera azzeri l'improvvida decisione del Senato, senza tentennamenti, con il contributo delle forze politiche dotate di un minimo tasso di liberalismo e di buon senso, al fine di dare il chiaro segnale che quello che è successo è stato frutto del sonno della ragione i cui mostri, però, non devono essere generati.
Per questa riflessione di ordine generale, per avere verificato in quest'Aula l'impraticabilità di qualsiasi modifica che potesse contrastare gli interessi corporativi e conservatori di una professione autorevole come quella dell'avvocatura, il nostro movimento ovviamente voterà convintamente contro questo provvedimento. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut: UV-MAIE-Io Sud-MRE).