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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 447 del 27/10/2010


PICHETTO FRATIN (PdL). Signora Presidente, senatrici e senatori, il periodo dal 2008 ad oggi ha visto in progressione la crisi immobiliare negli Stati Uniti, la crisi bancaria mondiale, il crollo dei consumi, l'aumento della disoccupazione e automaticamente il passaggio dal sistema del privato al pubblico con il trasferimento dei debiti agli Stati. Il trasferimentodei debiti agli Stati è avvenuto con l'esplosione del debito pubblico, in parte per sostenere il sistema bancario o delle imprese e, in parte, quindi, per dare liquidità. Questo ha generato la crisi degli Stati. Il passaggio della crisi è stato dal privato agli Stati. La Grecia è stata in Europa l'esempio più estremo e ha fatto prendere consapevolezza della debolezza dell'Unione europea e, in particolare, dell'area euro.

Questi fatti hanno reso evidente che unione monetaria senza unione economica non funziona, che unione economica a questo punto significa avere una governance in grado di decidere, avere uno stesso linguaggio di lettura e confronto dei dati (cosa che non c'è in Europa in questo momento), avere dei percorsi decisionali nazionali temporalmente coordinati tra i vari Paesi dell'Unione europea. Da ciò nascono positivamente i documenti e la prima intesa che sia in Commissione che nellatask force costituita prevedono il semestre di bilancio europeo che dovrebbe portarci ad evidenziare le nostre valutazioni per l'anno successivo nel mese di aprile, al momento della relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica (RUEF) prevista dalla normativa italiana appunto per metà aprile. Unione economica significa ancora avere un sistema sanzionatorio per coloro che sono inadempimenti.

Si pone per l'Europa ciò che il Parlamento italiano si è posto con la legge di contabilità n. 196 del 2009 e più ancora con la riforma federale. Anche noi, nell'ambito del nostro Paese, abbiamo Regioni che non approvano i consuntivi (in alcuni casi abbiamo parlato dei dati falsi e del bilancio falso della Grecia, ma sappiamo bene che abbiamo realtà dove non riescono a ricostruire i conti della sanità e automaticamente il bilancio regionale), enti locali con bilanci in dissesto e continue emergenze che si riversano a livello centrale.

Allo stesso modo, l'Europa e, in particolare, i Paesi dell'area euro sono obbligate dai fatti ad avere economie integrate. Questo stato di crisi, come è già stato detto peraltro sia dal collega Morando che dal senatore Baldassari, determina automaticamente l'obbligo, e non la scelta, di un nuovo modello d'Europa, di avere regole comuni. Se una Regione italiana va in default fa danni a tutto il Paese, ma se un Paese europeo va in default fa danni a tutta l'Europa. Non è più possibile ragionare per compartimenti stagni, e questo determina non solo la necessità di porre limiti e sanzioni, che è il modello Maastricht (la questione, infatti, non è solo la sorveglianza), ma anche quella di coordinare i modelli d'intervento sull'economia, sulla società e sulla socialità delle regole di convivenza dei singoli Stati. Bisogna armonizzare, quindi, le politiche fiscali (apprezzo il fatto che molti interventi si siano concentrati sul da farsi), le pensioni, il lavoro e la burocrazia nei vari Paesi dell'Unione europea.

La riforma delle pensioni in Francia non è solo un problema francese che possiamo guardare in televisione dicendo: anche in Francia hanno dei problemi; anche Sarkozy ha le rivolte. La soluzione della questione pensioni francese è un problema anche nostro. Vorrei ricordare che qualche mese or sono, a causa della crisi greca, in una tumultuosa notte di trattative sulle misure d'intervento, l'euro rischiò di saltare. Spuntò l'ipotesi di un euro di serie A per Germania ed alcuni intimi, ed un euro di serie B per gli altri Stati: era cioè la fine della moneta unica europea, perché poi l'euro di serie A poteva anche chiamarsi marco, mentre l'euro di serie B in alcuni Paesi si sarebbe potuto chiamare lira. Al limite si poteva bandire un concorso di idee per scegliere il nome!

Colleghi, se vogliamo mantenere la moneta unica, dobbiamo avere regole uniche, non velleitarie, che possano essere rispettate e cogestite. Per questo è importante che, accanto alle regole, ci sia il controllo del loro rispetto e una governance in grado di intervenire tempestivamente. L'alternativa potrebbe anche essere uno stato di fatto, con un governo da parte del Paese più forte, la Germania, che impone le sue regole, al di fuori di ogni ipotesi di cogestione e di determinazione secondo un modello di tipo federale.

L'Italia è un grande Paese in Europa, anche a fronte di tutti quegli indicatori che sono stati ricordati dai colleghi che mi hanno preceduto. È vero che abbiamo un elevato debito pubblico, ma abbiamo anche un grande risparmio privato. Abbiamo inoltre un patrimonio pubblico pari al debito, al punto che a livello di stato patrimoniale potremmo anche dire che le due poste si compensano. Abbiamo una capacità di produzione di beni tra le prime in Europa: siamo secondi solo alla Germania, un Paese che conta comunque 120 milioni di abitanti. Il risparmio privato, la diffusione della proprietà immobiliare, il grande patrimonio pubblico, ci hanno permesso di passare, non senza danni, ma comunque con meno danni di altri attraverso la crisi, ed avere, ad esempio, uno spread sui bond tedeschi modesto rispetto a ciò che, in base ad una trasposizione teorica, l'entità del debito pubblico italiano avrebbe richiesto.

Credo che in questo momento si apra quindi in Europa una delle fasi più importanti della storia moderna. Dopo le grandi tappe rappresentate dal Trattato di Roma del 1957, dalla nascita della Comunità economica europea e, successivamente dell'Unione europea, dopo l'introduzione dell'euro, siamo arrivati alla necessità di una governance unica in Europa, di un modello di governance che permetta di assumere decisioni politiche tempestive.

Noi partecipiamo a questa fase europea, mentre la stessa azione di ristrutturazione si sta realizzando sulle regole interne al nostro Paese: è quanto è avvenuto, in parte, con una bella esperienza sulla legge di contabilità ed è quanto si è fatto con la discussione della legge delega sul federalismo fiscale e con la relativa attuazione, anche con le varie differenziazioni. Sono convinto che l'esperienza maturata dal nostro Paese, anche nelle difficoltà, possa essere un bagaglio di lavoro utile, non solo per contribuire alla costruzione, ma anche per difendere e far valere la nostra quota parte di interessi, così com'è stato fatto nei documenti preparatori con il primo Patto d'intesa, con il rilievo riconosciuto al risparmio privato, questione che non era mai stata presa in considerazione.

Le proposte di nuove regole che abbiamo esaminato - provenienti dalla Commissione, dalla task force e dalla BCE, che ha espresso un'opinione molto dura, ed alle quali ha dato un contributo anche il Governo italiano, per mezzo del ministro Tremonti - hanno come obiettivo regole e quantità, con il denominatore comune del risanamento dei costi. Sono convinto che il Governo italiano saprà negoziare le giuste regole e le quantità - il rientro del debito nella misura del 5 per cento annuo è di non poco conto per l'impatto sull'economia - che devono essere compatibili per il nostro Paese, ma anche per ognuno degli altri Stati, perché, se uno di questi non è in grado di sostenerle automaticamente, l'accordo non può valere.

Lo stesso Parlamento, anche attraverso l'adeguamento della normativa nazionale, potrà e dovrà essere parte attiva nella risoluzione di tutta la materia, anche misurando le ambizioni politiche e gli interessi territoriali o settoriali rispetto rispetto alla necessità di ridurre le spese, di diminuire il debito e di cedere parte delle prerogative nazionali. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vaccari. Ne ha facoltà.