MASCITELLI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MASCITELLI (IdV). Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, abbiamo assistito in queste ore ad un dibattito importante che pone al centro dell'attenzione la centralità del Parlamento.
Noi condividiamo totalmente ed esattamente i contenuti degli interventi e le posizioni espresse da tutti i colleghi dell'opposizione.
È stato posto un quesito: cosa stiamo facendo oggi in quest'Aula? La risposta è molto semplice: non stiamo facendo nulla. (Applausi dal Gruppo IdV). Il Governo, in questa inversione e perversione dei ruoli costituzionali, per cui non è più il Parlamento che controlla il Governo, ma è il Governo che controlla il Parlamento, ha scritto in maniera molto chiara nella premessa della Decisione di finanza pubblica che il documento è sostanzialmente e politicamente superato.
Per noi dell'Italia dei Valori, con riguardo alle posizioni magistralmente espresse dai colleghi dell'opposizione, il problema non si configura come un germe di illegittimità ma, piuttosto, come un vero e proprio bubbone di illegittimità. Ed è per questa ragione che sul documento oggi al nostro esame non possiamo che assumere una posizione fortemente, estremamente critica e negativa.
Ci è stato inoltre detto che il documento avrebbe avuto una qualche attualità in occasione delle decisioni che si sarebbero assunte a livello europeo.
Ma, signor Vice Ministro, noi non consideriamo assolutamente credibile la soddisfazione che il ministro Tremonti ha espresso in seguito ai risultati dell'accordo quadro di ieri, per alcune semplici ragioni. In primo luogo, perché il Ministro non è credibile, considerato che è lo stesso Ministro che ha aumentato debito, deficit e spesa pubblica durante tutto il quinquennio del precedente Governo Berlusconi. In secondo luogo, perché è la stessa Europa che ha posto dei paletti ben precisi affermando che è nei dettagli che si manifesteranno le difficoltà insite nell'accordo sottoscritto ieri. Infine, perché in questa ricerca di equilibrio tra il rigore dei conti pubblici e la crescita del Paese noi non riusciamo a vedere nessuna proposta seria e credibile.
Lasciateci dire, quindi, che dal dibattito che si è svolto su questo documento inutile - come è stato ripetuto già ampiamente - emerge semplicemente la lenta ed inesorabile agonia politica di questa maggioranza. Questo è l'unico dato di fatto. Il capolinea a cui è arrivata questa maggioranza è fatto di chiacchiere, di caos e di rotture: rottura con la Banca d'Italia che, nell'evidenziare una situazione seria e non certo facile per il nostro Paese, viene accusata di dare numeri esoterici ed ansiogeni; rottura con la Confindustria, con chi sino a poco fa era il vostro interlocutore privilegiato e che ora denuncia ribrezzo e schifo per questa politica avvelenata ed inconcludente; rottura tra i Ministri, con la Gelmini che scopre di non avere risorse per realizzare la riforma dell'università, la Prestigiacomo che non vuole passare alla storia come il primo Ministro dell'ambiente che ha chiuso i parchi, e Bondi che è stanco di essere fischiato ovunque vada perché qualcuno gli ha detto che con la cultura non si mangia; rottura con le stesse tre gambe della maggioranza sulle grandi questioni, come la questione del Mezzogiorno, dove è bastata la proposta di un semplice correttivo ad una risoluzione priva di valore di vincolo di legge per far capire che l'unico piano per il Sud di cui questo Governo è in grado di dotarsi è talmente poco credibile da essere in grado soltanto di alimentare la nascita e la proliferazione di sigle a difesa del Sud.
Il Parlamento, mai come oggi, e mai come in questa legislatura, è stato umiliato e mortificato da una valanga di decreti-legge e di voti di fiducia, da mercati di parlamentari e adesso da documenti sostanzialmente e politicamente superati.
Signor Vice Ministro, il 29 settembre scorso, lo stesso giorno in cui la Commissione europea proponeva il pacchetto legislativo per rivedere il Patto di stabilità e crescita, Berlusconi ha chiesto la fiducia alle Camere, con un programma di fine legislatura che è la fotocopia esatta di quello presentato agli italiani già nel 1994 e riproposto poi nel 2001 e nel 2008. E proprio in quest'ultima occasione di pochi giorni fa, Berlusconi ha ripetuto di voler completare la riforma liberale che aveva annunciato con la sua discesa in campo e che assicura - ci ha detto - il principio fondamentale del «tutto è consentito, tranne ciò che è vietato». Tuttavia, l'unica riforma liberale alla quale gli italiani in questi anni stanno assistendo e che stanno sperimentando sulla loro pelle è quella talmente liberale da assicurare il principio del «tutto si può promettere, tanto poi non si mantiene». Ne sanno qualcosa i Comuni, con l'ICI; i contribuenti, con l'Alitalia; le imprese, con l'IRAP; le famiglie, con il bonus prima e il quoziente familiare dopo; la Campania, con i rifiuti; L'Aquila, con la ricostruzione.
Sapete benissimo che state prendendo in giro gli italiani, perché il percorso di riduzione del debito pubblico delineato dal nuovo Patto di stabilità implica dinamiche di entrata e di spesa credibili solo se l'economia riprenderà a crescere. Sapete altrettanto bene che sono del tutto evanescenti le promesse di una riduzione graduale delle tasse su famiglie e imprese perché, se per le prime il quoziente familiare è soltanto un oggetto misterioso, per le seconde la riduzione dell'IRAP è di fatto un onere a totale carico delle Regioni, che non si capisce come potranno finanziarlo, dopo i tagli previsti.
Bisogna dire allora alcune verità per far capire che non stiamo affatto bene e che non siamo in una situazione confortevole, come invece vorrebbe far credere il ministro Tremonti. Viviamo in una realtà che è fatta di bassa crescita, di disoccupazione giovanile, di una disoccupazione arrivata nel Mezzogiorno quasi al 50 per cento, di una situazione esplosiva di emergenza per 500.000 famiglie che hanno perso il posto di lavoro e per altre 300.000 che lo perderanno, quando sarà finita la cassa integrazione o il periodo di mobilità. Viviamo in una realtà di imprese che chiudono e di un'amministrazione pubblica in un progressivo degrado e decadimento, perché sempre più succube di scelte sbagliate.
Se poi vogliamo attenerci ai puri dati statistici, i Governi di centrodestra sono stati un totale fallimento. Dieci anni fa eravamo, per prodotto pro capite, intorno ai livelli della Germania; ora registriamo invece un arretramento rispetto alla Germania stessa e all'area euro. Negli anni berlusconiani, per i lavoratori dipendenti si è registrata una perdita, in media, di oltre 5.000 euro in potere di acquisto; se questo poi può essere considerato un dato di parte, si può prendere in considerazione anche il dato Eurostat, in base al quale il reddito pro capite degli italiani, che superava di 17 punti il reddito medio europeo, oggi invece è inferiore di due punti a quel livello.
Non è vero, quindi, che abbiamo reagito bene alla crisi economica e non è vero che lo abbiamo fatto meglio di altri. Il Paese ci chiedeva più giustizia sociale e più uguaglianza; ci chiedeva di detassare i redditi da lavoro per tassare patrimoni e rendite. Voi non avete fatto nulla di tutto questo; anzi, avete fatto peggio: avete votato lo scudo fiscale per gli evasori, gli elusori e i bancarottieri.
Siete gli unici a non capire perché un Governo che voleva spacciare una politica del fare viene accusato dal mondo delle imprese di non riuscire a fare le riforme; siete gli unici a non capire che persino la Chiesa, con il cardinale Bagnasco, ha speso parole di preoccupazione, angustiata, al pari degli italiani, per il degrado della politica.
Per non parlare poi del piano Marshall per il Sud. Nel luglio 2009 era stato annunciato un piano di infrastrutture e investimenti per il Sud, ma oggi state ancora tentando una ricognizione delle risorse da destinare al Sud. L'IRAP e l'IRPEF, signor Presidente, con le aliquote raddoppiate, nelle Regioni del Sud rappresentano, come sappiamo, una fiscalità di svantaggio e non di vantaggio.
Per questo, signor Presidente, il nostro voto sarà un non voto. Non parteciperemo a questa farsa, al teatrino di votare un documento già politicamente e sostanzialmente superato. Non parteciperemo al voto perché la differenza tra noi e voi è che noi pensiamo che il danno maggiore che si possa fare al nostro Paese non è il deficit del 5,3 per cento del bilancio, ma il deficit di senso dello Stato, di rispetto per le istituzioni, di attenzione per gli interessi generali, di preoccupazione per le parti più deboli. E questo è l'unico deficit che può essere sanato con un semplice taglio: il taglio di questo Governo. Per tale ragione non parteciperemo al voto. (Applausi dal Gruppo IdV).