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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 393 del 09/06/2010


DIVINA (LNP). Signor Presidente, la scorsa legislatura la Lega era all'opposizione e anche la scorsa legislatura è stata caratterizzata da contrapposizioni molto aspre, da politiche ormai degenerate, che portavano le tensioni esterne nell'agone politico dell'Aula. Però devo ricordare che si è sempre svolto tutto in un modo estremamente lineare e corretto. Ebbene, oggi ho sentito parlare di tirannide dell'opposizione, un termine di per sé aberrante. Se dovessi rimarcare soltanto questo aspetto, dovrei dire che questa Aula e la Commissione giustizia hanno avuto dei Presidenti dalle gambe molli - è altrettanto aberrante e paradossale ciò che sto dicendo - perché si è accettato di tutto. Non vorrei parlare di tirannide, bensì di sopruso delle opposizioni nel gestire l'iter del provvedimento che ha trovato nelle Presidenze - secondo il mio modesto parere - molta, troppa, eccessiva disponibilità. Si sarebbero dovuti gestire i lavori in modo più puntuale e rispettoso del Regolamento. Invece si è data la stura a tutto ed abbiamo ascoltato perfino offese. Mai nessuno si era permesso di lanciare offese personali in Aula e nelle Commissioni.

Pertanto, riportiamo nel giusto alveo quello che è stato un dibattito degenerato.

Per semplicità, vorrei fare un paragone tra quanto scritto nei codici e la realtà dei fatti. Prendiamo il caso di uno studente di legge che ha studiato sui testi classici e si è fatto un'idea della giustizia. Poi, iniziando a frequentare i tribunali, immediatamente percepisce che l'idea di giustizia che si è fatto è diversa da quella che riscontra nella realtà. Si ricorda così dei testi dottrinari e che uno dei punti cardine del diritto che ha studiato è che il giudice parla attraverso gli atti: sentenze, ordinanze e decreti. Lo studente bravo e ligio, convinto di aver studiato bene, accende la televisione e vede o, meglio, sente di tutto. Sfoglia i giornali e legge perfino dei documenti relativi a indagini ancora in corso. Pensa di aver studiato male e di aver bisogno di un piccolo ripasso. Allora, riprende i codici, riapre il codice di procedura penale e, rileggendo l'articolo 114, scopre che, di fatto, è vietata la pubblicazione di documenti e di atti fino a conclusione delle indagini, cioè fino all'udienza preliminare.

Questo studente, allora, concluderà che qualcosa non funziona e si chiederà perché quell'articolo, tuttora vigente, del codice di procedura penale fu scritto in quel modo. Il primo motivo è ovvio. Finché non si sono concluse le indagini, non si sa neanche cosa accade. Il pubblico ministero potrebbe addirittura chiedere l'archiviazione perché non sussistono elementi per chiedere il processo nei confronti della persona sottoposta ad indagine (cioè, non c'è nessun elemento di reato). Il secondo caso, esattamente opposto, è che è opportuno che nessuno sappia di essere intercettato perché, altrimenti, è vanificato anche il senso delle indagini.

Ma perché non è rispettato l'articolo 114 del codice di procedura penale? Non è rispettato perché, sostanzialmente, prevede una sanzione pecuniaria di 51 euro. Voi capite che, con l'ingolfamento dei tribunali, nessuno aprirà un nuovo fascicolo per un reato che, alla fine, sfocerebbe in una sanzione pecuniaria di 51 euro.

Noi, però, sosteniamo qualcosa in più. Una volta pubblicati i nomi di persone estranee e completamente avulse dalle vicende (magari in esse coinvolte perché hanno avuto un rapporto telefonico con qualcuno che era indagato), chi renderà giustizia a queste persone perbene, sbattute al pubblico ludibrio e date in pasto a giudizi sommari di lettori che si sono fatti un'idea in base a poche righe scritte velocemente?

Relativamente a questo problema, e se la sinistra fosse corretta e onesta, non dovrebbe fare un grande sforzo di memoria (basta infatti fermarsi a pochi anni fa). Nel corso della scorsa legislatura, infatti, fu presentato dal Governo Prodi e dal ministro della giustizia Mastella un testo che fu giudicato molto più severo di quello di cui oggi stiamo discutendo. La sinistra dovrebbe ricordare che l'onorevole Veltroni ha presentato alla Camera dei deputati un testo, riguardante l'indagine e il trattamento delle intercettazioni, molto più severo di quello stiamo discutendo adesso. La sinistra dovrebbe ricordare, perché non è uno sforzo di memoria importante, che l'11 giugno dell'anno scorso tutti i Gruppi parlamentari (Italia dei Valori compresa) approvarono alla Camera dei deputati un testo che è sostanzialmente identico a quello che stiamo discutendo oggi.

Ma perché il testo andava bene due anni fa e non va più bene oggi? Cosa prevede il testo di cui stiamo discutendo? Esso prevede che debbano essere rispettate la legge e la Costituzione. In caso di commissione di un reato, infatti, se l'articolo 114, che nessuno modifica e che è sempre vigente, prevede che non si possono divulgare segreti, atti, documenti d'indagine ancora in corso, allora chi fa ciò commette un reato. Però, siccome il reato è di tipo plurimo, commetterà un reato anche il secondo soggetto, cioè un giornalista che sappia di acquisire notizie in modo illecite, e lo commette anche l'editore che sa di pubblicare una notizia che non dovrebbe pubblicare. Forse la notizia è ottenuta in modo illecito, magari è strumentalizzata, richiesta o spinta, ma il reato si compie sicuramente ad opera di una pluralità di persone.

Ricordiamo che anche il reato di cui si parla, che coinvolge gli editori, è previsto come violazione e punito con sanzioni pecuniarie importanti già dal 2001, in forza della vecchia legge sulle persone giuridiche. Nulla di nuovo sotto il sole!

La domanda che faremo alle persone che ci chiederanno spiegazioni, la facciamo anche in quest'Aula in modo provocatorio: cosa cambia per il diritto di cronaca e per il diritto di informazione se una notizia esce due giorni prima o due settimane prima oppure due settimane dopo? Cambia qualcosa? Cambia per un giornale che, se la pubblica un giorno prima, venderà qualche copia in più, ma ai fini della informazione non cambia assolutamente nulla.

E il diritto dell'imputato? Ogni tanto si parla dei diritti dei terzi, dei quarti e dei quinti: ma il diritto dell'imputato? È giusto che una persona conosca fatti che la riguardano leggendoli sul giornale prima ancora di aver avuto una documentazione, una trasmissione, una notifica? Vi sembrano cose da Paese normale, in cui vigono la libertà e i diritti di tutti i soggetti, compresi i diritti dell'imputato? Mi pongo un'altra domanda: è giusto che chi non c'entra niente con i reati e con le indagini si veda rovinato, perché sbattuto in prima pagina, agli «onori» della cronaca? Vi sembra giusto? C'è indennizzo che possa sanare o che possa temperare un danno ormai irreversibile?

Le indagini si devono fare, e magari tante non si fanno perché l'obbligatorietà dell'azione penale è scritta soltanto nei codici. Le intercettazioni sono uno strumento indispensabile - lo sottolineo: indispensabile - per arrivare a cogliere i responsabili del reato, ma noi vogliamo che vengano rispettate le regole che già ci sono. Diritto all'informazione non vuol dire diritto all'anarchia. Dovremmo farlo noi un bel cartellone- tanti colleghi dell'Italia dei Valori amano questo tipo di comunicazione - con su scritto: «Diritto all'informazione non è diritto all'anarchia».

Concludendo, signor Presidente, in questo caso la minoranza ha giocato una partita molto ambigua. Boccia quello che essa stessa ha proposto - mi riferisco al cosiddetto decreto Mastella - e boccia quello che essa stessa ha approvato alla Camera dei deputati un anno fa, perché adesso si gioca un'importante partita politica. La cassa di risonanza infatti è enorme: oggi la battaglia non si fa più da soli, politicamente e dialetticamente, ma è una battaglia a tre. Sul fronte opposto sono schierati i giornalisti, che non amano vincoli, limiti e rischi, e i magistrati che non vogliono giudici che giudichino il loro operato. Il gioco è quindi fatto e si fa una mera battaglia politica.

Quello che interessava - lo abbiamo capito - era soltanto perdere tempo. Non si è fatto ostruzionismo, perché l'ostruzionismo è un'altra cosa, ma è stato fatto filibustering, perché sono state date parole, si sono presi impegni e non si è rispettato niente. Quando si andava in Aula o in Commissione si ribaltava tutto sull'onda del momento, per vari motivi o per quello che veniva in mente all'atto di cambiare le carte in tavola. Altrimenti ‑ non in una, non in due, ma in mille occasioni ‑ si sarebbe potuto incidere, modificare, partecipare alla stesura per rendere il testo migliore possibile. Non si voleva questo, ma si voleva un grande momento di contrapposizione, perché in questo momento l'agenda politica non offre nient'altro per sparare sul Governo, per far contrapposizione alla maggioranza: si doveva usare quello che c'è, e in questo momento c'era solo il testo della legge sulle intercettazioni. Visto il grandissimo supporto dei media e dell'Associazione nazionale magistrati, il gioco era fatto: la partita era troppo interessante. L'interesse era dunque quello di far confusione e disinformazione, offrendo quelle mezze verità e quelle mezze notizie che non facevano capire esattamente cosa stava succedendo.

Non abbiamo fatto solo fatica, abbiamo fatto davvero molta fatica, ma non abbiamo avuto paura e abbiamo voluto fare una legge che andasse bene per tutti. Lo ripeto: per tutti. Abbiamo fatto una legge contro certi abusi della stampa, contro certi abusi della magistratura, una legge che va a favore della libertà di tutti i cittadini, di cui tanto si parla quando si fanno le celebrazioni della Repubblica o della Costituzione, anche se poi di quei cittadini ci si dimentica troppo spesso. (Applausi dal Gruppo LNP).