MAZZATORTA (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAZZATORTA (LNP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, approveremo tra poco, al termine di un ampio e acceso dibattito svoltosi sia in sede di Comitato ristretto che di Commissione giustizia nonché in Aula, una riforma importante per il settore dell'amministrazione della giustizia e, al tempo stesso, anche per un settore importante del mondo del lavoro, quale indubbiamente è quello delle libere professioni intellettuali.
Approviamo questa riforma al termine di un dibattito che, dopo 77 anni di sterili discussioni, basate spesso solo sulla retorica della toga, ha portato finalmente a mettere nero su bianco una proposta organica di riforma della professione forense. L'avvocatura non poteva continuare a sopravvivere con un ordinamento professionale decrepito e per nulla corrispondente alle esigenze di una società moderna. I tempi sono cambiati dal 1933, e l'avvocato di oggi non può continuare ad esercitare la sua professione sulla base di norme scritte in un'epoca remotissima.
Dalle parole si è passati finalmente ai fatti. L'avvocato svolge una quotidiana ed ineliminabile attività di mediazione tra il cittadino e lo Stato e, quindi, ha un ruolo importante nell'esercizio di giurisdizione, al pari della magistratura. Il nome di avvocato allude proprio a questa funzione pubblica di aiuto: advocatus significa «chiamato in aiuto» e i cittadini ci chiedono di avere una magistratura e un'avvocatura entrambi autorevoli e indipendenti. Ma può esserci autorevolezza e indipendenza dell'avvocatura con i numeri attuali dell'avvocatura? Nel 1990 avevamo 52.000 avvocati, oggi ne abbiamo 230.000.
L'Ordine degli avvocati di Milano, ad ottobre, ha organizzato il convegno intitolato «Troppi avvocati in Italia?» e ha diffuso dati preoccupanti: in Italia ci sono 26,4 avvocati ogni giudice, mentre in Francia il rapporto scende a 7,1 e in Inghilterra addirittura a 3,2. In Italia ci sono 44.000 cassazionisti, in Francia sono 95, in Germania solo 44. La rivista «L'espresso», nell'aprile di quest'anno, ha pubblicato un'inchiesta dal titolo «SOS avvocati»: «Sono 230.000 e continuano ad aumentare» - scrive «L'espresso» - «Sotto i colpi della crisi una professione perde l'identità. E chiede nuove regole e una selezione rigorosa».
Allora dobbiamo dire con chiarezza, senza ipocrisie e senza continuare a prendere in giro molti giovani che aspirano a diventare avvocati, che questa crescita a ritmi vertiginosi avvenuta negli ultimi venti anni non è più sostenibile. Il calo delle offerte di lavoro da parte della pubblica amministrazione, delle banche e delle industrie ha portato negli anni Novanta molti laureati in giurisprudenza sulla soglia della professione forense senza aver operato una scelta precisa e consapevole. E la mancanza di una selezione rigorosa, fondata sulla verifica delle competenze e delle abilità professionali, e il conseguente aumento esponenziale del numero degli avvocati, sta portando e porterà, se non cambiamo le cose, all'eliminazione di fatto della professione di avvocato e a lasciare spazio libero alle multinazionali del diritto, ai mercanti del diritto.
L'accesso alla professione è dunque il punto nodale della credibilità della professione forense. Continue e deleterie modifiche normative relative all'esame di Stato per l'accesso alla professione (penso alla legge del 1985, a quella del 1988 e poi a quelle del 1989 e del 1991) hanno portato ad un graduale ed inesorabile appannamento delle qualità professionali e, quindi, alla dilatazione a dismisura dell'albo.
Chi non ricorda i maliziosi trasferimenti in massa, dopo il biennio di pratica, verso sedi di commissioni d'esame del Sud che avevano percentuali di promozioni superiori al 90 per cento (penso a Reggio Calabria, a Messina, a Napoli, a Catanzaro)? Ciò che accadde a Catanzaro pochi anni fa, con migliaia di compiti scritti uguali (su 2301 partecipanti, 2295 compiti uguali) diede un colpo micidiale alla credibilità della funzione dell'avvocato.
Allora, nessun ritorno alle suggestioni del numero chiuso o programmato, non per ragioni di impopolarità, ma per la necessità di conservare l'idea del ruolo aperto e decisivo dell'avvocatura nella difesa dei diritti; nessuna tentazione del ritorno al numero chiuso. Ma dobbiamo dirci che solo un esame serio e rigoroso, preceduto da un tirocinio effettivo e altrettanto serio e rigoroso, è l'unica possibilità di sopravvivenza di una professione oggi inflazionata e superaffollata e ormai sul precipizio di una crisi irreversibile.
E chi si ribellò a quella situazione di mancanza di serietà degli esami per l'accesso alla professione forense (mi riferisco all'allora ministro della giustizia, Roberto Castelli, che emanò un severo decreto-legge a maggio 2003 per porre rimedio a questa anomala situazione) venne additato al pubblico ludibrio come nemico della libera professione forense e dei giovani.
Quel decreto-legge, che conteneva misure molto serie, in gran parte recepite in questo provvedimento, fu criticato da tutte le miriadi di associazioni e organismi forensi. E il Governo, purtroppo, dovette cambiare rotta, e il Parlamento annacquò quella riforma. La sottrazione al principio della territorialità della correzione dei compiti scritti con il sorteggio della commissione d'esame, che rimase nella legge di conversione, fu vista come una sciagura: invece, è stata sino ad oggi l'unico serio baluardo contro la logica assistenzialista dell'accesso libero e incontrollato di molti Ordini forensi soprattutto del Sud.
Si è già scritto, e si dirà, che questa legge serve a modernizzare la professione forense, ma che non è perfetta. Questa legge, con le sue luci ed ombre, come tutte le leggi, non è perfetta ma, una volta approvata, sarà possibile, attraverso la sperimentazione pratica, verificare l'esigenza di eventuali ritocchi migliorativi di questo testo. L'importante è consolidare i risultati finora raggiunti e tentare di superare la crisi esistenziale e generazionale dell'avvocatura, senza illudere e prendere in giro migliaia di giovani laureati in giurisprudenza.
Concludo con un invito per la categoria forense, anzi con un invito a tutti noi, ad un processo di autocritica e di ripensamento. Le norme, tutte le norme, anche quelle che approviamo oggi in questa Aula, mantengono sempre un carattere di astrattezza e, dunque, di distanza dalla realtà quotidiana delle cose. Sono i quotidiani comportamenti degli uomini e delle donne che indossano la toga che incidono sulla realtà e sulla percezione di che cosa sia un avvocato agli occhi dei cittadini, in misura ben maggiore delle norme che oggi approviamo in quest'Aula.
Possiamo avere un ordinamento professionale perfetto, ma essere dei pessimi avvocati. Così come, pur in presenza di un ordinamento professionale decrepito, abbiamo avuto in passato, e abbiamo oggi ancora, avvocati eccellenti; abbiamo avuto avvocati che hanno dato la loro vita per mantener fede ai valori, anche deontologici, della professione forense, come Giorgio Ambrosoli.
Allora, dimostrino gli avvocati, dimostriamo di assumere, da domani, iniziative per ridare connotati moderni alla nostra immagine e per migliorare il livello di soddisfazione dei nostri clienti, per toglierci di dosso quella brutta immagine di azzeccagarbugli. L'avvenire della professione di avvocato dipende solo ed esclusivamente dagli avvocati, dalla loro vocazione professionale. È l'avvocatura che deve avere la forza e la volontà di ritrovare la propria identità oggi smarrita. Calamandrei diceva, quasi profeticamente, che «quando gli avvocati diventano troppo numerosi e per questo scadenti, ogni loro utilità sociale viene automaticamente a cessare».
Se non saremo in grado di fare questo, colleghi, se considereremo il nostro lavoro esclusivamente sotto il profilo utilitaristico e di bottega, dando la colpa sempre e solo alla politica ed al legislatore, contribuiremo a far scivolare questo Paese verso un piano inclinato al fondo del quale altro non vi è che una distruttiva delegittimazione, oltreché della politica e delle sue istituzioni, anche delle libere professioni intellettuali. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazioni).