in occasione della partita Italia-Serbia si sono verificati atti violenti di assoluta gravità, anticipati il giorno precedente da episodi di teppismo commessi nella città di Genova;
è notoria l'esistenza, all'interno delle tifoserie serbe, di frange violente e politicizzate;
il sabato precedente l'incontro si erano verificati a Belgrado episodi di inaudita violenza in occasione della manifestazione detta gay pride;
le manifestazioni sportive sono soggette da anni all'attenzione dei vertici della Polizia italiana, che si avvale della collaborazione ufficiale dell'Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI);
i cittadini genovesi e gli agenti di polizia sono stati esposti a rischi elevatissimi per la loro incolumità fisica;
il Ministro dell'interno Dacic, secondo una notizia riportata dall'agenzia Adnkronos del 12 ottobre 2010, avrebbe dichiarato che «"La polizia italiana sarebbe potuta intervenire in modo migliore. Non avrebbero dovuto permettere ai tifosi di entrare allo stadio portando quelle cose, a Belgrado non sarebbe accaduto" (...). I tifosi serbi hanno costretto l'arbitro ad ordinare lo stop definitivo dell'incontro con un fitto lancio di petardi e bengala. Secondo il Ministro, la polizia italiana non ha chiesto informazioni sugli hooligans che avrebbero raggiunto Genova per l'incontro di ieri sera. "È stata una nostra iniziativa, abbiamo comunicato loro il numero dei tifosi in partenza e l'itinerario che avrebbero seguito"»;
la agenzia Ansa nel medesimo giorno ha riportato quanto segue: «"Abbiamo acquistato i razzi di segnalazione nei negozi di nautica di via Gramsci, li abbiamo messi nella cintura dei pantaloni sotto la maglia e siamo entrati senza problemi allo stadio". Lo ha detto Slobo, un capo tifoso serbo intervistato a microfoni spenti da un giornalista del Tg Rai regionale della Liguria all'uscita dalla Questura. "Non siamo nazisti, siamo nazionalisti - ha detto ancora Slobo al cronista della Rai - siamo contro l'entrata della Serbia nell'Unione europea e contro l'indipendenza del Kosovo, per questo abbiamo bruciato la bandiera dell'Albania. Il palcoscenico di Genova era ideale per fare conoscere le nostre motivazioni, che sono tutte politiche. A Belgrado c'è una dittatura: ha aggiunto il tifoso - e là non possiamo manifestare". "I duri della Stella Rossa erano 50-60 - ha concluso il tifoso - non trecento come avete detto voi italiani. Se fossimo stati di più avremmo avuto la meglio sui vostri poliziotti che sono molto più piccoli di quelli serbi"»,
si chiede di sapere:
quali informazioni fossero state comunicate dalle autorità serbe rispetto alle presenze dei tifosi serbi e di gruppi violenti organizzati;
se l'AISI o altri servizi di informazione avessero analizzato i rischi circa l'utilizzo della partita per episodi di violenza a carattere politico, e, in caso affermativo, quali provvedimenti di prevenzione siano stati assunti;
quali indicazioni fossero pervenute dall'Osservatorio sulle manifestazioni sportive e dal Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive (CASMS);
perché non sia stata considerata l'ipotesi di cambiare la sede dell'incontro, essendo notorio che la città di Genova e il suo stadio non si prestano al controllo di gruppi organizzati di violenti;
come sia stato possibile che all'interno dello stadio siano stati introdotti oggetti atti a offendere, materiale pirotecnico e passamontagna.
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