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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 447 del 27/10/2010


Integrazione all'intervento della senatrice Poli Bortone nella discussione di documenti relativi a schemi di Regolamenti comunitari e della connessa mozione n. 314

Colleghi senatori, il recente dibattito sulla riforma del Patto di stabilità e crescita che i Governi nazionali stanno conducendo in sede europea, e che avrà come prossimo step il decisivo incontro del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo, rischia di essere incanalato verso binari che potrebbero essere distorsivi non solo per il nostro Paese, quanto per l'intero Continente se non affrontato con la dovuta cautela e con un pragmatismo che si rende necessario visto lo scenario economico mondiale attuale.

Il 29 settembre il pacchetto di proposte avanzate dalla Commissione europea per riformare la governance economica del Vecchio Continente ha costituito solo l'ultimo passaggio di un percorso che fin dallo scoppio della crisi economica ha inteso dare nuove forme di stabilità economica fondate su logiche preventive e che potessero in qualche modo evitare quello che purtroppo sarebbe potuto accadere con la vicenda Grecia. Un percorso, si diceva, che da una parte è fondato sul rigore nei bilanci pubblici, ma che d'altra parte incoraggia gli Stati a migliorare il loro sistema fiscale. Azioni che si rendono necessarie a causa della cattiva opera degli Stati membri e soprattutto dell'Italia che, negli anni precedenti alla crisi ed in pieno sviluppo, hanno ritenuto opportuno incrementare la spesa pubblica piuttosto che mettere ordine nei conti pubblici come è doveroso fare quando le cose vanno bene.

Se è vero che il nuovo Patto di stabilità e crescita introdurrà sanzioni pesanti per i Paesi che sfondano i parametri di deficit (3 per cento del PIL) e di debito pubblico (60 per cento del PIL), è certo per il nostro Paese, che ha un deficit del 5 per cento ed un debito pubblico al 118 per cento del PIL, c'è davvero poco di che stare allegri.

E allora, onorevoli colleghi, il nostro Paese oggi più che mai deve mantenere alta l'attenzione e soprattutto si rende indispensabile che il Governo si faccia promotore di alcune questioni cardine in seno al prossimo dibattito del Consiglio europeo. Questioni dalle quali non possiamo prescindere per il futuro non solo del nostro Paese, ma dell'Europa intera.

La ricostruzione dell'ordine economico mondiale non potrà non tenere conto di quanto sta avvenendo sia nei Paesi asiatici, con in testa la Cina, sia soprattutto negli Stati Uniti. Negli USA la Federal Riserve, già lo sta facendo, punterà sempre più sulla svalutazione del dollaro: uno scenario per nulla sereno e che ha la complicità forte della Cina. Un forte attentato all'economia europea, in quanto comporterebbe un forte danno all'euro, che si ripercuoterà soprattutto sulle esportazioni, una delle poche leve di vantaggio competitivo che ancora ci rimangono.

La riforma del Patto di stabilità dovrà, dunque, mantenere il necessario coordinamento tra gli Stati membri, senza confondere lo stesso coordinamento con la centralizzazione che forse qualche Paese come la Germania cercherà di imporre a discapito degli altri paesi. Siamo convinti che il nuovo Patto dovrà essere severo nel pretendere il rigore nei conti pubblici, purché questo non avvenga esclusivamente a discapito della crescita e dello sviluppo del sistema. Le nuove regole dovranno anche tenere conto delle diversità tra Stati membri, cosi come non potranno prescindere dagli obiettivi di crescita degli investimenti in innovazione e ricerca, degli investimenti in energia pulita e della lotta alla povertà. Tutti elementi che sono ben individuati nella Comunicazione della Commissione Europea "UE 2020". Gli obiettivi di "Europa 2020", pur viaggiando su binari paralleli rispetto agli incipit del nuovo Patto di stabilità e crescita, dovranno comunque individuare terreni di convergenza ed obiettivi comuni. Non può esistere rigore senza sviluppo, come non può esserci sviluppo per chi non opera il necessario contenimento della spesa pubblica e del deficit.

L'Europa e la sua nuova governance economica dovranno per un attimo non lasciarsi trascinare dalla cosiddetta febbre dei tagli di bilancio che ha preso piede nel continente con la vicenda Grecia. Il risanamento dei conti pubblici è un dovere indifferibile di tutti gli Stati membri e di certo lo è ancor di più per il nostro Paese; ma la stessa importanza devono riscontrarla le necessarie misure per la ripresa economica e lo sviluppo, perché non è accettabile un'ulteriore perdita di competitività dell'economia europea rispetto alle economie mondiali.

L'apparente scelta dicotomica tra rigore e stimoli allo sviluppo in realtà è un falso problema, un alibi di carta rispetto al quale la governance economica europea dovrà andare oltre. Come si potrebbe, d'altronde, pretendere che i titoli di Stato possano avere appeal se i disavanzi non si riescono a contenere, ma anche se la crescita europea non è in alcun modo sostenuta?

Pragmatismo, si diceva, nell'adeguare il rispetto dei parametri ad obiettivi di crescita ed alle strutturali diversità degli Stati membri. Lo stesso pragmatismo che è stato suggerito nel "Rapporto Monti" alla Commissione europea, in cui si è offerta una visione diversa e moderna del mercato unico e si è suggerito di dare ampio risalto, negli Stati membri, alla spesa virtuosa, la spesa che si è dimostrata in grado di realizzare investimenti utili e nuova occupazione: certamente un valore che salvo rari casi non appartiene al nostro Paese. E non apparterrà mai se i fondi europei e nazionali stanziati e destinati allo sviluppo infrastrutturale del Mezzogiorno vengono continuamente depauperati a beneficio di aspirazioni personali di questo o quel Ministero. Mi riferisco soprattutto ai Fondi FAS, che nella loro integrità avrebbero potuto rimettere in piedi il Sud e renderlo finalmente presentabile agli occhi del resto del Paese. Perché non può esistere sviluppo italiano senza sviluppo del Mezzogiorno. E ancora non avete capito che il Sud è la più grande risorsa naturale e di capitale umano che oggi questo Paese possiede.

Scetticismo ed incredulità, dunque, è quanto proviamo verso quanto questo Governo sta proponendo al nostro Paese. Anzi, per essere più precisi, per quanto non sta proponendo. Il Ministro Tremonti, fino ad oggi, certo condizionato ed obbligato in qualche modo dalla questione crisi, ha completamente messo da parte le riforme e gli investimenti che sono necessari per il nostro Paese, a vantaggio di un rigore che, lo capiamo, è reso necessario dalla pesantezza del nostro debito pubblico e dall'assenza di crescita del PIL. Ma è senza ombra di dubbio la dolorosa conseguenza anche della ingente spesa pubblica, questa volta non virtuosa che negli ultimi anni ci avete consegnato: ci avete consegnato solo tagli lineari a risorse fondamentali, e questo a discapito degli investimenti e delle vere riforme per le famiglie e per le imprese. Adesso, tiriamo un sospiro di sollievo, forse avete finalmente capito che senza una valida riforma fiscale questo Paese non può ripartire. E speriamo che non sia la solita "carota" che si tenta di farci digerire.

Ma se posso permettermi, mi rivolgo al Governo; anche qui bisogna avere le idee davvero chiare. Come intendete gestire, ad esempio, il rapporto tra la nuova riforma fiscale ed il federalismo fiscale attempato che ci state imponendo? Come farete a mettere d'accordo queste due enormi riforme? Attenzione, perché con questo federalismo ci saranno regioni dove la pressione fiscale sarà inferiore e regioni dove alcune imposte, vedi l'IRAP per quelle vincolate agli eccessivi deficit sanitari, non potrà essere diminuita. Riuscirete, ahimè, a scatenare solo una triste competizione fiscale tra regioni stesse, un nuovo fenomeno migrario tra regioni, in cerca del luogo che applicherà la minore pressione fiscale sui cittadini, già resi inermi dalla crescente disoccupazione del nostro Paese.

Ancora più opportuno, e questo lo sosteniamo da tempo, agire sulla fiscalità delle famiglie e in particolar modo con l'introduzione del quoziente familiare. Qui, al di là dei soliti spot, aspettiamo segnali concreti. Sappiamo che le riforme costano. E qui una piccola idea su come trovare le risorse possiamo darvela noi, ma molto probabilmente non vi piace (e soprattutto non piace al Presidente del Consiglio che si proclama il primo contribuente italiano). Se vogliamo dare un forte segnale, aumentiamo la tassazione sulle rendite finanziarie speculative! Certamente non sarà sufficiente, ma è di certo un ottimo segnale che, è bene ricordarlo, ci avvicina a quanto già avviene nella maggior parte dei Paesi europei. E soprattutto contribuisce a rendere un po' meno inaccettabile quella ingiustificata disparità che esiste tra la tassazione sul lavoro e quella sulle rendite.

Ancora, pretendiamo una maggiore attenzione per le piccole e medie imprese, il 97 per cento del nostro tessuto produttivo. Le imprese italiane subiscono oggi fortemente la concorrenza straniera e sono costrette a chiudere o abbandonare l'Italia per cercare ripari più accoglienti. E quando un'impresa non è in grado di crescere, svilupparsi e competere, chi ne risente maggiormente sono i lavoratori e, di conseguenza, le famiglie. Al di la dei finti proclami, come quello del fondo d'investimento che avete promosso per le PMI, ma che in realtà può essere destinato solo a poche imprese, vogliamo misure concrete. Solo cosi le nostre aziende possono competere in Europa e nel mondo.

Oggi a mio avviso, e lo dico senza rischio di eccessiva semplificazione, il nostro Paese necessita prima di ogni altra cosa di tre ingredienti: innovazione, cultura e coraggio. Innovazione nella capacità di proporre soluzioni nuove, snelle ed al passo con i tempi. Cultura, perché la formazione personale e l'università in particolar modo, sono elementi imprescindibili per la crescita degli individui. Coraggio, perché un Paese che non è conscio delle necessità del suo popolo, è destinato ad arroccarsi su se stesso ed a dissolversi. E allora basta spot, vogliamo risposte concrete. Per presentarci davanti all'Europa finalmente con forza e non con la coda di paglia da ultimi della classe che da qualche tempo ci contraddistingue.