Seguito della discussione dei disegni di legge:
(601) GIULIANO. - Modifiche al regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 gennaio 1934, n. 36, in materia di riforma dell'accesso alla professione forense e raccordo con l'istruzione universitaria
(711) CASSON ed altri. - Disciplina dell'ordinamento della professione forense
(1171) BIANCHI ed altri. - Norme concernenti l'esercizio dell'attività forense durante il mandato parlamentare
(1198) MUGNAI. - Riforma dell'ordinamento della professione di avvocato (ore 17,26)
Approvazione, con modificazioni, in un testo unificato con il seguente titolo: Nuova disciplina dell'ordinamento della professione forense
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 601, 711, 1171 e 1198.
Ricordo che nella seduta antimeridiana del 17 novembre si è conclusa la votazione degli articoli del testo unificato proposto dalla Commissione e dei relativi emendamenti.
Passiamo alla votazione finale.
VIESPOLI (FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VIESPOLI (FLI). Signor Presidente, voteremo a favore del provvedimento. Lo faremo non con la convinzione, lo slancio e l'entusiasmo che pure dovevano essere espressi e manifestati rispetto a una riforma che finalmente arriva a un punto di approdo. Lo ricordo a me stesso: in ogni caso e comunque, l'elemento di positività, prima ancora che di merito, è proprio il fatto che dopo diversi tentativi (che addirittura risalgono agli inizi degli anni Ottanta, al 1983, con il Governo Fanfani, che affidò a una commissione di esperti l'incarico di studiare una riforma del settore delle professioni liberali, che poi non portò a compimento, e poi al 2006, con un miniprovvedimento, la cosiddetta lenzuolata, così come è stata definita e conosciuta nella denominazione politico-mediatica, che comunque, al di là del merito, rappresentava un pezzo di una riforma) sul tema delle professioni, bisogna prendere atto positivamente che finalmente arriva all'approvazione in questo ramo del Parlamento una riforma della professione forense.
Lo slancio e l'entusiasmo che avrebbero dovuto accompagnare tale traguardo sono un po' stemperati da alcuni contenuti della riforma che non ci paiono affrontare nella maniera migliore possibile almeno due grandi questioni di impostazione, rispetto alle quali abbiamo cercato di dare un contributo migliorativo attraverso gli interventi dei colleghi del Gruppo, l'attività nelle Commissioni, il dibattito in Assemblea e la vera e propria attività emendativa. Anzitutto, il tema della concorrenza, perché oggettivamente è un po' difficile poter convenire che questa riforma abbia il respiro e la coerenza dell'impostazione europea: è piuttosto dentro una dimensione che ancora affronta con difficoltà il terreno della concorrenza. Così come affronta con qualche difficoltà una grande questione aperta in un contesto molto delicato e difficile, cioè il rapporto tra la professione e l'accesso alla stessa, in particolare per i giovani. Sicché, se l'impostazione della riforma è sicuramente corretta, perché punta a recuperare il decoro, l'importanza e la funzione di una professione, tuttavia questo passaggio appare più conservativo che non inclusivo, non aperto, non tale da dare una risposta a uno dei grandi problemi che abbiamo di fronte. Mi riferisco al tema della mobilità sociale anche nell'ambito della professione forense, e non solo di questa; al tema di come si determina il ricambio generazionale; di come le soglie di accesso di una professione siano a favore dei giovani e non di chi già ha e di chi già opera.
Intorno a questi due elementi, abbiamo cercato, come dicevo, di determinare alcuni interventi migliorativi, e rivendichiamo alcuni emendamenti, che hanno appunto riguardato il rapporto tra i giovani e i titolari all'interno degli studi professionali, per cercare di determinare condizioni di rapporto che avessero un minimo di regolamentazione e, per altro verso, anche il ruolo e il diritto delle donne all'interno del mondo professionale. Abbiamo cercato in questo modo di accompagnare un processo di riforma necessario, e di farlo con quell'equilibrio di carattere generazionale che è poi una grande questione aperta e che resta uno dei grandi temi che saremo chiamati ad affrontare.
Questo provvedimento ha la stessa caratterizzazione della fase che stiamo attraversando: si ha la sensazione - e non si tratta solo di una sensazione - che si sia un po' perso lo slancio riformatore, lo slancio legato al grande cambiamento. Al di là della politica politicante, la grande questione che abbiamo di fronte è quella di recuperare questo spirito e questo clima, determinando davvero le condizioni perché un Governo e uno schieramento politico si caratterizzi, segni il percorso della sua attività in termini di riforma, di cambiamento, di spirito innovatore e di grande apertura nei confronti della società.
Questo provvedimento forse risente anche di tale clima. Proprio per tale ragione, voteremo favorevolmente ma, come dicevo all'inizio, senza slancio ed entusiasmo. (Applausi dal Gruppo FLI. Congratulazioni).
BELISARIO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signora Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, la Commissione giustizia del Senato il 4 febbraio 2009 ha avviato l'esame dei numerosi disegni di legge sulla professione forense. Nel novembre 2009 la Commissione ha concluso i lavori e dopo un anno - finalmente, dopo un anno - il provvedimento approda in Aula. Il lungo percorso ha fatto emergere travagli, contraddizioni, spesso buone volontà non completamente espresse e ha portato in Aula un provvedimento per molti versi monco che, nonostante il grande lavoro fatto - di questo va reso merito alla Commissione e, per quanto mi riguarda, al Capogruppo dell'Italia dei Valori in Commissione giustizia - non appare quello che dopo 70 anni, probabilmente, questo Paese aspettava.
I nodi essenziali sono rimasti tutti: l'accesso, la formazione, il problema delle incompatibilità, o delle compatibilità, se preferiamo, l'esercizio effettivo della professione, il sistema tariffario, l'organizzazione dell'avvocatura, il sistema disciplinare.
Non sfugge a chi vi parla la peculiarità di questa materia, per due ordini di ragioni. Si chiede da più parti la liberalizzazione dell'esercizio della professione forense, però si mantiene in vita un sistema ordinistico, quindi piramidale, che evidentemente non si può pensare di sopprimere soltanto per la professione forense. Quindi probabilmente, anziché avventurarci in una modifica, in una revisione, in una riforma parziale, avremmo dovuto affrontare il sistema più complessivo degli Ordini, anche perché l'Unione europea non ci sovviene in questa materia: ha discipline diverse, aperture differenti, in alcuni casi la normativa è più rigida della nostra (penso, per esempio, all'Austria, alla Germania, ma anche all'Olanda dove addirittura sono necessari cinque anni di formazione prima di poter entrare all'interno della professione e quindi poterla esercitare).
Sinteticamente, riteniamo che questo provvedimento rappresenti un parziale ritorno al passato...
PORETTI (PD). Ma ora ve ne accorgete? Ora? Dopo mesi, ve ne accorgete ora!
BELISARIO (IdV). Non vorrei risponderle come il ministro Carfagna ha risposto parlando di una collega di partito. (Commenti).
PORETTI (PD). Fallo! Fallo!
PRESIDENTE. Colleghi, per favore! (Commenti del senatore Berselli).
BONFRISCO (PdL). Vergognati! Ti devi vergognare.
Signora Presidente, domando di parlare.
PRESIDENTE. Senatrice Bonfrisco, potrà intervenire dopo che il senatore Belisario avrà terminato il suo intervento.
Senatore Belisario, concluda pure il suo intervento: nessuno sta dicendo niente. Continui, prego.
PALMA, sottosegretario di Stato per l'interno. Chieda scusa almeno. È una signora! (Commenti del ministro Bondi).
PRESIDENTE. Per favore, colleghi e rappresentanti del Governo. A fine seduta, per fatto personale, chi vorrà potrà intervenire.
BELISARIO (IdV). Signora Presidente, se riesce a contenere l'Aula io riprendo a parlare, altrimenti aspetto. (Commenti dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Senatore Belisario, l'Aula è contenuta. Invito i colleghi a parlare per fatto personale solo a fine seduta, mentre invito il senatore Belisario a proseguire nel suo intervento. Non mi sembra che siano in corso sommosse in Aula.
BELISARIO (IdV). Collega Gramazio, vuole completare? Ministro Bondi, vuole completare? Sottosegretario, vuole completare? Vuol dire al microfono ciò che ha detto prima?
GRAMAZIO (PdL). È meglio se rinuncia, senatore Belisario.
BELISARIO (IdV). Se vogliamo dare inizio ad una sorta di Babilonia, io non ho problemi. Sono abituato a continuare lavorare in queste condizioni.
GRAMAZIO (PdL). Senatore Belisario, ci invita a nozze.
BELISARIO (IdV). Colleghi, io non ho pronunciato alcuna espressione.
Vorrei ora fare riferimento al ripristino delle tariffe come criterio per la determinazione degli onorari, eliminate nella scorsa legislatura,anche perché si riteneva che l'abbattimento dei minimi tariffari avrebbe potuto comportare un vantaggio indiscutibile per gli utenti consumatori. Di fatto poi, alla fine, probabilmente non siamo riusciti ad incidere. In ogni caso, ritornare indietro senza rendersi conto di un problema vuol dire evidentemente rimangiarsi un sistema di liberalizzazione che, se non avesse funzionato, andava corretto ma non soppresso. Questo discorso vale anche con riferimento alla possibilità per i giovani praticanti di avere una presenza reale all'interno degli studi professionali. (Commenti della senatrice Poretti).
È evidente che si tratta di una materia complicata, perché coinvolge non solo gli studi delle grandi città ma anche dei piccoli centri. È bene però che la professione forense, comportando un percorso lungo, consenta un accesso il più possibile aperto a tutti dando peraltro ampie garanzie - e non sempre per il passato ci sono state - per i clienti, o gli utenti consumatori, come forse si potrebbe dire in maniera più corretta. Va qui ricordato un altro punto di partenza, che è bene non scordarsi. In Italia vi sono 230.000 avvocati. Ciò implica che oggi l'accesso sia stato per certi versi talmente indiscriminato che il mercato non è riuscito a regolarlo. Ci sarà un motivo per cui in Francia gli iscritti agli albi sono un quinto o forse anche meno rispetto all'Italia e che solo in Spagna l'accesso alla libera professione avviene immediatamente dopo la laurea.
Siamo convinti che sia certamente necessario coniugare la specializzazione con la possibilità per i giuristi di impresa di svolgere attività di consulenza, pur ricordando che si è in presenza di una legislazione che per la categoria prevede un Consiglio nazionale forense la cui soggettività giuridica viene riconosciuta anche nei codici di procedura. Se si vuole evitare una verticalizzazione, bisogna per altro verso consentire che altri possano esercitare rispettando la deontologia e soprattutto coniugando la qualità con la competenza del servizio.
Sono mancate alcune innovazioni, come nel caso delle società di capitali, contemperate con la presenza nelle medesime società di soci che esercitino realmente la professione forense. L'altro rischio è poi che sia il capitale a determinare lo sviluppo dell'attività professionale.
La forma di compenso oggi viene prevista soltanto sotto il profilo di un rimborso per l'attività svolta e a partire dal secondo anno. Il regime delle incompatibilità può essere regolato meglio, prevedendo, per esempio, il part-time per i giovani che vogliono fare la libera professione ma che non hanno la possibilità di rimanere a carico delle famiglie o dei genitori, senza essere autonomi. Per questo non possiamo precludere l'ingresso alla professione. Anche la continuità dell'esercizio effettivo della professione va esaminata con attenzione.
Riteniamo che l'intera materia meriti un approfondimento particolare. Mi riferisco agli Ordini, all'accesso per i giovani, alla possibilità di lavorare con un minimo di ristoro effettivo o di compenso, in qualsiasi modo lo si voglia chiamare. Siamo convinti che questa riforma vada migliorata e che la Camera debba renderla più fruibile e migliore. Riteniamo fondamentale che la Camera modifichi il provvedimento. Il nostro, pertanto, è un voto contrario che deve agire da sprone affinché l'altro ramo del Parlamento possa rimuovere qualche passo incomprensibile del testo in esame. (Applausi dal Gruppo IdV).
Voglio chiedere scusa alla collega Poretti (Applausi dai Gruppi IdV e PD e della senatrice Poli Bortone) per essere andato al di là dell'intemperanza, e avrei dovuto evitarlo. Di questo faccio ammenda e chiedo scusa a lei, ai colleghi e alla Presidenza. (Applausi dai Gruppi IdV, PD, PdL e FLI e della senatrice Poli Bortone).
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signora Presidente, colleghi, la riforma che ci apprestiamo a votare rappresenta un'evidente involuzione in senso corporativo e conservatore della precedente normativa tanto da far rimpiangere, come ha affermato il presidente dell'Antitrust, quella fascista degli anni '30. (Commenti del senatore Gramazio).
La stessa impostazione generale della proposta di riforma contempla, in continuità con l'indirizzo tradizionale, un forte controllo pubblicistico e restrittivo sia dell'accesso che dell'esercizio della professione. Non solo, ma questo impianto normativo viene ancora di più consolidato in base al classico assunto che ciò è imprescindibile per garantire il decoro del ceto e la qualità del servizio reso dai suoi appartenenti.
La normativa che si è definita durante i lavori parlamentari propone al suo interno numerosi articoli in evidente contrasto con quanto stabilito in tema di concorrenza e di professioni, non a caso definite liberali, dall'Unione europea, per la quale la migliore, se non l'unica, garanzia di qualità della prestazione è la competizione nel libero mercato, che spinge il professionista a rendere un servizio migliore al cittadino.
Un sistema, quindi, non vincolato, dove la meritocrazia e la flessibilità sarebbero dovuti essere i principi ispiratori di una riforma in senso europeo e sinceramente liberale per tanti anni attesa anche dagli operatori del settore. Gli emendamenti che abbiamo presentato erano tutti ispirati a questi principi, volti a rendere più flessibile il mercato della professione forense e ad agevolare l'ingresso e la formazione delle giovani generazioni di legali, tutto ciò ovviamente incardinato in un ambito di tutele e garanzie per i cittadini.
La qualità del servizio reso agli utenti avrebbe dovuto essere l'unico elemento di valutazione di una riforma degna di questo nome.
La definizione di un disegno normativo volto a garantire che alla base della selezione e della crescita professionale degli avvocati vi fossero solo i parametri del merito e della tutela dei cittadini e non della casta forense avrebbe dovuto rappresentare - così come abbiamo cercato di fare con gli emendamenti da noi proposti - l'unica soluzione per riformare davvero una delicata ed importante materia. Ma così non è stato. Abbiamo constatato, già nel corso dei lavori dell'Aula, come tante auspicate modifiche non sono state accolte, come il ripristino delle tariffe minime la cui eliminazione - per esempio - ha permesso a molti giovani avvocati di diventare competitivi sul mercato grazie alla politica dei prezzi. Non a caso, le associazioni dei giovani avvocati hanno denunciato che il ripristino del tariffario porterà ad un aumento complessivo dei costi, con una ricaduta sui cittadini. Di parere diametralmente opposto sono ovviamente i «poteri forti» dell'associazionismo i quali, non a caso, apprezzano questa riforma, e lo si potrà constatare al congresso ufficiale del mondo forense, al quale parteciperà il Ministro della giustizia.
Comprendiamo come, dall'indagine condotta dalla Cassa forense, il settore sia in forte sofferenza. Certamente, però, non riteniamo che tutto ciò sia ascrivibile all'eliminazione della tariffe minime, vista la profonda crisi economica che stiamo subendo. Si comprende come, per il secondo anno consecutivo, i redditi dichiarati dagli avvocati ai fini dell'IRPEF risultino in flessione. Tuttavia, risulta anche che il contraccolpo maggiore lo hanno subito proprio i giovani avvocati, quelli della fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, entrati anche loro a far parte della «generazione mille euro», visto che il loro reddito, al netto dei contributi, risulta di appena 19.000 euro l'anno. Certamente la reintroduzione delle tariffe minime non li aiuterà a rientrare dalle gravi difficoltà in cui versano.
Proprio l'attenzione alle giovani generazioni ha rappresentato il denominatore comune dei nostri emendamenti, che la riforma forense non solo non ha affrontato ma ha rigettato, accogliendo sul tema un'impostazione esclusivamente volta a garantire lo status quo, partendo dall'assunto - forse corretto - che gli avvocati sono troppi (la stima sta intorno a 220.000 unità) e cercando di intervenire attraverso la sola logica dell'esclusione e della creazione di un argine quasi invalicabile. Con l'entrata in vigore di questa normativa, potrebbero risultare a rischio di cancellazione 50.000 avvocati (le organizzazioni dei giovani avvocati parlano di «pulizia etnica»). Si tratta certamente della prima volta in cui degli avvocati italiani rischiano la cancellazione d'ufficio dall'albo.
La nuova normativa, se approvata, avrebbe - sempre seguendo il parere dell'Antitrust - riflessi negativi sull'utenza, dal cliente singolo all'impresa, che si troverà, a causa di una drastica riduzione dell'offerta, di fronte ad un aumento dei prezzi delle prestazioni di consulenza, senza la minima certezza di un aumento della qualità delle stesse. Si verrebbe, inoltre, a minare il contributo che le professioni non regolamentate, anche nei settori sanitario e fiscale, hanno fornito al Paese affermandosi come prodotto avanzato di un diritto vivente, il quale ha stabilito - tramite sentenze di merito accolte integralmente dal legislatore europeo e dalla Corte di giustizia - confini certi tra attività riservate e attività libere.
Si vuole infatti distruggere un'avanguardia della conoscenza che si è affermata sul mercato, perché è competitiva con gli Ordini; è organizzata in modo imprenditoriale; ha prezzi commisurati al livello di servizio e, non ultimo, ha la capacità di produrre e coordinare nuovi saperi specialistici e interdisciplinari. Se il formulato di questo provvedimento fosse definitivamente approvato, si potrebbe infatti creare un pericoloso precedente, che alimenterebbe gli "appetiti" di tutti gli altri Ordini, volti ad assorbire tutto ciò che prima non era loro esclusivamente riservato dalla legge.
Il timore è che si sia rotto quell'equilibrio che, per dieci anni, aveva affermato il principio volto a non creare nuovi Ordini e a non ampliare le esclusive. La tregua era stata stabilita in attesa di una riforma organica delle professioni regolamentate e del riconoscimento, nell'ambito della libertà di esercizio e senza restrizioni di sorta, di quelle più innovative, organizzate con sistemi associativi e che promuovono la certificazione di qualità come «pietra angolare» per fornire adeguati segnali di valore.
Tutto questo meccanismo non può essere spazzato via. L'auspicio dunque è che la Camera azzeri l'improvvida decisione del Senato, senza tentennamenti, con il contributo delle forze politiche dotate di un minimo tasso di liberalismo e di buon senso, al fine di dare il chiaro segnale che quello che è successo è stato frutto del sonno della ragione i cui mostri, però, non devono essere generati.
Per questa riflessione di ordine generale, per avere verificato in quest'Aula l'impraticabilità di qualsiasi modifica che potesse contrastare gli interessi corporativi e conservatori di una professione autorevole come quella dell'avvocatura, il nostro movimento ovviamente voterà convintamente contro questo provvedimento. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut: UV-MAIE-Io Sud-MRE).
SERRA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SERRA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Signora Presidente, sin dall'inizio abbiamo auspicato che il dibattito sul disegno di legge oggi in esame portasse ad un testo largamente condiviso. Purtroppo, prendiamo atto che ciò non è avvenuto, a causa della chiusura dimostrata in tal senso dal Governo. Sia ben chiaro, riteniamo necessaria e urgente non solo la riforma dell'ordinamento forense che ci accingiamo a votare, ma un complessivo riordino del mondo delle professioni.
È il caso di ricordare che lo stesso Ministro della giustizia ha manifestato tempo addietro la volontà di giungere, entro il termine della legislatura, alla redazione di uno statuto delle professioni e ad una riforma organica delle stesse. Ci auguriamo che questo proposito non rimanga lettera morta, allungando la ormai corposa lista di annunci sbandierati con enfasi dall'attuale Esecutivo e raramente tradotti in azioni concrete.
La cornice normativa che disciplina alcune professioni e ne lascia scoperte altre non è più adeguata ai tempi attuali e penalizza fortemente lo sviluppo in senso liberale di questa importante parte del mondo del lavoro.
Noi siamo convinti, al contrario, che l'intero comparto vada sostenuto e riformato, da un lato all'insegna di una maggiore tutela della dignità e della professionalità dei suoi protagonisti, dall'altro favorendo una svolta del settore in senso liberale. E, dispiace dirlo, il dibattito condotto sin qui non è andato in questa direzione.
Dunque, se quella forense deve rappresentare, come ci auguriamo, la riforma pilota cui seguirà una revisione legislativa di tutto il mondo delle libere professioni, sentiamo oggi il dovere di manifestare forti perplessità sul metodo e sul merito delle scelte adottate nei mesi scorsi.
Questa riforma non sembra consona alla fase storica attuale: una fase che richiede urgentemente la predisposizione di strumenti efficaci ad incentivare la competitività, promuovere lo sviluppo e conformare la legislazione alla realtà sociale ed economica del Paese, peraltro in continuità con quanto accade nel resto d'Europa.
Il testo di legge oggi in esame manca di una prospettiva lungimirante e di largo respiro. L'iter parlamentare ha sempre oscillato tra improvvise accelerazioni e altrettanto improvvise battute d'arresto, volendo il Governo da un lato dare un segnale sul tema giustizia rispetto ad una riforma complessiva che tarda a vedere la luce nonostante i proclami e, dall'altro, accreditarsi come interlocutore privilegiato di una parte: la parte più forte della categoria.
Questo secondo intento ha creato delle distorsioni, suscitando la contrarietà di tutti i parlamentari cui stanno a cuore l'autonomia e l'indipendenza delle Camere. Quella dell'avvocato - garante del diritto alla difesa - rappresenta prima di tutto una funzione costituzionale. Trascurare questo presupposto significa non solo mortificare la professione, ma anche ledere un principio fondamentale della Carta.
Ferma restando la necessità di una svolta liberale in seno alla professione forense, questo alto profilo costituzionale va salvaguardato anche attraverso l'adozione di seri criteri di accesso alla categoria. Com'è noto, il numero degli avvocati è in costante aumento, un aumento che non sempre ha un riscontro in termini di qualità e validità della prestazione. Occorre dunque selezionare i nuovi professionisti, verificando con scrupolo la loro preparazione e la loro coscienza deontologica, premiando i più meritevoli, e non coloro che hanno maggiori possibilità economiche. Questa verifica d'altronde non dovrebbe venire meno durante tutto il corso della carriera. Solo un aggiornamento adeguato e continuo consentirà di garantire i doverosi standard di trasparenza, correttezza e qualità della professione.
Onorevoli colleghi, non si poteva procrastinare oltre una riforma che aggiornasse la cornice regolamentare dell'avvocatura per superare la fase patologica in cui essa versa anche a causa di questo ritardo. E, lo ripetiamo, tale riforma avrebbe dovuto essere impostata conciliando modernità, concorrenza globalizzata, liberalizzazione della professione e prestigio della stessa.
Alla riconosciuta molteplicità delle problematiche di non facile soluzione che caratterizzano il mondo forense, questo testo non risponde, a nostro avviso, in maniera soddisfacente. Esso sembra caratterizzarsi per una serie di chiusure, denunciate, peraltro, anche dall'Antitrust.
Le nostre proposte emendative si sono orientate su alcune linee guida: coordinare la nuova disciplina con quella comunitaria; evitare che crescessero ulteriormente i costi a carico dei cittadini nel ricorso alla giustizia (come denunciato appunto dall'Antitrust); prevedere una normativa innovativa per l'accesso alla professione che garantisse un'appropriata selezione dei molti aspiranti.
Tuttavia, sia la Commissione che l'Aula, come di consueto, hanno bocciato quasi tutti gli emendamenti dell'opposizione sugli aspetti fondamentali di una riforma che avrebbe dovuto avere lo scopo di modernizzare la professione forense e che, al contrario, la relega già nel passato. Sono state cassate tutte le proposte volte a liberalizzare ulteriormente l'accesso alla professione e i suoi meccanismi di concorrenza ed è stata esclusa l'ipotesi di inserire criteri diversi di tenuta degli albi professionali, criteri finalizzati a garantire una maggiore trasparenza per quanto attiene all'iscrizione e alla cancellazione dagli albi stessi.
Molto grave, a nostro avviso, il rifiuto da parte della maggioranza di inserire il divieto assoluto di iscrizione all'Ordine per chi abbia riportato condanne per mafia. Il requisito di irreprensibilità oggi richiesto agli appartenenti all'Ordine è troppo aleatorio, e decisamente insufficiente per impedire in modo assoluto le infiltrazioni mafiose in un settore che dovrebbe essere specchio di legalità. Chi giudica infatti dell'irreprensibilità degli iscritti? In base a quali procedure accertative e controlli? Attendiamo ancora delle risposte. Come pure, non riusciamo a capire il no pronunciato con forza dalla maggioranza in merito alla proposta di affidare i procedimenti disciplinari a carico degli avvocati, sull'esempio di quanto avviene per la magistratura, ad un soggetto terzo, differente dal proprio Ordine d'appartenenza.
Non possiamo non condividere le forti perplessità dei giovani avvocati e di chi intende affacciarsi all'esercizio di questa attività. Si vogliono porre delle barriere all'accesso alla pratica, e lo si vuole fare a vantaggio non dei più meritevoli, ma solo di coloro che avranno strumenti e mezzi economici per potersela permettere. Ciò risulta eccessivamente rigido rispetto alla necessaria flessibilità.
Avremmo salutato con favore la scelta di consentire lo svolgimento della pratica già durante il corso universitario o la previsione di forme di sostegno, quali borse di studio, a favore dei tirocinanti, in modo da garantire l'accesso a tutti. Siamo convinti che i tempi, e soprattutto i costi, dell'espletamento di un periodo che di fatto posticipa l'ingresso nel mondo del lavoro debbano essere ridotti, soprattutto per i meritevoli privi di mezzi.
Invitiamo pertanto l'altro ramo del Parlamento ad una più approfondita riflessione sul tema: riflessione che si rende opportuna alla luce delle numerose osservazioni avanzate in questa sede nei giorni scorsi e delle legittime aspettative.
Per tali ragioni, mi auguro che i nodi più critici che permangono in tale provvedimento, nodi rilevati anche dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato, vengano sciolti dall'altro ramo del Parlamento. Quindi, il nostro voto sarà di astensione, auspicando di tradursi alla Camera - possibilmente - in un voto favorevole. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE).
MAZZATORTA (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAZZATORTA (LNP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, approveremo tra poco, al termine di un ampio e acceso dibattito svoltosi sia in sede di Comitato ristretto che di Commissione giustizia nonché in Aula, una riforma importante per il settore dell'amministrazione della giustizia e, al tempo stesso, anche per un settore importante del mondo del lavoro, quale indubbiamente è quello delle libere professioni intellettuali.
Approviamo questa riforma al termine di un dibattito che, dopo 77 anni di sterili discussioni, basate spesso solo sulla retorica della toga, ha portato finalmente a mettere nero su bianco una proposta organica di riforma della professione forense. L'avvocatura non poteva continuare a sopravvivere con un ordinamento professionale decrepito e per nulla corrispondente alle esigenze di una società moderna. I tempi sono cambiati dal 1933, e l'avvocato di oggi non può continuare ad esercitare la sua professione sulla base di norme scritte in un'epoca remotissima.
Dalle parole si è passati finalmente ai fatti. L'avvocato svolge una quotidiana ed ineliminabile attività di mediazione tra il cittadino e lo Stato e, quindi, ha un ruolo importante nell'esercizio di giurisdizione, al pari della magistratura. Il nome di avvocato allude proprio a questa funzione pubblica di aiuto: advocatus significa «chiamato in aiuto» e i cittadini ci chiedono di avere una magistratura e un'avvocatura entrambi autorevoli e indipendenti. Ma può esserci autorevolezza e indipendenza dell'avvocatura con i numeri attuali dell'avvocatura? Nel 1990 avevamo 52.000 avvocati, oggi ne abbiamo 230.000.
L'Ordine degli avvocati di Milano, ad ottobre, ha organizzato il convegno intitolato «Troppi avvocati in Italia?» e ha diffuso dati preoccupanti: in Italia ci sono 26,4 avvocati ogni giudice, mentre in Francia il rapporto scende a 7,1 e in Inghilterra addirittura a 3,2. In Italia ci sono 44.000 cassazionisti, in Francia sono 95, in Germania solo 44. La rivista «L'espresso», nell'aprile di quest'anno, ha pubblicato un'inchiesta dal titolo «SOS avvocati»: «Sono 230.000 e continuano ad aumentare» - scrive «L'espresso» - «Sotto i colpi della crisi una professione perde l'identità. E chiede nuove regole e una selezione rigorosa».
Allora dobbiamo dire con chiarezza, senza ipocrisie e senza continuare a prendere in giro molti giovani che aspirano a diventare avvocati, che questa crescita a ritmi vertiginosi avvenuta negli ultimi venti anni non è più sostenibile. Il calo delle offerte di lavoro da parte della pubblica amministrazione, delle banche e delle industrie ha portato negli anni Novanta molti laureati in giurisprudenza sulla soglia della professione forense senza aver operato una scelta precisa e consapevole. E la mancanza di una selezione rigorosa, fondata sulla verifica delle competenze e delle abilità professionali, e il conseguente aumento esponenziale del numero degli avvocati, sta portando e porterà, se non cambiamo le cose, all'eliminazione di fatto della professione di avvocato e a lasciare spazio libero alle multinazionali del diritto, ai mercanti del diritto.
L'accesso alla professione è dunque il punto nodale della credibilità della professione forense. Continue e deleterie modifiche normative relative all'esame di Stato per l'accesso alla professione (penso alla legge del 1985, a quella del 1988 e poi a quelle del 1989 e del 1991) hanno portato ad un graduale ed inesorabile appannamento delle qualità professionali e, quindi, alla dilatazione a dismisura dell'albo.
Chi non ricorda i maliziosi trasferimenti in massa, dopo il biennio di pratica, verso sedi di commissioni d'esame del Sud che avevano percentuali di promozioni superiori al 90 per cento (penso a Reggio Calabria, a Messina, a Napoli, a Catanzaro)? Ciò che accadde a Catanzaro pochi anni fa, con migliaia di compiti scritti uguali (su 2301 partecipanti, 2295 compiti uguali) diede un colpo micidiale alla credibilità della funzione dell'avvocato.
Allora, nessun ritorno alle suggestioni del numero chiuso o programmato, non per ragioni di impopolarità, ma per la necessità di conservare l'idea del ruolo aperto e decisivo dell'avvocatura nella difesa dei diritti; nessuna tentazione del ritorno al numero chiuso. Ma dobbiamo dirci che solo un esame serio e rigoroso, preceduto da un tirocinio effettivo e altrettanto serio e rigoroso, è l'unica possibilità di sopravvivenza di una professione oggi inflazionata e superaffollata e ormai sul precipizio di una crisi irreversibile.
E chi si ribellò a quella situazione di mancanza di serietà degli esami per l'accesso alla professione forense (mi riferisco all'allora ministro della giustizia, Roberto Castelli, che emanò un severo decreto-legge a maggio 2003 per porre rimedio a questa anomala situazione) venne additato al pubblico ludibrio come nemico della libera professione forense e dei giovani.
Quel decreto-legge, che conteneva misure molto serie, in gran parte recepite in questo provvedimento, fu criticato da tutte le miriadi di associazioni e organismi forensi. E il Governo, purtroppo, dovette cambiare rotta, e il Parlamento annacquò quella riforma. La sottrazione al principio della territorialità della correzione dei compiti scritti con il sorteggio della commissione d'esame, che rimase nella legge di conversione, fu vista come una sciagura: invece, è stata sino ad oggi l'unico serio baluardo contro la logica assistenzialista dell'accesso libero e incontrollato di molti Ordini forensi soprattutto del Sud.
Si è già scritto, e si dirà, che questa legge serve a modernizzare la professione forense, ma che non è perfetta. Questa legge, con le sue luci ed ombre, come tutte le leggi, non è perfetta ma, una volta approvata, sarà possibile, attraverso la sperimentazione pratica, verificare l'esigenza di eventuali ritocchi migliorativi di questo testo. L'importante è consolidare i risultati finora raggiunti e tentare di superare la crisi esistenziale e generazionale dell'avvocatura, senza illudere e prendere in giro migliaia di giovani laureati in giurisprudenza.
Concludo con un invito per la categoria forense, anzi con un invito a tutti noi, ad un processo di autocritica e di ripensamento. Le norme, tutte le norme, anche quelle che approviamo oggi in questa Aula, mantengono sempre un carattere di astrattezza e, dunque, di distanza dalla realtà quotidiana delle cose. Sono i quotidiani comportamenti degli uomini e delle donne che indossano la toga che incidono sulla realtà e sulla percezione di che cosa sia un avvocato agli occhi dei cittadini, in misura ben maggiore delle norme che oggi approviamo in quest'Aula.
Possiamo avere un ordinamento professionale perfetto, ma essere dei pessimi avvocati. Così come, pur in presenza di un ordinamento professionale decrepito, abbiamo avuto in passato, e abbiamo oggi ancora, avvocati eccellenti; abbiamo avuto avvocati che hanno dato la loro vita per mantener fede ai valori, anche deontologici, della professione forense, come Giorgio Ambrosoli.
Allora, dimostrino gli avvocati, dimostriamo di assumere, da domani, iniziative per ridare connotati moderni alla nostra immagine e per migliorare il livello di soddisfazione dei nostri clienti, per toglierci di dosso quella brutta immagine di azzeccagarbugli. L'avvenire della professione di avvocato dipende solo ed esclusivamente dagli avvocati, dalla loro vocazione professionale. È l'avvocatura che deve avere la forza e la volontà di ritrovare la propria identità oggi smarrita. Calamandrei diceva, quasi profeticamente, che «quando gli avvocati diventano troppo numerosi e per questo scadenti, ogni loro utilità sociale viene automaticamente a cessare».
Se non saremo in grado di fare questo, colleghi, se considereremo il nostro lavoro esclusivamente sotto il profilo utilitaristico e di bottega, dando la colpa sempre e solo alla politica ed al legislatore, contribuiremo a far scivolare questo Paese verso un piano inclinato al fondo del quale altro non vi è che una distruttiva delegittimazione, oltreché della politica e delle sue istituzioni, anche delle libere professioni intellettuali. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazioni).
CAROFIGLIO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CAROFIGLIO (PD). Signora Presidente, devo dire che, in questi giorni e nelle ore immediatamente precedenti a questa discussione finale sul disegno di legge di riforma della professione forense, ho avvertito una sensazione, quasi surreale, che mi portava a chiedermi chi fosse l'avversario e contro quale punto di vista mi accingessi a parlare.
Infatti, tra i colleghi con cui ho parlato - senatori dell'opposizione, naturalmente, ma anche, per quella che è la mia esperienza, senatori della maggioranza - non ve ne era uno che, in colloqui privati, affermasse di apprezzare questo disegno di legge. Sarò stato di sicuro sfortunato negli incontri ma, immancabilmente, nelle conversazioni private, tutti quanti sostenevano, e sostengono, che questa è una pessima legge, un guazzabuglio di norme fra loro contraddittorie, un progetto di legge che non modernizza l'avvocatura e non serve a realizzare ciò per cui si sostiene sia stato redatto. In particolare, non serve a ridurre, come sarebbe naturalmente auspicabile, lo spropositato numero di avvocati oggi presenti nel nostro sistema: è un numero che non ha l'eguale non solo in alcun Paese dell'occidente avanzato, ma probabilmente, in alcun Paese in assoluto.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,13)
(Segue CAROFIGLIO). Fatta questa premessa (che è di natura quasi psicologica) sul senso di straniamento che avverto nel discutere di questo tema in sede di dichiarazioni di voto finali, spiego che tipo di avvocatura vogliamo, a quale avvocatura pensiamo, come Partito Democratico e - in generale - come forze del progresso. Noi pensiamo a un'avvocatura libera; pensiamo a un'avvocatura plurale; pensiamo a un'avvocatura aperta; pensiamo a un'avvocatura competente, nella sua complessa struttura. Pensiamo a un'avvocatura moderna ed europea. È per questa sequenza di ragioni, per questa complessa idea dell'avvocatura che abbiamo, che non possiamo fare altro che votare contro questo disegno di legge.
Non possiamo fare altro che votare contro questo disegno di legge, perché esso si pone in rotta di collisione, nella quasi totalità delle sue parti, con questi principi molto semplici, che tutti possono capire, anche se non sono addetti ai lavori e hanno giustamente vissuto con fatica la lunga discussione in Aula sul provvedimento (molti aspetti sono infatti fortemente tecnici, e solo i tecnici li capiscono a fondo, quando li capiscono).
Desidero ripetere quali sono i nostri punti di vista perché rimangano chiari nella mente di chi è in quest'Aula, ma soprattutto di chi è fuori da quest'Aula: penso soprattutto al nostro interlocutore privilegiato, che è la collettività dei cittadini (non un singolo gruppo di cittadini che può avere uno specifico interesse all'approvazione di certe norme). Noi vogliamo un'avvocatura libera e plurale; vogliamo un'avvocatura aperta, specchio di una società aperta; un'avvocatura competente, moderna ed europea. Naturalmente, nel breve tempo di cui disponiamo per queste dichiarazioni conclusive, non possiamo fare l'inventario di tutti i punti di questo disegno di legge che urtano contro questi principi, a nostro modo di vedere fondamentali. Ne possiamo indicare alcuni a titolo esemplificativo, come indicazione quasi di metafore del quadro complessivo che disegna questo provvedimento, dall'altro.
I temi su cui vogliamo attirare con più forza l'attenzione di chi segue questo dibattito su un tema fondamentale qual è quello della riforma di una professione come quella dell'avvocato (una riforma che, peraltro, costituisce e costituirà il battistrada per altre riforme di ordinamenti professionali) sono sostanzialmente cinque.
Il primo ha a che fare con la tutela dei giovani e - in generale - dei soggetti più deboli.
Il secondo è quello delle tariffe professionali e, in realtà, non è altro che un tassello del più vasto tema della libera concorrenza in una società moderna e aperta.
Il terzo ha a che fare con la percezione e la pratica dei principi dello Stato di diritto in tutte le articolazioni della vita pubblica; detto in termini più comprensibili, significa che le funzioni vanno separate: non può essere lo stesso soggetto a scrivere le regole, ad applicarle dal punto di vista amministrativo e ad applicarle in sede giurisdizionale o paragiurisdizionale, come nel giudizio disciplinare, il che accade in questo provvedimento con le promiscue funzioni del Consiglio nazionale forense, dei Consigli dell'ordine e degli organismi che rispetto ad essi sono satelliti, ma ad essi in qualche modo incorporati.
Il quarto tema - anch'esso una chiave di volta, sostanziale e metaforica - è quello delle incompatibilità: questo provvedimento introduce una serie di incompatibilità che rendono pressoché impossibile l'accesso alla professione per chi non sia un erede di uno studio, o comunque non sia già appartenente alla corporazione o a una fascia di censo che gli consenta lunghi anni senza guadagnare un soldo prima di accedere alla professione. Allo stesso tempo, vi è stata timidezza - più che timidezza, vi è stata sostanziale negazione - in ordine alla possibilità di intervenire su alcuni temi che sono fondamentali per la definizione di un sistema di regole, quale è quello delle incompatibilità tra esercizio dell'avvocatura e taluni ruoli e incarichi politici. A proposito di questo tema - voglio dire subito queste cose, anche se soltanto in maniera incidentale - ci viene detto che non è possibile prevedere una incompatibilità con l'esercizio della professione legale per il parlamentare, perché si costringerebbe l'avvocato parlamentare a chiudere lo studio.
Non riesco a capire perché lo stesso discorso non si faccia per il Consiglio superiore della magistratura, considerato che gli avvocati ad esso destinati non possono fare gli avvocati per i quattro anni della consiliatura. Aspetto che qualcuno mi spieghi dove si colloca la differenza tra l'una e l'altra funzione esercitata. Peraltro, ove il terreno di discussione fosse stato accettato - il che non è assolutamente accaduto - ben si sarebbe potuto e si potrebbe discutere di modulazioni dell'incompatibilità che vietassero, impedissero che accada ciò che oggi avviene spesso, anche con disdoro dell'immagine della giustizia e della politica, nelle aule di giustizia: processi rinviati perché l'avvocato parlamentare dichiara di essere impegnato con i lavori parlamentari, con conseguente lesione, anche se si parla soltanto di rinvio, del diritto dei cittadini imputati, di persone offese, ad avere una giustizia tempestiva, negata dall'esercizio - a volte, purtroppo, anche strumentale - di prerogative parlamentari.
Il quinto tema su cui desideriamo attirare l'attenzione, quello della riserva di attività, in apparenza potrebbe sembrare un tema secondario: in realtà, è quello più metaforico di tutti. Con questo disegno di legge si prevede che le attività di consulenza stragiudiziale - lo dico in termini semplici - le possano svolgere solo gli avvocati. Significa che d'ora in poi, ove mai il disegno di legge venisse approvato, i sindacati, le associazioni di imprenditori, le associazioni di inquilini non potranno più fornire la consulenza che forniscono, spesso, soprattutto a categorie di soggetti più deboli, che non possono permettersi la consulenza dell'avvocato, la costosa consulenza del professionista abilitato. In questo, che potrebbe sembrare un dettaglio, vi è tutta la potenza classista - mi si passi l'espressione non tanto di moda - del quadro definito da questo disegno di legge.
Avviandomi alla conclusione dell'intervento, in cui ho voluto svolgere solo un'enunciazione rapida dei gravi punti critici del provvedimento, voglio leggervi un passo del più grande filosofo del diritto del secolo scorso, John Rawls, autore del libro «Una teoria della giustizia»: un libro in cui si riflette sul significato di giustizia nelle società evolute. Dice John Rawls che la giustizia è «il primo requisito delle istituzioni sociali», così come la verità lo è dei sistemi di pensiero; come una teoria, per quanto semplice ed elegante, deve essere abbandonata o modificata se non è vera, allo stesso modo leggi ed istituzioni, non importa quanto efficienti e ben congegnate - non è questo il caso - devono essere riformate o abolite o - aggiungo io - non approvate se sono ingiuste. Rawls sostiene che i principi di giustizia per una società e per le istituzioni debbano corrispondere ai principi che risulterebbero da una scelta collettiva effettuata da persone razionali; la scelta delle regole che disciplinano la convivenza civile deve essere fondata cioè su criteri razionali, e non su ragioni di convenienza di un singolo gruppo di cittadini, ancorché dotato di forte potere contrattuale.
È questo che noi vogliamo sostenere: una legge di riforma dell'avvocatura deve essere pensata e scritta immaginando, prefigurando l'interesse della collettività, e non l'interesse di circoscritte corporazioni, che non sono - sia chiaro, perché su questo vi è purtroppo una mistificazione polemica - tutti gli avvocati, come ognuno di noi ha potuto sperimentare negli incontri quotidiani di queste settimane, ascoltando il punto di vista di tanti nell'avvocatura che sono contrari.
Per questo, riepilogando: per un'avvocatura libera, plurale, aperta, competente, moderna ed europea, voteremo contro questo disegno di legge. (Applausi dal Gruppo PD).
MUGNAI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MUGNAI (PdL). Signora Presidente, mi sia consentito di esprimere, come componente della Commissione giustizia e del Comitato ristretto che ha elaborato il testo poi sottoposto all'attenzione dell'Assemblea e come componente della categoria che più di ogni altra a questo provvedimento ha guardato, poche e telegrafiche considerazioni finali.
Prima di tutto, un sentito ringraziamento a tutti i colleghi. Nel corso di questo ampio, articolato e spesso acceso dibattito, ricordo, non solo con simpatia, ma anche con particolare apprezzamento, la stessa attività di strenua ma costruttiva opposizione svolta dai colleghi radicali, che hanno dato certamente un contributo significativo ad una riforma voluta dall'avvocatura. Non possiamo inoltre non sottolineare come il Ministro, che in questo momento ci ha raggiunto, abbia saputo cogliere un fatto di fondamentale importanza: per la prima volta tutte, ripeto tutte, le componenti significative dell'avvocatura italiana si sono riconosciute in un testo.
Cari colleghi, vorrete convenire con me che è impensabile poter procedere a una riforma così importante e delicata, come l'ampiezza e la profondità del dibattito che ha caratterizzato questa Aula ha attestato, contro coloro che ne sono i primi diretti destinatari, in quanto interpreti di quella professione. Una riforma che deve essere certamente all'altezza dei tempi, sicuramente in sintonia con il nuovo ruolo del nostro Paese in Europa. Al riguardo sottolineo che, sia pure assumendo una decisione francamente inquinata da un pregiudizio politico, perché totalmente distonica con l'atteggiamento tenuto in questa Aula da parte dell'Italia dei Valori, il capogruppo, senatore Belisario ha ricordato quello che apparentemente sembra essere stato dimenticato in questa Aula: la professione di avvocato è rigidamente disciplinata in tutti i Paesi dell'Unione europea, spesso in modo molto più severo di quanto accade in Italia. Non ripeto quanto già detto, se non un ulteriore esempio: pensiamo alla dimensione assolutamente corporativa con la quale essa viene gestita, ad esempio, nel civilissimo Regno Unito. Quindi, abbiamo fatto tale riforma in sintonia anche con ciò che accade in Europa, mai dimentichi che il principio della concorrenza, nella fattispecie concreta, onorevoli colleghi, non può essere discinto dall'ambito nel quale andiamo a operare, quello di una professione intellettuale; quindi, non può essere acriticamente calato in questa specifica realtà con le modalità tipiche, ad esempio, della realtà di impresa commerciale.
Ci siamo mossi secondo una linea che non è quella di un'ottusa difesa corporativa ma, al contrario, nell'assoluta consapevolezza dell'attuale situazione nella quale la professione di avvocato viene esercitata in Italia, come è stato ricordato proprio nell'intervento del collega Carofiglio, che ha parlato di un numero spropositato di avvocati. Mi chiedo allora, e chiedo, proprio a chi ha ripetutamente invocato regole di mercato: come è pensabile che a questa situazione si possa porre rimedio in termini di ulteriore deregulation, quando l'offerta in questo momento supererebbe ampiamente la domanda? La prima preoccupazione che ci siamo posti è proprio quella di garantire un futuro degno di tal nome dal punto di vista dell'attività professionale ai giovani colleghi e lo abbiamo fatto a partire dallo stesso praticantato, che non può essere un'area di parcheggio della disoccupazione o della sotto occupazione intellettuale, come purtroppo rischierebbe ancor più di essere se fin dall'inizio non contraddistinguiamo questo percorso in modo convinto e motivato. È questa la prima garanzia della futura professionalità: un percorso che non può essere intrapreso tanto per farlo, ma con la convinzione profonda di voler diventare, un domani, avvocato.
Ecco perché i limiti che abbiamo posto sotto il profilo dell'incompatibilità, per chi fa pratica, sono attenuati proprio perché ci siamo posti, sia pure nel contesto dei rischi tipici di una libera professione, l'obiettivo di dare degli incentivi e al tempo stesso di permettere a chi ha buona volontà un compatibilità con quelle attività che comunque la pratica professionale può consentire; tali limiti sono più gravi e severi per gli avvocati, sia pur tenendo conto di quanto diversa è oggi la società e quindi in qualche modo recependo parte delle indicazioni che sono giunte, vuoi in Commissione, vuoi in Aula, come è possibile rilevare semplicemente dal confronto tra i testi iniziali e quello che stiamo andando ad approvare, in un percorso volto appunto a garantire non soltanto la qualità del servizio ma, parimenti, la professionalità.
Abbiamo gravato gli avvocati di oneri precisi in termini di formazione e di specializzazione, nella duplice consapevolezza della funzione istituzionale dell'avvocatura, ripetutamente ricordata in questa Aula, mai dimentichi però del fatto che comunque si tratta di una libera professione, sia pur - ripeto - di tipo intellettuale. Una libera professione che ha dato figure illustri al nostro Paese, ricordate opportunamente, anche nel loro estremo sacrificio, dal collega Mazzatorta, e a questo Parlamento; una professione da attualizzare, ma mai da snaturare, onorevoli colleghi, secondo modelli incompatibili con la nostra storia, la nostra cultura giuridica, le nostre tradizioni e, al tempo stesso, la nostra realtà.
Si è svolto un duro, durissimo confronto, soprattutto in quest'Aula tra modelli assolutamente incompatibili tra di loro. In Commissione - è bene dirlo - questo scontro non vi è stato perché tutti i Gruppi, tutti, all'unanimità, hanno finito per convergere su un testo che era la sintesi di quelli presentati, nella evidente consapevolezza di merito - non viziata, o inquinata politicamente - di quanto fosse necessario seguire questo percorso. Da una parte il modello che ci è stato proposto, in particolare, dal Gruppo più consistente di opposizione: un modello sostanzialmente confindustrial-sindacale, quello che il professor Ichino ha interpretato mirabilmente in quest'Aula, che ci propone una totale deregulation della professione (dimentico del fatto che questo andrebbe a incidere proprio su quei principi di specificità e competenza e, al tempo stesso, andrebbe ulteriormente ad inflazionare un mercato che riconoscete essere spaventosamente inflazionato, a scapito quindi vuoi della professionalità, vuoi del futuro dei giovani colleghi), ma in modo assolutamente confliggente e contraddittorio, è un modello assolutamente sindacalizzato nei rapporti interni, dimentico che trattasi, comunque, di libera professione.
Voglio ricordare che, se volessimo portare quel modello alle estreme conseguenze... (Brusìo).
PRESIDENTE. Mi scusi, senatore Mugnai, la interrompo solo per chiedere ai suoi colleghi se per cortesia possono abbassare i toni.
MUGNAI (PdL). Come dicevo, quel modello porterebbe a due necessarie conseguenze, la prima delle quali è che si dovrebbero applicare tutte le regole e le provvidenze dell'industria, che i professionisti non hanno. È bene ricordare, perché forse gli onorevoli colleghi non lo sanno, qual è la realtà dei giovani colleghi che lavorano negli studi nordamericani: le 80, le 100 ore settimanali e la scatola di cartone che la mattina trovano sulla scrivania come a dire «prendi le tue cose e vattene» senza alcuna giustificazione.
Questo è il modello a cui puntiamo? Oppure, il modello che vogliamo noi è quello che è stato sprezzantemente definito della bottega artigiana? Ricordo tra l'altro che tale non è, perché se andate a vedere la stragrande parte degli studi scoprirete che già hanno una realtà di impresa, in termini numerici e di organizzazione, forse superiore alla maggior parte delle microimprese che operano nel tessuto connettivo del Paese. È quel modello che produce qualità, che trasferisce il sapere del maestro all'allievo, che è quello che proprio per la qualità della propria produzione ha caratterizzato lo stile Italia nel mondo. Spero mi vogliate perdonare se trasferisco un carico di passione personale nell'intervento, ma rappresenta il contributo di oltre un trentennio di vita professionale, che credo sia giusto trasfondere in quello che andiamo a fare, non tanto per noi quanto per coloro che ci seguiranno.
Qualità delle prestazioni significa, onorevoli colleghi, competenza, conoscenza ed esperienza: l'esaltazione del ruolo istituzionale in qualche modo proprio dell'avvocatura nel contesto della società o la migliore definizione delle competenze esclusive degli avvocati, non le abbiamo ricercate allo scopo precipuo di creare una riserva immotivata, ma di meglio tutelare l'utente. Ricordo un esempio mirabile fatto dal collega Li Gotti, con riferimento ad un atto tipicamente stragiudiziale, qual è la querela. Siamo andati, infatti, a definirla ancora meglio, nulla togliendo ma anzi a vantaggio di tutte le altre attività professionali e di chi comunque esercita un'attività collaterale all'interno di patronati, sindacati, enti esponenziali e aziende. Abbiamo istituito un principio fondamentale, vale a dire che la tutela legale dei diritti compete, anche nella fase stragiudiziale, a chi più di ogni altro non solo è esperto ma è deputato a farlo, vale a dire all'avvocato! Tutto ciò va a vantaggio soprattutto del cittadino!
L'avvocatura è stata tradizionalmente, e rimane, proprio in questa sua funzione di tutela dei diritti, uno storico presidio di libertà. Noi, che del garantismo e della libertà abbiamo fatto e facciamo una regola di vita, votiamo questo provvedimento nella convinzione che, pur potendo certamente essere ancora migliorato, rappresenta in ogni caso un ulteriore passo in avanti per rendere la nostra società ancor più all'altezza dei tempi e delle aspettative degli italiani. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).