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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 399 del 29/06/2010


SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-IS-MRE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-IS-MRE). Signora Presidente, onorevoli colleghi, siamo chiamati ad approvare un provvedimento di grande interesse riguardante le fondazioni liriche, dopo che la Camera ne ha dibattuto nel corso di una maratona imposta dall'esigenza di licenziarlo in breve tempo, per permettere il definitivo avallo prima dell'imminente scadenza.

I tempi contingentati, che in particolare alla Camera non hanno permesso l'opportuno approfondimento che noi auspicavamo, sono dovuti di certo alla stessa natura del decreto-legge quanto mai inopportuna in una materia così complessa, così implicante e così delicata.

Per primi abbiamo riconosciuto l'opportunità di intervenire in questo settore della musica e degli enti lirici, denunciando il fallimento della legge Veltroni e sottolineando la mancanza della responsabilizzazione di una governance eccessivamente disinvolta nella gestione delle risorse, che ha condotto ad una situazione al limite del collasso, che avrebbe richiesto per tempo una decisiva sterzata ai fini di un drastico contenimento degli sprechi, attraverso l'ottimizzazione della gestione, la razionalizzazione della stessa governance, la valorizzazione delle eccellenze, a tutela soprattutto dei lavoratori che non avrebbero dovuto rispondere di scelte a cui non hanno concorso e che hanno portato alle conseguenze disastrose che sono sotto i nostri occhi.

Tuttavia, signor Ministro, pur consapevoli dell'esigenza di dover tempestivamente intervenire, abbiamo ritenuto sin da subito che il decreto-legge non fosse lo strumento più opportuno, in primis in quanto avrebbe compresso il necessario ampio confronto sul tema e in secondo luogo perché avrebbe condotto ad un intervento settoriale e affatto organico.

Le nostre preoccupazioni purtroppo si sono rivelate fondate. Lo testimonia il rapido esame alla Camera che si è svolto con una vera e propria "maratona" e la nostra convocazione dettata dalla necessità di approvare il provvedimento modificato a ridosso della scadenza.

Non è l'opportunità dell'intervento che critichiamo, ma il modo con cui viene fatto e per tre fondamentali ragioni, già espresse nelle argomentazioni delle pregiudiziali discusse nell'altro ramo del Parlamento. In primis l'esigenza di intervenire per il riordino di questo delicato settore, fondamentale anche per la competitività culturale del nostro Paese, c'è, nessuno la nega, ma questa è lungi dal poter essere scambiata tout court con i requisiti di necessità e di urgenza previsti in via straordinaria dalla Costituzione per il ricorso alla decretazione d'urgenza.

Inoltre, lo stesso articolo 1, con cui si stabiliscono dei generici criteri di riordino, conferendo al Governo un'amplissima potestà di regolamentazione delegificante, è in contrasto con la natura del decreto-legge in quanto è escluso che si possa far ricorso alla decretazione d'urgenza se non per l'introduzione di norme di immediata applicazione di contenuto univoco ed omogeneo, nonché specifico.

Vi è poi un intervento statale molto denso e molto esteso sulla stessa organizzazione delle fondazioni lirico-sirifoniche. Questo decreto-legge, infatti, a nostro avviso interviene a gamba tesa sull'autonomia delle fondazioni, conferendo un potere amplissimo al Governo sotto tutti i profili, con un'ottica statalista, in evidente contrasto con la dimensione federalista tanto sbandierata dalla maggioranza in mille occasioni, con la volontà soprattutto di adottare criteri manageriali e privatistici nella

governance e nella gestione delle fondazioni stesse.

Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 18,14)

(Segue SBARBATI). Entrando poi nel merito del provvedimento, dobbiamo riconoscere, è vero, che in Senato ed anche alla Camera sono stati introdotti degli elementi correttivi, i quali, signor Ministro, tuttavia, purtroppo hanno lasciato sostanzialmente inalterato un impianto che non possiamo condividere.

Dei passi in avanti sono stati fatti grazie soprattutto alle proposte dell'opposizione, in particolare a tutela dei diritti acquisiti dei lavoratori; mi riferisco allo spinoso tema del trattamento economico aggiuntivo, frutto della contrattazione integrativa.

Tuttavia, avremmo voluto che il Governo avesse mostrato maggiore coraggio e sensibilità verso un settore così importante per la cultura del nostro Paese. Al contrario, sembra che questo provvedimento si limiti ad individuare nel solo costo del personale l'unico elemento di spreco, mentre a nostro avviso bisognava in primis individuare le responsabilità di questa situazione emergenziale, per trovare poi le soluzioni, indicare una precisa governance, predisporre più stringenti controlli sulle gestioni, avviare concrete sinergie tra le fondazioni, predisporre una circuitazione delle produzioni stesse, valorizzare quelle eccellenze che ci sono e colmare i deficit culturali di alcune Regioni svantaggiate, prevedere infine partnership private. Tutto questo, purtroppo, nel provvedimento non c'è, perché ci si è limitati a tracciare ampi e generici criteri a cui dovrà attenersi il Governo in via regolamentare.

Se noi condividiamo che una gestione improntata a criteri manageriali, unitamente all'innesto di risorse private, potrebbe essere la strada per una ripresa economica del settore, restiamo però perplessi di fronte alle deboli misure che vengono adottate per attrarre capitali privati a fronte di risorse pubbliche, che sono assolutamente esigue, signor Ministro, quali quelle stanziate con il Fondo unico per lo spettacolo. Tutto questo non fa che porre in evidenza la volontà del tutto contraddittoria dell'Esecutivo, che da una parte dice "sì" e dall'altra dice "no".

Avremmo voluto ben altro. In primo luogo, avremmo voluto l'approvazione della legge sullo spettacolo dal vivo, che è all'attenzione dell'altro ramo del Parlamento, intorno alla quale sembra essere maturato un ampio consenso. Con essa si sarebbe potuta creare quella cornice di carattere più ampio, nell'ambito della quale affrontare anche il tema più specifico delle fondazioni liriche. Ma così non è stato. Quindi, ci dobbiamo soltanto augurare che si possa fare di più e di meglio, portando a conclusione l'iter di approvazione del disegno di legge relativo alla riforma dello spettacolo dal vivo.

L'impianto del provvedimento al nostro esame, infine, non è assolutamente soddisfacente, né può considerarsi una sufficiente garanzia per lo stesso comparto e i suoi addetti, alla luce dei numerosi attacchi che più volte purtroppo questo Governo, attraverso la figura del Ministro all'economia, ha sferrato nei confronti della cultura in svariati settori, attacchi parzialmente e qualche volta sventati anche grazie all'intervento del Capo dello Stato.

Questo decreto-legge risulta ancora fortemente penalizzante e per nulla affatto riformatore nella misura in cui non prevede incentivi fiscali alla cultura, così come in Europa e dovunque è stato fatto. Al tempo stesso, riduce gli stanziamenti pubblici previsti dal Fondo unico per lo spettacolo. Non permette, quindi, una programmazione sulla base di risorse certe e, in assenza di risorse certe, non si può programmare neanche nel mondo e nello spazio della cultura. Costringe quindi le fondazioni all'esoso ricorso all'indebitamento, continua a promuovere la precarizzazione dei rapporti di lavoro, disconosce il ruolo dei professionisti dello spettacolo e della cultura.

Invochiamo quindi rispetto per un comparto e soprattutto per i suoi lavoratori, in particolare per i giovani talenti italiani i quali, troppo spesso, vedono frustrate le loro legittime aspettative, maturate in anni e anni di sacrifici, da un mercato del lavoro mortificante, che non li rispetta prima di tutto nella loro dignità. Dignità significa sopratutto - signor Ministro, me lo lasci dire - arrivare al riconoscimento previsto dalla legge n. 508 per quanto riguarda i diplomi rilasciati dai conservatori, che devono essere considerati diplomi di laurea, così come la stessa legge ha stabilito. Fino ad oggi, però, non abbiamo visto le conseguenze di questo dettato legislativo che ancora giace lì inerte e nessuno se ne occupa. Il Governo deve fare la sua parte, come deve farla lo stesso Parlamento. É impensabile che i lavoratori di questo settore stiano nel limbo e non possano partecipare ai concorsi internazionali, perché i diplomi conseguiti all'estero, magari in Corea, sono considerati diplomi di laurea. Questo è intollerabile e mortifica la loro stessa dignità e creatività.

L'Italia possiede circa la metà del patrimonio artistico mondiale. L'economia basata sulla cultura, a cui naturalmente il nostro Paese è vocato e che ha sempre rappresentato un fetta importante del nostro sistema produttivo, potrebbe adeguatamente concorrere a quella ripresa economica che cita sempre il Presidente del Consiglio, costituendo un'eccellenza di cui si può fruire ma anche esportare. Perché allora non investire di più e meglio le poche risorse che ci sono?

L'attenzione alla cultura ci permetterebbe di salvaguardare l'evoluzione, di scongiurare una deriva involutiva del nostro Paese e di essere più fedeli alla nostra stessa identità, che è assolutamente e prima di tutto di spirito e di cultura, difendendo una tradizione non elitaria ma sicuramente popolare, quale quella lirica-sinfonica.

L'investimento nelle attività culturali - mi avvio alla conclusione, signor Presidente - aumenta il livello intellettuale di un popolo, la sua consapevolezza democratica che vive di relazioni, di conoscenza, di interscambio e di cooperazione: tutti fattori di libertà che non possono essere compressi, pena la morte della creatività, che è il vero valore aggiunto del nostro Paese.

Per tutte queste ragioni, non posso che esprimere, a nome del mio Gruppo, un voto contrario al provvedimento in esame. (Applausi del senatore D'Alia).