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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 462 del 18/11/2010


Discussione delle mozioni nn. 318 (testo 2) e 345 (testo 2) sulle candidature alle elezioni regionali e amministrative (ore 10,39)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni 1-00318 (testo 2), presentata dal senatore Li Gotti e da altri senatori, e 1-00345 (testo 2), presentata dalla senatrice Della Monica e da altri senatori, sulle candidature alle elezioni regionali e amministrative.

Ciascun Gruppo avrà a disposizione 20 minuti, comprensivi degli interventi in discussione e in dichiarazione di voto. Gli illustratori potranno intervenire per 10 minuti ciascuno.

Ha facoltà di parlare il senatore Li Gotti per illustrare la mozione n. 318 (testo 2).

LI GOTTI (IdV). Signora Presidente, la mozione nasce a seguito del documento approvato all'unanimità dalla Commissione antimafia di recente, ossia il 18 febbraio 2010.

Nell'ambito della normativa istitutiva, la lettera f) del comma 1 dell'articolo 1 attribuisce alla Commissione antimafia l'onere di «indagare sul rapporto tra mafia e politica sia riguardo alla sue articolazioni sul territorio, negli organi amministrativi, con particolare riferimento alla selezione dei gruppi dirigenti e delle candidature per le assemblee elettive». Quindi, nei compiti istituzionali, attribuiti dalla legge alla Commissione antimafia, rientra anche questo onere, particolarmente delicato.

Proprio nell'ambito delle funzioni e degli oneri attribuitile dalla legge, la Commissione antimafia ha adottato, con il voto unanime di tutte le forze politiche in essa presenti, il cosiddetto codice di autoregolamentazione. Ovviamente non poteva essere altro che una sollecitazione incisiva ai partiti perché prestassero attenzione alla selezione alla classe dirigente, quindi della classe politica rappresentativa nelle istituzioni per le elezioni regionali, provinciali e comunali del febbraio 2010 - erano ormai alle porte - prevedendo una serie di situazioni collegate a fatti di reato di competenza della Commissione antimafia; si sollecitavano quindi i partiti a prendere posizione in ordine alle candidature.

Era necessario questo passaggio della Commissione parlamentare antimafia, o era inutile? Purtroppo, la realtà che viviamo nel nostro Paese dimostra che gli sforzi di contrasto al crimine organizzato non sono mai sufficienti, essendosi verificata - e questo è un fatto ormai storicamente accertato - tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 una mutazione del modus operandi delle organizzazioni criminali. La criminalità organizzante, dalla gestione del crimine in forma cosiddetta parassitaria (oltre che con forme autonome di criminalità nel settore dei traffici) in rapporto a settori produttivi economici, ossia mediante l'imposizione del cosiddetto pizzo sugli appalti, si è trasformata, in particolare nei primissimi anni del '90, in mafia imprenditrice, utilizzando quella immagine plastica abbastanza nota del cosiddetto tavolino a tre gambe, dove i tre protagonisti erano la politica, l'imprenditoria e la mafia.

La mafia imprenditrice diventa, quindi, concorrente nel mercato, ma con mezzi diversi da quelli previsti dalle regole dello stesso. La mafia imprenditrice è la mafia che non ha bisogno del circuito bancario, perché può utilizzare enormi bacini di liquidità frutto di altre attività illecite. La mafia imprenditrice non opera in un regime di corretta concorrenza, ma altera i meccanismi di affidamento degli appalti, cambiando le offerte, aprendo le buste, colludendo con il politico. Questa realtà, inizialmente confinata - e noi lo sappiamo storicamente, come fatto accertato - agli appalti gestiti dalla Regione Sicilia (inizialmente nasce su quegli appalti di grosso rilievo), gradualmente comincia ad estendersi. Il metodo comincia ad infettare altre zone e a coinvolgere la 'ndrangheta, che ancora non aveva scoperto questa nuova forma di criminalità. Purtroppo, nel tempo, questo fenomeno si è andato estendendo, ed è veramente preoccupante e allarmante ciò che ieri abbiamo appreso dalla relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia, e cioè che il metodo è arrivato nelle Regioni del Nord. Lo stesso metodo. La relazione della Direzione investigativa antimafia parla di profonde infiltrazioni della 'ndrangheta nell'economia e - quindi - negli affari in Lombardia: ciò significa che si è creato un terreno fertile, frutto inevitabilmente di collusioni o di distrazioni particolarmente colpevoli. Diversamente, se non si trovassero gli agganci sul territorio, il fenomeno non avrebbe la possibilità di attecchire.

Come politica, noi dobbiamo pertanto farci carico di questo problema prima che l'infezione diventi tumorale, che le metastasi sconvolgano l'economia del nostro Paese e che la criminalità vinca definitivamente, condizionando l'economia al punto che poi non si possa più fare a meno dell'economia mafiosa se non al costo di mettere in crisi quella del Paese. Non dobbiamo consentire questo. La difesa passa anche attraverso dei segnali forti.

È vero che ciò che noi proponiamo va ad incidere anche su profili costituzionali - penso al diritto all'elettorato passivo - ma la politica deve avere la forza di dare delle risposte, specie in relazione a determinate categorie di reati pesantissimi (mafia, terrorismo, usura, estorsione, riciclaggio di denaro di provenienza illecita, trasferimento fraudolento di valori, attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti), qualora intervenga una pronuncia di un giudice terzo che dispone il rinvio a giudizio nei confronti di amministratori o di persone. Tutto ciò deve rendere la politica responsabile. La politica deve avere anche la forza di dire: chi deve subire un processo per questi reati contestati faccia un passo indietro e, prima di impegnarsi in politica o di amministrare la cosa pubblica, aspetti che la sua posizione giuridica venga definita. Questa è una risposta che il Paese ha bisogno che venga data al crimine organizzato, altrimenti noi non lo fermiamo più, perché è un potere enorme che sta condizionando sempre di più la nostra economia.

Lungo questa strada, chiediamo al Governo un impegno perché agevoli i percorsi di iniziativa legislativa, facendo mettere dei punti fermi nel contrasto al crimine organizzato e per la difesa dei cittadini onesti, dell'economia corretta, dell'imprenditore solerte e capace, ma anche vittima di concorrenze illecite. Difendiamo l'imprenditore onesto, difendiamo i cittadini onesti e affranchiamoli dall'abbraccio soffocante dei mafiosi e dei loro amici! (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore D'Ambrosio).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la senatrice Della Monica per illustrare la mozione n. 345 (testo 2).

*DELLA MONICA (PD). Signora Presidente, abbiamo presentato un testo 2 perché nella fretta della presentazione era saltata la parte che richiamava esplicitamente il codice di autoregolamentazione antimafia. Lo dico per i colleghi, perché non so se il testo è stato distribuito e quindi mi sembrava opportuno dare questa informazione.

Condivido l'impegno del senatore Li Gotti, che fa parte come me della Commissione antimafia, a portare all'attenzione dell'Aula del Senato il codice di autoregolamentazione antimafia, approvato all'unanimità dalla Commissione, che recepisce le indicazioni di un codice già approvato nella precedente legislatura dalla stessa Commissione antimafia e sottoposto ai partiti politici. Ovviamente, in questa legislatura il codice è stato attualizzato, perché ha preso in considerazione anche le elezioni regionali ed anzi è stato emanato prima che tali consultazioni elettorali fossero indette e svolte. È stato un impegno gravoso e un momento assai importante di unità della Commissione antimafia, su un problema che deve essere trasversalmente condiviso. Bisogna effettivamente che i rapporti tra mafia e politica vengano spezzati e a tal fine tutti i partiti politici si sono sottoposti a questa autoregolamentazione.

Peraltro, non posso ignorare che, nel corso dei nostri lavori, come risulta anche dalle dichiarazioni rese pubblicamente dal presidente Pisanu, abbiamo potuto constatare che la situazione complessiva emersa dalla formazione delle liste elettorali - ha detto testualmente il presidente Pisanu - sia «molto più allarmante di quella che abbiamo immaginato». Infatti, le liste sono gremite di persone che non sono degne di rappresentare nessuno. Questo significa che purtroppo, malgrado l'impegno assunto dalle formazioni politiche, sono stati candidati e successivamente eletti soggetti che non corrispondevano ai requisiti inseriti nel codice di autoregolamentazione.

Portare quindi all'attenzione dell'Assemblea il codice di autoregolamentazione e il lavoro che la Commissione antimafia sta svolgendo, affinché questo possa essere condiviso da tutto il Senato e conseguentemente possano essere adottate le opportune iniziative, significa rafforzare l'attività della Commissione, che altro non è che un organo dello stesso Parlamento. Avere la possibilità di aprire una discussione in questa sede significa richiedere a tutti un impegno che i parlamentari degli opposti schieramenti che fanno parte della Commissione antimafia hanno già assunto e che vogliamo che tutta l'Assemblea assuma, anche ai fini dell'adozione di opportune misure legislative, che possano rendere il codice di autoregolamentazione più esteso di quanto non sia in questo momento. Attualmente, infatti, l'applicazione del codice è limitata alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali. Vorremmo che fosse estesa anche alle elezioni per il Parlamento nazionale e per il Parlamento europeo.

I rapporti tra mafia, politica ed economia sono fin troppo noti a tutti noi e hanno avuto risvolti estremamente negativi sulla crescita, sulla legalità, sulla democrazia del Paese e perfino sulla possibilità di fare luce sulle stragi di mafia, per cui faticosamente oggi la magistratura si muove in un contesto assai difficile da districare, a distanza di anni, che sta dando vita a scenari inquietanti.

L'impresa sana che opera in questo Paese, attraverso Confindustria, ha anche espresso la sua contrarietà a questi rapporti impropri, adottando a sua volta codici interni che hanno addirittura portato, al di là delle disposizioni di carattere legislativo, all'espulsione da Confindustria di coloro che non hanno denunziato rapporti impropri o sollecitazioni al pagamento del pizzo, in maniera tale da non alterare, attraverso questo sistema, il quadro della concorrenza nel Paese. Non si vuole, quindi, che le regole vengano distorte.

Noi abbiamo colto l'occasione affinché, attraverso questo momento di riflessione, se ne compia uno più complessivo, riguardante anche il dibattito in corso dinanzi alle Commissioni 1a e 2a riunite sul disegno di legge governativo in materia di anticorruzione e trasparenza della vita pubblica e politica. Anche in questo caso, infatti, sono state previste delle condizioni di ineleggibilità o, comunque, di divieto di accesso alla pubblica amministrazione o a incarichi politici per chi avesse implicazione in reati di mafia o in reati che sono molto contigui: quelli contro la pubblica amministrazione. Mafia, politica ed economia finiscono con essere non più un binomio, ma un trinomio, che spesso si associa e che diventa indissolubile.

Per spezzare tale intreccio, dobbiamo assicurare la massima trasparenza alla pubblica amministrazione e alla politica ed è per questo motivo abbiamo riproposto, adattandoli alla sede in cui stiamo trattando la questione, gli emendamenti già apportati, da parte del Partito Democratico, al disegno di legge anticorruzione. Essi riguardano la perdita di condizione di eleggibilità o la decadenza dalla carica per soggetti che siano implicati, a questo punto, non soltanto in reati di mafia in senso stretto o facenti parte del decalogo del codice di autoregolamentazione antimafia, ma anche per soggetti che siano, invece, implicati in reati contro la pubblica amministrazione. Mi riferisco ai reati di corruzione, che spesso rappresentano quella zona contigua tra mafia, politica ed economia sulla quale dobbiamo assolutamente venire a incidere. Parlo di effetti non solo di sentenze passate in giudicato ma anche di codici etici.

Ovviamente, tutta la disciplina da noi prospettata, e sulla quale chiediamo l'impegno del Governo ad assumere le iniziative opportune, si deve estendere non solo alle elezioni nazionali ma anche alle elezioni dei parlamentari europei per la parte che impegna il nostro Paese, per quello che si riflette nella possibilità di intervento nella legislazione nazionale. É evidente che non si possa creare una disparità di trattamento. Nel momento in cui noi vogliamo che siano adottati percorsi opportuni che disciplinino l'incandidabilità alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali, non possiamo fare a meno di prendere in considerazione anche i percorsi analoghi in materia di elezioni al Parlamento europeo nella parte che interessa il nostro Paese.

Sotto questo aspetto, la nostra mozione è un po' più ampia rispetto a quella presentata dal Gruppo dell'Italia dei Valori, anche se ne contiene una parte, e cerca di promuovere un dibattito in questa sede, rispetto alle nostre intenzioni: di ottenere, cioè, la massima trasparenza nel momento in cui si conferiscono incarichi pubblici e politici. Da qui si vuole anche un impegno del Governo, affinché coloro che assumono cariche di Governo dichiarino di non trovarsi in situazioni particolari, quali quelle di essere rinviato a giudizio, essere stato oggetto di una misura cautelare, anche non definitiva, o di una sentenza di condanna, alla quale è equiparata anche la sentenza in rito abbreviato e di patteggiamento, affinché il Governo, a sua volta, si autoregolamenti, così come dovrebbero autoregolamentarsi i partiti politici, dando trasparenza delle proprie scelte.

Se su questa materia è possibile promuovere e ottenere iniziative legislative che siano ovviamente in linea con la nostra Costituzione, chiediamo a questo punto un impegno forte di tutto il Parlamento e naturalmente del Governo, che è presente. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.

È iscritto a parlare il senatore Valli. Ne ha facoltà.

VALLI (LNP). Signora Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, «etica e politica» è un binomio che viene sempre più richiamato, giustamente e necessariamente, da parte dell'elettorato, in special modo dal nostro elettorato. Già Umberto Bossi negli anni Ottanta sollevò il problema della questione morale, unicamente denunciando che i partiti erano diventati delle macchine di potere, tant' è che negli anni '90 ci fu lo scandalo Tangentopoli, che fece scomparire quasi totalmente i vecchi partiti politici. I primi anni '90 sono gli anni in cui la Lega Nord ha evidenziato, giustamente, proprio la crisi dei partiti politici classici. II singolo politico, con il suo comportamento illecito, discredita un intero partito, peggio se sospettato di interessi mafiosi.

Tanti partiti si sono dati un codice etico; per quanto ci riguarda non ne abbiamo bisogno, perché il nostro codice etico è nel DNA di chi rappresenta in Parlamento e nelle istituzioni locali. (Applausi dal Gruppo LNP).

Il collante tra etica e politica è la trasparenza. Trasparenza che l'elettore, giustamente, richiede sempre più, specialmente agli eletti. L'elettore vuole sapere chi vota, ma soprattutto vuole sapere come lavora il candidato scelto una volta eletto. Abbiamo sempre messo davanti l'onestà, quella intellettuale e quella politica, in modo che i nostri elettori sappiano con chi hanno a che fare. Purtroppo continuano in questo Paese episodi di collusione politica e di malaffare, di collusione con ambienti mafiosi di politici che non hanno a cuore il loro elettorato e la loro terra.

Questo è un problema che il Parlamento deve sradicare e debellare, altrimenti si rischia di gettare il politico onesto, bravo, dignitoso nel calderone generico del «sono tutti uguali: chi entra in politica diventa sporco». Sarebbe il più grande errore che si possa fare, un duplice errore: il primo, di scorrettezza e scarso riconoscimento verso coloro che fanno politica onestamente e con passione, verso coloro che credono che la politica sia un modo attraverso il quale contribuire alla qualità della vita dei propri cittadini. Il secondo errore è che, rimandando e rimandando, diamo l'impressione che ce ne laviamo le mani se non poniamo un freno legislativo a questo fenomeno, soprattutto in questa situazione di diffusione delle mafie sui territori. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Incostante. Ne ha facoltà.

INCOSTANTE (PD). Signora Presidente, con la presentazione di questa mozione ci rifacciamo al lavoro svolto nella Commissione antimafia per il codice di autoregolamentazione. Tale codice chiama in campo direttamente la politica e i partiti, non solo per quanto attiene al tema della legalità e dell'esercizio della democrazia, ma anche per il funzionamento degli apparati pubblici. Tutto ciò è strettamente legato anche allo sviluppo economico, com'è stato detto, alla competitività e alla modernizzazione del nostro Paese. Cercherò di motivare queste affermazioni.

Da molti anni le indagini della magistratura e le inchieste giornalistiche ci dicono che si esercitano profondi condizionamenti delle rappresentanze politiche nelle pubbliche amministrazioni e che i fenomeni corruttivi nuocciono gravemente all'immagine ma anche all'economia del Paese. Tali fenomeni, solo apparentemente e in modo più vistoso, sembrano appartenere ad alcuni territori, come quelli del Mezzogiorno; in realtà siamo ormai edotti del fatto che essi colpiscono tutti i territori del nostro Paese.

Il rapporto tra mafia e politica è inquietante e rischia di diventare endemico per l'Italia, di corrodere fino in fondo le pubbliche amministrazioni. Esso interpella in primo luogo la politica, il nostro essere cittadini e legislatori, e richiede una riflessione su come si forma la rappresentanza e si costruisce il consenso. Questa battaglia democratica deve essere prioritaria per noi, per restituire dignità alla politica e per evitare che le pubbliche amministrazioni siano manipolate e, attraverso questi passi, si sviluppino l'illegalità e la dipendenza.

È evidente che è compito primario della politica fare in modo che i propri rappresentanti siano inattaccabili a tutti i livelli, soprattutto per quanto riguarda quelle tipologie di reato a cui ci riferiamo nella nostra mozione, facendo in modo che essi possano essere liberi da qualsiasi ricatto o pressione di stampo mafioso o per altri reati, così come abbiamo indicato, per esempio quelli che riguardano la corruzione dentro la pubblica amministrazione. Questa è la porta che apre ai fenomeni gravi e diffusi di infiltrazione e di degenerazione, che porta a realizzare una torsione delle regole attraverso la concessione anomala di appalti e lavori pubblici, che determina il controllo e l'indirizzo di flussi ingenti e consistenti di spesa pubblica. Così, quella che dovrebbe essere l'azione volta agli interessi della comunità, viene piegata ad interessi di gruppi criminali, talvolta collegati anche a gruppi politici. E per far questo allora i rappresentanti politici, i pubblici funzionari debbono essere all'altezza del compito ed al di sopra di ogni sospetto.

Questo male oscuro che rischia di corrompere oltre che le istituzioni anche le nostre comunità, non riguarda solo alcuni territori ma tanti territori, non solo alcuni ambienti sociali ma tanti ambienti sociali e professionali.

Il traffico dei voti, il condizionamento dei voti di preferenza, dove essi si esprimono, è sicuramente consistente, soprattutto in alcuni territori. Ormai le mafie e le cricche provano non solo a scegliere i candidati ma anche, talvolta, ad avere delle rappresentanze dirette per corrompere meglio gli apparati pubblici e l'azione appunto della politica.

È evidente a tutti, cari colleghi, che nessuna legge e nessuna pena potranno essere sufficiente per debellare questo fenomeno se non agiamo dal punto di vista culturale, civile, politico, soprattutto sul terreno della prevenzione, con tutte le misure necessarie, e non solo quelle della repressione. A questi principi si ispira la nostra mozione.

I principi invocati dall'articolo 97 della nostra Carta costituzionale sull'imparzialità e sul buon andamento della pubblica amministrazione sono principi da tenere fermi, in modo saldo, perché attraverso questi si tiene insieme una comunità, una condivisione di regole e si dà senso e autorevolezza alla delega che viene attribuita all'esercizio del mandato politico ed amministrativo.

In queste ore, signora Presidente, abbiamo espresso tutti la nostra soddisfazione e il nostro plauso perché apparati dello Stato hanno raggiunto encomiabili risultati nella lotta contro le organizzazioni mafiose. Bene, ma la coerenza vuole che rafforziamo questa azione combattendo ogni giorno nella politica e nelle istituzioni affinché ci sia una traccia quotidiana nel funzionamento degli apparati pubblici, nelle nomine, nelle rappresentanze politiche, nei centri decisionali di potere, perché vi siano rappresentanti che sfuggano a sospetti o a ricatti, a pressioni di interessi poco trasparenti. Questa è la battaglia del giorno per giorno, meno eclatante ma più coerente, su cui misureremo la coerenza politica anche dei partiti e di quelli che su questo mostrano le carte in regola e vogliono assumersi le loro responsabilità. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.

COMPAGNA (PdL). Signora Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, colleghi senatori, il Gruppo del PdL non ha ritenuto di presentare una propria mozione su questa materia ma ha giudicato - per dirla con l'espressione della collega Della Monica - più che opportuna questa discussione. E mi riservo, alla fine dell'intervento, di fare una proposta sull'ordine dei nostri lavori.

Ma vorrei ricapitolare, partendo in particolare dalla mozione Li Gotti. Essa ha, a mio giudizio, il merito di riproporre alla nostra attenzione un documento che risale al 3 aprile 2007, la cosiddetta proposta di autoregolamentazione, offerta alle forze politiche - eravamo nella XV legislatura - dalla Commissione antimafia, allora presieduta dall'onorevole Forgione. Le forze politiche si accingevano in quella fase a formare liste di candidati per le elezioni amministrative. Non ci furono, a differenza di questa volta, tre anni dopo, polemiche di carattere istituzionale sul principio, per noi molto importante, della leale cooperazione tra istituzioni dello Stato.

La Commissione antimafia, allora come oggi, chiese ai prefetti di fornire ogni utile elemento d'informazione in proprio possesso in ordine alla candidatura e all'eventuale elezione di soggetti, per così dire, dal passato non propriamente irreprensibile. La proposta implicita era anche allora una sorta di autoregolamentazione, ma l'espressione è decisamente impropria per ragioni di valori costituzionali, ai quali mi auguro di non essere l'unico sensibile in quest'Aula. Quello che è certo è che allora il prefetto di Milano si rivolse al Viminale (era ministro l'onorevole Giuliano Amato) per chiedere lumi su come agire: sollecitamente giunse la risposta dal Viminale (non del ministro Amato, ma non certo dell'ultimo dei suoi funzionari: del capo di gabinetto, che era allora l'ex capo della Polizia, dottor Gianni De Gennaro). Vorrei citare testualmente la risposta di De Gennaro perché è di un certo interesse. «Egli rispose manifestando di condividere l'orientamento espresso di corrispondere (...) nei limiti delle informative sollecitate (...) sull'applicazione del citato articolo 58 del Testo unico degli enti locali circa la sussistenza delle eventuali cause ostative dallo stesso previste».

Il senatore Li Gotti, uomo esperto e competente, dovrebbe apprezzare questo slalom sciistico che, tradotto in termini più semplici, ma spero non infedeli, voleva dire che il riferimento legislativo c'è ed è l'articolo 58 del Testo unico, e che quindi si ottemperasse a quanto stabilito. Fu così che arrivò quel tipo di risposte che era evidentemente limitato a quelle tipologie di reati sulle quali si era pronunciata, mi pare anche allora all'unanimità, la Commissione antimafia presieduta dall'onorevole Forgione.

Questa volta invece è accaduto che si è appreso di candidati con trascorsi diciamo non prestigiosi, non commendevoli, non trasparenti, per fattispecie di reato ben diverse da quelle previste dalla proposta di autoregolamentazione. Di qui - spero di non essere stato un interprete forzato dello spirito che anima le mozioni dei colleghi - la mozione del senatore Li Gotti che, come dicevo prima, ha il merito di disincagliarci un pochino dalla polemica, dilagata anche su organi di stampa, con l'Associazione dei prefetti e con il prefetto Lombardi, in qualche misura con lo stesso Presidente della Commissione antimafia, senatore Pisanu.

Accolto quindi questo merito di avere riportato nei termini più sobri e più rispettosi delle cose il principio di leale cooperazione tra poteri diversi dello Stato (i prefetti ed il Parlamento), senza indulgere al giacobinismo dichiaratorio del - credo - neoacquisito alla Commissione antimafia onorevole Veltroni, a me, che pure non faccio parte della Commissione antimafia, sono sembrate molto opportune, proprio per sdrammatizzare le cose, delle dichiarazioni nelle quali il presidente Pisanu ha detto che l'esperienza, un po' più significativa della precedente, è ancora insufficiente. Bisognerà con il tempo arrivare a disciplinare per legge in Parlamento questa materia, stando attenti ai problemi costituzionali di salvaguardia del diritto all'elettorato passivo.

Ecco perché non penso sia opportuno entrare nel merito delle singole richieste. Lo dico a proposito della mozione Li Gotti ma, se il ragionamento in questo caso è convincente, lo è a maggiore ragione per lo spettro, assai più largo, della mozione della senatrice Della Monica. Colleghi, dobbiamo rispettare il Parlamento: abbiamo fra di noi la stessa sensibilità, la stessa cultura dell'antimafia? No, non sempre: credo lo abbiamo dimostrato nella seduta di ieri, e ho apprezzato quando l'avvocato Li Gotti - lo chiamo così in questo caso - ha detto di non aver nulla da vergognarsi della sua attività professionale.

Però, mi consenta l'avvocato Li Gotti, rispetto a certo suo "savianismo" - e non entro nel merito delle considerazioni espresse dai colleghi della Lega, perché il ministro Maroni ha risposto alla grande proprio nella giornata di ieri - non vi sembra vile e ingeneroso far apparire il senatore Miglio come un razzista? (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Sono stato in questa Aula sempre all'opposizione del senatore Miglio fra il 1992 e il 1994, e vorrei avere anche l'eleganza di non ricordare le bocciature che mi ha inflitto ai concorsi universitari, ma è sguaiato rubricarlo senza possibilità di risposta e affidare la sua memoria a una costellazione fuori contesto di sue affermazioni. (Applausi dal Gruppo PdL).

Quindi, colleghi dell'Italia dei Valori, atteniamoci al rango dei valori penultimi, e nei valori penultimi non può non esserci quello della Costituzione. Non si può prescindere dai testi costituzionali quando si legifera in questa materia.

La mia proposta è pertanto di non votare nella seduta di oggi la mozione e il suo testo e di affidarla però ad una pacatezza, che probabilmente sarà possibile conseguire in una seduta della Commissione antimafia, di cui non faccio parte.

Colleghi e amici, sono questioni più che mai all'ordine del giorno, se questa legislatura avrà un futuro. Nella Commissione affari costituzionali c'è il cosiddetto codice delle autonomie: lì tutti, o quasi tutti, i punti della mozione Li Gotti possono essere discussi, ma farei torto a questa Aula e a me stesso se rinunziassi in qualunque dispositivo su questa materia ad un esplicito richiamo al rispetto dei principi, dei valori, se me lo consentite, previsti nel testo costituzionale.

Quanto alla Commissione antimafia, credo sia opportuno - e il senatore Pisanu intende convocarla - dare un chiarimento su questo ping pong con i prefetti, per considerarlo chiuso, anche grazie alle mozioni e a come sono state incardinate oggi, magari tenendo conto di altre novità che ci sono state su questo fronte. Sia gloria alla cattura del camorrista ma, venendo a sodalizi di rango superiore, ho l'impressione che finalmente, per la parola di un gentiluomo quale il professor Conso, il calvario che da molti anni subisce quella nitida figura di soldato e cittadino del generale Mori forse sta per vedere l'uscita dal tunnel. Con questi sentimenti, ribadisco la proposta formulata. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Senatore Compagna, lei ha quindi chiesto di non votare oggi le mozioni e rinviarle a data da destinarsi?

COMPAGNA (PdL). Sì, signora Presidente: rinviare il voto delle mozioni a data da destinarsi, concordata tra i Gruppi e i Presidenti delle Commissioni. Se c'è invece insistenza a voler votare, mi auguro che sia il rappresentante del Governo a proporre quella formulazione per me indispensabile: il richiamo del testo costituzionale, non nel dettaglio, ma sul piano di quelli che ho chiamato i valori penultimi.

PRESIDENTE. Per lo svolgimento veloce della decisione, possono esserci due possibilità: nella seduta di martedì prossimo, dopo il voto della riforma della professione forense, oppure mercoledì, dopo il seguito delle mozioni non concluse.

BELISARIO (IdV). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BELISARIO (IdV). Signora Presidente, in un accordo informale con i colleghi Capigruppo, al fine di trovare una mozione condivisa su un tema tanto delicato, il Gruppo dell'Italia dei Valori è dell'avviso di trovare un approfondimento extra Aula in modo che torni in questa sede un testo condiviso, che possa essere votato possibilmente in coda al voto finale della riforma della professione forense.

QUAGLIARIELLO (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

QUAGLIARIELLO (PdL). Signora Presidente, esaurendo oggi la discussione, è possibile poi riunirsi informalmente, come proponeva il collega Belisario, per giungere al voto della mozione martedì sera, in coda alla votazione del disegno di legge di riforma della professione forense; il nostro Gruppo sarebbe disponibile a questa ipotesi.

BRICOLO (LNP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BRICOLO (LNP). Signora Presidente, anch'io concordo con questa possibilità.

VIESPOLI (FLI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VIESPOLI (FLI). Signora Presidente, noi non siamo contrari al rinvio del voto finale, ma vorremmo capire meglio qual è l'obiettivo della sospensione, perché stiamo facendo un dibattito che, al di là del merito, segnala una criticità del sistema politico partitico. Se, infatti, siamo costretti a discutere di tali questioni, è perché stiamo partendo dal presupposto dell'incapacità dei partiti e di chi fa selezione di classe dirigente di esprimere un personale politico selezionato sulla base della responsabilità e dell'etica pubblica. Forse è questo il vero approfondimento che dovremmo fare e non credo che a tal fine possa bastare il rinvio del voto delle mozioni. (Applausi dal Gruppo FLI).

SERRA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SERRA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Signora Presidente, ritengo che il voto delle mozioni si possa rinviare alla prossima settimana, così come richiesto da altri colleghi.

INCOSTANTE (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

INCOSTANTE (PD). Signora Presidente, come presentatori della mozione abbiamo particolare interesse - che credo sia condiviso da tutta l'Aula - a trattare questo provvedimento. Per noi sarebbe importante verificare con tutte le altre forze politiche un accordo unitario; questo slittamento di tempi deve tuttavia essere fissato tassativamente - come credo sia stato espresso anche dagli altri colleghi - nella giornata di martedì ed, in tal caso, la proposta avrà il nostro consenso.

Acconsentiamo quindi a questa richiesta se la mozione sarà votata nella prossima settimana, senza che slitti il termine per la votazione.

CALIENDO, sottosegretario di Stato per la giustizia. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CALIENDO, sottosegretario di Stato per la giustizia. Signora Presidente, questo rinvio per essere utile necessita di un minimo dibattito su alcune questioni.

Vorrei richiamare qual è il disegno di legge anticorruzione, nel quale sono state già inserite dal Governo norme che riguardano l'articolo 58 del testo unico degli enti locali e, altresì, tutta una serie di reati che determinano l'incandidabilità.

La modifica che viene proposta introduce addirittura la non candidabilità anche nell'ipotesi in cui intervenga una riabilitazione per reati gravi. Ho chiesto di intervenire perché in questa materia, richiamando quanto il Governo ha fatto e quanto sosterrò nella mia veste di rappresentante del Governo rispetto al disegno di legge anticorruzione, credo che ciascuno di noi, per la propria coscienza ed esperienza, si debba porre interrogativi di natura costituzionale, di riferimento preciso alle garanzie dei diritti e principi affermati nella nostra Costituzione.

Lo stesso disegno di legge disciplina le cause di non eleggibilità alla carica di deputato e di senatore (invece qui è previsto che la riabilitazione la consente). Con riferimento alle due mozioni presentate, la mozione presentata dal senatore Li Gotti attiene esclusivamente alle elezioni degli enti locali e dunque all'articolo 58 del testo unico, ed è corretto, quindi, tener conto dell'incandidabilità, mentre nella versione iniziale della mozione presentata dalla senatrice Della Monica, di cui poi è stato presentato un testo 2, si trasforma la causa di incandidabilità per gli enti locali in causa di ineleggibilità.

È bene mantenere la causa di incandidabilità, perché su di essa intervengono già le commissioni elettorali. La causa di ineleggibilità invece può essere verificata solo ad elezioni avvenute.

Presidenza del vice presidente CHITI (ore 11,28)

(Segue CALIENDO, sottosegretario di Stato per la giustizia). Mi appello a tutti voi, che avete un'esperienza di aule giudiziarie e di valutazione dei provvedimenti dei giudici, affinché leggiate attentamente i decreti di rinvio a giudizio, prima di votare. Non una volta è scritto che, essendo ancora dubbia la situazione come appare allo stato degli atti, la posizione dell'imputato potrà essere meglio sviluppata e chiarita in sede di giudizio.

Domanda: siamo proprio convinti che, di fronte a queste motivazioni, che tutti conoscono per l'esperienza maturata da ciascuno di noi, basta questo per rendere ineleggibile o incandidabile la persona?

Sono perfettamente d'accordo sull'ipotesi di arrivare anche ad una riformulazione nella Costituzione dell'ipotesi che dopo due condanne, in primo grado e in appello, non vi sia possibilità di essere eletti, ma siamo proprio convinti che il decreto di rinvio a giudizio non incida su una posizione di diritto soggettivo? Sottolineo che si sta parlando di una condizione di elettorato passivo rispetto alla quale bisogna anche tener conto di un principio fondamentale. Non può essere che in eterno, senatrice Della Monica (e qui non parlo come rappresentante del Governo, ma come persona che modestamente nella sua vita si è occupata di diritto e che crede in alcuni valori), non vi sia redenzione, mai riabilitazione. Altrimenti, che senso hanno la nostra vita, il nostro modo di operare, l'articolo 27 della Costituzione, l'ordinamento penitenziario e tutto il resto? Se diciamo che vi è un'ipotesi di esclusione permanente, rispondo che, essendo un cattolico, credo ancora nella capacità di ciascuno di risollevarsi, di abbandonare un sistema di vita, di ricostituire un sistema di vita legale e lecito. Come possiamo dire «in eterno»?

Credo che, tenendo conto di quanto il Governo ha fatto, si possa poi discutere se migliorarlo o integrarlo. Per esempio, della mozione presentata dalla senatrice Della Monica apprezzo la parte finale, il punto 5), ossia la possibilità di contrattazione, che è ben diverso. Una cosa sono i problemi di incandidabilità e ineleggibilità, altro è quello che attiene alla possibilità di scegliere tra coloro che devono avere incarichi o contratti.

Ho chiesto di intervenire perché questo spazio deliberante, prima di votare la mozione, possa consentire una riflessione seria su questi aspetti: tenendo conto di quello che è stato fatto nel disegno di legge del Governo sulla corruzione, si può modificare, ampliare, chiarire, ma non buttiamo alle ortiche principi e valori in cui almeno io ancora credo, e mi auguro creda l'intero Parlamento.

Se dovessimo premettere a questa indicazione una frase del tipo «fatti salvi i principi della Costituzione» o «la compatibilità costituzionale», vi rendete conto che, alla fine, approveremmo un qualcosa che non ha senso. Allora facciamo una riflessione tutti insieme. Io credo in alcuni valori e principi che sono comuni a quelli del senatore Li Gotti e della senatrice Della Monica (ci conosciamo da anni), che però nel testo come viene proposto, nelle disposizioni, sono un po' traditi nei due aspetti fondamentali che mi trovano un po' preoccupato: il decreto di rinvio a giudizio e la perpetuità delle cause di incandidabilità od ineleggibilità. Mi sembra un qualcosa di talmente forte da negare i valori alla base di uno Stato democratico. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. Colleghi, per cercare di dare un ordine ai nostri lavori, in ogni caso bisognerebbe concludere la discussione (c'è ancora un intervento), così almeno la discussione è chiusa.

Poi, mi pare ci sia un orientamento generale per un rinvio della votazione delle mozioni, e le strade percorribili sono due, quando c'è un'ipotesi di rinvio: o si concorda già sulla data del rinvio (la senatrice Incostante ha fatto una proposta, ossia martedì prossimo, dopo le dichiarazioni di voto e la votazione del disegno di legge di riforma dell'ordinamento forense, quindi prima della sessione di bilancio), oppure si demanda alla Conferenza dei Capigruppo di stabilire la data. Vedo dai cenni di diniego della senatrice Incostante che la seconda strada per lei è da escludere.

LEGNINI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LEGNINI (PD). Signor Presidente, intervengo soltanto per precisare che la nostra è una condizione non rinunciabile.

Come sappiamo tutti, martedì prossimo inizia la sessione di bilancio. Non fissare oggi il seguito della discussione delle mozioni in questione nella seduta di martedì prossimo significa non farlo nell'anno corrente.

Poiché riteniamo che sia argomento da discutere e votare, se esiste l'accordo di tutti a fissare sin d'ora la discussione nella seduta di martedì, diamo il nostro consenso. In caso contrario, chiediamo che si proceda questa mattina.

QUAGLIARIELLO (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Presidente, ribadiamo il nostro accordo a che il seguito della discussione delle mozioni nn. 318 (testo 2) e 345 (testo 2) sia fissato nella seduta di martedì, in coda alla votazione del disegno di legge di riforma della professione forense.

PRESIDENTE. Poiché non si fanno obiezioni, così rimane stabilito.

È ora iscritto a parlare il senatore Longo. Ne ha facoltà.

LONGO (PdL). Signor Presidente, signore e signori del Senato, la necessità - credo ormai rivisitata da tutti - di un rinvio della discussione delle mozioni in esame nasce anche da una circostanza particolare. La prima mozione a firma della senatrice Della Monica ed altri aveva un contenuto - a mio parere - assolutamente condivisibile, perché faceva riferimento costante alle condizioni di ineleggibilità, oggi ancora più precisate in ordine alle condanne definitive. Il testo 2 è profondamente diverso. Non si tratta di un accomodamento, come mi era sembrato dopo l'intervento della senatrice Della Monica, essendo diviso in due parti. Vi è un deliberato del Senato che si auspica e un impegno per il Governo. Nel primo deliberato, di cui si auspica la votazione, si fa in realtà riferimento alla parte che aveva costituito il nucleo portante della mozione del senatore Li Gotti ed altri.

Ora abbiamo il problema (come è ovvio), nei confronti della criminalità organizzata di stampo mafioso, di trovare tutti gli strumenti necessari e sufficienti per frenare questo fenomeno che ci invade. Ha ragione il senatore Li Gotti quando afferma che la capacità di uniformarsi, di nascondersi e riciclarsi di questa forma di organizzazione ha bisogno di una costante attenzione. Infatti il legislatore, nel corso degli ultimi decenni, ha creato - dal punto di vista sia sostanziale che processuale - un doppio binario.

Dal punto di vista sostanziale, basti pensare alla creazione del concorso esterno in associazione mafiosa, che è tipico di detta forma di criminalità, ma che ‑ per esempio ‑ non esiste nelle associazioni criminali di altra natura, quelle cosiddette semplici.

Anche dal punto di vista processuale dell'esecuzione, abbiamo una soluzione di doppio binario: doppio binario a cui ci hanno obbligato, evidentemente, le associazioni mafiose e camorristiche di questo stampo. Lo Stato, infatti, non poteva non rispondere se non con strumenti che imboccassero un binario diverso da quello su cui correva un treno che le associazioni mafiose facevano costantemente deragliare. Quindi, abbiamo creato un doppio binario blindato per le associazioni criminose, e mi sembra assolutamente giusto.

Ma esiste ovviamente un limite che non possiamo - credo - superare, e in questa sede se ne è parlato abbastanza diffusamente: mi riferisco al rispetto del dato costituzionale.

Non sono d'accordo con il senatore Compagna quando afferma che non bisogna entrare nel merito dei contenuti, perché certe proposte sono veramente degne di attenzione.

Il decreto che dispone il giudizio, diversamente da quanto detto dal rappresentante del Governo, qualche volta è motivato, ma non deve mai essere motivato. Qualcuno ancora lo fa perché gli piace, signor Sottosegretario, ma i decreti che dispongono il giudizio è previsto che non siano motivati. Ed allora abbiamo l'iniziativa del pubblico ministero, o del pubblico ministero e del giudice delle indagini preliminari, che configurerebbe di per sé la ineleggibilità o la incandidabilità. A me sembra veramente eccessivo, come mi sembra eccessivo dare la incandidabilità come capitis deminutio - che si vorrebbe come maxima perché perpetua - a carico di chi sia stato condannato in primo grado.

Ebbene, qui interviene - ne abbiamo parlato tante volte - un principio caro a noi tutti, che deve essere caro anche in queste occasioni: mi riferisco alla presunzione d'innocenza nei confronti di chiunque fino alla sentenza definitiva. Era una presunzione di non colpevolezza per la cautela che aveva dettato il legislatore costituzionale, che diventa presunzione di innocenza per via del recepimento nel nostro ordinamento costituzionale dei principi dei diritti europei, che sono stati ribaditi più volte. Ecco, questo è il punto.

L'entusiasmo che certamente deve sorreggere le iniziative legislative nei confronti di questi farabutti (non c'è altro aggettivo o sostantivo che possa descrivere in realtà la criminalità organizzata di stampo mafioso, perché quello che fanno va al di là dell'immaginabile, dell'umano, per certi aspetti, quando si tratta di violenza all'integrità fisica e alla vita delle persone) va sostenuto, ma con gli strumenti consentiti dalla nostra Carta costituzionale. Certo, il sottosegretario Caliendo dice: «Possiamo anche modificare la Carta costituzionale». È un argomento suggestivo, forse difficile, ma un ripensamento su questo sarebbe possibile.

Con grande franchezza posso dire che il primo testo della mozione Della Monica l'avrei votato, assolutamente, perché c'era la distinzione, già ricordata, del punto 5 ) che riguardava il rapporto con le pubbliche amministrazioni e coloro che, grosso modo, dalle pubbliche amministrazioni prendono denaro. E allora in quei casi vi è molto da dire. Inoltre vi era il riferimento alla superfetazione degli uomini di Governo che avrebbero dovuto rendere una dichiarazione: sì. Ma il nuovo testo così com'è stato proposto che, in realtà, è un copia-incolla del testo della mozione a prima firma del senatore Li Gotti necessita - a mio parere - di una rimeditazione. Il mio punto fondamentale è questo: il principio di non colpevolezza o di innocenza fino a sentenza definitiva non possiamo dimenticarlo mai. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.

Come convenuto, rinvio il seguito della discussione delle mozioni in titolo alla seduta pomeridiana di martedì 23 novembre, subito dopo le dichiarazioni di voto e la votazione del disegno di legge di riforma dell'ordinamento forense e, quindi, prima delle comunicazioni del Presidente sull'apertura della sessione di bilancio.

Ora, per poter iniziare la discussione della mozione successsiva, sulla patologia della depressione, chiedo al sottosegretario Caliendo la cortesia di trattenersi in Aula in attesa dell'arrivo del sottosegretario Martini, che non è presente in questo momento perché avevamo concordato un altro orario.

CALIENDO, sottosegretario di Stato per la giustizia. Sono a disposizione, signor Presidente.