CAROFIGLIO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CAROFIGLIO (PD). Signora Presidente, devo dire che, in questi giorni e nelle ore immediatamente precedenti a questa discussione finale sul disegno di legge di riforma della professione forense, ho avvertito una sensazione, quasi surreale, che mi portava a chiedermi chi fosse l'avversario e contro quale punto di vista mi accingessi a parlare.
Infatti, tra i colleghi con cui ho parlato - senatori dell'opposizione, naturalmente, ma anche, per quella che è la mia esperienza, senatori della maggioranza - non ve ne era uno che, in colloqui privati, affermasse di apprezzare questo disegno di legge. Sarò stato di sicuro sfortunato negli incontri ma, immancabilmente, nelle conversazioni private, tutti quanti sostenevano, e sostengono, che questa è una pessima legge, un guazzabuglio di norme fra loro contraddittorie, un progetto di legge che non modernizza l'avvocatura e non serve a realizzare ciò per cui si sostiene sia stato redatto. In particolare, non serve a ridurre, come sarebbe naturalmente auspicabile, lo spropositato numero di avvocati oggi presenti nel nostro sistema: è un numero che non ha l'eguale non solo in alcun Paese dell'occidente avanzato, ma probabilmente, in alcun Paese in assoluto.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,13)
(Segue CAROFIGLIO). Fatta questa premessa (che è di natura quasi psicologica) sul senso di straniamento che avverto nel discutere di questo tema in sede di dichiarazioni di voto finali, spiego che tipo di avvocatura vogliamo, a quale avvocatura pensiamo, come Partito Democratico e - in generale - come forze del progresso. Noi pensiamo a un'avvocatura libera; pensiamo a un'avvocatura plurale; pensiamo a un'avvocatura aperta; pensiamo a un'avvocatura competente, nella sua complessa struttura. Pensiamo a un'avvocatura moderna ed europea. È per questa sequenza di ragioni, per questa complessa idea dell'avvocatura che abbiamo, che non possiamo fare altro che votare contro questo disegno di legge.
Non possiamo fare altro che votare contro questo disegno di legge, perché esso si pone in rotta di collisione, nella quasi totalità delle sue parti, con questi principi molto semplici, che tutti possono capire, anche se non sono addetti ai lavori e hanno giustamente vissuto con fatica la lunga discussione in Aula sul provvedimento (molti aspetti sono infatti fortemente tecnici, e solo i tecnici li capiscono a fondo, quando li capiscono).
Desidero ripetere quali sono i nostri punti di vista perché rimangano chiari nella mente di chi è in quest'Aula, ma soprattutto di chi è fuori da quest'Aula: penso soprattutto al nostro interlocutore privilegiato, che è la collettività dei cittadini (non un singolo gruppo di cittadini che può avere uno specifico interesse all'approvazione di certe norme). Noi vogliamo un'avvocatura libera e plurale; vogliamo un'avvocatura aperta, specchio di una società aperta; un'avvocatura competente, moderna ed europea. Naturalmente, nel breve tempo di cui disponiamo per queste dichiarazioni conclusive, non possiamo fare l'inventario di tutti i punti di questo disegno di legge che urtano contro questi principi, a nostro modo di vedere fondamentali. Ne possiamo indicare alcuni a titolo esemplificativo, come indicazione quasi di metafore del quadro complessivo che disegna questo provvedimento, dall'altro.
I temi su cui vogliamo attirare con più forza l'attenzione di chi segue questo dibattito su un tema fondamentale qual è quello della riforma di una professione come quella dell'avvocato (una riforma che, peraltro, costituisce e costituirà il battistrada per altre riforme di ordinamenti professionali) sono sostanzialmente cinque.
Il primo ha a che fare con la tutela dei giovani e - in generale - dei soggetti più deboli.
Il secondo è quello delle tariffe professionali e, in realtà, non è altro che un tassello del più vasto tema della libera concorrenza in una società moderna e aperta.
Il terzo ha a che fare con la percezione e la pratica dei principi dello Stato di diritto in tutte le articolazioni della vita pubblica; detto in termini più comprensibili, significa che le funzioni vanno separate: non può essere lo stesso soggetto a scrivere le regole, ad applicarle dal punto di vista amministrativo e ad applicarle in sede giurisdizionale o paragiurisdizionale, come nel giudizio disciplinare, il che accade in questo provvedimento con le promiscue funzioni del Consiglio nazionale forense, dei Consigli dell'ordine e degli organismi che rispetto ad essi sono satelliti, ma ad essi in qualche modo incorporati.
Il quarto tema - anch'esso una chiave di volta, sostanziale e metaforica - è quello delle incompatibilità: questo provvedimento introduce una serie di incompatibilità che rendono pressoché impossibile l'accesso alla professione per chi non sia un erede di uno studio, o comunque non sia già appartenente alla corporazione o a una fascia di censo che gli consenta lunghi anni senza guadagnare un soldo prima di accedere alla professione. Allo stesso tempo, vi è stata timidezza - più che timidezza, vi è stata sostanziale negazione - in ordine alla possibilità di intervenire su alcuni temi che sono fondamentali per la definizione di un sistema di regole, quale è quello delle incompatibilità tra esercizio dell'avvocatura e taluni ruoli e incarichi politici. A proposito di questo tema - voglio dire subito queste cose, anche se soltanto in maniera incidentale - ci viene detto che non è possibile prevedere una incompatibilità con l'esercizio della professione legale per il parlamentare, perché si costringerebbe l'avvocato parlamentare a chiudere lo studio.
Non riesco a capire perché lo stesso discorso non si faccia per il Consiglio superiore della magistratura, considerato che gli avvocati ad esso destinati non possono fare gli avvocati per i quattro anni della consiliatura. Aspetto che qualcuno mi spieghi dove si colloca la differenza tra l'una e l'altra funzione esercitata. Peraltro, ove il terreno di discussione fosse stato accettato - il che non è assolutamente accaduto - ben si sarebbe potuto e si potrebbe discutere di modulazioni dell'incompatibilità che vietassero, impedissero che accada ciò che oggi avviene spesso, anche con disdoro dell'immagine della giustizia e della politica, nelle aule di giustizia: processi rinviati perché l'avvocato parlamentare dichiara di essere impegnato con i lavori parlamentari, con conseguente lesione, anche se si parla soltanto di rinvio, del diritto dei cittadini imputati, di persone offese, ad avere una giustizia tempestiva, negata dall'esercizio - a volte, purtroppo, anche strumentale - di prerogative parlamentari.
Il quinto tema su cui desideriamo attirare l'attenzione, quello della riserva di attività, in apparenza potrebbe sembrare un tema secondario: in realtà, è quello più metaforico di tutti. Con questo disegno di legge si prevede che le attività di consulenza stragiudiziale - lo dico in termini semplici - le possano svolgere solo gli avvocati. Significa che d'ora in poi, ove mai il disegno di legge venisse approvato, i sindacati, le associazioni di imprenditori, le associazioni di inquilini non potranno più fornire la consulenza che forniscono, spesso, soprattutto a categorie di soggetti più deboli, che non possono permettersi la consulenza dell'avvocato, la costosa consulenza del professionista abilitato. In questo, che potrebbe sembrare un dettaglio, vi è tutta la potenza classista - mi si passi l'espressione non tanto di moda - del quadro definito da questo disegno di legge.
Avviandomi alla conclusione dell'intervento, in cui ho voluto svolgere solo un'enunciazione rapida dei gravi punti critici del provvedimento, voglio leggervi un passo del più grande filosofo del diritto del secolo scorso, John Rawls, autore del libro «Una teoria della giustizia»: un libro in cui si riflette sul significato di giustizia nelle società evolute. Dice John Rawls che la giustizia è «il primo requisito delle istituzioni sociali», così come la verità lo è dei sistemi di pensiero; come una teoria, per quanto semplice ed elegante, deve essere abbandonata o modificata se non è vera, allo stesso modo leggi ed istituzioni, non importa quanto efficienti e ben congegnate - non è questo il caso - devono essere riformate o abolite o - aggiungo io - non approvate se sono ingiuste. Rawls sostiene che i principi di giustizia per una società e per le istituzioni debbano corrispondere ai principi che risulterebbero da una scelta collettiva effettuata da persone razionali; la scelta delle regole che disciplinano la convivenza civile deve essere fondata cioè su criteri razionali, e non su ragioni di convenienza di un singolo gruppo di cittadini, ancorché dotato di forte potere contrattuale.
È questo che noi vogliamo sostenere: una legge di riforma dell'avvocatura deve essere pensata e scritta immaginando, prefigurando l'interesse della collettività, e non l'interesse di circoscritte corporazioni, che non sono - sia chiaro, perché su questo vi è purtroppo una mistificazione polemica - tutti gli avvocati, come ognuno di noi ha potuto sperimentare negli incontri quotidiani di queste settimane, ascoltando il punto di vista di tanti nell'avvocatura che sono contrari.
Per questo, riepilogando: per un'avvocatura libera, plurale, aperta, competente, moderna ed europea, voteremo contro questo disegno di legge. (Applausi dal Gruppo PD).