Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (297 KB)

Versione HTML base



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 437 del 13/10/2010


PARDI (IdV). Signora Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, vi è una logica che noi consideriamo inaccettabile e che si aggira, non come un fantasma ma come un soggetto conclamato, in quest'Aula e anche sulla stampa. Mi riferisco al fatto che solo le forze che vogliono proseguire la missione in Afghanistan e che vogliono continuare ad esporre i militari ai rischi conseguenti sostengono veramente le nostre Forze armate. Con il che si stabilisce che quelle che si preoccupano effettivamente del destino dei militari impegnati su un teatro di guerra davvero difficile sono forze irresponsabili che non hanno cura dei nostri soldati e sono degne della massima riprovazione. Noi rivendichiamo, con la massima serietà e determinazione, il sostegno ai soldati impegnati in quel teatro di guerra: è un sostegno convinto, c'è dell'affetto. Lo dico in maniera che potrà sembrare sentimentale: il nostro Gruppo si occupa intensamente della cura e della sopravvivenza dei soldati impegnati in quel teatro di guerra. Nessuno ci può venire a dire che il nostro atteggiamento di critica nei confronti dell'intervento in Afghanistan è disfattista. C'è una brutta logica dietro questi modi espressivi; il disfattismo richiama antiche memorie: chi non sta in prima fila a difendere la Patria è disfattista e la mette in pericolo.

Quali sarebbero i motivi per continuare l'operazione? Vi ricordo di passaggio quanto segue. Sono nove gli anni di intervento, dal 7 ottobre 2001; i morti sono 50.000: 2.000 soldati NATO, 7.000 militari afgani, 24.000 guerriglieri e 14.000 civili. Per quanto riguarda gli effetti collaterali, la logica che attribuisce a noi il ruolo infamante di disfattisti è la stessa che considera 14.000 civili degli sventurati effetti collaterali. Il Ministro rivendica che noi non abbiamo mai causato morti. Ma i nostri soldati, sui nostri mezzi, stanno in un teatro di guerra dove i principali alleati hanno sistematicamente prodotto, con bombardamenti e mitragliamenti dissennati, con colpi dall'alto da aerei senza guida, la morte di 14.000 civili. Noi, in quanto alleati, condividiamo - volendo o non volendo - questo segno fortissimo, che impedisce alla radice la costruzione di un clima di confidenza con la popolazione così colpita.

All'origine di questo intervento ci sono motivi profondamente sbagliati. L'ex presidente Cossiga, che vi fate così lustro di ammirare e incensare, ha ripetutamente votato contro l'intervento in Iraq e contro quello in Afghanistan. Cossiga vi piace per certe scelte ma, quando queste sono di altra natura, lo mettete sotto il tappeto.

L'intervento in Iraq nasceva da una operazione di falsificazione sistematica che ha avuto origine in Italia sulla famosa questione - che è una "balla" totale - delle armi di distruzione di massa. In Iraq non c'era il terrorismo: il terrorismo in Iraq è arrivato dopo l'intervento; in Afghanistan non c'era il terrorismo, vi è arrivato dopo l'intervento. Gli afgani, in quanto tali, non sono mai stati terroristi. Se andate a vedere la composizione della truppa che ha compiuto l'assalto alle Torri Gemelle, non ci troverete un afgano. Se fate il conto dei guerriglieri identificati delle cellule di Al Qaeda, non ci troverete un afgano. Su circa 50.000 guerriglieri censiti dalla CIA, solo 359 sono stranieri e non appartengono alla jihad. Quindi, il teorema per cui l'Afghanistan è il nucleo generatore di una offensiva terroristica è completamente falso.

Al contrario, la nostra operazione di peace-keeping (peace-keeping che viene esercitato con l'arte della guerra, in un teatro di guerra) si sostanza nell'appoggio indiscriminato ad uno dei regimi più corrotti, ad un Governo corrotto, minato da scandali bancari, da innumerevoli conflitti di interesse, da legami tra politica e criminalità e segnato pubblicamente nel mondo dalla ripresa della produzione di oppio, fino al 93 per cento della produzione mondiale. Ricordo di passaggio che il deprecatissimo - giustamente deprecatissimo - Mullah Omar, nel 2000, quando i talebani controllavano il territorio, aveva portato la produzione dell'oppio quasi a zero. Avrà avuto i suoi motivi, ma ciò che va rimarcato è che tutto quello che vediamo oggi come terrorismo è spesso un terrorismo contro un esercito anonimo di robot, di aerei senza guida, di bombardamenti senza autori. Con questo non intendo scusare il terrorismo, ma la franchezza dell'analisi vuole la sua parte.

Questa situazione imbarazzante di appoggio ad un regime corrotto e l'impegno in una lotta contro il terrorismo sarebbero giustificati dalla logica che ho sentito più volte ripetere anche in quest'Aula: combattiamo lì per non farli arrivare qui. È veramente curioso, e mi chiedo come si possa giustificare questo tipo di ragionamento. Intanto, c'è da provare che potrebbero arrivare qui e c'è da provare il fatto che davvero li combattiamo lì. In realtà lì, nel teatro di guerra afgano, noi stiamo costruendo le condizioni della crescita di un nuovo tipo di terrorismo e di una nuova ondata di terrorismo, sicuramente almeno in quella regione.

In conclusione, signora Presidente, la proposta di dotare gli aerei di bombe per rendere più facile la difesa dei nostri soldati impegnati è stata smontata alla perfezione da una recentissima intervista del generale Fabio Mini, che non è un pericoloso bolscevico, ma un ex comandante NATO. E poi ancora - e termino davvero - mi chiedo come sia possibile, dopo nove anni di pratica di guerra, sostenere che nel prossimo anno, miracolosamente, raggiungeremo tutti gli obiettivi, quando non ci siamo riusciti negli anni precedenti. Per questo diciamo che bisogna sostenere i nostri soldati riportandoli fuori dal teatro di guerra. (Applausi dal Gruppo IdV e dei senatori Veronesi e D'Ambrosio. Congratulazioni).