RUTELLI (Misto-ApI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RUTELLI (Misto-ApI). Signor Presidente, mi associo completamente alle dichiarazioni rese dai colleghi Finocchiaro, D'Alia, Morando e all'intervento sull'ordine dei lavori del collega Legnini. È infatti evidente che il Governo deve esprimere la sua posizione. Come possiamo intervenire in dichiarazione di voto su una questione sospensiva se il Governo, indipendentemente dall'opinione della maggioranza (che si esprimerà sicuramente toto corde secondo i propri convincimenti), non dice la sua?
Quando è iniziata questa legislatura, il ministro Tremonti ha comunicato al Parlamento e al Paese che la stagione delle leggi finanziarie era finita. Qui in Assemblea sono presenti il collega Calderoli ed altri Ministri. Egli portò in Consiglio dei ministri una manovra dichiarando che essa era stata approvata, se non ricordo male, in nove minuti. Dopo questi nove minuti, che hanno preannunciato una rivoluzione nel rapporto tra Esecutivo e Parlamento e finalmente un meccanismo di stabilizzazione nell'esame, tanto più in pendenza della crisi economica e finanziaria globale, degli strumenti di politica economica e di bilancio da parte del Parlamento, che cosa è successo, signor Presidente?
Ripercorriamo soltanto quest'anno. Il Parlamento ha iniziato ad occuparsi del cosiddetto decreto milleproroghe. La manovra aggiuntiva, approvata immediatamente dopo la finanziaria, aveva una portata se non ricordo male (mi corregga il collega Morando), di circa nove miliardi di euro. Dopodiché è arrivata la manovra primaverile-estiva da circa 25 miliardi di euro. Infine, arriva al nostro esame questo documento, l'ex DPEF, che - così ha dichiarato il Governo - sarà il primo e l'ultimo. Senza attendere che esso venga varato come prescrive la legge e nel corretto rapporto - non aggiungo una parola a quanto è già stato ricordato - tra Governo e Parlamento, il Governo ha varato la manovra per cui era obbligato a tener conto del parere delle Camere sull'ex DPEF. Ora ci troviamo in un punto nel quale, tra breve, il Governo porterà in Parlamento la manovra di bilancio, senza l'approvazione della Decisione di finanza pubblica. Quando infatti il ministro Gelmini chiede che il Governo, cioè il Ministro dell'economia, mantenga le promesse sulla riforma dell'università, Tremonti le risponde che se ne parlerà con il decreto milleproroghe. Approviamo quindi ora l'ex DPEF e l'ex legge finanziaria, ma ci ritroveremo a dicembre con un ennesimo strumento di politica economica che sarebbe quello che riguarda la cassa e che consente di fare le riforme - sempre che vi siano, ma pare che non sia così - delle quali il Parlamento si è occupato in tutto questo periodo.
Chiedo quindi conto, come gli altri colleghi hanno fatto, al Presidente del Senato, ma soprattutto al Governo di quello che ci avete promesso, e che non è stato mantenuto. Si sostiene che finalmente è finita la finanziaria, che è un treno al quale ognuno appende il proprio vagoncino, e che finalmente c'è la legge di stabilità, punto e basta; ma non basta affatto: abbiamo la finanziaria strisciante, le manovre economiche che si susseguono di settimana in settimana, fatto salvo il fatto che non siamo in condizione di fissare degli obiettivi strategici per la politica economica. Questo, come ricordava il senatore D'Alia, che ringrazio, è l'oggetto di una mozione d'indirizzo legata alle politiche della crescita che un certo numero di parlamentari ha ritenuto di porre (e spero che l'Assemblea la condividerà) proprio per fare chiarezza in questo caotico processo che si voleva inteso a farla finita con le finanziarie omnibus e poi trasforma l'intero corso dei 12 mesi della vita del Parlamento in un omnibus. Questo è il tema.
La richiesta di chiarimento al Governo su cosa intenda fare è pertanto ineludibile e credo sinceramente che seppure i colleghi abbiano il desiderio, come ho fatto io, di dire la loro in questo passaggio così critico e al di fuori delle regole, ancora di più chiediamo al Governo di dirci dov'è il momento in cui il Parlamento assume le proprie determinazioni sulla politica economica, sul bilancio dello Stato, sui grandi indirizzi che riguardano la crescita. Questo è assolutamente decisivo, peraltro, da due punti di vista: quanto alle decisioni che sono state prese nella notte da parte dei Ministri europei dell'economia e delle finanze relativamente al reindirizzo del Patto di stabilità e crescita europeo e quanto all'impegno, che ci coinvolge direttamente, che l'Europa ha definito strategia per la crescita al 2020, all'interno del quale, cosa più volte annunciata dal ministro Tremonti ma di cui non si ha alcuna traccia al di là della reiterata buona volontà del ministro competente Ronchi, si deve pronunciare il Paese, si deve pronunciare il Parlamento.
Non vi è traccia della strategia nazionale per la crescita che l'Italia deve configurare dentro l'obiettivo della crescita europea al 2020, strumento indispensabile perché il problema dell'Europa è la crescita. Dove sono le misure? Dove sono gli indirizzi? Dove sono le politiche?
Ecco ciò che rende ancora più paradossale, signor Presidente, l'esame da parte del Senato di una litania di provvedimenti, ciascuno inconcludente e fine a se stesso, perché rinvia al successivo, ma nessuno dei quali rinvia al tema cruciale che tocca la politica economica del Paese, che è la crescita, la competitività, il lavoro, la tutela delle piccole imprese e della famiglia, su cui, di rinvio in rinvio, il Parlamento non discute, e di cui il Parlamento e il Paese nulla sanno. Se è vero quello che si è detto a proposito del ministro Tremonti, che egli goda di generale considerazione perché non dilata la spesa, in realtà noi di Tremonti constatiamo l'immobilismo nel mancato taglio effettivo mirato alle riforme del perimetro dei costi delle amministrazioni dello Stato e delle Regioni, ma lagniamo soprattutto la totale assenza di riforme che riguardino la crescita.
Ecco perché, in particolare, tutto ciò stride in quest'Aula. E lo dico ai colleghi della maggioranza, essendo io un parlamentare che ha votato la riforma dell'università. Noi votammo in quest'Aula la riforma dell'università sulla base del preciso impegno che vi sarebbero state le riforme, ma che vi sarebbero state anche le risorse. Senza risorse non ci sono riforme. Ci sono solo tagli lineari, si tradiscono gli impegni assunti davanti al Paese, si passa da un appuntamento all'altro e cresce la depressione e la sfiducia tra gli italiani.
Questa è la materia del contendere. Non è un fatto procedurale, ma è la gravità della crisi economica che non vede risposte credibili da parte del Governo (Applausi dal Gruppo PD).