LI GOTTI (IdV). Signora Presidente, la mozione nasce a seguito del documento approvato all'unanimità dalla Commissione antimafia di recente, ossia il 18 febbraio 2010.
Nell'ambito della normativa istitutiva, la lettera f) del comma 1 dell'articolo 1 attribuisce alla Commissione antimafia l'onere di «indagare sul rapporto tra mafia e politica sia riguardo alla sue articolazioni sul territorio, negli organi amministrativi, con particolare riferimento alla selezione dei gruppi dirigenti e delle candidature per le assemblee elettive». Quindi, nei compiti istituzionali, attribuiti dalla legge alla Commissione antimafia, rientra anche questo onere, particolarmente delicato.
Proprio nell'ambito delle funzioni e degli oneri attribuitile dalla legge, la Commissione antimafia ha adottato, con il voto unanime di tutte le forze politiche in essa presenti, il cosiddetto codice di autoregolamentazione. Ovviamente non poteva essere altro che una sollecitazione incisiva ai partiti perché prestassero attenzione alla selezione alla classe dirigente, quindi della classe politica rappresentativa nelle istituzioni per le elezioni regionali, provinciali e comunali del febbraio 2010 - erano ormai alle porte - prevedendo una serie di situazioni collegate a fatti di reato di competenza della Commissione antimafia; si sollecitavano quindi i partiti a prendere posizione in ordine alle candidature.
Era necessario questo passaggio della Commissione parlamentare antimafia, o era inutile? Purtroppo, la realtà che viviamo nel nostro Paese dimostra che gli sforzi di contrasto al crimine organizzato non sono mai sufficienti, essendosi verificata - e questo è un fatto ormai storicamente accertato - tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 una mutazione del modus operandi delle organizzazioni criminali. La criminalità organizzante, dalla gestione del crimine in forma cosiddetta parassitaria (oltre che con forme autonome di criminalità nel settore dei traffici) in rapporto a settori produttivi economici, ossia mediante l'imposizione del cosiddetto pizzo sugli appalti, si è trasformata, in particolare nei primissimi anni del '90, in mafia imprenditrice, utilizzando quella immagine plastica abbastanza nota del cosiddetto tavolino a tre gambe, dove i tre protagonisti erano la politica, l'imprenditoria e la mafia.
La mafia imprenditrice diventa, quindi, concorrente nel mercato, ma con mezzi diversi da quelli previsti dalle regole dello stesso. La mafia imprenditrice è la mafia che non ha bisogno del circuito bancario, perché può utilizzare enormi bacini di liquidità frutto di altre attività illecite. La mafia imprenditrice non opera in un regime di corretta concorrenza, ma altera i meccanismi di affidamento degli appalti, cambiando le offerte, aprendo le buste, colludendo con il politico. Questa realtà, inizialmente confinata - e noi lo sappiamo storicamente, come fatto accertato - agli appalti gestiti dalla Regione Sicilia (inizialmente nasce su quegli appalti di grosso rilievo), gradualmente comincia ad estendersi. Il metodo comincia ad infettare altre zone e a coinvolgere la 'ndrangheta, che ancora non aveva scoperto questa nuova forma di criminalità. Purtroppo, nel tempo, questo fenomeno si è andato estendendo, ed è veramente preoccupante e allarmante ciò che ieri abbiamo appreso dalla relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia, e cioè che il metodo è arrivato nelle Regioni del Nord. Lo stesso metodo. La relazione della Direzione investigativa antimafia parla di profonde infiltrazioni della 'ndrangheta nell'economia e - quindi - negli affari in Lombardia: ciò significa che si è creato un terreno fertile, frutto inevitabilmente di collusioni o di distrazioni particolarmente colpevoli. Diversamente, se non si trovassero gli agganci sul territorio, il fenomeno non avrebbe la possibilità di attecchire.
Come politica, noi dobbiamo pertanto farci carico di questo problema prima che l'infezione diventi tumorale, che le metastasi sconvolgano l'economia del nostro Paese e che la criminalità vinca definitivamente, condizionando l'economia al punto che poi non si possa più fare a meno dell'economia mafiosa se non al costo di mettere in crisi quella del Paese. Non dobbiamo consentire questo. La difesa passa anche attraverso dei segnali forti.
È vero che ciò che noi proponiamo va ad incidere anche su profili costituzionali - penso al diritto all'elettorato passivo - ma la politica deve avere la forza di dare delle risposte, specie in relazione a determinate categorie di reati pesantissimi (mafia, terrorismo, usura, estorsione, riciclaggio di denaro di provenienza illecita, trasferimento fraudolento di valori, attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti), qualora intervenga una pronuncia di un giudice terzo che dispone il rinvio a giudizio nei confronti di amministratori o di persone. Tutto ciò deve rendere la politica responsabile. La politica deve avere anche la forza di dire: chi deve subire un processo per questi reati contestati faccia un passo indietro e, prima di impegnarsi in politica o di amministrare la cosa pubblica, aspetti che la sua posizione giuridica venga definita. Questa è una risposta che il Paese ha bisogno che venga data al crimine organizzato, altrimenti noi non lo fermiamo più, perché è un potere enorme che sta condizionando sempre di più la nostra economia.
Lungo questa strada, chiediamo al Governo un impegno perché agevoli i percorsi di iniziativa legislativa, facendo mettere dei punti fermi nel contrasto al crimine organizzato e per la difesa dei cittadini onesti, dell'economia corretta, dell'imprenditore solerte e capace, ma anche vittima di concorrenze illecite. Difendiamo l'imprenditore onesto, difendiamo i cittadini onesti e affranchiamoli dall'abbraccio soffocante dei mafiosi e dei loro amici! (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore D'Ambrosio).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la senatrice Della Monica per illustrare la mozione n. 345 (testo 2).