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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 416 del 29/07/2010


ZANDA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ZANDA (PD). Signora Presidente, signora Ministro, signori senatori, stiamo per concludere il dibattito sull'università, tema decisivo per il futuro dell'Italia, per la sorte delle nuove generazioni e per il posizionamento del nostro Paese nel mondo per i prossimi decenni. È un dibattito che si svolge in una condizione politica particolare, ed il Partito Democratico, dall'opposizione, assiste alla decadenza del Governo Berlusconi che, nonostante i 100 voti di vantaggio alla Camera e i 50 al Senato, si sta dibattendo tra dimissioni di Ministri e Sottosegretari per responsabilità penali, gravi problemi interni al PdL e prospettive del decentramento fiscale rese difficili dalla manovra.

Ciò nonostante, pur in un contesto politico così critico, proprio avendo presenti gli interessi generali del nostro Paese, avrei avuto molto piacere se mi fosse stata data la possibilità di annunciare il voto favorevole dei senatori del Partito Democratico a un disegno di legge che forse è un po' presuntuoso chiamare di riforma dell'università, ma che comunque contiene norme sulla sua organizzazione e sul suo funzionamento. Invece, purtroppo, il nostro voto sarà contrario.

Anche questa mattina il ministro Gelmini ha ricordato che il presidente Napolitano due settimane fa ha sottolineato che vi sono scelte «che esigono condivisione». Ed è con questo spirito che i senatori del Partito Democratico hanno lavorato nella Commissione istruzione. Sono certo che il presidente Possa non avrà difficoltà a confermarlo, con la lealtà che lo contraddistingue.

Ma il risultato finale del lavoro sul quale tra breve il Senato si esprimerà è assolutamente inadeguato, insufficiente, debole, non all'altezza, da qualunque punto di vista lo si osservi, dei problemi dell'università italiana.

Ho rispetto - e lo voglio dire in quest'Aula - per il ministro Gelmini, ma debbo dirle con franchezza che la sua legge non aiuterà la nostra università, e i senatori del Partito Democratico non possono votarla.

Tutti i grandi Paesi, a partire dalla Germania, dalla Gran Bretagna, dagli Stati Uniti, stanno affrontando la crisi economico-finanziaria pensando al domani. Per loro pensare al domani significa disporre importanti investimenti sulla scuola, sulla ricerca e sull'università. Lo fanno Governi di destra e Governi di sinistra. Solo l'Italia, invece di promuovere finanziamenti aggiuntivi su scuola e università, interviene tagliando le risorse: più di 8 miliardi di euro in meno alla scuola nel 2008; un miliardo e 300 milioni di euro in meno nel 2011 all'università.

Tutti i rettori, a prescindere dal colore politico, hanno preannunciato le conseguenze disastrose dei tagli. Come resisteranno ai defìnanziamenti università come La Sapienza di Roma e la "Statale" di Milano, solo per citare le due più grandi? Come potranno elaborare i loro piani di sviluppo triennale? Cosa farà, cosa dirà il Governo davanti al prossimo fallimento annunciato di tante università?

Io credo alla sincerità del ministro Gelmini quando dice di essersi battuta per difendere i finanziamenti all'università. Ma quando si governa ed è in gioco il futuro del Paese non è sufficiente fare le battaglie: bisogna saperle vincere. Il Senato, ministro Gelmini, può prendere atto delle sue buone intenzioni, e dei suoi desideri, ma non può votare sulle intenzioni. Il Senato sa che senza risorse nessuna riforma è possibile (e credo che lo sappia bene anche lei); sa che persino una politica di risanamento, di contenimento dei costi, di valorizzazione e potenziamento di quel che ancora funziona nell'università italiana ha bisogno di investimenti in organizzazione, in strumentazione, in capitale umano, in infrastrutture.

Il Partito Democratico ritiene l'università una priorità assoluta, e lo ritiene ancora di più nel mezzo di una crisi che rende così incerto il nostro futuro. Rispondere alla crisi definanziando l'università è molto di più di un errore politico grave: è un delitto nei confronti dello sviluppo, della ripresa e delle future generazioni.

La crisi internazionale spiega molto delle difficoltà di questi anni, ma per l'Italia non spiega tutto. Se non avessimo buttato tra i 4 e i 5 miliardi di euro nella privatizzazione dell'Alitalia, se avessimo applicato allo scudo fiscale un'aliquota decente (Applausi dal Gruppo PD), almeno decente se non avessimo abolito l'ICI sulle case di lusso, se non avessimo allentato la lotta all'evasione abrogando le sacrosante norme del Governo Prodi, che in parte avete dovuto riadottare, oggi avremmo risorse a sufficienza per far fare all'università italiana uno straordinario salto di qualità.

Nel suo intervento, signora Ministro, non ho ascoltato nessun cenno al rapporto tra l'università e l'Italia. Nessun chiarimento su quale rapporto dovrà legare nei prossimi anni l'università a un Paese che cambia così velocemente, alla sua crescita, al suo sistema industriale, alla competizione internazionale, alla Strategia di Lisbona.

Dal Governo non è venuto alcuno spunto strategico su quale università servirà al Paese nel terzo millennio. Nessuna individuazione di priorità, di grandi obiettivi. Nessun cenno alla qualità del rapporto tra didattica e ricerca.

L'unica idea chiara del Governo è che le risorse per l'università oggi non ci sono e non ci saranno domani. Questa mattina lei, signora Ministro, ha detto di fidarsi di Tremonti: capirà che per noi questo è un po' poco perché il Ministro dell'università si chiama Gelmini, non Tremonti. (Applausi dal Gruppo PD).

Le democrazie moderne hanno sempre modificato il modello d'università ad ogni cambiamento della società, ben sapendo che lì si formano le classi dirigenti e le élite delle nazioni, ed avendo ben chiaro che nell'università può trovare una prima attuazione concreta uno dei principi cardine della democrazia: quello di offrire a tutti i giovani, a quelli ricchi e a quelli poveri, pari opportunità di partenza.

Dopo il Trattato di Lisbona e dopo l'impegno a fare dell'Europa il continente più avanzato in termini di società della conoscenza, oggi il Senato voterà non una vera, grande riforma dell'università, ma un modesto aggiustamento, non sempre positivo, delle sue regole organizzative.

Nei prossimi anni la sfida globale si giocherà sul differenziale di conoscenza. Non sarà il numero dei premi Nobel conquistati a determinare il rango delle nazioni, ma il numero maggiore o minore di cittadini depositari dei nuovi saperi.

Una riforma senza risorse è destinata a punire i giovani, colpiti nel loro diritto allo studio e nel diritto alla loro crescita culturale. Colpisce gli studenti nella loro legittima aspirazione alla mobilità e a un serio welfare dell'istruzione superiore. Punisce i 26.000 ricercatori italiani, la cui gran parte viene lasciata in un binario morto, ghettizzata, quasi fosse parte di quella cassetta di mele marce di cui ha parlato il ministro Tremonti.

Rischiamo, ministro Gelmini, anzi possiamo esserne certi, che al termine di questo processo ci resti in mano solo la dispersione dell'immenso investimento culturale e finanziario rappresentato dal lavoro dei ricercatori italiani. Il rischio è che da oggi venga sostanzialmente impedito ad una intera generazione di partecipare alla ricerca universitaria.

In questo contesto - non voglio eludere l'argomento - anche la discussa e rilevante ipotesi di anticipare a 65 anni l'età della pensione per i professori d'università, che lei questa mattina ha confermato di condividere, che aveva l'obiettivo di omogeneizzare la nostra normativa all'Europa e di rendere possibile il reclutamento di docenti giovani, se fosse stata accolta avrebbe visto ridotta gran parte dei benefici possibili. Senza nuove risorse, senza un ampio sblocco del turnover, la norma non avrebbe prodotto nell'immediato risparmi di bilancio e non avrebbe potuto ringiovanire la nostra università.

È vero che maggiori risorse non garantiscono una buona università, come lei ha ricordato, ma tagli insostenibili bloccano persino l'esistente e, a maggior ragione, il futuro. (Richiami della Presidente). Mi dia ancora un minuto, signora Presidente, è un argomento molto importante.

Scriveva Albert Einstein: «Non vi è nulla di più distruttivo che approvare leggi inapplicabili». Quando si tagliano le risorse e ci si mette a discutere di interventi normativi senza risorse, siamo esattamente nel campo delle leggi inapplicabili di cui parlava Einstein.

In Commissione e nel dibattito d'Aula i senatori del PD, con la forza dei loro emendamenti, hanno richiesto che venisse data attuazione al principio dell'autonomia degli atenei e a quello della loro responsabilità. Su questo piano il risultato è stato talmente nullo che persino il senatore Quagliariello, intervenendo in Commissione, ha dovuto denunciarne il dirigismo e il burocratismo.

Abbiamo chiesto l'attuazione immediata dei meccanismi di valutazione, ma il Ministro, di fronte ad un ANVUR da più di due anni senza risorse e senza competenze, ha annunciato che solo dopo l'estate il Governo varerà un consiglio direttivo.

Abbiamo chiesto di valorizzare il merito ma, senza sostegno alla qualità della formazione, il merito non potrà mai emergere.

Sul merito e sulla valutazione non sarei però corretto se non dessi atto al ministro Gelmini di avere espresso parere favorevole all'emendamento, rilevante, del senatore Ignazio Marino, che finalmente introduce in Italia criteri internazionali per l'assegnazione trasparente secondo il merito dei fondi pubblici per la ricerca. E l'unanimità di quest'Aula è la conferma che noi possiamo fare cose buone se abbiamo buone norme da approvare.

Signora Ministro, concludo. La manovra anticrisi di 25 miliardi non prevede un euro per lo sviluppo. Questa legge sull'università taglia le risorse. Può, per cortesia, dirmi quale futuro state costruendo per l'Italia e come pensate di renderla competitiva?

Quando una multinazionale si interroga su dove collocare un nuovo stabilimento (penso alla FIAT, ma non solo alla FIAT) tiene conto certamente dello stato delle relazioni industriali e dei livelli medi delle retribuzioni. Ma, se è lungimirante, bada anche al sistema - Paese, alla serietà dei Governi, al funzionamento delle infrastrutture e dei servizi pubblici, e guarda soprattutto ai livelli dell'istruzione, della scuola e dell'università, guarda alla preparazione e alla specializzazione delle persone, operai o impiegati, che dovrà assumere e far lavorare.

Nel mondo è in atto una durissima sfida per lo sviluppo e l'egemonia. Si stanno modificando gli equilibri: chi ieri era al settimo posto oggi sta scendendo in classifica.

Sbaglia di grosso chi pensa che l'Italia possa partecipare a questa sfida epocale riducendo sempre di più salari e retribuzioni, welfare e diritti. Su questo piano non saremo mai competitivi. Tutte le nostre speranze di riscatto sono nella qualificazione, nella specializzazione, nella qualità della formazione dei cittadini italiani e dei giovani.

Il Governo Berlusconi, che si autoproclama Governo del fare ma che in realtà è il Governo dell'annuncio, mortificando le università, i professori, i ricercatori, gli studenti e i giovani, annulla le possibilità di sviluppo del nostro Paese e lo mette ai margini della sfida internazionale. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).