Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (645 KB)

Versione HTML base



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 447 del 27/10/2010


LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, ho ascoltato con interesse la relazione del senatore Garavaglia sulla sorveglianza macroeconomica, sulla spesa pubblica, su debito, sanzioni, indicatori di rischio macrofinanziario, come pure sull'inserimento degli immobili sul PIL, che probabilmente avrebbe prevenuto ed evitato la crisi. Spesso però quando si parla di tali questioni, che sono importanti, dimentichiamo il punto di vista dei cittadini, dei risparmiatori, dei contribuenti, che subiscono gli effetti di questa architettura finanziaria.

Proprio domani, a poche centinaia di metri dal Senato, in Piazza della Cancelleria, si celebra a Roma l'ottantaseiesima Giornata del risparmio. Secondo una ricerca commissionata dall'ACRI, l'associazione delle casse di risparmio, all'IPSOS, che è un istituto di ricerca - leggo solo i titoli - gli italiani sono preoccupati: uno su quattro si indebita; i consumi crollano; non si toccano sanità, scuola e pensioni; meglio i soldi in tasca, ma l'ideale investimento è quello del mattone.

Abbiamo già ceduto pezzi di sovranità all'Europa: pezzi di sovranità che spesso non sono stati utilizzati per gli interessi di questo Paese. In questi anni sono cresciuti gli squilibri, sono cresciute le disuguaglianze, quelle che una volta si chiamavano iniquità sociali. Ci sono persone che dalla crisi si sono arricchite; ce ne sono altre, la maggior parte, che dalla crisi si sono impoverite e che hanno subito politiche economiche non improntate agli interessi generali.

Voglio ricordare che la crisi dei mutui subprime non è stata la causa dell'attuale fase recessiva mondiale, ma il sintomo di una grave malattia del sistema economico globale, che è esplosa tramite la finanziarizzazione dell'economia, la creazione del denaro dal nulla, l'inefficacia dei controlli, la collusione tra banche, autorità vigilanti e agenzie di rating, le deleghe in bianco che i Governi ed i Parlamenti democraticamente eletti hanno affidato ad oligarchi senza scrupoli, che hanno a cuore solo la difesa dei loro fiorenti bonus e delle loro prebende. In un dibattito che facciamo al Senato dobbiamo parlare di queste cose. In questi anni i Governi hanno lasciato mano libera ai banchieri ed agli oligarchi, perseguendo un teorema secondo il quale il prezzo da pagare alla crescita sregolata fosse la disuguaglianza sociale, il facile arricchimento di pochi soggetti che dettano le regole: tanto, si diceva, prima poi ci sarebbe stata la redistribuzione. Insomma, un discorso del tipo: prima facciamo crescere la torta, poi la redistribuiamo. Non sono state redistribuite neppure le briciole. In questi anni abbiamo consentito il saccheggio ambientale e la speculazione sfrenata.

La crisi finanziaria ha messo in luce una totale inadeguatezza dei meccanismi di sorveglianza nel prevenire con efficacia l'indisciplina di bilancio, l'esplosione dei debiti sovrani, gli squilibri commerciali e i divari di competitività tra i Paesi membri. Ricordiamo che la Commissione il 29 settembre aveva adottato alcune misure che contenevano una riforma del Patto di stabilità e delle governance economiche dei Paesi dell'euro. Quelle disposizioni - poi superate, lo dirò dopo - miravano a rafforzare le procedure di sorveglianza sulle politiche fiscali e prevedevano la riforma del Patto di stabilità e crescita e un'estensione della sorveglianza agli squilibri macroeconomici e strutturali.

Un primo elemento di novità riguardava la prevenzione degli squilibri di finanza pubblica. Tutti i Paesi avrebbero dovuto concordare obiettivi di bilancio di medio termine e fino al loro raggiungimento contenere la crescita della spesa pubblica al di sotto della crescita di medio termine del PIL. Era un'innovazione positiva. Accanto alla soglia del deficit del 3 per cento del PIL era introdotto il criterio del debito pubblico che deve convergere al 60 per cento del PIL. La violazione di uno di quei requisiti comportava l'apertura di una procedura di infrazione. Poi è arrivato l'accordo, siglato dai Ministri finanziari europei il 18 ottobre a Lussemburgo, sulla riforma del Patto di stabilità, che riduce il rischio di un irrigidimento delle regole che avrebbe pregiudicato la fragile ripresa europea. Per una volta il compromesso raggiunto potrebbe sfociare in un equilibrio tra l'esigenza di porre sotto controllo i bilanci degli Stati membri e l'obiettivo di non minare la già precaria prospettiva di crescita nell'area dell'euro.

Accanto a questo, venivano rafforzati alcuni strumenti di monitoraggio e di controllo delle politiche nazionali di bilancio da parte delle istituzioni europee varati prima dell'estate, nell'ambito degli interventi di sostegno alla Grecia e agli altri Paesi a rischio, sommandosi con i meccanismi europei di prevenzione delle crisi: strumenti che getterebbero le basi per politiche fiscali coordinate tra gli Stati membri, e costituirebbero così il primo mattone per un'Unione non solo monetaria.

Giova però ricordare che abbiamo, secondo gli ultimi dati, un debito pubblico di 1.838 miliardi di euro e che negli ultimi due anni e mezzo (lo abbiamo dimostrato, elaborando i dati della Banca d'Italia) è cresciuto ad un ritmo di 7,1 miliardi al mese: il doppio di quanto era cresciuto negli anni precedenti.

Il fatto di aver tolto dal tavolo del negoziato una logica sanzionatoria è un atto di buonsenso soprattutto per il Governo italiano, che riteneva di essere particolarmente penalizzato da criteri automatici di riduzione del debito. Voglio anche ricordare come per l'Italia la garanzia del rigore fiscale, a cui comunque deve sottoporsi, dovesse avvenire in un contesto di crescita spinta dall'estero, anziché di stagnazione economica. Il Governo è, d'altra parte, certamente alleggerito dall'esser riuscito a far adottare criteri interpretativi del debito che lasciano spazio anche alla considerazione del livello del risparmio privato: quel risparmio privato che si celebrerà domani, a qualche centinaia di metri da qui.

La Germania ha ottenuto che il meccanismo utilizzato per il salvataggio della Grecia non sarà prolungato oltre il 2013. Per quella data Berlino vuole una modifica dei Trattati e un nuovo meccanismo di risoluzione delle crisi che riduca l'eventualità di nuovi interventi pubblici e coinvolga attori privati. Inoltre, ha chiesto l'applicazione di sanzioni politiche molto gravose, come il ritiro del diritto di voto del Paese fuori regola dalle decisioni comuni. In coerenza con tali obiettivi, il meccanismo che è stato proposto dalla Commissione prevedeva che i Paesi il cui debito pubblico superasse il 60 per cento del PIL operassero una riduzione automatica della parte eccedente per un ventesimo l'anno.

Ci sarebbero tantissime cose da dire sugli squilibri, compresi quelli che riguardano le rendite finanziarie. Che Europa e che serietà si possono immaginare, dacché in Italia la tassazione sulla rendita e, quindi, sull'accumulazione dei profitti è del 12,5 per cento, laddove in altri Paesi è del 20 e persino del 25 per cento?

Infine, voglio ricordare un aspetto, ritornando a quanto affermato in precedenza: c'è qualcuno della Banca centrale europea che afferma che i politici - ossia quelli stessi che insieme ai Governi democraticamente eletti hanno ceduto sovranità agli oligarchi - dovrebbero imparare la lezione dalla crisi. Ma gli oligarchi (i Trichet, i Fazio e tutti coloro che hanno prodotto la crisi), quando impareranno la lezione?

Noi dell'Italia dei Valori riteniamo che prima o poi bisognerà ridiscutere la sovranità che abbiamo ceduto, per fare un'Europa non solo dei banchieri e dei potentati economici, ma quell'Europa che manca: quella dei cittadini, dei consumatori e dei risparmiatori. (Applausi dei senatori Mascitelli e Peterlini).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morando. Ne ha facoltà.