RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza della vice presidente BONINO
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,31).
Si dia lettura del processo verbale.
BONFRISCO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 18 novembre.
Presidenza della vice presidente MAURO (ore 16,33)
Sul processo verbale
PEGORER (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEGORER (PD). Signora Presidente, chiedo la votazione del processo verbale, previa verifica del numero legale.
Verifica del numero legale
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.
(Segue la verifica del numero legale).
Colleghi, poiché è la prima votazione, come prassi, la Presidenza consente un minuto di tolleranza.
Il Senato non è in numero legale.
Sospendo la seduta per venti minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 16,35, è ripresa alle ore 17,02).
Ripresa della discussione sul processo verbale
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, riprendiamo i nostri lavori.
Passiamo nuovamente alla votazione del processo verbale.
Verifica del numero legale
PEGORER (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEGORER (PD). Rinnoviamo la richiesta di verifica del numero legale.
PRESIDENTE. Invito la senatrice Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.
(Segue la verifica del numero legale).
Il Senato è in numero legale.
Ripresa della discussione sul processo verbale
PRESIDENTE. Metto ai voti il processo verbale.
È approvato.
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi informo che stanno assistendo ai nostri lavori gli studenti dell'Istituto tecnico commerciale statale «Giuseppe Solimene» di Lavello, in provincia di Potenza, ai quali diamo il benvenuto. (Applausi).
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 17,04).
Sulla scomparsa di Domenico Segreto e di Lamberto Grillotti
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, alla fine della scorsa settimana sono venuti a mancare Domenico Segreto, già senatore nella V e nella IX legislatura, e Lamberto Grillotti, senatore nella XIV legislatura.
La Presidenza rinnova alle famiglie dei due senatori scomparsi i sentimenti di cordoglio di tutta l'Assemblea. (Applausi).
MUGNAI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MUGNAI (PdL). Signora Presidente, mi perdoneranno i colleghi se rubo loro soltanto un attimo di attenzione. Questa è un'occasione in cui non si vorrebbe mai prendere la parola, però sento di doverlo fare, sia a titolo personale che a nome di altri colleghi, quali i senatori Bevilacqua, Caruso, Valentino e altri, presenti con me in quest'Aula. Desidero ricordare, non tanto e non solo un collega valente, quale è stato certamente il senatore Grillotti, quanto - e soprattutto - un vero, grande e caro amico.
Spesso si parla della politica come di un luogo fatto soltanto di cinismo e di aridità. Posso dire che in quell'esperienza che abbiamo vissuto insieme, tutto questo non si è verificato. Anzi, io ricordo il senatore Grillotti proprio per ciò che in quel periodo ha saputo dare a tutti noi, costruendo un rapporto che, al di là della colleganza parlamentare, è proseguito intatto e forse - anzi - ancor più forte. Si tratta di un rapporto fatto veramente di grande amicizia. Quindi, se un domani qualcosa potrò riconoscere alla politica, sotto il profilo di un'eredità positiva, tra l'altro, si tratterà proprio dell'aver dato ad alcuni di noi, grazie a Lamberto Grillotti, una di quelle amicizie che nel ricordo superano anche la morte. (Applausi).
MENARDI (FLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MENARDI (FLI). Signora Presidente, voglio unirmi al cordoglio che ha già espresso il collega Franco Mugnai per la morte di un caro amico: il senatore Lamberto Grillotti era anzitutto questo, per tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo in questa Aula parlamentare. Per molti anni ci ha accompagnato la sua amicizia; egli è stato un testimone vero e onesto della politica. Lo vogliamo ricordare in questo modo.
Egli ci ha dato molto, perché, nel mondo politico in cui viviamo, rappresentava la vera passione civica, non solo per gli impegni istituzionali che lui ha avuto e che aveva ancora oggi, nel momento in cui purtroppo ci ha lasciato, ma anche per quello che egli ha espresso proprio nell'esercizio delle sue funzioni. È primo, quindi, il cordoglio degli amici del Gruppo Futuro e Libertà per l'Italia, che gli sono stati vicini negli anni che abbiamo trascorso insieme e che sono oggi vicini alla sua famiglia, portando sempre nel cuore il suo ricordo. (Applausi).
Sui lavori del Senato
PRESIDENTE. La Conferenza dei Capigruppo, riunitasi questa mattina, ha approvato integrazioni al calendario corrente e il nuovo calendario dei lavori dell'Assemblea fino al 14 dicembre.
Per la seduta pomeridiana odierna restano confermati gli argomenti già posti all'ordine del giorno: dichiarazioni di voto e voto finale sul disegno di legge di riforma della professione forense; seguito della discussione delle mozioni sulle candidature elettorali; alle ore 19, comunicazioni del Presidente sul disegno di legge di stabilità, ai sensi dell'articolo 126, comma 4, del Regolamento.
Domani mattina sarà discussa la mozione Scanu ed altri sul modello di difesa, insieme ad altre connesse.
Nella seduta pomeridiana di domani, con eventuale prosieguo giovedì mattina, sarà esaminata la seconda relazione annuale della Commissione d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro.
Per tali argomenti i tempi sono stati ripartiti tra i Gruppi.
Questa sera, dopo la lettura delle comunicazioni del Presidente sul disegno di legge di stabilità, avrà inizio la sessione di bilancio con l'assegnazione dei documenti finanziari.
Le Commissioni permanenti dovranno trasmettere, entro venerdì 26 novembre, i propri rapporti alla 5a Commissione, che concluderà l'esame in sede referente entro venerdì 3 dicembre.
Gli emendamenti all'Assemblea dovranno essere presentati entro le ore 12 di sabato 4 dicembre.
La prossima settimana l'Assemblea non terrà seduta per consentire i lavori della 5a Commissione permanente sui documenti finanziari.
L'esame in Assemblea dei disegni di legge di bilancio e di stabilità si svolgerà nelle sedute di lunedì 6 dicembre, con inizio alle ore 10, nonché di martedì 7, secondo gli orari specificati nel calendario dei lavori. Le votazioni finali dei disegni di legge di bilancio e di stabilità dovranno avvenire non oltre la giornata di mercoledì 8 dicembre, che prevede un'eventuale seduta unica con inizio alle ore 9,30.
Nella prossima Conferenza dei Capigruppo, da convocare martedì 30 novembre alle ore 17, si procederà alla ripartizione dei tempi tra i Gruppi per la discussione dei documenti finanziari. Inoltre, alla luce dei lavori della Camera dei deputati sul disegno di legge di riforma dell'università, già approvato dal Senato, la Conferenza potrà eventualmente integrare il calendario della settimana 6-10 dicembre con l'esame di tale provvedimento, a conclusione dei documenti finanziari.
Infine, restano confermate per la seduta antimeridiana di lunedì 13 dicembre la discussione generale sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri e martedì 14, alle ore 9, le dichiarazioni di voto sulle risoluzioni presentate.
Programma dei lavori dell'Assemblea, integrazioni
PRESIDENTE. La Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, riunitasi questa mattina con la presenza dei Vice presidenti del Senato e con l'intervento del rappresentante del Governo, ha adottato - ai sensi dell'articolo 53 del Regolamento - la seguente integrazione al programma dei lavori del Senato fino al mese di dicembre 2010:
- Documento XXII-bis, n. 3 - Seconda relazione intermedia sull'attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro con particolare riguardo alle cosiddette "morti bianche".
Calendario dei lavori dell'Assemblea
PRESIDENTE. Nel corso della stessa riunione, la Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari ha altresì adottato - ai sensi dell'articolo 55 del Regolamento - integrazioni al calendario corrente e il nuovo calendario dei lavori fino al 14 dicembre 2010:
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Martedì |
23 |
novembre |
pom. |
h. 16,30 |
- Dichiarazioni di voto e voto finale disegni di legge nn. 601 e connessi - Riforma professione forense - Seguito mozioni n. 318, Li Gotti, e n. 345, Della Monica, su candidature elezioni regionali e amministrative - Comunicazioni del Presidente, ai sensi dell'articolo 126, comma 4, del Regolamento, sul disegno di legge di stabilità (Approvato dalla Camera dei deputati) (martedì 23, alle ore 19) - Mozione n. 288, Scanu ed altri, e n. 352, Cantoni ed altri, sul modello di difesa - Doc. XXII-bis, n. 3 - Seconda relazione annuale Commissione d'inchiesta infortuni sul lavoro (mercoledì 24, pom) |
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Mercoledì |
24 |
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ant. |
h. 10,30-13 |
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pom. |
h. 17-19 |
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Giovedì |
25 |
" |
ant. |
h. 10,30-13 |
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Giovedì |
25 |
novembre |
pom. |
h. 16 |
- Interpellanze e interrogazioni |
Sessione di bilancio : le Commissioni permanenti dovranno trasmettere i propri rapporti alla 5a Commissione entro venerdì 26 novembre. La 5a Commissione permanente concluderà i propri lavori sui documenti finanziari entro venerdì 3 dicembre. Gli emendamenti all'Assemblea dovranno essere presentati entro le ore 12 di sabato 4 dicembre.
L'Assemblea non terrà seduta nella settimana 29 novembre-4 dicembre per consentire i lavori della 5a Commissione permanente sui documenti finanziari.
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Lunedì |
6 |
dicembre |
ant. |
h. 10-14 |
- Disegni di legge nn. 2464 e 2465 - Legge di stabilità e legge di bilancio (Approvati dalla Camera dei deputati) (Votazioni finali con la presenza del numero legale) |
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pom. |
h. 15-22 |
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Martedì |
7 |
" |
ant. |
h. 9,30-14 |
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" |
" |
" |
pom. |
h. 15 |
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Mercoledì |
8 |
" |
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9,30 |
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Lunedì |
13 |
dicembre |
ant. |
h. 9-14 |
- Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri e discussione generale |
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Martedì |
14 |
dicembre |
ant. |
h. 9 |
- Dichiarazioni di voto e votazione delle risoluzioni presentate sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri |
Ripartizione dei tempi sugli argomenti in calendario
Mozioni - Per la discussione su ciascuna mozione prevista dal calendario ogni Gruppo avrà a disposizione 20 minuti, comprensivi di interventi in discussione generale e dichiarazioni di voto; gli illustratori 10 minuti ciascuno.
Doc. XXII-bis, n. 3 - Per la discussione del documento il relatore avrà a disposizione 20 minuti; i Gruppi 20 minuti ciascuno, comprensivi di interventi in discussione generale e dichiarazioni di voto.
BELISARIO (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signora Presidente, vorremmo che la Presidenza del Senato attivi il Governo perché questo riferisca sul famoso decreto-legge sui rifiuti. Dobbiamo capire, infatti, se il decreto esiste o non esiste, dal momento che sono note le divisioni che negli ultimi giorni stanno emergendo anche internamente alla maggioranza intorno a questo tema.
Siamo però preoccupati soprattutto per la situazione da Terzo mondo che la Commissione dell'Unione europea ha voluto sottolineare senza indugio.
Noi riteniamo che il Governo e la maggioranza stiano facendo un inqualificabile gioco delle parti sulla pelle di coloro i quali stanno subendo tutta questa situazione, cioè i cittadini, i bambini e, più in generale, l'immagine dell'Italia.
Pertanto, non solo il miracolo napoletano, di cui il Presidente del Consiglio parlava due anni fa, a parere dell'Unione europea non è tale, ma stiamo ormai assistendo alla discesa della città di Napoli verso l'ultimo girone dell'inferno.
Poiché riteniamo che il bene della Campania e dell'Italia vadano salvaguardati e che ci debba essere chiarezza da parte del Governo anche di fronte alle parole del Capo dello Stato, che ci hanno lasciato alquanto preoccupati, saremmo grati alla Presidenza del Senato se si facesse immediatamente parte diligente presso il Governo, perché questa commedia che si sta svolgendo all'interno della maggioranza penso sia disonorevole per tutta l'Italia. (Applausi dal Gruppo IdV).
ZANDA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ZANDA (PD). Signora Presidente, innanzitutto vorrei svolgere un'osservazione in merito al calendario del lavori che lei ha appena letto. La Conferenza dei Capigruppo - lei era presente in quella sede, quindi lo ricorderà - ha concluso che il provvedimento di riforma dell'università non dovesse essere inserito nel calendario di cui è stata data lettura, calendario in cui, invece, tale argomento è stato nuovamente infilato, mentre - ripeto - ne era stato escluso. È un dato che voglio mettere in rilievo perché è molto importante che il calendario venga letto nella forma in cui è stato approvato dalla Conferenza dei Capigruppo.
Non mi rendo conto dei motivi di questo disguido; segnalo, però, che è stato letto un calendario che per questo punto non corrisponde a quanto deliberato dalla Conferenza dei Capigruppo.
Per quanto riguarda invece la situazione di Napoli, oltre ad associarmi alle dichiarazioni del senatore Belisario, richiamo al Presidente del Senato la necessità di invitare il Governo, con forme adeguate - quindi facendolo venire qui in Senato - a riferire in Aula sull'allarme gravissimo, anche di carattere sanitario, che sta interessando la popolazione napoletana.
Voglio anche porre in rilievo una questione che apparentemente è formale ma che tale non è. Sappiamo che oggi, a palazzo Chigi, c'è qualcuno che sta trattando sul contenuto del decreto-legge sui rifiuti, dopo che il Governo lo ha approvato nella seduta di giovedì scorso: quindi, sono sei giorni che il Governo sta rimaneggiando un testo approvato.
Sappiamo che il Governo ha approvato una copertina di decreto e non un decreto. Aggiungo che, essendo passati ormai quasi sei giorni, è evidente che viene meno il requisito dell'urgenza che, viceversa, la Costituzione prevede come necessario per l'adozione di un decreto‑legge. Infatti, se si approva un decreto-legge e lo si tiene in un cassetto per sei giorni, non si capisce di che urgenza si tratti. C'è una visibile e chiarissima incostituzionalità del provvedimento: pertanto, invito il Presidente del Senato a chiedere al Governo di riunirsi nuovamente per approvare il testo finale del decreto legge e di non trasmettere al Parlamento un testo che è diverso da quello che è stato approvato. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Zanda. Riferirò al presidente Schifani.
Vorrei specificare un passaggio delle deliberazioni della Conferenza dei Capigruppo: «Inoltre, alla luce dei lavori della Camera dei deputati sul disegno di legge di riforma dell'università, già approvato dal Senato, la Conferenza potrà eventualmente integrare il calendario della settimana 6-10 dicembre».
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Signora Presidente, non voglio tornare sull'argomento, ma abbiamo fissato una nuova Conferenza dei Capigruppo per martedì prossimo, proprio per valutare l'andamento dei lavori in ordine alla legge di stabilità e l'eventuale inserimento di nuovi provvedimenti in calendario che fossero licenziati dalla Camera. Poiché ad oggi non vi è alcun provvedimento che riguarda l'università licenziato dalla Camera dei deputati, non può essere neanche contemplato tra le varie ed eventuali. Questo era il senso dell'intervento del collega Zanda: ci sono anche altri provvedimenti che sono stati licenziati e, quindi, dovremmo eventualmente fissare un calendario suppletivo e integrativo, se vi è intesa fra i Capigruppo.
Quanto alle questioni sollevate dal presidente Belisario - che ovviamente condivido - mi permetto di segnalare alcuni aspetti: in primo luogo, mi pare molto strano che il testo del famoso decreto-legge sui rifiuti non sia ancora pervenuto alla firma del Capo dello Stato. Mi sembra un procedimento non normale, ma oggettivamente anomalo, e non vorrei che fosse vero ciò che leggiamo sui giornali. Poiché non ci piace venire a sapere dai giornali questioni che invece interessano il Paese e i provvedimenti che il Governo intende assumere per riaffrontare l'emergenza dei rifiuti di Napoli, credo sia opportuno che venga il Ministro competente in quest'Aula a spiegarci che cosa sta succedendo.
In secondo luogo, è evidente non solo che è stata approvata una copertina, ma che quando il testo del decreto sarà definito dovrà tornare in Consiglio dei ministri per essere approvato, prima di essere trasmesso al Capo dello Stato, considerate le dichiarazioni e gli atti formali che sono stati dalla Presidenza della Repubblica adottati in questo senso e trasmessi alla Presidenza del Consiglio.
Come terza questione, ieri si è compiuta a Napoli la visita ispettiva dei responsabili dell'Unione europea, i quali hanno fatto delle dichiarazioni molto gravi. Non sono le dichiarazioni di politici che strumentalizzano l'emergenza rifiuti a Napoli, né i commenti che ciascuno di noi può fare in ordine a ciò che anche il TG1 ha ripreso nei propri servizi (che dovrebbe avere il crisma della superoggettività, se persino il TG1 è riuscito vedere i rifiuti a Napoli), ma di persone che sono venute a Napoli per capire che cosa stia succedendo e che hanno fatto due dichiarazioni molto gravi. La prima è stata sollevata dal collega Zanda e riguarda l'emergenza igienico-sanitaria del Comune di Napoli e del suo comprensorio: vorremmo capire se e per quanto tempo ancora permarrà questa situazione, soprattutto nei luoghi più a rischio, come le scuole. La seconda considerazione è degli ispettori dell'Unione europea, che sono venuti a verificare la situazione napoletana e hanno dichiarato che nulla è cambiato rispetto a due anni fa e che la condizione di emergenza c'era, c'è, rimane e, anzi, tendenzialmente punta ad aggravarsi. A ciò si aggiunga che il presidente della Regione Campania, onorevole Caldoro, con grande onestà intellettuale e anche con buon senso di natura amministrativa, ha dichiarato, se non ricordo male nella giornata di ieri, che per poter prevedere un ritorno alla normalità della situazione di emergenza dei rifiuti in Campania è necessario un tempo non inferiore a tre anni.
Credo che tutto ciò sia sufficiente a smuovere qualche esponente di questo Governo affinché venga in Parlamento a riferire cosa c'è di vero negli atti ispettivi dell'Unione europea, cosa c'è di vero nelle dichiarazioni rese dal Presidente della Regione e quale sia esattamente la condizione ambientale e igienico-sanitaria della città di Napoli, per valutare quali interventi debbano essere realizzati.
Tutto questo, signora Presidente, è più urgente e prioritario rispetto a una discussione per stabilire se la gara d'appalto sui termovalorizzatori la debba fare il Presidente della Regione, il Presidente della Provincia o il sindaco della città interessata dalla realizzazione dell'opera. Su questo punto, dovremmo soffermarci in Parlamento, dal momento che in Consiglio dei ministri non lo si fa.
Pertanto, io sono dell'idea - e le formulo la richiesta in tal senso - che debba venire il Ministro dell'ambiente (ma non so se la competenza sia passata dalla Protezione civile al Ministero dell'ambiente) o, comunque, l'autorità competente a spiegarci la situazione e a illustrarci come il Parlamento, se interpellato, possa aiutare il Governo a risolvere il problema, visto che, fino ad oggi, questo ha solo fatto finta di risolverlo.
VIESPOLI (FLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VIESPOLI (FLI). Signora Presidente, innanzitutto, ritengo che la puntualizzazione del senatore D'Alia in relazione al calendario dei nostri lavori determini la risposta alle questioni poste correttamente dal senatore Zanda, nel senso che è evidente che la situazione dell'università sarà affrontata se e in quanto la Camera approverà e modificherà il provvedimento stesso.
Io vorrei intervenire rapidamente sull'altra questione, sollevata dal senatore Belisario, e accompagnare quella richiesta, non fosse altro perché, in sede di Conferenza dei Capigruppo, noi l'avevamo posta da tempo, ben prima che vi fosse questa emergenza e ben prima che si determinasse la vicenda del decreto. Infatti, appariva chiaro a tutti che vi fosse l'esigenza di coinvolgere il Parlamento e di determinare un'occasione importante e un luogo di confronto, perché l'emergenza era fin troppo evidente nelle sue dimensioni, nella sua complessità e nella sua trasversalità. E lo è a maggior ragione, signora Presidente, perché in Campania governano tutti: governa il centrosinistra e governa il centrodestra, e la legislazione emergenziale ha un impianto che attraversa in maniera identica provvedimenti dei Governi di centrosinistra e provvedimenti dei Governi di centrodestra. A maggior ragione, quindi, sarebbe utile far diventare la vicenda dei rifiuti a Napoli una vicenda di responsabilità generale che faccia accrescere l'elemento di responsabilità e, contemporaneamente, anche l'elemento di trasparenza rispetto a una gestione difficile e delicata.
Farebbe pertanto bene il Governo a venire quanto prima al Senato, in modo tale da affrontare, con questo spirito e con questa impostazione, le questioni, senza continuare il gioco folle del rimbalzo e del rimpallo delle responsabilità tra questo e quell'altro e tra quest'epoca e quell'altra epoca, perché il problema è che i rifiuti restano e si diffondono a tal punto da coinvolgere i palazzi della politica e delle istituzioni. (Applausi dal Gruppo FLI).
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signora Presidente, mi associo alla richiesta dei colleghi D'Alia e Viespoli affinché il Governo venga a riferire sulla drammatica questione dei rifiuti nella città di Napoli, anche annunciando i contenuti del provvedimento, oggetto di polemiche. In modo particolare, chiedo che venga a riferire il Ministro dell'ambiente, che mi pare competente per la materia.
Anche sull'annosa questione dei termovalorizzatori (che pare sia diventata la ragione dello scontro politico interno al PdL in Campania: ci sono dei precedenti) ci vorrebbe una bella discussione in Aula, tenendo conto anche delle risultanze inquietanti, della relazione finale della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti presieduta dall'onorevole Pecorella. Leggendo le risultanze della Commissione bicamerale (guidata da un uomo del PdL), ci rendiamo conto che il tema dei rifiuti nasconde alcuni degli incastri più delicati del rapporto tra mafia, affari e politica. È quindi il caso di affrontare il tema in Parlamento con grande trasparenza.
Seguito della discussione dei disegni di legge:
(601) GIULIANO. - Modifiche al regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 gennaio 1934, n. 36, in materia di riforma dell'accesso alla professione forense e raccordo con l'istruzione universitaria
(711) CASSON ed altri. - Disciplina dell'ordinamento della professione forense
(1171) BIANCHI ed altri. - Norme concernenti l'esercizio dell'attività forense durante il mandato parlamentare
(1198) MUGNAI. - Riforma dell'ordinamento della professione di avvocato (ore 17,26)
Approvazione, con modificazioni, in un testo unificato con il seguente titolo: Nuova disciplina dell'ordinamento della professione forense
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 601, 711, 1171 e 1198.
Ricordo che nella seduta antimeridiana del 17 novembre si è conclusa la votazione degli articoli del testo unificato proposto dalla Commissione e dei relativi emendamenti.
Passiamo alla votazione finale.
VIESPOLI (FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VIESPOLI (FLI). Signor Presidente, voteremo a favore del provvedimento. Lo faremo non con la convinzione, lo slancio e l'entusiasmo che pure dovevano essere espressi e manifestati rispetto a una riforma che finalmente arriva a un punto di approdo. Lo ricordo a me stesso: in ogni caso e comunque, l'elemento di positività, prima ancora che di merito, è proprio il fatto che dopo diversi tentativi (che addirittura risalgono agli inizi degli anni Ottanta, al 1983, con il Governo Fanfani, che affidò a una commissione di esperti l'incarico di studiare una riforma del settore delle professioni liberali, che poi non portò a compimento, e poi al 2006, con un miniprovvedimento, la cosiddetta lenzuolata, così come è stata definita e conosciuta nella denominazione politico-mediatica, che comunque, al di là del merito, rappresentava un pezzo di una riforma) sul tema delle professioni, bisogna prendere atto positivamente che finalmente arriva all'approvazione in questo ramo del Parlamento una riforma della professione forense.
Lo slancio e l'entusiasmo che avrebbero dovuto accompagnare tale traguardo sono un po' stemperati da alcuni contenuti della riforma che non ci paiono affrontare nella maniera migliore possibile almeno due grandi questioni di impostazione, rispetto alle quali abbiamo cercato di dare un contributo migliorativo attraverso gli interventi dei colleghi del Gruppo, l'attività nelle Commissioni, il dibattito in Assemblea e la vera e propria attività emendativa. Anzitutto, il tema della concorrenza, perché oggettivamente è un po' difficile poter convenire che questa riforma abbia il respiro e la coerenza dell'impostazione europea: è piuttosto dentro una dimensione che ancora affronta con difficoltà il terreno della concorrenza. Così come affronta con qualche difficoltà una grande questione aperta in un contesto molto delicato e difficile, cioè il rapporto tra la professione e l'accesso alla stessa, in particolare per i giovani. Sicché, se l'impostazione della riforma è sicuramente corretta, perché punta a recuperare il decoro, l'importanza e la funzione di una professione, tuttavia questo passaggio appare più conservativo che non inclusivo, non aperto, non tale da dare una risposta a uno dei grandi problemi che abbiamo di fronte. Mi riferisco al tema della mobilità sociale anche nell'ambito della professione forense, e non solo di questa; al tema di come si determina il ricambio generazionale; di come le soglie di accesso di una professione siano a favore dei giovani e non di chi già ha e di chi già opera.
Intorno a questi due elementi, abbiamo cercato, come dicevo, di determinare alcuni interventi migliorativi, e rivendichiamo alcuni emendamenti, che hanno appunto riguardato il rapporto tra i giovani e i titolari all'interno degli studi professionali, per cercare di determinare condizioni di rapporto che avessero un minimo di regolamentazione e, per altro verso, anche il ruolo e il diritto delle donne all'interno del mondo professionale. Abbiamo cercato in questo modo di accompagnare un processo di riforma necessario, e di farlo con quell'equilibrio di carattere generazionale che è poi una grande questione aperta e che resta uno dei grandi temi che saremo chiamati ad affrontare.
Questo provvedimento ha la stessa caratterizzazione della fase che stiamo attraversando: si ha la sensazione - e non si tratta solo di una sensazione - che si sia un po' perso lo slancio riformatore, lo slancio legato al grande cambiamento. Al di là della politica politicante, la grande questione che abbiamo di fronte è quella di recuperare questo spirito e questo clima, determinando davvero le condizioni perché un Governo e uno schieramento politico si caratterizzi, segni il percorso della sua attività in termini di riforma, di cambiamento, di spirito innovatore e di grande apertura nei confronti della società.
Questo provvedimento forse risente anche di tale clima. Proprio per tale ragione, voteremo favorevolmente ma, come dicevo all'inizio, senza slancio ed entusiasmo. (Applausi dal Gruppo FLI. Congratulazioni).
BELISARIO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signora Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, la Commissione giustizia del Senato il 4 febbraio 2009 ha avviato l'esame dei numerosi disegni di legge sulla professione forense. Nel novembre 2009 la Commissione ha concluso i lavori e dopo un anno - finalmente, dopo un anno - il provvedimento approda in Aula. Il lungo percorso ha fatto emergere travagli, contraddizioni, spesso buone volontà non completamente espresse e ha portato in Aula un provvedimento per molti versi monco che, nonostante il grande lavoro fatto - di questo va reso merito alla Commissione e, per quanto mi riguarda, al Capogruppo dell'Italia dei Valori in Commissione giustizia - non appare quello che dopo 70 anni, probabilmente, questo Paese aspettava.
I nodi essenziali sono rimasti tutti: l'accesso, la formazione, il problema delle incompatibilità, o delle compatibilità, se preferiamo, l'esercizio effettivo della professione, il sistema tariffario, l'organizzazione dell'avvocatura, il sistema disciplinare.
Non sfugge a chi vi parla la peculiarità di questa materia, per due ordini di ragioni. Si chiede da più parti la liberalizzazione dell'esercizio della professione forense, però si mantiene in vita un sistema ordinistico, quindi piramidale, che evidentemente non si può pensare di sopprimere soltanto per la professione forense. Quindi probabilmente, anziché avventurarci in una modifica, in una revisione, in una riforma parziale, avremmo dovuto affrontare il sistema più complessivo degli Ordini, anche perché l'Unione europea non ci sovviene in questa materia: ha discipline diverse, aperture differenti, in alcuni casi la normativa è più rigida della nostra (penso, per esempio, all'Austria, alla Germania, ma anche all'Olanda dove addirittura sono necessari cinque anni di formazione prima di poter entrare all'interno della professione e quindi poterla esercitare).
Sinteticamente, riteniamo che questo provvedimento rappresenti un parziale ritorno al passato...
PORETTI (PD). Ma ora ve ne accorgete? Ora? Dopo mesi, ve ne accorgete ora!
BELISARIO (IdV). Non vorrei risponderle come il ministro Carfagna ha risposto parlando di una collega di partito. (Commenti).
PORETTI (PD). Fallo! Fallo!
PRESIDENTE. Colleghi, per favore! (Commenti del senatore Berselli).
BONFRISCO (PdL). Vergognati! Ti devi vergognare.
Signora Presidente, domando di parlare.
PRESIDENTE. Senatrice Bonfrisco, potrà intervenire dopo che il senatore Belisario avrà terminato il suo intervento.
Senatore Belisario, concluda pure il suo intervento: nessuno sta dicendo niente. Continui, prego.
PALMA, sottosegretario di Stato per l'interno. Chieda scusa almeno. È una signora! (Commenti del ministro Bondi).
PRESIDENTE. Per favore, colleghi e rappresentanti del Governo. A fine seduta, per fatto personale, chi vorrà potrà intervenire.
BELISARIO (IdV). Signora Presidente, se riesce a contenere l'Aula io riprendo a parlare, altrimenti aspetto. (Commenti dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Senatore Belisario, l'Aula è contenuta. Invito i colleghi a parlare per fatto personale solo a fine seduta, mentre invito il senatore Belisario a proseguire nel suo intervento. Non mi sembra che siano in corso sommosse in Aula.
BELISARIO (IdV). Collega Gramazio, vuole completare? Ministro Bondi, vuole completare? Sottosegretario, vuole completare? Vuol dire al microfono ciò che ha detto prima?
GRAMAZIO (PdL). È meglio se rinuncia, senatore Belisario.
BELISARIO (IdV). Se vogliamo dare inizio ad una sorta di Babilonia, io non ho problemi. Sono abituato a continuare lavorare in queste condizioni.
GRAMAZIO (PdL). Senatore Belisario, ci invita a nozze.
BELISARIO (IdV). Colleghi, io non ho pronunciato alcuna espressione.
Vorrei ora fare riferimento al ripristino delle tariffe come criterio per la determinazione degli onorari, eliminate nella scorsa legislatura,anche perché si riteneva che l'abbattimento dei minimi tariffari avrebbe potuto comportare un vantaggio indiscutibile per gli utenti consumatori. Di fatto poi, alla fine, probabilmente non siamo riusciti ad incidere. In ogni caso, ritornare indietro senza rendersi conto di un problema vuol dire evidentemente rimangiarsi un sistema di liberalizzazione che, se non avesse funzionato, andava corretto ma non soppresso. Questo discorso vale anche con riferimento alla possibilità per i giovani praticanti di avere una presenza reale all'interno degli studi professionali. (Commenti della senatrice Poretti).
È evidente che si tratta di una materia complicata, perché coinvolge non solo gli studi delle grandi città ma anche dei piccoli centri. È bene però che la professione forense, comportando un percorso lungo, consenta un accesso il più possibile aperto a tutti dando peraltro ampie garanzie - e non sempre per il passato ci sono state - per i clienti, o gli utenti consumatori, come forse si potrebbe dire in maniera più corretta. Va qui ricordato un altro punto di partenza, che è bene non scordarsi. In Italia vi sono 230.000 avvocati. Ciò implica che oggi l'accesso sia stato per certi versi talmente indiscriminato che il mercato non è riuscito a regolarlo. Ci sarà un motivo per cui in Francia gli iscritti agli albi sono un quinto o forse anche meno rispetto all'Italia e che solo in Spagna l'accesso alla libera professione avviene immediatamente dopo la laurea.
Siamo convinti che sia certamente necessario coniugare la specializzazione con la possibilità per i giuristi di impresa di svolgere attività di consulenza, pur ricordando che si è in presenza di una legislazione che per la categoria prevede un Consiglio nazionale forense la cui soggettività giuridica viene riconosciuta anche nei codici di procedura. Se si vuole evitare una verticalizzazione, bisogna per altro verso consentire che altri possano esercitare rispettando la deontologia e soprattutto coniugando la qualità con la competenza del servizio.
Sono mancate alcune innovazioni, come nel caso delle società di capitali, contemperate con la presenza nelle medesime società di soci che esercitino realmente la professione forense. L'altro rischio è poi che sia il capitale a determinare lo sviluppo dell'attività professionale.
La forma di compenso oggi viene prevista soltanto sotto il profilo di un rimborso per l'attività svolta e a partire dal secondo anno. Il regime delle incompatibilità può essere regolato meglio, prevedendo, per esempio, il part-time per i giovani che vogliono fare la libera professione ma che non hanno la possibilità di rimanere a carico delle famiglie o dei genitori, senza essere autonomi. Per questo non possiamo precludere l'ingresso alla professione. Anche la continuità dell'esercizio effettivo della professione va esaminata con attenzione.
Riteniamo che l'intera materia meriti un approfondimento particolare. Mi riferisco agli Ordini, all'accesso per i giovani, alla possibilità di lavorare con un minimo di ristoro effettivo o di compenso, in qualsiasi modo lo si voglia chiamare. Siamo convinti che questa riforma vada migliorata e che la Camera debba renderla più fruibile e migliore. Riteniamo fondamentale che la Camera modifichi il provvedimento. Il nostro, pertanto, è un voto contrario che deve agire da sprone affinché l'altro ramo del Parlamento possa rimuovere qualche passo incomprensibile del testo in esame. (Applausi dal Gruppo IdV).
Voglio chiedere scusa alla collega Poretti (Applausi dai Gruppi IdV e PD e della senatrice Poli Bortone) per essere andato al di là dell'intemperanza, e avrei dovuto evitarlo. Di questo faccio ammenda e chiedo scusa a lei, ai colleghi e alla Presidenza. (Applausi dai Gruppi IdV, PD, PdL e FLI e della senatrice Poli Bortone).
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signora Presidente, colleghi, la riforma che ci apprestiamo a votare rappresenta un'evidente involuzione in senso corporativo e conservatore della precedente normativa tanto da far rimpiangere, come ha affermato il presidente dell'Antitrust, quella fascista degli anni '30. (Commenti del senatore Gramazio).
La stessa impostazione generale della proposta di riforma contempla, in continuità con l'indirizzo tradizionale, un forte controllo pubblicistico e restrittivo sia dell'accesso che dell'esercizio della professione. Non solo, ma questo impianto normativo viene ancora di più consolidato in base al classico assunto che ciò è imprescindibile per garantire il decoro del ceto e la qualità del servizio reso dai suoi appartenenti.
La normativa che si è definita durante i lavori parlamentari propone al suo interno numerosi articoli in evidente contrasto con quanto stabilito in tema di concorrenza e di professioni, non a caso definite liberali, dall'Unione europea, per la quale la migliore, se non l'unica, garanzia di qualità della prestazione è la competizione nel libero mercato, che spinge il professionista a rendere un servizio migliore al cittadino.
Un sistema, quindi, non vincolato, dove la meritocrazia e la flessibilità sarebbero dovuti essere i principi ispiratori di una riforma in senso europeo e sinceramente liberale per tanti anni attesa anche dagli operatori del settore. Gli emendamenti che abbiamo presentato erano tutti ispirati a questi principi, volti a rendere più flessibile il mercato della professione forense e ad agevolare l'ingresso e la formazione delle giovani generazioni di legali, tutto ciò ovviamente incardinato in un ambito di tutele e garanzie per i cittadini.
La qualità del servizio reso agli utenti avrebbe dovuto essere l'unico elemento di valutazione di una riforma degna di questo nome.
La definizione di un disegno normativo volto a garantire che alla base della selezione e della crescita professionale degli avvocati vi fossero solo i parametri del merito e della tutela dei cittadini e non della casta forense avrebbe dovuto rappresentare - così come abbiamo cercato di fare con gli emendamenti da noi proposti - l'unica soluzione per riformare davvero una delicata ed importante materia. Ma così non è stato. Abbiamo constatato, già nel corso dei lavori dell'Aula, come tante auspicate modifiche non sono state accolte, come il ripristino delle tariffe minime la cui eliminazione - per esempio - ha permesso a molti giovani avvocati di diventare competitivi sul mercato grazie alla politica dei prezzi. Non a caso, le associazioni dei giovani avvocati hanno denunciato che il ripristino del tariffario porterà ad un aumento complessivo dei costi, con una ricaduta sui cittadini. Di parere diametralmente opposto sono ovviamente i «poteri forti» dell'associazionismo i quali, non a caso, apprezzano questa riforma, e lo si potrà constatare al congresso ufficiale del mondo forense, al quale parteciperà il Ministro della giustizia.
Comprendiamo come, dall'indagine condotta dalla Cassa forense, il settore sia in forte sofferenza. Certamente, però, non riteniamo che tutto ciò sia ascrivibile all'eliminazione della tariffe minime, vista la profonda crisi economica che stiamo subendo. Si comprende come, per il secondo anno consecutivo, i redditi dichiarati dagli avvocati ai fini dell'IRPEF risultino in flessione. Tuttavia, risulta anche che il contraccolpo maggiore lo hanno subito proprio i giovani avvocati, quelli della fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, entrati anche loro a far parte della «generazione mille euro», visto che il loro reddito, al netto dei contributi, risulta di appena 19.000 euro l'anno. Certamente la reintroduzione delle tariffe minime non li aiuterà a rientrare dalle gravi difficoltà in cui versano.
Proprio l'attenzione alle giovani generazioni ha rappresentato il denominatore comune dei nostri emendamenti, che la riforma forense non solo non ha affrontato ma ha rigettato, accogliendo sul tema un'impostazione esclusivamente volta a garantire lo status quo, partendo dall'assunto - forse corretto - che gli avvocati sono troppi (la stima sta intorno a 220.000 unità) e cercando di intervenire attraverso la sola logica dell'esclusione e della creazione di un argine quasi invalicabile. Con l'entrata in vigore di questa normativa, potrebbero risultare a rischio di cancellazione 50.000 avvocati (le organizzazioni dei giovani avvocati parlano di «pulizia etnica»). Si tratta certamente della prima volta in cui degli avvocati italiani rischiano la cancellazione d'ufficio dall'albo.
La nuova normativa, se approvata, avrebbe - sempre seguendo il parere dell'Antitrust - riflessi negativi sull'utenza, dal cliente singolo all'impresa, che si troverà, a causa di una drastica riduzione dell'offerta, di fronte ad un aumento dei prezzi delle prestazioni di consulenza, senza la minima certezza di un aumento della qualità delle stesse. Si verrebbe, inoltre, a minare il contributo che le professioni non regolamentate, anche nei settori sanitario e fiscale, hanno fornito al Paese affermandosi come prodotto avanzato di un diritto vivente, il quale ha stabilito - tramite sentenze di merito accolte integralmente dal legislatore europeo e dalla Corte di giustizia - confini certi tra attività riservate e attività libere.
Si vuole infatti distruggere un'avanguardia della conoscenza che si è affermata sul mercato, perché è competitiva con gli Ordini; è organizzata in modo imprenditoriale; ha prezzi commisurati al livello di servizio e, non ultimo, ha la capacità di produrre e coordinare nuovi saperi specialistici e interdisciplinari. Se il formulato di questo provvedimento fosse definitivamente approvato, si potrebbe infatti creare un pericoloso precedente, che alimenterebbe gli "appetiti" di tutti gli altri Ordini, volti ad assorbire tutto ciò che prima non era loro esclusivamente riservato dalla legge.
Il timore è che si sia rotto quell'equilibrio che, per dieci anni, aveva affermato il principio volto a non creare nuovi Ordini e a non ampliare le esclusive. La tregua era stata stabilita in attesa di una riforma organica delle professioni regolamentate e del riconoscimento, nell'ambito della libertà di esercizio e senza restrizioni di sorta, di quelle più innovative, organizzate con sistemi associativi e che promuovono la certificazione di qualità come «pietra angolare» per fornire adeguati segnali di valore.
Tutto questo meccanismo non può essere spazzato via. L'auspicio dunque è che la Camera azzeri l'improvvida decisione del Senato, senza tentennamenti, con il contributo delle forze politiche dotate di un minimo tasso di liberalismo e di buon senso, al fine di dare il chiaro segnale che quello che è successo è stato frutto del sonno della ragione i cui mostri, però, non devono essere generati.
Per questa riflessione di ordine generale, per avere verificato in quest'Aula l'impraticabilità di qualsiasi modifica che potesse contrastare gli interessi corporativi e conservatori di una professione autorevole come quella dell'avvocatura, il nostro movimento ovviamente voterà convintamente contro questo provvedimento. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut: UV-MAIE-Io Sud-MRE).
SERRA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SERRA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Signora Presidente, sin dall'inizio abbiamo auspicato che il dibattito sul disegno di legge oggi in esame portasse ad un testo largamente condiviso. Purtroppo, prendiamo atto che ciò non è avvenuto, a causa della chiusura dimostrata in tal senso dal Governo. Sia ben chiaro, riteniamo necessaria e urgente non solo la riforma dell'ordinamento forense che ci accingiamo a votare, ma un complessivo riordino del mondo delle professioni.
È il caso di ricordare che lo stesso Ministro della giustizia ha manifestato tempo addietro la volontà di giungere, entro il termine della legislatura, alla redazione di uno statuto delle professioni e ad una riforma organica delle stesse. Ci auguriamo che questo proposito non rimanga lettera morta, allungando la ormai corposa lista di annunci sbandierati con enfasi dall'attuale Esecutivo e raramente tradotti in azioni concrete.
La cornice normativa che disciplina alcune professioni e ne lascia scoperte altre non è più adeguata ai tempi attuali e penalizza fortemente lo sviluppo in senso liberale di questa importante parte del mondo del lavoro.
Noi siamo convinti, al contrario, che l'intero comparto vada sostenuto e riformato, da un lato all'insegna di una maggiore tutela della dignità e della professionalità dei suoi protagonisti, dall'altro favorendo una svolta del settore in senso liberale. E, dispiace dirlo, il dibattito condotto sin qui non è andato in questa direzione.
Dunque, se quella forense deve rappresentare, come ci auguriamo, la riforma pilota cui seguirà una revisione legislativa di tutto il mondo delle libere professioni, sentiamo oggi il dovere di manifestare forti perplessità sul metodo e sul merito delle scelte adottate nei mesi scorsi.
Questa riforma non sembra consona alla fase storica attuale: una fase che richiede urgentemente la predisposizione di strumenti efficaci ad incentivare la competitività, promuovere lo sviluppo e conformare la legislazione alla realtà sociale ed economica del Paese, peraltro in continuità con quanto accade nel resto d'Europa.
Il testo di legge oggi in esame manca di una prospettiva lungimirante e di largo respiro. L'iter parlamentare ha sempre oscillato tra improvvise accelerazioni e altrettanto improvvise battute d'arresto, volendo il Governo da un lato dare un segnale sul tema giustizia rispetto ad una riforma complessiva che tarda a vedere la luce nonostante i proclami e, dall'altro, accreditarsi come interlocutore privilegiato di una parte: la parte più forte della categoria.
Questo secondo intento ha creato delle distorsioni, suscitando la contrarietà di tutti i parlamentari cui stanno a cuore l'autonomia e l'indipendenza delle Camere. Quella dell'avvocato - garante del diritto alla difesa - rappresenta prima di tutto una funzione costituzionale. Trascurare questo presupposto significa non solo mortificare la professione, ma anche ledere un principio fondamentale della Carta.
Ferma restando la necessità di una svolta liberale in seno alla professione forense, questo alto profilo costituzionale va salvaguardato anche attraverso l'adozione di seri criteri di accesso alla categoria. Com'è noto, il numero degli avvocati è in costante aumento, un aumento che non sempre ha un riscontro in termini di qualità e validità della prestazione. Occorre dunque selezionare i nuovi professionisti, verificando con scrupolo la loro preparazione e la loro coscienza deontologica, premiando i più meritevoli, e non coloro che hanno maggiori possibilità economiche. Questa verifica d'altronde non dovrebbe venire meno durante tutto il corso della carriera. Solo un aggiornamento adeguato e continuo consentirà di garantire i doverosi standard di trasparenza, correttezza e qualità della professione.
Onorevoli colleghi, non si poteva procrastinare oltre una riforma che aggiornasse la cornice regolamentare dell'avvocatura per superare la fase patologica in cui essa versa anche a causa di questo ritardo. E, lo ripetiamo, tale riforma avrebbe dovuto essere impostata conciliando modernità, concorrenza globalizzata, liberalizzazione della professione e prestigio della stessa.
Alla riconosciuta molteplicità delle problematiche di non facile soluzione che caratterizzano il mondo forense, questo testo non risponde, a nostro avviso, in maniera soddisfacente. Esso sembra caratterizzarsi per una serie di chiusure, denunciate, peraltro, anche dall'Antitrust.
Le nostre proposte emendative si sono orientate su alcune linee guida: coordinare la nuova disciplina con quella comunitaria; evitare che crescessero ulteriormente i costi a carico dei cittadini nel ricorso alla giustizia (come denunciato appunto dall'Antitrust); prevedere una normativa innovativa per l'accesso alla professione che garantisse un'appropriata selezione dei molti aspiranti.
Tuttavia, sia la Commissione che l'Aula, come di consueto, hanno bocciato quasi tutti gli emendamenti dell'opposizione sugli aspetti fondamentali di una riforma che avrebbe dovuto avere lo scopo di modernizzare la professione forense e che, al contrario, la relega già nel passato. Sono state cassate tutte le proposte volte a liberalizzare ulteriormente l'accesso alla professione e i suoi meccanismi di concorrenza ed è stata esclusa l'ipotesi di inserire criteri diversi di tenuta degli albi professionali, criteri finalizzati a garantire una maggiore trasparenza per quanto attiene all'iscrizione e alla cancellazione dagli albi stessi.
Molto grave, a nostro avviso, il rifiuto da parte della maggioranza di inserire il divieto assoluto di iscrizione all'Ordine per chi abbia riportato condanne per mafia. Il requisito di irreprensibilità oggi richiesto agli appartenenti all'Ordine è troppo aleatorio, e decisamente insufficiente per impedire in modo assoluto le infiltrazioni mafiose in un settore che dovrebbe essere specchio di legalità. Chi giudica infatti dell'irreprensibilità degli iscritti? In base a quali procedure accertative e controlli? Attendiamo ancora delle risposte. Come pure, non riusciamo a capire il no pronunciato con forza dalla maggioranza in merito alla proposta di affidare i procedimenti disciplinari a carico degli avvocati, sull'esempio di quanto avviene per la magistratura, ad un soggetto terzo, differente dal proprio Ordine d'appartenenza.
Non possiamo non condividere le forti perplessità dei giovani avvocati e di chi intende affacciarsi all'esercizio di questa attività. Si vogliono porre delle barriere all'accesso alla pratica, e lo si vuole fare a vantaggio non dei più meritevoli, ma solo di coloro che avranno strumenti e mezzi economici per potersela permettere. Ciò risulta eccessivamente rigido rispetto alla necessaria flessibilità.
Avremmo salutato con favore la scelta di consentire lo svolgimento della pratica già durante il corso universitario o la previsione di forme di sostegno, quali borse di studio, a favore dei tirocinanti, in modo da garantire l'accesso a tutti. Siamo convinti che i tempi, e soprattutto i costi, dell'espletamento di un periodo che di fatto posticipa l'ingresso nel mondo del lavoro debbano essere ridotti, soprattutto per i meritevoli privi di mezzi.
Invitiamo pertanto l'altro ramo del Parlamento ad una più approfondita riflessione sul tema: riflessione che si rende opportuna alla luce delle numerose osservazioni avanzate in questa sede nei giorni scorsi e delle legittime aspettative.
Per tali ragioni, mi auguro che i nodi più critici che permangono in tale provvedimento, nodi rilevati anche dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato, vengano sciolti dall'altro ramo del Parlamento. Quindi, il nostro voto sarà di astensione, auspicando di tradursi alla Camera - possibilmente - in un voto favorevole. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE).
MAZZATORTA (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAZZATORTA (LNP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, approveremo tra poco, al termine di un ampio e acceso dibattito svoltosi sia in sede di Comitato ristretto che di Commissione giustizia nonché in Aula, una riforma importante per il settore dell'amministrazione della giustizia e, al tempo stesso, anche per un settore importante del mondo del lavoro, quale indubbiamente è quello delle libere professioni intellettuali.
Approviamo questa riforma al termine di un dibattito che, dopo 77 anni di sterili discussioni, basate spesso solo sulla retorica della toga, ha portato finalmente a mettere nero su bianco una proposta organica di riforma della professione forense. L'avvocatura non poteva continuare a sopravvivere con un ordinamento professionale decrepito e per nulla corrispondente alle esigenze di una società moderna. I tempi sono cambiati dal 1933, e l'avvocato di oggi non può continuare ad esercitare la sua professione sulla base di norme scritte in un'epoca remotissima.
Dalle parole si è passati finalmente ai fatti. L'avvocato svolge una quotidiana ed ineliminabile attività di mediazione tra il cittadino e lo Stato e, quindi, ha un ruolo importante nell'esercizio di giurisdizione, al pari della magistratura. Il nome di avvocato allude proprio a questa funzione pubblica di aiuto: advocatus significa «chiamato in aiuto» e i cittadini ci chiedono di avere una magistratura e un'avvocatura entrambi autorevoli e indipendenti. Ma può esserci autorevolezza e indipendenza dell'avvocatura con i numeri attuali dell'avvocatura? Nel 1990 avevamo 52.000 avvocati, oggi ne abbiamo 230.000.
L'Ordine degli avvocati di Milano, ad ottobre, ha organizzato il convegno intitolato «Troppi avvocati in Italia?» e ha diffuso dati preoccupanti: in Italia ci sono 26,4 avvocati ogni giudice, mentre in Francia il rapporto scende a 7,1 e in Inghilterra addirittura a 3,2. In Italia ci sono 44.000 cassazionisti, in Francia sono 95, in Germania solo 44. La rivista «L'espresso», nell'aprile di quest'anno, ha pubblicato un'inchiesta dal titolo «SOS avvocati»: «Sono 230.000 e continuano ad aumentare» - scrive «L'espresso» - «Sotto i colpi della crisi una professione perde l'identità. E chiede nuove regole e una selezione rigorosa».
Allora dobbiamo dire con chiarezza, senza ipocrisie e senza continuare a prendere in giro molti giovani che aspirano a diventare avvocati, che questa crescita a ritmi vertiginosi avvenuta negli ultimi venti anni non è più sostenibile. Il calo delle offerte di lavoro da parte della pubblica amministrazione, delle banche e delle industrie ha portato negli anni Novanta molti laureati in giurisprudenza sulla soglia della professione forense senza aver operato una scelta precisa e consapevole. E la mancanza di una selezione rigorosa, fondata sulla verifica delle competenze e delle abilità professionali, e il conseguente aumento esponenziale del numero degli avvocati, sta portando e porterà, se non cambiamo le cose, all'eliminazione di fatto della professione di avvocato e a lasciare spazio libero alle multinazionali del diritto, ai mercanti del diritto.
L'accesso alla professione è dunque il punto nodale della credibilità della professione forense. Continue e deleterie modifiche normative relative all'esame di Stato per l'accesso alla professione (penso alla legge del 1985, a quella del 1988 e poi a quelle del 1989 e del 1991) hanno portato ad un graduale ed inesorabile appannamento delle qualità professionali e, quindi, alla dilatazione a dismisura dell'albo.
Chi non ricorda i maliziosi trasferimenti in massa, dopo il biennio di pratica, verso sedi di commissioni d'esame del Sud che avevano percentuali di promozioni superiori al 90 per cento (penso a Reggio Calabria, a Messina, a Napoli, a Catanzaro)? Ciò che accadde a Catanzaro pochi anni fa, con migliaia di compiti scritti uguali (su 2301 partecipanti, 2295 compiti uguali) diede un colpo micidiale alla credibilità della funzione dell'avvocato.
Allora, nessun ritorno alle suggestioni del numero chiuso o programmato, non per ragioni di impopolarità, ma per la necessità di conservare l'idea del ruolo aperto e decisivo dell'avvocatura nella difesa dei diritti; nessuna tentazione del ritorno al numero chiuso. Ma dobbiamo dirci che solo un esame serio e rigoroso, preceduto da un tirocinio effettivo e altrettanto serio e rigoroso, è l'unica possibilità di sopravvivenza di una professione oggi inflazionata e superaffollata e ormai sul precipizio di una crisi irreversibile.
E chi si ribellò a quella situazione di mancanza di serietà degli esami per l'accesso alla professione forense (mi riferisco all'allora ministro della giustizia, Roberto Castelli, che emanò un severo decreto-legge a maggio 2003 per porre rimedio a questa anomala situazione) venne additato al pubblico ludibrio come nemico della libera professione forense e dei giovani.
Quel decreto-legge, che conteneva misure molto serie, in gran parte recepite in questo provvedimento, fu criticato da tutte le miriadi di associazioni e organismi forensi. E il Governo, purtroppo, dovette cambiare rotta, e il Parlamento annacquò quella riforma. La sottrazione al principio della territorialità della correzione dei compiti scritti con il sorteggio della commissione d'esame, che rimase nella legge di conversione, fu vista come una sciagura: invece, è stata sino ad oggi l'unico serio baluardo contro la logica assistenzialista dell'accesso libero e incontrollato di molti Ordini forensi soprattutto del Sud.
Si è già scritto, e si dirà, che questa legge serve a modernizzare la professione forense, ma che non è perfetta. Questa legge, con le sue luci ed ombre, come tutte le leggi, non è perfetta ma, una volta approvata, sarà possibile, attraverso la sperimentazione pratica, verificare l'esigenza di eventuali ritocchi migliorativi di questo testo. L'importante è consolidare i risultati finora raggiunti e tentare di superare la crisi esistenziale e generazionale dell'avvocatura, senza illudere e prendere in giro migliaia di giovani laureati in giurisprudenza.
Concludo con un invito per la categoria forense, anzi con un invito a tutti noi, ad un processo di autocritica e di ripensamento. Le norme, tutte le norme, anche quelle che approviamo oggi in questa Aula, mantengono sempre un carattere di astrattezza e, dunque, di distanza dalla realtà quotidiana delle cose. Sono i quotidiani comportamenti degli uomini e delle donne che indossano la toga che incidono sulla realtà e sulla percezione di che cosa sia un avvocato agli occhi dei cittadini, in misura ben maggiore delle norme che oggi approviamo in quest'Aula.
Possiamo avere un ordinamento professionale perfetto, ma essere dei pessimi avvocati. Così come, pur in presenza di un ordinamento professionale decrepito, abbiamo avuto in passato, e abbiamo oggi ancora, avvocati eccellenti; abbiamo avuto avvocati che hanno dato la loro vita per mantener fede ai valori, anche deontologici, della professione forense, come Giorgio Ambrosoli.
Allora, dimostrino gli avvocati, dimostriamo di assumere, da domani, iniziative per ridare connotati moderni alla nostra immagine e per migliorare il livello di soddisfazione dei nostri clienti, per toglierci di dosso quella brutta immagine di azzeccagarbugli. L'avvenire della professione di avvocato dipende solo ed esclusivamente dagli avvocati, dalla loro vocazione professionale. È l'avvocatura che deve avere la forza e la volontà di ritrovare la propria identità oggi smarrita. Calamandrei diceva, quasi profeticamente, che «quando gli avvocati diventano troppo numerosi e per questo scadenti, ogni loro utilità sociale viene automaticamente a cessare».
Se non saremo in grado di fare questo, colleghi, se considereremo il nostro lavoro esclusivamente sotto il profilo utilitaristico e di bottega, dando la colpa sempre e solo alla politica ed al legislatore, contribuiremo a far scivolare questo Paese verso un piano inclinato al fondo del quale altro non vi è che una distruttiva delegittimazione, oltreché della politica e delle sue istituzioni, anche delle libere professioni intellettuali. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazioni).
CAROFIGLIO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CAROFIGLIO (PD). Signora Presidente, devo dire che, in questi giorni e nelle ore immediatamente precedenti a questa discussione finale sul disegno di legge di riforma della professione forense, ho avvertito una sensazione, quasi surreale, che mi portava a chiedermi chi fosse l'avversario e contro quale punto di vista mi accingessi a parlare.
Infatti, tra i colleghi con cui ho parlato - senatori dell'opposizione, naturalmente, ma anche, per quella che è la mia esperienza, senatori della maggioranza - non ve ne era uno che, in colloqui privati, affermasse di apprezzare questo disegno di legge. Sarò stato di sicuro sfortunato negli incontri ma, immancabilmente, nelle conversazioni private, tutti quanti sostenevano, e sostengono, che questa è una pessima legge, un guazzabuglio di norme fra loro contraddittorie, un progetto di legge che non modernizza l'avvocatura e non serve a realizzare ciò per cui si sostiene sia stato redatto. In particolare, non serve a ridurre, come sarebbe naturalmente auspicabile, lo spropositato numero di avvocati oggi presenti nel nostro sistema: è un numero che non ha l'eguale non solo in alcun Paese dell'occidente avanzato, ma probabilmente, in alcun Paese in assoluto.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,13)
(Segue CAROFIGLIO). Fatta questa premessa (che è di natura quasi psicologica) sul senso di straniamento che avverto nel discutere di questo tema in sede di dichiarazioni di voto finali, spiego che tipo di avvocatura vogliamo, a quale avvocatura pensiamo, come Partito Democratico e - in generale - come forze del progresso. Noi pensiamo a un'avvocatura libera; pensiamo a un'avvocatura plurale; pensiamo a un'avvocatura aperta; pensiamo a un'avvocatura competente, nella sua complessa struttura. Pensiamo a un'avvocatura moderna ed europea. È per questa sequenza di ragioni, per questa complessa idea dell'avvocatura che abbiamo, che non possiamo fare altro che votare contro questo disegno di legge.
Non possiamo fare altro che votare contro questo disegno di legge, perché esso si pone in rotta di collisione, nella quasi totalità delle sue parti, con questi principi molto semplici, che tutti possono capire, anche se non sono addetti ai lavori e hanno giustamente vissuto con fatica la lunga discussione in Aula sul provvedimento (molti aspetti sono infatti fortemente tecnici, e solo i tecnici li capiscono a fondo, quando li capiscono).
Desidero ripetere quali sono i nostri punti di vista perché rimangano chiari nella mente di chi è in quest'Aula, ma soprattutto di chi è fuori da quest'Aula: penso soprattutto al nostro interlocutore privilegiato, che è la collettività dei cittadini (non un singolo gruppo di cittadini che può avere uno specifico interesse all'approvazione di certe norme). Noi vogliamo un'avvocatura libera e plurale; vogliamo un'avvocatura aperta, specchio di una società aperta; un'avvocatura competente, moderna ed europea. Naturalmente, nel breve tempo di cui disponiamo per queste dichiarazioni conclusive, non possiamo fare l'inventario di tutti i punti di questo disegno di legge che urtano contro questi principi, a nostro modo di vedere fondamentali. Ne possiamo indicare alcuni a titolo esemplificativo, come indicazione quasi di metafore del quadro complessivo che disegna questo provvedimento, dall'altro.
I temi su cui vogliamo attirare con più forza l'attenzione di chi segue questo dibattito su un tema fondamentale qual è quello della riforma di una professione come quella dell'avvocato (una riforma che, peraltro, costituisce e costituirà il battistrada per altre riforme di ordinamenti professionali) sono sostanzialmente cinque.
Il primo ha a che fare con la tutela dei giovani e - in generale - dei soggetti più deboli.
Il secondo è quello delle tariffe professionali e, in realtà, non è altro che un tassello del più vasto tema della libera concorrenza in una società moderna e aperta.
Il terzo ha a che fare con la percezione e la pratica dei principi dello Stato di diritto in tutte le articolazioni della vita pubblica; detto in termini più comprensibili, significa che le funzioni vanno separate: non può essere lo stesso soggetto a scrivere le regole, ad applicarle dal punto di vista amministrativo e ad applicarle in sede giurisdizionale o paragiurisdizionale, come nel giudizio disciplinare, il che accade in questo provvedimento con le promiscue funzioni del Consiglio nazionale forense, dei Consigli dell'ordine e degli organismi che rispetto ad essi sono satelliti, ma ad essi in qualche modo incorporati.
Il quarto tema - anch'esso una chiave di volta, sostanziale e metaforica - è quello delle incompatibilità: questo provvedimento introduce una serie di incompatibilità che rendono pressoché impossibile l'accesso alla professione per chi non sia un erede di uno studio, o comunque non sia già appartenente alla corporazione o a una fascia di censo che gli consenta lunghi anni senza guadagnare un soldo prima di accedere alla professione. Allo stesso tempo, vi è stata timidezza - più che timidezza, vi è stata sostanziale negazione - in ordine alla possibilità di intervenire su alcuni temi che sono fondamentali per la definizione di un sistema di regole, quale è quello delle incompatibilità tra esercizio dell'avvocatura e taluni ruoli e incarichi politici. A proposito di questo tema - voglio dire subito queste cose, anche se soltanto in maniera incidentale - ci viene detto che non è possibile prevedere una incompatibilità con l'esercizio della professione legale per il parlamentare, perché si costringerebbe l'avvocato parlamentare a chiudere lo studio.
Non riesco a capire perché lo stesso discorso non si faccia per il Consiglio superiore della magistratura, considerato che gli avvocati ad esso destinati non possono fare gli avvocati per i quattro anni della consiliatura. Aspetto che qualcuno mi spieghi dove si colloca la differenza tra l'una e l'altra funzione esercitata. Peraltro, ove il terreno di discussione fosse stato accettato - il che non è assolutamente accaduto - ben si sarebbe potuto e si potrebbe discutere di modulazioni dell'incompatibilità che vietassero, impedissero che accada ciò che oggi avviene spesso, anche con disdoro dell'immagine della giustizia e della politica, nelle aule di giustizia: processi rinviati perché l'avvocato parlamentare dichiara di essere impegnato con i lavori parlamentari, con conseguente lesione, anche se si parla soltanto di rinvio, del diritto dei cittadini imputati, di persone offese, ad avere una giustizia tempestiva, negata dall'esercizio - a volte, purtroppo, anche strumentale - di prerogative parlamentari.
Il quinto tema su cui desideriamo attirare l'attenzione, quello della riserva di attività, in apparenza potrebbe sembrare un tema secondario: in realtà, è quello più metaforico di tutti. Con questo disegno di legge si prevede che le attività di consulenza stragiudiziale - lo dico in termini semplici - le possano svolgere solo gli avvocati. Significa che d'ora in poi, ove mai il disegno di legge venisse approvato, i sindacati, le associazioni di imprenditori, le associazioni di inquilini non potranno più fornire la consulenza che forniscono, spesso, soprattutto a categorie di soggetti più deboli, che non possono permettersi la consulenza dell'avvocato, la costosa consulenza del professionista abilitato. In questo, che potrebbe sembrare un dettaglio, vi è tutta la potenza classista - mi si passi l'espressione non tanto di moda - del quadro definito da questo disegno di legge.
Avviandomi alla conclusione dell'intervento, in cui ho voluto svolgere solo un'enunciazione rapida dei gravi punti critici del provvedimento, voglio leggervi un passo del più grande filosofo del diritto del secolo scorso, John Rawls, autore del libro «Una teoria della giustizia»: un libro in cui si riflette sul significato di giustizia nelle società evolute. Dice John Rawls che la giustizia è «il primo requisito delle istituzioni sociali», così come la verità lo è dei sistemi di pensiero; come una teoria, per quanto semplice ed elegante, deve essere abbandonata o modificata se non è vera, allo stesso modo leggi ed istituzioni, non importa quanto efficienti e ben congegnate - non è questo il caso - devono essere riformate o abolite o - aggiungo io - non approvate se sono ingiuste. Rawls sostiene che i principi di giustizia per una società e per le istituzioni debbano corrispondere ai principi che risulterebbero da una scelta collettiva effettuata da persone razionali; la scelta delle regole che disciplinano la convivenza civile deve essere fondata cioè su criteri razionali, e non su ragioni di convenienza di un singolo gruppo di cittadini, ancorché dotato di forte potere contrattuale.
È questo che noi vogliamo sostenere: una legge di riforma dell'avvocatura deve essere pensata e scritta immaginando, prefigurando l'interesse della collettività, e non l'interesse di circoscritte corporazioni, che non sono - sia chiaro, perché su questo vi è purtroppo una mistificazione polemica - tutti gli avvocati, come ognuno di noi ha potuto sperimentare negli incontri quotidiani di queste settimane, ascoltando il punto di vista di tanti nell'avvocatura che sono contrari.
Per questo, riepilogando: per un'avvocatura libera, plurale, aperta, competente, moderna ed europea, voteremo contro questo disegno di legge. (Applausi dal Gruppo PD).
MUGNAI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MUGNAI (PdL). Signora Presidente, mi sia consentito di esprimere, come componente della Commissione giustizia e del Comitato ristretto che ha elaborato il testo poi sottoposto all'attenzione dell'Assemblea e come componente della categoria che più di ogni altra a questo provvedimento ha guardato, poche e telegrafiche considerazioni finali.
Prima di tutto, un sentito ringraziamento a tutti i colleghi. Nel corso di questo ampio, articolato e spesso acceso dibattito, ricordo, non solo con simpatia, ma anche con particolare apprezzamento, la stessa attività di strenua ma costruttiva opposizione svolta dai colleghi radicali, che hanno dato certamente un contributo significativo ad una riforma voluta dall'avvocatura. Non possiamo inoltre non sottolineare come il Ministro, che in questo momento ci ha raggiunto, abbia saputo cogliere un fatto di fondamentale importanza: per la prima volta tutte, ripeto tutte, le componenti significative dell'avvocatura italiana si sono riconosciute in un testo.
Cari colleghi, vorrete convenire con me che è impensabile poter procedere a una riforma così importante e delicata, come l'ampiezza e la profondità del dibattito che ha caratterizzato questa Aula ha attestato, contro coloro che ne sono i primi diretti destinatari, in quanto interpreti di quella professione. Una riforma che deve essere certamente all'altezza dei tempi, sicuramente in sintonia con il nuovo ruolo del nostro Paese in Europa. Al riguardo sottolineo che, sia pure assumendo una decisione francamente inquinata da un pregiudizio politico, perché totalmente distonica con l'atteggiamento tenuto in questa Aula da parte dell'Italia dei Valori, il capogruppo, senatore Belisario ha ricordato quello che apparentemente sembra essere stato dimenticato in questa Aula: la professione di avvocato è rigidamente disciplinata in tutti i Paesi dell'Unione europea, spesso in modo molto più severo di quanto accade in Italia. Non ripeto quanto già detto, se non un ulteriore esempio: pensiamo alla dimensione assolutamente corporativa con la quale essa viene gestita, ad esempio, nel civilissimo Regno Unito. Quindi, abbiamo fatto tale riforma in sintonia anche con ciò che accade in Europa, mai dimentichi che il principio della concorrenza, nella fattispecie concreta, onorevoli colleghi, non può essere discinto dall'ambito nel quale andiamo a operare, quello di una professione intellettuale; quindi, non può essere acriticamente calato in questa specifica realtà con le modalità tipiche, ad esempio, della realtà di impresa commerciale.
Ci siamo mossi secondo una linea che non è quella di un'ottusa difesa corporativa ma, al contrario, nell'assoluta consapevolezza dell'attuale situazione nella quale la professione di avvocato viene esercitata in Italia, come è stato ricordato proprio nell'intervento del collega Carofiglio, che ha parlato di un numero spropositato di avvocati. Mi chiedo allora, e chiedo, proprio a chi ha ripetutamente invocato regole di mercato: come è pensabile che a questa situazione si possa porre rimedio in termini di ulteriore deregulation, quando l'offerta in questo momento supererebbe ampiamente la domanda? La prima preoccupazione che ci siamo posti è proprio quella di garantire un futuro degno di tal nome dal punto di vista dell'attività professionale ai giovani colleghi e lo abbiamo fatto a partire dallo stesso praticantato, che non può essere un'area di parcheggio della disoccupazione o della sotto occupazione intellettuale, come purtroppo rischierebbe ancor più di essere se fin dall'inizio non contraddistinguiamo questo percorso in modo convinto e motivato. È questa la prima garanzia della futura professionalità: un percorso che non può essere intrapreso tanto per farlo, ma con la convinzione profonda di voler diventare, un domani, avvocato.
Ecco perché i limiti che abbiamo posto sotto il profilo dell'incompatibilità, per chi fa pratica, sono attenuati proprio perché ci siamo posti, sia pure nel contesto dei rischi tipici di una libera professione, l'obiettivo di dare degli incentivi e al tempo stesso di permettere a chi ha buona volontà un compatibilità con quelle attività che comunque la pratica professionale può consentire; tali limiti sono più gravi e severi per gli avvocati, sia pur tenendo conto di quanto diversa è oggi la società e quindi in qualche modo recependo parte delle indicazioni che sono giunte, vuoi in Commissione, vuoi in Aula, come è possibile rilevare semplicemente dal confronto tra i testi iniziali e quello che stiamo andando ad approvare, in un percorso volto appunto a garantire non soltanto la qualità del servizio ma, parimenti, la professionalità.
Abbiamo gravato gli avvocati di oneri precisi in termini di formazione e di specializzazione, nella duplice consapevolezza della funzione istituzionale dell'avvocatura, ripetutamente ricordata in questa Aula, mai dimentichi però del fatto che comunque si tratta di una libera professione, sia pur - ripeto - di tipo intellettuale. Una libera professione che ha dato figure illustri al nostro Paese, ricordate opportunamente, anche nel loro estremo sacrificio, dal collega Mazzatorta, e a questo Parlamento; una professione da attualizzare, ma mai da snaturare, onorevoli colleghi, secondo modelli incompatibili con la nostra storia, la nostra cultura giuridica, le nostre tradizioni e, al tempo stesso, la nostra realtà.
Si è svolto un duro, durissimo confronto, soprattutto in quest'Aula tra modelli assolutamente incompatibili tra di loro. In Commissione - è bene dirlo - questo scontro non vi è stato perché tutti i Gruppi, tutti, all'unanimità, hanno finito per convergere su un testo che era la sintesi di quelli presentati, nella evidente consapevolezza di merito - non viziata, o inquinata politicamente - di quanto fosse necessario seguire questo percorso. Da una parte il modello che ci è stato proposto, in particolare, dal Gruppo più consistente di opposizione: un modello sostanzialmente confindustrial-sindacale, quello che il professor Ichino ha interpretato mirabilmente in quest'Aula, che ci propone una totale deregulation della professione (dimentico del fatto che questo andrebbe a incidere proprio su quei principi di specificità e competenza e, al tempo stesso, andrebbe ulteriormente ad inflazionare un mercato che riconoscete essere spaventosamente inflazionato, a scapito quindi vuoi della professionalità, vuoi del futuro dei giovani colleghi), ma in modo assolutamente confliggente e contraddittorio, è un modello assolutamente sindacalizzato nei rapporti interni, dimentico che trattasi, comunque, di libera professione.
Voglio ricordare che, se volessimo portare quel modello alle estreme conseguenze... (Brusìo).
PRESIDENTE. Mi scusi, senatore Mugnai, la interrompo solo per chiedere ai suoi colleghi se per cortesia possono abbassare i toni.
MUGNAI (PdL). Come dicevo, quel modello porterebbe a due necessarie conseguenze, la prima delle quali è che si dovrebbero applicare tutte le regole e le provvidenze dell'industria, che i professionisti non hanno. È bene ricordare, perché forse gli onorevoli colleghi non lo sanno, qual è la realtà dei giovani colleghi che lavorano negli studi nordamericani: le 80, le 100 ore settimanali e la scatola di cartone che la mattina trovano sulla scrivania come a dire «prendi le tue cose e vattene» senza alcuna giustificazione.
Questo è il modello a cui puntiamo? Oppure, il modello che vogliamo noi è quello che è stato sprezzantemente definito della bottega artigiana? Ricordo tra l'altro che tale non è, perché se andate a vedere la stragrande parte degli studi scoprirete che già hanno una realtà di impresa, in termini numerici e di organizzazione, forse superiore alla maggior parte delle microimprese che operano nel tessuto connettivo del Paese. È quel modello che produce qualità, che trasferisce il sapere del maestro all'allievo, che è quello che proprio per la qualità della propria produzione ha caratterizzato lo stile Italia nel mondo. Spero mi vogliate perdonare se trasferisco un carico di passione personale nell'intervento, ma rappresenta il contributo di oltre un trentennio di vita professionale, che credo sia giusto trasfondere in quello che andiamo a fare, non tanto per noi quanto per coloro che ci seguiranno.
Qualità delle prestazioni significa, onorevoli colleghi, competenza, conoscenza ed esperienza: l'esaltazione del ruolo istituzionale in qualche modo proprio dell'avvocatura nel contesto della società o la migliore definizione delle competenze esclusive degli avvocati, non le abbiamo ricercate allo scopo precipuo di creare una riserva immotivata, ma di meglio tutelare l'utente. Ricordo un esempio mirabile fatto dal collega Li Gotti, con riferimento ad un atto tipicamente stragiudiziale, qual è la querela. Siamo andati, infatti, a definirla ancora meglio, nulla togliendo ma anzi a vantaggio di tutte le altre attività professionali e di chi comunque esercita un'attività collaterale all'interno di patronati, sindacati, enti esponenziali e aziende. Abbiamo istituito un principio fondamentale, vale a dire che la tutela legale dei diritti compete, anche nella fase stragiudiziale, a chi più di ogni altro non solo è esperto ma è deputato a farlo, vale a dire all'avvocato! Tutto ciò va a vantaggio soprattutto del cittadino!
L'avvocatura è stata tradizionalmente, e rimane, proprio in questa sua funzione di tutela dei diritti, uno storico presidio di libertà. Noi, che del garantismo e della libertà abbiamo fatto e facciamo una regola di vita, votiamo questo provvedimento nella convinzione che, pur potendo certamente essere ancora migliorato, rappresenta in ogni caso un ulteriore passo in avanti per rendere la nostra società ancor più all'altezza dei tempi e delle aspettative degli italiani. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Colleghi, saluto a nome dell'Assemblea gli allievi dell'Istituto tecnico commerciale «Raffaele Piria» di Reggio Calabria. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge
n. 601-711-1171-1198(ore 18,35)
LI GOTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
LI GOTTI (IdV). Signora Presidente, il disegno di legge che l'Aula si appresta a votare ha avuto una genesi parlamentare, un dibattito con prolungati lavori parlamentari, specie in Commissione, arricchiti da una fase di confronto con le organizzazioni dell'avvocatura, dai giovani avvocati alle camere penali, dall'Organismo unitario dell'avvocatura al Consiglio nazionale forense. Il percorso seguito è stato quello di non perdere il lavoro che da molti anni era stato elaborato con l'iniziativa di diversi parlamentari: si è cercato di recuperare anche quel lavoro sapendo che si andava ad affrontare una materia complessa, difficile, dopo settant'anni dalla legge che attualmente la regolamenta. Si voleva riuscire a rendere più moderna la professione nell'interesse dei cittadini e della giustizia.
Io non so cosa sia l'avvocato plurale, o l'avvocato europeo, dal momento che ogni Paese ha un suo ordinamento. Come ricordava il presidente Belisario, si va dai regimi estremamente rigidi, come quello austriaco, o rigidi, come quello tedesco, per arrivare ai regimi liberalizzati, come quello spagnolo. Quando si parla di un modello europeo di avvocato, vorrei ricordare che l'Europa presenta comunque 10 modelli diversi.
PRESIDENTE. La prego di concludere, senatore Li Gotti.
LI GOTTI (IdV). Avendo condiviso un lavoro insieme ai colleghi Mugnai, Valentino, Berselli, Benedetti Valentini, Chiurazzi e al Comitato ristretto, ritengo di essere coassegnatario di critiche ed elogi. Non scendo dalla barca di un lavoro fatto insieme. Pertanto, rispettando le diverse opinioni e scelte del mio Gruppo, chiedo rispetto anche per le mie idee, ed esprimo un voto favorevole, in dissenso. (Applausi dal Gruppo PdL).
LUSI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
LUSI (PD). Signora Presidente, colleghi senatori, non senza qualche difficoltà dichiaro il mio voto di astensione in dissenso, purtroppo, dal mio Gruppo.
Il Paese attendeva da decenni questa legge di riforma dell'ordinamento forense; una legge che è errato definire «per gli avvocati», essendo fatta per dare un buon servizio ai cittadini. Per alcuni versi, il testo licenziato da questa aula solo il 17 novembre scorso rappresenta un ritorno al passato; per altri, costituisce un tentativo di affrontare il futuro di una professione alle prese con una crescita costante di iscritti e una sostanziale contrazione dei redditi.
Ciò nonostante, il confronto per migliorare il testo di questa riforma avrebbe dovuto perdere i connotati di uno scontro frontale del quale, francamente, non si sentiva proprio il bisogno. Troppo spesso, in relazione ad alcuni punti chiave del testo all'esame del Senato, è sembrato di assistere ad una contrapposizione fra una logica corporativa, espressa da una parte della maggioranza, ed un'altra, di una parte dell'opposizione, a tratti statalistico-conservatrice, a tratti connotata di un liberismo che, seppur di grande spessore, non vede ancora l'Italia pronta per un simile disegno. Al centro è mancato il coraggio - questo sì, veramente riformatore - di rispondere a domande di fondo. Come può il nostro Paese sopportare uno spropositato esercito di avvocati, oggi superiore a 220.000 unità, che aumenta al ritmo di quasi 10.000 unità l'anno. A questo interrogativo di fondo non si risponde né con generiche tutele dei giovani, né con sistemi farraginosi privi di un'effettiva tutela degna della terzietà, né tantomeno chiedendo che i corsi di aggiornamento siano gratis. I giovani avvocati, la loro competenza, il loro merito verranno tutelati davvero se consentiremo al mercato, con le giuste regole, di essere l'unico luogo della competizione, quella vera.
Il riordino delle regole sulla professione soddisfa a metà, ma bisognava intervenire. Affidiamo alla Camera dei deputati, se le forze politiche della maggioranza consentiranno il proseguimento della legislatura, il compito di migliorare questo testo attraverso un confronto vero e profondo, privo delle inutili e a tratti antistoriche contrapposizioni alle quali abbiamo dovuto assistere in più di un'occasione in quest'Aula del Senato. (Applausi delle senatrici Pinotti e Garavaglia Mariapia).
PRESIDENTE. Passiamo all'esame della proposta di coordinamento C1, presentata dal relatore.
La metto ai voti.
È approvata.
Procediamo alla votazione finale.
INCOSTANTE (PD). Chiedo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito la senatrice Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Incostante, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, nel testo emendato, del testo unificato dei disegni di legge nn. 601, 711, 1171 e 1198, con il seguente titolo: «Nuova disciplina dell'ordinamento della professione forense», con l'intesa che la Presidenza si intende autorizzata ad effettuare gli ulteriori coordinamenti che si rendessero necessari.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B). (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).
Seguito della discussione delle mozioni nn. 318 (testo 2) e 345 (testo 2) sulle candidature alle elezioni regionali e amministrative (ore 18,43)
Approvazione della mozione n. 351. Reiezione della mozione n. 318 (testo 2) e ritiro della mozione n. 345 (testo 2)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione delle mozioni 1-00318 (testo 2), presentata dal senatore Li Gotti e da altri senatori, e 1-00345 (testo 2), presentata dalla senatrice Della Monica e da altri senatori, sulle candidature alle elezioni regionali e amministrative.
Ricordo che nella seduta antimeridiana del 18 novembre hanno avuto luogo l'illustrazione e la discussione delle mozioni.
Avverto che il senatore Centaro ha presentato la mozione 1-00351, che è stata sottoscritta, fra gli altri, anche dalla senatrice Della Monica, prima firmataria della mozione n. 345 (testo 2).
Viene in questo momento comunicato alla Presidenza che il senatore Li Gotti non sottoscrive la mozione del senatore Centaro, e quindi mantiene la sua mozione.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo di esprimere il parere sulle mozioni presentate.
CALIENDO, sottosegretario di Stato per la giustizia. Signora Presidente, per quanto riguarda la mozione n. 318 (testo 2), presentata dal senatore Li Gotti, nella precedente seduta ho già espresso rilievi critici che mi sembrava fossero stati accolti dallo stesso senatore, al punto tale che si è pervenuti alla mozione di cui è primo firmatario il senatore Centaro, su cui esprimo parere favorevole, che è il frutto - da quanto ho inteso - delle convergenze tra il senatore Centaro, il senatore Li Gotti e la senatrice Della Monica.
Per tale ragione, esprimo parere favorevole sulla mozione n. 351, compresa anche l'ultima correzione, da noi concordata un'ora fa, riguardante l'incandidabilità e non l'ineleggibilità per le elezioni negli enti locali.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione delle mozioni.
LI GOTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LI GOTTI (IdV). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, il 18 febbraio 2010 la Commissione parlamentare antimafia ha approvato all'unanimità un codice di autoregolamentazione, al fine di sollecitare i partiti ad una selezione delle candidature, in previsione delle imminenti elezioni regionali, provinciali e comunali. Dopo quella data era nostra intenzione che anche in quest'Aula venisse recepita quella forte condivisione vissuta in quella sede, facendoci pervenire, con la mediazione accorta del presidente Pisanu, ad un testo da tutti condiviso.
Avevamo avuto l'impressione che, nonostante quella condivisione su un codice che tutti volevamo fortemente, ci fosse freddezza da parte delle forze politiche, come se la Commissione bicamerale d'inchiesta sul fenomeno della mafia fosse un corpo estraneo ai due rami del Parlamento e non fosse invece espressione del Parlamento. Si era colta questa sensazione parlando tra colleghi, quasi che la Commissione antimafia avesse voluto correre troppo, quasi imporre ai partiti una selezione della classe dirigente attraverso il richiamo a precetti cui si ispira la Commissione antimafia in virtù della legge istitutiva della stessa. Con quest'ultima il Parlamento ha voluto assegnare alla Commissione antimafia il compito di studiare gli strumenti e verificare in che modo le forze politiche arrivano alla selezione della classe dirigente attraverso le candidature. Questo faceva parte e fa parte della legge istitutiva della Commissione antimafia.
Quindi, ci siamo mossi in quell'ottica: provocare un dibattito in quest'Aula di condivisione e adesione a quel codice di autoregolamentazione che la Commissione antimafia ha fortemente voluto ed approvato. E come Italia dei Valori siamo riusciti a determinare questa adesione a quel codice, perché la nostra mozione parte da un postulato: adesione e condivisione del codice di autoregolamentazione approvato dall'Antimafia. Il testo della mozione condivisa di cui è primo firmatario il senatore Centaro parte dal medesimo postulato. Quindi significa che il punto principale di questa nostra intenzione, ossia il coinvolgimento convinto di tutti i partiti, ha trovato un punto di riscontro positivo. Era opportuna e sentita questa possibilità di lettura condivisa, in considerazione di qualche critica che c'era stata.
Quindi, proprio perché la nostra mozione voleva avere questo spirito, abbiamo valutato di non poterla far morire, in quanto avremmo tradito lo spirito per cui era stata proposta. Pertanto non potevamo annullare quella nostra intenzione, pur riconoscendo la positività di molti dei passaggi della mozione condivisa dagli altri Gruppi. Però ci siamo resi conto che se noi avevamo vissuto un momento, e quindi richiamato l'attenzione del Parlamento su un documento, non potevamo poi farlo morire.
Siamo quindi soddisfatti del punto di approdo. Saremmo stati e saremmo più soddisfatti se la nostra mozione fosse stata condivisa da tutta l'Aula. Ci rendiamo però conto delle diversità di posizione, che comunque non riguardano la condivisione da parte di tutti - e da questo momento nessuno se ne potrà dimenticare - del codice di autoregolamentazione antimafia. La politica ha dato un segnale: deve coltivarlo, non soltanto con le parole ma con i fatti. Noi, politica, abbiamo assunto un impegno. Penso che il Governo si farà parte diligente nel non ostacolare le nostre iniziative parlamentari e nel farsi promotore di proprie iniziative legislative. Abbiamo iniziato un percorso: portiamolo avanti.
Ovviamente, il nostro voto sarà favorevole sulla mozione presentata dall'Italia dei Valori e su quella presentata dal Gruppo del Partito Democratico, a prima firma della senatrice Della Monica. Esprimeremo però un voto di astensione sulla terza mozione in esame, la n. 351, in quanto la condividiamo al 99,9 per cento. (Applausi dal Gruppo IdV).
SERRA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SERRA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Signora Presidente, poche parole per esprimere la grande soddisfazione per il lavoro svolto dalla Commissione antimafia presieduta dal presidente Pisanu, nella quale è stata approvata all'unanimità la proposta di un codice di autoregolamentazione. Troppo brutto è il pensiero che ormai si va diffondendo tra la gente, e cioè che tutta la politica è corrotta. Non è così, perché nel mondo della politica c'è tantissima gente sana, moralmente sana. (Applausi dal Gruppo PdL). E io penso che con questo provvedimento si scacci l'idea di fare di tutta un'erba un fascio. Chi non è persona pulita non deve essere inserito nelle liste elettorali. L'incandidabilità è una cosa sacrosanta ed importante e certamente mi dà grande soddisfazione il fatto di constatare la quasi unanimità di quest'Aula su questo tema.
Esprimo naturalmente il voto favorevole sulla mozione Centaro e un voto di astensione sulla mozione Li Gotti. La mozione a prima firma della senatrice Della Monica, a quanto mi risulta, è stata ritirata.
DELLA MONICA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DELLA MONICA (PD). Signora Presidente, intervengo solo per fare chiarezza. Noi abbiamo lavorato su un testo che innanzitutto recepisce larga parte della mozione a mia prima firma, che recepisce in parte la mozione del senatore Li Gotti e che cerca di trovare un punto di accordo, nell'ambito dei valori costituzionali, su alcuni principi fondamentali: il contrasto alla mafia, il contrasto alla corruzione, il contrasto a tutte quelle illegalità che favoriscono la mafia, con codici di trasparenza che dovrebbero essere imposti normativamente.
Sotto questo profilo, ritiro la mia mozione, perché ci siamo impegnati in questo lavoro. La dichiarazione di voto per il Gruppo verrà pronunciata successivamente dal senatore De Sena.
PRESIDENTE. La ringrazio, senatrice Della Monica, per la precisazione; resta inteso che la dichiarazione di voto per il Gruppo verrà svolta dal senatore De Sena.
VALLARDI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VALLARDI (LNP). Signora Presidente, egregi colleghi, credo che sia nel DNA del Movimento della Lega Nord essere da sempre in prima linea nel contrasto contro ogni tipo di mafia e di criminalità. Abbiamo iniziato negli anni Ottanta con le fiaccolate di protesta, denunciando e contrastando con tutti i mezzi possibili quel devastante provvedimento del confino dei mafiosi al Nord, che ha di fatto invaso i nostri territori dei criminali mafiosi, i quali pian piano si sono radicati, coinvolgendo la malavita locale, espandendosi e arruolando malavita extracomunitaria (cinesi, russi e maghrebini, tanto per citare i più numerosi) fino ad incidere notevolmente sulla nostra economia.
Da qui la nostra forte denuncia verso l'arrivo e l'infiltrazione delle mafie straniere nel Paese, soprattutto al Nord. Siamo riusciti ad ottenere che la Commissione bicamerale antimafia si occupasse anche di mafia e di criminalità straniera e che quindi cambiasse nome: oggi si chiama «Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere». I media si stanno accorgendo oggi, che soprattutto al Nord, la mafia sta iniziando una preoccupante cogestione degli affari criminali con le potenti organizzazioni straniere. Tutti si stanno effettivamente accorgendo dell'evoluzione della criminalità mafiosa e del fatto che oggi siamo alla mafia di terza generazione, composta da studiosi e laureati nelle materie giuridiche ed economiche, che sta penetrando soprattutto il nostro sistema amministrativo, politico ed economico. La Lega Nord di questo si è accorta ormai da decenni e ha sempre pubblicamente denunciato e combattuto questo fenomeno. Comprendendo questo, abbiamo sicuramente innovato la normativa di contrasto, grazie al brillante lavoro del nostro ministro Roberto Maroni, con una serie di misure volte a dotare gli operatori della giustizia di strumenti adeguati a combattere il fenomeno soprattutto sul fronte economico, al fine di costruire dei provvedimenti normativi molto efficaci.
Avevamo assoluto bisogno di nuove norme. Per il passato, in tema di contrasto al fenomeno criminale mafioso, sono state emanate norme fatte quasi sempre in regime di emergenza e mai con una logica lucida e sistematica. In questa legislatura si è lavorato bene - bisogna riconoscerlo - sul tema del contrasto alle mafie, con grandi successi sia legislativi che operativi, con il codice delle leggi antimafia che raccoglie in un Testo unico i principali interventi legislativi antimafia emanati dal 1965 ad oggi.
Si tratta di provvedimento efficace di armonizzazione di riordino e semplificazione delle norme, che punta a contrastare la vocazione imprenditoriale della mafia e a debellare le infiltrazioni e i condizionamenti nel mercato dell'edilizia e negli appalti pubblici e che si unisce a tutti gli altri strumenti realizzati dal nostro ministro Maroni che mirano ad aggredire i patrimoni, come la mappa informatica delle organizzazioni criminali; le iniziative sul piano internazionale per contrastare la criminalità transnazionale; il riconoscimento dell'esecuzione dei sequestri dei beni in tutti i Paesi dell'Unione europea; l'armonizzazione della normativa europea sul sequestro preventivo dei patrimoni dei mafiosi; le misure di contrasto all'ecomafia; le misure di sostegno delle vittime del racket e dell'usura; l'aggressione delle ricchezze mafiose attraverso le investigazioni preventive, i sequestri dei patrimoni illeciti ed il controllo degli appalti pubblici, con il bellissimo provvedimento con il quale si prevede la tracciabilità dei pagamenti, non solo per chi si aggiudica gli appalti, ma anche per i subappaltatori, bloccando di fatto il riciclo di denaro sporco.
La mafia si combatte prosciugando e attaccando i beni dei mafiosi: di questo erano convinti sia Pio La Torre che il generale Dalla Chiesa. Proprio partendo da questo convincimento, noi della Lega abbiamo realizzato pochi mesi fa l'Agenzia per la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. L'aggressione ai patrimoni mafiosi è diventato lo strumento più efficace di lotta alle mafie e per questo necessitava di un nuovo strumento operativo, senza troppe sovrastrutture, per il censimento dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Non va quindi dimenticato come in questi ultimi due anni siano stati sequestrati alla criminalità organizzata ben 30.000 beni, per un valore di oltre 18 miliardi di euro.
Ma per combattere la mafia, oltre alle leggi, serve un altro strumento indispensabile. A questo Paese serve un nuovo sussulto culturale, serve fermezza, serve presenza concreta dello Stato, serve dimostrare di non avere paura. È indispensabile a questo punto citare il ministro Maroni, con la sua incessante presenza anche al Sud, nei territori dove la mafia è maggiormente radicata, e con i conseguenti i ripetuti successi delle Forze di polizia e dei Carabinieri. A tal proposito, è d'obbligo ricordare che ben 28 dei 30 latitanti più pericolosi sono oggi rinchiusi nelle patrie galere.
Oggi i tempi sono cambiati, c'è voglia di legalità, c'è una diffusa esigenza dei nostri elettori che ci obbliga a impegnarci nella lotta alla criminalità. C'è un comune sentire che orienta le scelte del nostro Governo nella direzione del mettere insieme le forze istituzionali e sociali con l'obiettivo di realizzare leggi che servono al Paese per essere competitivo nel confronto con il crimine organizzato. Noi abbiamo costituito un fronte antimafia, non fatto di proclami, ma di fatti, così come testimoniano le statistiche di contrasto al crimine che hanno raggiunto dei numeri veramente sorprendenti.
Servono quindi fatti concreti, serve pragmatismo, serve che a parlare di mafia siano gli esperti che parlino di cose che non vadano oltre l'informazione. Questo significa fare operazioni di polizia giudiziaria complesse. Serve fare arresti e confische e bisogna fare leggi intelligenti ed efficaci. Altrimenti, quale rischio corriamo? Il rischio è che qualcuno si gonfi di autorevolezza e di legittimazione in maniera impropria diventando professionista dell'antimafia, scrivendo libri o, peggio ancora, conducendo trasmissioni televisive.
Perché scrivere di mafia fa tiratura, perché va di moda, perché sicuramente faaudience. Questo sopratutto se si coinvolge la Lega Nord, dimenticandosi casualmente che la Lega Nord è, ad oggi, l'unico partito a non avere esponenti politici arrestati o coinvolti ufficialmente con la mafia. (Applausi dal Gruppo LNP).
Allora mi chiedo, e ci chiediamo in molti, perché coinvolgere la Lega Nord in questo? La risposta è semplice: per togliere ruolo e visibilità ed efficacia a chi, giorno dopo giorno, combatte realmente sul campo la mafia con risultati concreti. Noi della Lega Nord diamo parecchio fastidio ai mafiosi perché abbiamo rafforzato il carcere duro, il regime del 41-bis. Diamo fastidio per gli oltre 7.000 mafiosi arrestati in due anni. Diamo fastidio perché il ministro Maroni ha arrestato 28 dei 30 latitanti più pericolosi. (Applausi dal Gruppo LNP. Commenti del senatore Garraffa). Diamo fastidio perché abbiamo sottratto alla mafia oltre 18 miliardi di euro. Diamo fastidio perché la mafia, ad oggi, non è ancora riuscita a coinvolgere il nostro partito. Serve dimostrare al Paese che tutte le forze politiche fanno fronte comune rispetto alla lotta alla mafia e siamo perciò consapevoli che ormai la mafia non è una realtà che riguarda solamente il Sud d'Italia, che occorre essere fermi e decisi, senza alcun indugio, nel soffocare con determinazione ogni focolaio di presunta infiltrazione criminale, specie di tipo mafioso, nella pubblica amministrazione.
L'atteggiamento delle istituzioni verso la criminalità è profondamente mutato oggi rispetto al passato. Ne sono testimonianza i provvedimenti varati da questo Parlamento nel predisporre i più efficaci strumenti di contrasto alle associazioni criminali, l'incremento dei livelli di sicurezza sul territorio, l'intensificazione degli interventi delle forze dell'ordine che, mai come in questi due anni, hanno raggiunto dei risultati eccezionali.
A tal proposito, è nella natura del nostro movimento politico, la Lega Nord, il senso della buona gestione della cosa comune. Noi della Lega Nord siamo d'accordo, perfettamente d'accordo, con lo spirito di queste mozioni. E non potrebbe essere altrimenti. Noi della Lega ci siamo guadagnati le nostre candidature dimostrando sul campo la nostra lealtà, la nostra correttezza e il nostro rigore morale nell'amministrare il bene pubblico. Veniamo da una militanza politica di anni e anni nel partito o come amministratori dei nostri Comuni di provenienza, dove abbiamo dovuto fornire la prova di essere trasparenti e capaci di gestire con trasparente efficacia e lealtà i soldi dei contribuenti.
Ed è nella forza dell'estremo rigore e della pulizia morale del nostro partito che si rinviene naturalmente la regola, che non è codificata in alcun codice etico, che chi sbaglia con dolo o con disattenzione, e contravviene perciò alle regole di una buona amministrazione pubblica, viene naturalmente allontanato dal nostro partito. Siamo inflessibili all'idea che bisogna essere eticamente corretti nella professione di politici, perché solo attraverso il nostro corretto e virtuoso esempio i cittadini accetteranno con condivisione le necessarie riforme di cui questo Paese ha bisogno, in primis il federalismo fiscale, indispensabile per controllare la spesa pubblica, per incentivare gli investimenti e per una maggiore equità fiscale, base essenziale per una crescita morale ed economica del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo LNP).
DE SENA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DE SENA (PD). Signora Presidente, forse potrà apparire ingenuo o retorico iniziare questo intervento con una riflessione del tutto personale sul codice etico: ognuno di noi dovrebbe esserne portatore, sia come individuo sia come associato, per cui non sarebbe necessaria nemmeno una sua protocollazione.
Ma i tempi vissuti e che viviamo impongono, purtroppo, l'amara constatazione del suo esercizio a fasi alterne: da qui, l'atto oggi all'esame, che prende lo spunto dalla proposta di autoregolamentazione adottata all'unanimità dalla Commissione parlamentare antimafia nella seduta del 18 febbraio 2010 e anche da un'iniziativa del Partito Democratico presentata dalla collega Della Monica.
La proposta sollecita i partiti, le formazioni politiche e le liste civiche ad impegnarsi a non presentare candidati alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali coloro nei cui confronti sia in corso un procedimento penale per una serie di reati ben indicati. Tutto ciò al fine di evitare quelle collusioni politico-mafiose che specialmente negli ultimi tempi hanno formato oggetto di provvedimenti dell'autorità giudiziaria e di garantire un processo di recupero della credibilità della politica, non solo nei territori di origine delle mafie, ma anche in altri contesti dove fino a poco tempo fa si pensava che la sottocultura mafiosa non avesse alcuna possibilità di coltura. Con questo atto si chiede anche a quest'Aula e al Governo di fare proprie le indicazioni contenute nella relazione della Commissione parlamentare antimafia e, quindi, di estendere le previsioni del codice di autoregolamentazione anche alle candidature alle elezioni del Parlamento italiano e del Parlamento europeo. La mozione, molto puntuale nel dettagliare la gamma di comportamenti collusivi, offre due spunti, fra gli altri, a mio parere, signor Presidente ed onorevoli colleghi, di notevolissimo interesse, che riguardano il sindaco e il parlamentare europeo. L'amministratore locale, specialmente nei territori ad alto tasso mafioso, è certamente esposto a complessi ed insidiosi condizionamenti, per cui è assolutamente necessario che la scelta del candidato sia la più selettiva possibile, ed invero anche al di là delle previsioni del codice, in quanto in molte località la puntuale conoscenza del contesto sociale impone ai partiti, alle formazioni politiche ed alle liste civiche una prudenza ancor più accurata per evitare gestioni dirette o indirette da parte delle organizzazioni mafiose.
Ma è altrettanto vero che l'eletto - il sindaco, l'amministratore locale - che si cimenta nell'amministrazione della cosa pubblica nell'esclusivo interesse dei suoi concittadini deve essere sostenuto dal sistema statuale. Ciò, ancora oggi, accade raramente. Posso affermarlo, signor Presidente, per esperienze personali fatte nella mia precedente funzione di prefetto della Repubblica. In quella veste ho conosciuto ed apprezzato sindaci, autentici galantuomini, che, però, vivono tuttora le proprie funzioni in perfetta solitudine. Ho esercitato la mia funzione istituzionale curando le loro istanze con la migliore attenzione, condividendo le loro preoccupazioni e sostenendo la loro chiara, trasparente dinamica amministrativa. Un dubbio, comunque, mi è rimasto: forse potevo fare di più. Con l'adozione di questo codice di autoregolamentazione si andrà ad esaltare anche l'attività di questi personaggi che rischiano quotidianamente finanche la propria incolumità personale. A volte, cinicamente, pretendiamo che siano degli eroi.
Infine, non può sfuggire a tutti noi l'importanza dei candidati al Parlamento europeo: che essi siano esattamente selezionati sulla base della proposta di autoregolamentazione all'esame, in coerenza con la lungimirante attività legislativa che da decenni questo Parlamento conduce sul fronte del contrasto alle mafie e che ha consentito al nostro Paese di conquistare un'autorevole leadership.
I nostri parlamentari potranno così, attraverso anche l'autorevolezza della Commissione parlamentare antimafia italiana, proporre all'Unione una rivoluzione culturale che conduca ad un aggiornamento del concetto di spazio sicurezza, libertà e giustizia comprendente anche lo spazio europeo antimafia. Il Partito democratico, che ha voluto questa mozione e che ha condiviso con la maggioranza questa integrazione e questo testo unificato, se ne compiace e quindi sostiene la mozione con grande attenzione sul fronte antimafia, ma si augura anche che con un'azione costante, puntuale, addirittura puntigliosa e silenziosa il codice etico in proposta cada in desuetudine per mancanza della materia del contendere. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Li Gotti).
CENTARO (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CENTARO (PdL). Signora Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, la mozione che reca la mia firma è il frutto del contributo di tutti i colleghi che l'hanno sottoscritta, anche del collega Li Gotti: un contributo costruttivo, che dà conto della univocità di intenti in una materia delicata come la lotta alle mafie, la lotta contro l'illegalità, ma soprattutto della scelta dei rappresentanti dei cittadini e dei collaboratori, dei consulenti della pubblica amministrazione. In questi tempi è molto sentita la necessità di trasparenza, ma soprattutto la riaffermazione del principio di legalità come precondizione per ogni iniziativa politica: una legalità però che sia coerente e non sbandierata solo contro gli avversari politici ma derogata per vili giochi di potere localistici.
Quella odierna è una risposta forte. Peccato che non sia stata unitaria: non ci si può dividere per uno 0,01 per cento, non è possibile. In queste materie bisogna dimostrare assoluta unitarietà di fronte ai cittadini italiani e ai nemici, all'antistato. Queste scelte politiche non devono esistere in queste materie. È una risposta forte, che lo sarebbe stata ancor di più in un momento in cui sembra si siano smarriti i valori fondamentali e il confronto è scaduto nello scontro. Gli avversari sono diventati nemici e avere scelto la giustizia come terreno di scontro e non di confronto ha aggravato tale patologia con una difficoltà maggiore a tornare indietro alla fisiologia del dialogo politico e del confronto delle idee, di ricette socioeconomiche diverse.
Se la politica deve essere, in primo luogo, ma anche apparire, trasparente e onesta, certamente deve precludere l'accesso alla rappresentanza di soggetti che si sono macchiati di gravi reati. Tuttavia, ce lo dobbiamo dire chiaro: la piena attuazione della mozione non basta. Il problema non si risolve solo con quelle norme invocate nella mozione. Si risolve con una scelta più accurata della classe politica, che non guardi solo alla capacità di portare voti e di far vincere quella o quell'altra elezione locale, provinciale, regionale o nazionale, ma alla qualità della persona. È un'attività difficile, perché è difficile coinvolgere la parte migliore della società, chiamarla all'impegno, ad una cittadinanza veramente attiva, in quanto questa parte migliore spesso si ritrae. Tuttavia, al suo posto, poi si inseriscono coloro che devono vivere di politica, che è patologia del sistema.
Allora, se noi riusciremo a coinvolgere di più la parte migliore della società, a coinvolgere i giovani mediante la cultura del confronto e della partecipazione, avremo certamente fatto un passo avanti e, muovendo da un codice di autoregolamentazione dei partiti che la Commissione antimafia ha adottato all'unanimità, potremo arrivare ad un superamento di differenze, di diversità, di dubbi e di ombre reciproche che fanno solo male al confronto politico e ad una fisiologia della politica che deve guardare alla tutela e alla difesa della polis come stella polare da seguire in ogni caso. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).
PRESIDENTE. Metto ai voti la mozione n. 318 (testo 2), presentata dal senatore Li Gotti e da altri senatori.
Non è approvata.
Ricordo che la mozione n. 345 (testo 2) è stata ritirata.
Metto ai voti la mozione n. 351, presentata dal senatore Centaro e da altri senatori.
È approvata.
Comunicazioni del Presidente, ai sensi dell'articolo 126, comma 4,
del Regolamento, sul contenuto del disegno di legge di stabilità
(ore 19,20)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Comunicazioni del Presidente, ai sensi dell'articolo 126, comma 4, del Regolamento, sul contenuto del disegno di legge di stabilità».
Ai sensi dell'articolo 126, comma 4, del Regolamento, in seconda lettura si procede unicamente all'accertamento preliminare della conformità della copertura del disegno di legge di stabilità alle regole stabilite in materia dalla vigente legislazione contabile.
Ciò premesso, sentito il parere espresso dalla 5a Commissione permanente, esaminato e preso atto anche della posizione assunta in materia dal Governo, comunico le determinazioni della Presidenza che prego il senatore Segretario di leggere all'Assemblea.
BONFRISCO, segretario. «Per quanto attiene al rispetto dei vincoli di copertura degli oneri di natura corrente previsti dal disegno di legge di stabilità per il 2011 (comma 6 dell'articolo 11 della legge n. 196 del 2009) si può ritenere che le soluzioni presentate nello schema di copertura del disegno di legge di stabilità in esame siano conformi a tale disciplina. In particolare, dall'allegato recante lo schema di copertura nella versione approvata dalla Camera dei deputati si desume che le fonti di copertura del disegno di legge di stabilità 2011 sono costituite da nuove o maggiori entrate dell'articolato e da riduzioni di spese correnti, sia contenute nell'articolato che disposte dalle tabelle A, C e D; per quanto riguarda il rispetto delle regole di adeguamento delle entrate e delle spese, su base triennale, quali determinate nella risoluzione con la quale il Senato della Repubblica ha concluso la discussione sulla Decisione di finanza pubblica per il 2011-2013 (articolo 11, comma 7, della legge n. 196 del 2009), si rileva che il valore del saldo netto da finanziarie di cui all'articolo 1 coincide, per ciascuno degli anni del triennio di riferimento, con l'obiettivo fissato nella predetta risoluzione. Sulla base delle regole adottate in sessione di bilancio a partire dal 1992, i valori in termini di saldo netto da finanziare, relativi a ciascuno degli anni compresi nel bilancio triennale 2011-2013, devono quindi comunque essere assunti come limite per l'ammissibilità delle proposte emendative, in aggiunta naturalmente all'operatività dei vincoli derivanti dalle regole di copertura delle maggiori spese correnti e delle minori entrate; le varie norme di cui al disegno di legge di stabilità forniscono complessivamente risorse utilizzate direttamente nello schema di copertura della legge medesima (oneri correnti) nonché ai fini del rispetto del vincolo triennale costituito dal saldo netto da finanziare di competenza (bilancio statale); forniscono altresì effetti che rilevano nell'ottica del raggiungimento dei valori di saldo di cassa e di indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche assunti come obiettivi della manovra per il 2011. Sulla base delle regole adottate in sessione di bilancio a partire dal 1992, la discussione parlamentare deve dunque garantire il non peggioramento dei valori di correzione associati al disegno di legge di stabilità in termini sia di competenza del bilancio dello Stato, sia di saldo di cassa e di indebitamento netto della pubblica amministrazione. Tale non peggioramento implica che le proposte emendative assumano una configurazione neutra in termini di effetti sulle correzioni associabili alle singole norme del disegno di legge di stabilità sulla base delle indicazioni contenute nei documenti governativi in riferimento agli obiettivi di cui ai commi 6 e 7 del richiamato articolo 11 della legge n. 196 del 2009».
MORANDO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MORANDO (PD). Signora Presidente, perché la legge di contabilità e il Regolamento del Senato prevedono il pronunciamento, appena letto, del Presidente del Senato sulla corretta copertura della legge di stabilità anche quando il Senato esamina in seconda lettura il testo della legge stessa e non prevedono, invece, questo pronunciamento a proposito del contenuto proprio della legge di stabilità sul quale si pronuncia soltanto il Presidente del ramo del Parlamento che inizia per primo l'esame della legge di stabilità stessa e della sessione di bilancio?
La risposta è semplice, ma ha a che fare con un problema di portata enorme. Si prevede questo pronunciamento perché legge di contabilità e Regolamenti si orientano a rafforzare la tenuta della finanza pubblica anche di fronte all'eventuale insidia per la finanza pubblica rappresentata da una maggioranza politica, in uno dei rami del Parlamento, che volesse imporre l'approvazione di una legge di stabilità «scoperta» in sede di prima lettura. È per questo che anche in sede di seconda lettura il Presidente del Senato - vale lo stesso per la Camera quando si comincia al Senato la sessione di bilancio - si pronuncia sopra la corretta copertura: un elemento di rafforzamento della tenuta, della tutela della finanza pubblica in un contesto difficile, a questo proposito, come noi sappiamo.
Alla luce di questa risposta alla domanda circa il significato, il senso, l'obiettivo del pronunciamento del Presidente del Senato dobbiamo porci un'altra domanda. È sicuro che la legge di stabilità al nostro esame, così come ci giunge dalla Camera, prevede nuovi e maggiori oneri per la finanza pubblica. Non è qui in discussione il merito di queste nuove spese e di questi nuovi oneri in termini di minori entrate; è però sicuro - e del resto il pronunciamento del Presidente del Senato lo attesta - che ci sono nuovi oneri. La domanda quindi è: sono correttamente coperti questi nuovi oneri che certamente sono determinati dalla legge di stabilità?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo verificare come sono coperti questi nuovi oneri: oneri che - va chiarito preliminarmente - sono pressoché tutti di parte corrente, sono cioè oneri che non si esauriscono con il 2011, ma sono permanenti (cito per tutti il fondo ordinario dell'università che è rimpinguato di una quantità significativa di risorse per provvedere, sostanzialmente, ad assunzioni).
Dunque, come sono coperti, signora Presidente, questi oneri di parte corrente? Sono coperti indiscutibilmente con misure di entrata di carattere straordinario, cioè che ci sono solo nel 2011 e, ad abundantiam, per quello che riguarda le entrate derivanti da concessione relativa alle frequenze «liberate» dal ricorso al digitale terrestre, sono addirittura entrate che ineriscono a concessioni su patrimonio pubblico perché è noto che l'etere fa parte del patrimonio pubblico e, come tale, quindi, un'entrata derivante da concessioni circa l'utilizzo dell'etere è classificabile come derivante da «alienazione» o «valorizzazione» di tipo patrimoniale. Queste entrate sono classificate dal codice di condotta Eurostat come entrate straordinarie, e anche questa non è una mia opinione: basta effettuare una verifica.
In aggiunta, signora Presidente, vi è l'articolo 17, comma 1, lettera c), della legge di contabilità e finanza pubblica, dove si affronta il tema della copertura finanziaria di tutte le leggi: la tesi qui sostenuta è che ciò non varrebbe per la legge di stabilità. È una teoria curiosa, perché la legge di stabilità si chiama così in quanto dovrebbe garantire stabilità, ma poi si sostiene che una norma valida in via generale per la copertura di tutte le leggi non varrebbe invece per la legge di stabilità. In ogni caso, secondo il comma 1, lettera c), dell'articolo 17 della legge di contabilità, la copertura finanziaria delle leggi che comportino nuovi o maggiori oneri si può determinare, «mediante modificazioni legislative che comportino nuove o maggiori entrate» e fin qui ci siamo; ma attenzione, poi si dice che «resta in ogni caso esclusa la copertura di nuovi o maggiori oneri di parte corrente» - e sono tutti oneri di parte corrente quelli di cui stiamo parlando - «attraverso l'utilizzo dei proventi derivanti da entrate in conto capitale».
Ora, è vero che dal punto di vista della classificazione abbiamo una curiosa situazione per cui al titolo II ci sono entrate di carattere straordinario che vengono classificate come di parte corrente, ma qui addirittura si parla delle concessioni sulle frequenze, che riguardano il patrimonio pubblico: è indiscutibile che si tratti di entrate di parte capitale.
Per non parlare poi del carattere straordinario della seconda fonte di entrata rappresentata dalle sanzioni relative alle violazioni delle norme sui giochi. È come se si volesse mettere in bilancio preventivamente gli introiti da multe per eccesso di velocità: una soluzione letteralmente insostenibile sotto il profilo tecnico.
La conclusione è chiara: se si dichiara, come il presidente del Senato sulla base del parere - che io non condivido - della Commissione bilancio ha dichiarato, che la copertura della legge di stabilità è corretta, si determinerà sicuramente - non perché lo dice il senatore Morando, ma perché lo dice l'evidenza dei fatti - un peggioramento dell'indebitamento strutturale, cioè di quel indebitamento netto che deriva da fattori di carattere strutturale e che sono al netto degli effetti del ciclo oppure di eventi assolutamente straordinari.
Questo peggioramento è sicuro per almeno lo 0,2 per cento del prodotto interno lordo. Il dato dell'indebitamento strutturale è rilevantissimo ai fini del rispetto e della corretta gestione del patto di stabilità e di crescita, come previsto, signora Presidente, dai regolamenti della Comunità europea - li cito non a caso, perché secondo me sono regolamenti al cui rispetto noi siamo tenuti - n. 1466 del 1997, come modificato dal Regolamento n. 1055 del 2005. Da questi due regolamenti, applicati all'Italia come a tutti gli altri Paesi dell'area dell'euro, deriva in particolare un vincolo sopra il miglioramento progressivo dell'indebitamento netto strutturale dello 0,5 per cento del prodotto ogni anno.
Ora, in questa situazione, quindi, il problema che sto ponendo non è soltanto di sostanza, di cui discuteremo affrontando la legge di stabilità e la legge di bilancio, ma anche di forma. Da tempo, infatti, i vincoli derivanti dalla partecipazione all'Unione monetaria e dalla sottoscrizione del relativo Patto di stabilità e di crescita (noi infatti siamo inseriti nell'Unione monetaria perché ogni anno sottoscriviamo e rinnoviamo il Patto di stabilità e di crescita, altrimenti non ci staremmo) sono pacificamente e da sempre assunti come validi e cogenti anche come componenti della regolamentazione nazionale.
In caso contrario - concludo subito, ma credo che la questione abbia un rilievo tale che forse merita un approfondimento - si darà luogo ad un paradosso, signora Presidente, veramente clamoroso: cioè che tutti, maggioranza, opposizione e Governo hanno insistito per mettere l'approvazione delle leggi di stabilità e di bilancio al riparo dell'andamento della crisi di Governo, ritenendo che dal contrario sarebbe derivata qualche possibilità di turbamento della stabilità stessa a livello nazionale e a livello europeo, ma il risultato, se dichiariamo questa legge di stabilità correttamente coperta sulla base dei vincoli europei (come secondo me non è), è paradossale, nel senso che tutti vogliamo approvare subito la legge di stabilità per metterla al riparo dalla crisi di Governo e invece approviamo una legge di stabilità che produce maggiore instabilità perché determina un peggioramento dell'indebitamento netto strutturale, nel modo che ho cercato di documentare e che non mi sembra francamente controvertibile.
Ecco perché avremmo gradito che almeno la segnalazione di questo rischio fosse contenuta nel parere trasmesso dalla 5a Commissione al Presidente e, ancora di più, che il Presidente, esercitando correttamente la sua funzione, segnalasse questo rischio in sede di formulazione del parere sulla corretta copertura della legge di stabilità. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Poli Bortone).
AZZOLLINI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
AZZOLLINI (PdL). Signora Presidente, sull'ultima questione posta dal senatore Morando devo ribadire che il nostro dibattito in 5a Commissione è stato tale da segnalare correttamente la specifica proposta emendativa, avanzata dal senatore Morando sul parere da me illustrato in quella sede, che poi è stata votata e non approvata. Di tutto questo è giusto darne conto alla Presidenza che ha letto pertanto un prospetto di copertura approvato dalla Commissione, seppure, naturalmente, con il parere contrario dei colleghi dell'opposizione.
Detto questo, ritengo utile soffermarmi su alcune questioni di pregio poste dal senatore Morando per specificare i motivi per i quali non sono d'accordo con alcune delle questioni da lui poste.
Sulla prima questione mi soffermerei maggiormente, perché di lì nasce un problema che può essere definito di dequalificazione del bilancio. Una delle questioni fondamentali poste dal senatore Morando è quella della copertura di oneri di parte corrente - e quelli riportati dalla legge di stabilità certamente sono tali - con coperture di parte capitale e peraltro una tantum. Mi soffermo ora su tali questioni e subito dopo riprenderò il tema del rapporto tra la normativa italiana e quella europea, anch'esso richiamato dal collega.
Voglio sottolineare due aspetti. Ad un approfondimento puntuale del testo della norma finanziaria, ciò che viene messo all'asta dallo Stato non è la proprietà del bene «etere» o «frequenza», ma il suo uso in concessione: la legge parla di trasferimento in uso.
Signora Presidente e colleghi, probabilmente nel dibattito in Commissione approfondiremo questo aspetto, perché guardo con molta attenzione alle questioni sollevate dai colleghi, però se, come io ritengo, si tratta non di cessione della titolarità del diritto e quindi della proprietà del bene immateriale «frequenze», ma della messa all'asta del diritto d'uso delle stesse, è chiaro che allora l'inserimento di quelle entrate nel titolo II piuttosto che nel titolo III è avvenuto correttamente; di fatto, si mette all'asta qualcosa che è assimilabile a canoni di concessione e, in quanto tali, correttamente iscritti quali poste di parte corrente. In tal caso, copriamo oneri di parte corrente con entrate di parte corrente.
Il secondo richiamo posto dal senatore Morando è nel senso di prestare attenzione alle entrate, di parte capitale - sostiene il collega stesso - e di parte corrente - sostengo io - perché hanno un altro vizio, che è quello di essere una tantum a fronte di oneri che hanno il carattere permanente. Vorrei osservare a questo proposito che una lettura del prospetto di copertura indica che quelle entrate, delle quali abbiamo discusso poco fa, coprono un solo anno. Gli altri due anni, infatti, sono coperti a titolo diverso. Dunque, l'entrata, di parte capitale - a detta del collega - o di parte corrente - a mio modo di vedere - è correttamente usata, perché copre un solo anno e non tutti e tre.
Si pongono a questo punto altre due questioni sollevate dal senatore Morando. La prima è quella dell'indebitamento netto strutturale. Non vi è dubbio che l'indebitamento netto strutturale è una grandezza che rileva ai fini del patto di stabilità e crescita previsto dall'Unione europea ed esattamente richiamato poco fa dal collega. Sotto il profilo di ciò che questa sera ci occupa, quei due parametri però non sono presi in esame dalla normativa italiana. Dunque, la questione posta dal collega Morando ha certamente, sul piano della sostanza, un profilo di merito, che andrà discusso. Penso che in sede di discussione, e in particolare in sede di replica in Commissione, il Governo dovrà certamente rispondere sulla questione posta dal senatore Morando in merito al peggioramento dello 0,2 per cento dell'indebitamento strutturale. Tuttavia, sotto il profilo dell'aspetto che questa sera ci occupa, ossia il prospetto di copertura della legge finanziaria proprio ai sensi degli articoli 17 e 11 della legge di contabilità, questo parametro non viene richiamato. Quindi, la pronuncia del Presidente del Senato, sulla base del nostro parere, è corretta.
Vi è un aspetto ulteriore che va evidenziato. Non vi è dubbio che detta questione - proprio questa - fu affrontata in sede di legge di contabilità e un emendamento del senatore Morando convinse il Senato (e anche me personalmente, tanto che votammo a suo favore) che era impossibile quel tipo di copertura: ciò, proprio perché quell'emendamento trasponeva - lo dico in sintesi, ma penso di ricordarlo bene - la metodologia EUROSTAT all'interno della legge di contabilità. A me, quell'emendamento convinceva proprio perché uniformava la legislazione italiana a quella europea. Indipendentemente da questo aspetto specifico, mi convinceva, in fondo, perché uniformava le due normative: quindi, ero convinto - e tuttora rimango convinto - di quella scelta che facemmo. Ma quell'emendamento, nel percorso alla Camera, fu poi espunto dalla legge, e non esiste nel testo di questa: quindi, quella che era una corretta osservazione non fa parte della legge di contabilità. Pertanto, il Presidente ha pronunciato correttamente il suo parere sul prospetto di copertura, che è quello che ha testé letto.
Per tali ragioni, ribadisco la correttezza del parere della Commissione e, quindi, a sostegno della correttezza di quanto il Presidente ha formulato in quest'Aula. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. La Presidenza prende atto delle osservazioni e delle motivazioni emerse dal dibattito avvenuto in quest'Aula.
Disegni di legge, assegnazione
Commissioni permanenti, autorizzazione alla convocazione
PRESIDENTE. Comunico che sono deferiti alla 5a Commissione permanente, in sede referente, con il parere di tutte le Commissioni permanenti, nonché della Commissione parlamentare per le questioni regionali, i disegni di legge n. 2464 (Legge di stabilità per l'anno 2011) e n. 2465 (Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2011 e bilancio pluriennale per il triennio 2011-2013). Conseguentemente, le Commissioni sono sin da questo momento autorizzate a convocarsi.
Sul mancato svolgimento di un'interrogazione
LUSI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LUSI (PD). Signora Presidente, volevo segnalarle che il 19 marzo 2009 il sottoscritto, insieme alla presidente Finocchiaro, al presidente Zanda, alla senatrice Mariapia Garavaglia, al senatore Andria e al senatore Legnini, aveva presentato l'interrogazione 3-00630. Tale interrogazione, signora Presidente, è stata sollecitata tre volte, burocraticamente ma correttamente, dal Servizio dell'Assemblea al Governo, in particolare al ministro Vito.
Vorrei chiederle, signora Presidente, di stralciare la richiesta di risposta a detta interrogazione, dal momento che questo Governo è riuscito a farsi scavalcare dalla Corte costituzionale che, con la sentenza n. 326 del 2010, ha annullato una norma indicata in quell'interrogazione e quindi ha risposto al Parlamento dicendo che i firmatari di quell'interrogazione avevano ragione. La Corte - grazie a Dio c'è una Corte costituzionale in questo Paese - ha risposto al posto del Governo, che è stato assente e silente per due anni e mezzo.
Sulla mancata costituzione di parte civile dello Stato
nel processo per le stragi mafiose del 1993
GARRAFFA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GARRAFFA (PD). Signora Presidente, c'era da aspettarselo: è nelle corde di questo Governo l'assenza dell'Avvocatura dello Stato, e quindi della Presidenza del Consiglio, tra le parti civili nel processo per la strage del 1993 a Firenze in via dei Georgofili. È una scelta grave e sospetta; è la dimostrazione plastica che le catture dei grandi latitanti si devono all'impegno dei magistrati, ma soprattutto alla capacità delle forze dell'ordine, sottopagate. Dico questo, in quanto la presenza tra le parti civili in un processo non dà lo stesso effetto mediatico che può produrre l'arresto di un latitante di punta.
L'assenza dello Stato in questo processo, che speriamo porti alla verità e dia giustizia ai parenti delle vittime e a tutta l'Italia, è un calcio in bocca alla lotta alla criminalità organizzata. Il Ministero faccia di tutto per cancellare questa macchia, eviti di distrarsi per individuare la strada che garantisca il salvacondotto per il Premier. È meglio applicarsi per la gestione puntuale delle cose semplici, per evitare di dare sponde sospette alla criminalità e alla mafia. Bastava poco: bastava la normalità, un'agenda, un appunto, una data, un avvocato. Ma è chiaro che questa normalità non è nel DNA di questo Governo.
Pertanto chiedo a lei, signora Presidente, di inviare questo messaggio al Presidente del Senato affinché lo invii a chi di competenza. (Applausi dal Gruppo PD).
DELLA MONICA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DELLA MONICA (PD). Signora Presidente, voglio intervenire sul punto già in parte trattato dal senatore Garraffa.
Oggi ho ritirato una mozione a mia firma che riguarda un impegno in materia di antimafia. L'ho fatto per una convergenza su questa materia di tutte le forze politiche. Altrettanto abbiamo fatto per gli emendamenti presentati in materia di piano di contrasto a tutte le mafie, sottoscrivendo un ordine del giorno che avrebbe impegnato il Governo a favorire l'approvazione entro il 30 novembre di quest'anno di normative indispensabili, e come tali ritenute da tutte le forze investigative e dalla magistratura che si sta occupando delle stragi (mi riferisco ad antiriciclaggio, voto di scambio, normativa sui pentiti), cosa che puntualmente non sta avvenendo.
A questa situazione se ne aggiunge un'altra: una incolpevole dimenticanza, si dice; una gravissima dimenticanza, una grave carenza, perché la Presidenza del Consiglio dei ministri non si costituisce parte civile per lo Stato attraverso l'Avvocatura distrettuale in un processo che riguarda le stragi di mafia del 1993 avvenute a Firenze, a Roma, a Milano. La notifica è stata fatta correttamente per pubblici proclami ed è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Questo dato per la Presidenza del Consiglio e per l'Avvocatura distrettuale dello Stato era assolutamente conoscibile e preventivabile, direi doveroso, considerando che le stragi di mafia del 1993 costituiscono un argomento all'ordine del giorno, continuamente richiamato dagli organi di stampa.
Tra l'altro, la Commissione parlamentare antimafia ha discusso pubblicamente la relazione sulle stragi di mafia; si è recata a Palermo a svolgere attività specifiche di indagine, ed il presidente Pisanu si è fatto portatore di un grande impegno affinché politicamente da una parte si rafforzasse l'attività della magistratura inquirente per raggiungere la verità e dall'altra si facesse luce sotto questa ottica. Sono in corso audizioni, anch'esse pubbliche, per ricostruire politicamente pagine inquietanti che il lavoro della magistratura a Firenze, a Palermo, a Caltanissetta ha messo in luce.
Questo comportamento, quindi, che è inspiegabile, deve trovare una giustificazione. E io la prego, Presidente, di farsi portatrice di questa richiesta del Partito Democratico affinché il Ministro della giustizia venga a riferire in Aula. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. La ringrazio.
La Presidenza naturalmente prende nota della sua sollecitazione, e la prossima Conferenza dei Capigruppo, convocata per martedì prossimo, può essere una sede in cui questo problema può essere sollevato e forse anche risolto.
Sul 30° anniversario del terremoto dell'Irpinia
IZZO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
IZZO (PdL). Signora Presidente, volevo ricordare a lei e ai colleghi che, più o meno a quest'ora, trent'anni fa, una grande sciagura ha colpito il nostro Paese. Mi riferisco al terremoto del 1980, allorché il Mezzogiorno d'Italia, la Campania, la Basilicata, ma soprattutto le province di Avellino, di Benevento, di Salerno e di Potenza, ebbero a soffrire non soltanto danni irreversibili con la cancellazione di paesi, ma anche la morte di tantissimi cittadini.
Ebbene, nel ricordo di quella giornata, che ho vissuto perché abitavo, e abito, nel mio piccolo paese di Airola, dove anche ci sono stati dei morti, vorrei invitare l'Assemblea ad un momento di raccoglimento in onore dei morti di quella giornata. (Applausi).
PRESIDENTE. La Presidenza si associa a questo ricordo.
Su alcune parole pronunciate dal senatore Belisario nella discussione
dei disegni di legge di riforma dell'ordinamento forense
BONFRISCO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BONFRISCO (PdL). Signora Presidente, mi permetto di segnalare alla Presidenza del Senato che svariate senatrici avevano chiesto la parola per poter intervenire sulla questione emersa durante i lavori della seduta di oggi a seguito di un confronto acceso tra il senatore Belisario e la senatrice Poretti. Quindi, attendevo in buon ordine questo momento. Ricordo solo che alcune senatrici si sono trattenute in Aula al termine della seduta proprio per questo motivo. Se lei volesse concederci la parola, le saremmo grate.
PRESIDENTE. Prego.
BONFRISCO (PdL). Vorrei poter ricordare che avevano chiesto di intervenire le senatrici Franco, Spadoni Urbani, la sottoscritta, e forse anche la senatrice Poretti, che però in questo momento non vedo presente, per una sua personale replica.
Ritengo comunque di dover lasciare traccia nel Resoconto di questa seduta di una situazione quanto mai spiacevole e sottolineare in questo modo la gravità delle affermazioni del senatore Belisario e, ancor di più, la discutibile forma e il disgustoso, a mio modo di vedere, atteggiamento tenuto dal senatore Belisario nei confronti della senatrice Poretti, che interveniva e sottolineava un aspetto squisitamente politico della dichiarazione dello stesso senatore di quel momento.
GARRAFFA (PD). Si è scusato! Le stesse cose dovete dirle alla Mussolini!
PRESIDENTE. Senatore Garraffa, interverrà dopo la sua collega Franco Vittoria.
BONFRISCO (PdL). Può darsi che il senatore Belisario, con le scuse che ha reso successivamente, abbia sanato la vicenda dal punto di vista della forma di quest'Aula. Sono certa invece che non riesce a sanare in alcun modo la gravità della sottocultura espressa dal suo modo di apostrofare la collega, senatrice Poretti, e soprattutto il contenuto e la forma del suo atteggiamento.
Quindi, mi limito a stigmatizzare tutto questo e a chiedere, signora Presidente, proprio a lei (approfittando della Presidenza di turno che è espressione di genere femminile), che possa essere formalmente stigmatizzato dalla Presidenza del Senato - e mi appello anche alla sensibilità del presidente Schifani - un atteggiamento di questo tipo. Questo perché poteva capitare alla senatrice Poretti come a qualsiasi altra collega. E poiché in questo momento la senatrice Poretti sono io; in questo momento la senatrice Poretti è la senatrice Adamo Marilena, la senatrice Aderenti Irene, la senatrice Alberti Casellati Maria Elisabetta, la senatrice Allegrini Laura, la senatrice Amati Silvana, la senatrice Antezza Maria, la senatrice Armato Teresa, la senatrice Baio Emanuela, la senatrice Bassoli Fiorenza, la senatrice Bastico Mariangela, la senatrice Bertuzzi Maria Teresa, la senatrice Bianchi Dorina, la senatrice Bianconi Laura, la senatrice Biondelli Franca, la senatrice Blazina Tamara, la senatrice Boldi Rossana, la senatrice Bonino Emma, la senatrice Bugnano Patrizia, la senatrice Carlino Giuliana, la senatrice Carloni Anna Maria, la senatrice Chiaromonte Franca, la senatrice Colli Ombretta, la senatrice Contini Barbara, la senatrice De Feo Diana, la senatrice Della Monica Silvia, la senatrice Donaggio Cecilia, la senatrice Finocchiaro Anna, la senatrice Fioroni Anna Rita, la senatrice Fontana Cinzia, la senatrice Franco Vittoria, la senatrice Gallone Maria Alessandra, la senatrice Garavaglia Mariapia, la senatrice Germontani Maria Ida, la senatrice Ghedini Rita, la senatrice Giai Mirella, la senatrice Granaiola Manuela, la senatrice Incostante Maria Fortuna, la senatrice Leddi Maria...
PRESIDENTE. Mi scusi, senatrice Bonfrisco, ma le chiedo di rispettare i tempi.
BONFRISCO (PdL). La senatrice Levi Montalcini Rita, la senatrice Licastro Scardino Simonetta, la senatrice Magistrelli Marina, la senatrice Maraventano Angela ...
PRESIDENTE. Scusi se insisto. Non voglio entrare nel merito. La richiamo solamente ai tempi.
BONFRISCO (PdL). Sono rapidissima nei tempi, presidente Bonino, e concludo l'elenco delle senatrici elette in quest'Aula al Senato della Repubblica che oggi sono state offese dalle parole, dall'atteggiamento e dai modi del senatore Belisario, che chiedo formalmente di stigmatizzare. (Congratulazioni).
FRANCO Vittoria (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FRANCO Vittoria (PD). Signora Presidente, anch'io voglio che non passi sotto silenzio quello che è accaduto oggi tra il senatore Belisario e la senatrice Poretti. Poi il senatore Belisario ha chiesto scusa - ne prendiamo atto - e, quindi, questo mio intervento di stigmatizzazione è per fare in modo che non si ripeta più e a futura memoria. È un avvertimento ai colleghi maschi di quest'Aula, che anche in altre occasioni hanno adoperato parole irriverenti e offensive nei confronti delle colleghe, a non farlo più, perché siamo stanche di essere considerate dei semplici ornamenti.
Qui dentro ci sono donne senatrici che hanno un curriculum di tutto rispetto, che hanno esperienza e competenza e che vogliono essere rispettate per quello che sono e per il loro ruolo. Oggi la senatrice Poretti aveva semplicemente fatto un'interruzione all'intervento del senatore Belisario, ma quante volte è stato interrotto un relatore o un oratore in quest'Aula! La polemica fa parte della normale dialettica parlamentare e, dunque, era tanto più ingiustificata quella reazione offensiva.
Ho visto un film lo scorso week-end, che invito i colleghi maschi a vedere. È un film francese, dal titolo Potiche. Invito tutti i colleghi ad andarlo a vedere e a imparare la lezione. Che non si ripeta più che una collega e una senatrice venga offesa semplicemente per avere interrotto un uomo che parlava. (Applausi della senatrice Adamo. Congratulazioni).
SPADONI URBANI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SPADONI URBANI (PdL). Signora Presidente, premetto che io non mi sento affatto offesa. Tante volte, infatti, anch'io intervengo e interrompo, e quindi mi sento uguale e identica ai nostri colleghi senatori.
Premesso che avevo chiesto di parlare nel momento stesso in cui si era verificato quel problema proprio perché credevo che l'argomento meritasse una replica, ma atteso che il collega Belisario ha chiesto scusa e, dunque, ha compreso ciò che aveva fatto e, quindi, oltre che senatore è anche una persona perbene, io non intendo assolutamente relegare ad un dibattito fra sole donne e poltrone la discussione che si potrebbe svolgere. Pertanto, rinuncio al mio intervento.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 24 novembre 2010
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, mercoledì 24 novembre, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 10,30 e la seconda alle ore 17, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 19,59).