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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 399 del 29/06/2010


STIFFONI - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

venerdì 18 giugno 2010 Spartaco Mazzuccato, 42 anni, e i fratelli Patrizio e Roberto Desolei, rispettivamente di 49 e 42 anni, tutti e tre di Legnaro (Padova), Andrea Pellegrin (32 anni) di Pontelongo (Padova) e Alberto De Domenico, 60 anni, di Montebelluna vengono arrestati dopo un colpo fallito al Billa di Valdobbiadene, dove la cassa non si era aperta per un errore di innesco della miccia. L'assalto è durato pochi minuti: mentre Patrizio Desolei era alla guida di un'auto e Di Domenico faceva il palo, gli altri tre hanno compiuto il colpo. Prima con una mazza hanno sfondato la porta che conduce al locale della cassa continua, hanno iniettato una miscela di acetilene e gas nel piccolo forziere e poi, collegando un filo a una batteria portatile, hanno innescato l'esplosione. Ma la cassa non si è aperta. Poi la fuga e dieci minuti dopo l'arresto prima ancora che i cinque abbiano il tempo di togliersi cappucci e vestiti di colore nero usati per mascherarsi. Ma non è tutto: i cinque balordi sono sospettati di altri reati sui quali sono in corso delle indagini;

il giudice per le indagini preliminari (GIP) di Treviso Elena Rossi, dopo la convalida dell'arresto, ha disposto per i cinque balordi presi in flagrante il solo obbligo di dimora nei comuni di residenza suscitando, da un lato, un senso di disagio sociale e di insicurezza collettiva, e, dall'altro, lo sconcerto delle stesse forze dell'ordine che sulla banda stavano indagando da tempo, riuscendo dopo mesi di lavoro ad incastrare i componenti della stessa proprio perché presi in flagranza di reato. Pertanto esistevano tutti gli elementi per attribuire loro questo colpo ed altri 5 che presentavano affinità con questo;

hanno provocato sconcerto sia la decisione, sia le modalità con le quali il GIP Elena Rossi ha agito, senza tener conto né dell'operato della squadra mobile che ha portato al risultato dell'arresto né della più ampia indagine avviata da mesi, per la quale sono state impiegate risorse umane ed economiche, che riconduce alla medesima fattispecie altri reati sui quali oggi incombe il rischio di inquinamento delle prove;

nel nostro sistema giudiziario la custodia cautelare è prevista in caso di rischio di inquinamento delle prove, pericolo di fuga e reiterazione del reato. Tuttavia il GIP di Treviso Elena Rossi, pur avendo tutti gli elementi per applicare tale disposizione, ha scelto, come misura cautelativa, l'obbligo di dimora, a giudizio dell'interrogante pregiudicando le indagini in corso e mettendo a rischio la stessa collettività nel caso di reiterazione di reato. Con l'obbligo di dimora infatti non esiste alcun tipo di controllo: gli arrestati possono incontrare chiunque, cercare elementi che inquinino le indagini ed agire senza essere sottoposti ad alcun tipo di sorveglianza,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se non ritenga indispensabile ed urgente avviare iniziative ispettive, allo scopo, da un lato, di preservare il prezioso lavoro svolto dalle forze dell'ordine e, dall'altro, di escludere eventuali responsabilità disciplinari nei confronti del GIP Elena Rossi.

(3-01390)