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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 447 del 27/10/2010


Testo integrale dell'intervento del senatore Vaccari nella discussione di documenti relativi a schemi di Regolamenti comunitari e della connessa mozione n. 314

Signor Presidente, onorevoli colleghi, sottosegretario onorevole Casero, abbiamo capito in questo periodo di crisi internazionale la necessità di politiche strategiche europee condivise come pure, vorrei aggiungere - e dopo riprenderò questo aspetto - anche la circuitazione delle best practices dei paesi europei nel settore economico visto in senso esteso per riallineare i diversi squilibri.

Molti sono i temi connessi a questo argomento ma vorrei qui soffermarmi su efficienza del lavoro e competitività delle imprese. Già abbiamo discusso di questi temi in occasione della DFP. Un esempio significativo come Paese è la Polonia, che possiamo dire non ha sentito o ha sentito poco la crisi per aver da tempo avviato con coraggio e decisione politiche di liberalizzazioni e riforme strutturali. Viene immediatamente da pensare alla riforma del federalismo ed al merito della Lega di aver sempre combattuto per questo ed ai cittadini che ci sostengono sempre più numerosamente ed in tutto il Paese.

Un esempio significativo come sistema industriale é la Volkswagen; esempio virtuoso di accordi sindacali e territoriali (anche come concorrenza tra gli stabilimenti mondiali) specialmente per le scelte avanzate e pragmatiche delle parti sociali. Vorrei ricordare la riduzione del salario, la variazione dell'orario di lavoro e assunzioni differenziate (noto accordo 5000-5000).

Non possiamo purtroppo fare le stesse considerazioni se guardiamo i casi locali iniziando dal rapporto FIAT - sindacati. Parliamo allora della proposta della Lega di legare le retribuzioni al costo della vita che, in Italia, varia in maniera sostanziale dal Nord al Sud. Anche perché i cittadini vogliono cose semplice ed immediate e non sentire parlare dei massimi sistemi. CGIL, CISL e UIL hanno dichiarato la loro assoluta contrarietà con toni apocalittici, arrivando a sostenere che l'attuazione di una simile misura trasformerebbe l'Italia in una sorte di Unione Sovietica, mentre l'opposizione ha bollato la proposta come un'idea inutile, vecchia e superata. Anche i Governatori di Calabria e Sicilia hanno espresso pareri negativi, sostenendo che la misura in esame avrebbe aumentato gli squilibri tra Nord e Sud e penalizzato ulteriormente il Mezzogiorno. Si paventava insomma un ritorno alle gabbie salariali, ritenute un "male assoluto", superato nel 1969 in nome dell'uguaglianza dei lavoratori. In realtà la proposta da noi avanzata consiste sostanzialmente nel differenziare su base regionale la contrattazione salariale.

L'idea nasce da un dato di fatto incontrovertibile: l'Italia dal punto di vista economico è un paese spaccato, con un Centro-Nord in cui esiste una disoccupazione bassa ed un costo della vita alto e un Sud in cui, al contrario, si ha una disoccupazione a livelli record e un costo della vita sensibilmente minore rispetto al resto d'Italia. Prendere atto di questa disomogeneità e differenziare i contratti di categoria su base regionale e in relazione al costo della vita è la proposta della Lega Nord.

La proposta è sensata per varie ragioni. La prima è di ordine per così dire "morale" e fa riferimento a quegli ideali di uguaglianza sostanziale, e non solo formale, e di dignità dei lavoratori che, come si diceva, sono stati evocati per decenni dalla sinistra e sono a tutt'oggi, almeno nelle dichiarazioni, un presupposto irrinunciabile della cultura progressista e della stessa nostra Costituzione. Il salario infatti non è una entità astratta, un numero o un concetto matematico puro, ma non è altro che il corrispettivo che il datore di lavoro (privato o pubblico che sia) deve corrispondere al lavoratore per garantire a lui e alla sua famiglia un'esistenza sicura e dignitosa. In sostanza, il valore numerico in se è irrilevante (e ce ne siamo accorti negli ultimi anni quando, dopo l'adozione dell'euro, gli stipendi, pur rimanendo formalmente identici hanno perso gran parte del loro potere di acquisto); quello che conta è la quantità di beni e servizi, necessari alla vita di ognuno, che con quel valore si possono comperare.

Il progetto della Lega e del suo segretario federale Bossi è quello di riequilibrare questa disparità e trasformare il concetto astratto di stipendio in un concetto più concreto di beni acquistabili, garantendo così a tutti i lavoratori che svolgono compiti analoghi la possibilità di acquistare un'analoga quantità di beni. Dunque, una parità vera tra quanto offerto in termini di lavoro e quanto ricevuto in termini di beni acquistabili da tutti i lavoratori, quale che sia la loro zona di residenza. Su questa base risulta incomprensibile l'assoluta contrarietà che la proposta ha suscitato nei sindacati e nell'opposizione di sinistra che, almeno stando alle dichiarazioni di intenzioni, ha sempre mirato a garantire ai lavoratori il soddisfacimento dei propri bisogni specifici (che come si è detto variano a seconda di quale sia il costo della vita) e un'uguaglianza che sia reale e non riguardi solo la forma.

Ma le motivazioni le motivazioni di equità non sono le sole che rendono interessante il disegno di legge sui salari territoriali; ci sono anche ragioni meramente economiche che potrebbero far risultare vantaggiosa, soprattutto per i cittadini del Sud Italia, una simile proposta. Dal 1969 in poi, infatti, ossia da quando è stata abolita la differenza salariale tra il Sud e il Nord, il divario esistente a livello economico non solo non è scomparso ma è, al contrario, cresciuto costantemente. A causare questa differenza macroscopica di ricchezza tra le varie regioni d'Italia è principalmente la differente incidenza dell'occupazione. Se dunque le regioni d'Italia con il PIL pro capite più basso sono anche quelle con livelli di disoccupazione cinque volte maggiori rispetto alle regioni ricche, è facilmente ipotizzabile che per ridurre questa dualità si dovrebbe puntare all'aumento del numero di occupati piuttosto che all'aumento del salario di chi un lavoro già ce l'ha.

Calmierare le retribuzioni su base regionale risulterebbe positivo: i lavoratori del Nord infatti potrebbero godere di una maggiorazione sulle loro buste paga, che permetterebbe loro di garantirsi consumi più adeguati alle proprie esigenze (tonificando in tal modo con un aumento della domanda anche la congiuntura economica), mentre al Sud il minore costo del lavoro consentirebbe di aumentare il numero complessivo degli occupati (in quanto in un sistema ormai globalizzato i posti di lavoro tendono a spostarsi in zone dove il costo è più basso).

Criticare le proposte di chi governa, anche quando sono dettate dal semplice buon senso, è una prassi che in Italia sembra quasi essere un obbligo per chi è all'opposizione; tuttavia la difesa aprioristica dello "status quo" e la paura di ogni cambiamento, che contraddistinguono i sindacati rischiano di rivelarsi scelte molto dannose.

Esistono forti differenze di status nel nostro mercato del lavoro, dove a soggetti che godono di ampie garanzie, in certi casi anche eccessive alla luce delle crescenti difficoltà economiche e di cui a volte si abusa, si contrappongono soggetti quali i precari, i lavoratori a tempo determinato ed a progetto, o gli occupati in piccole imprese che sono privi di qualunque tutela, anche se siamo comunque positivamente intervenuti in questo ambito. Nonostante questo, le forze della sinistra si oppongono strenuamente a ogni cambiamento che tenda a limitare le garanzie acquisite da alcuni al fine di concederne in parte a chi ne è sprovvisto e in questo paradosso finiscono per assumere un ruolo conservatore, nel senso più letterale e negativo del termine.