COMPAGNA (PdL). Signora Presidente, il provvedimento in esame ha avuto un sentiero molto lungo e tortuoso, in parte ricostruito nella discussione che abbiamo avuto prima della Conferenza dei Capigruppo. Può darsi, al di là delle questioni appena poste dalla presidente Finocchiaro, che abbiamo vissuto, soprattutto al Senato, le cronache di una fiducia sempre annunciata e, come è giusto e corretto, sempre smentita, ma al tempo stesso sempre prevista.
Cerchiamo di ricostruire il merito di questo provvedimento. Non possiamo che partire dal dettato costituzionale, e da questo punto di vista debbo rendere atto al rappresentante del Governo che più intensamente, con maggior intelligenza e competenza, ha seguito i lavori del Parlamento su questo provvedimento, il sottosegretario Caliendo, di aver sempre e con molta sobrietà indicato il riferimento costituzionale.
Se non vi piace, colleghi della sinistra, l'opinione del sottosegretario Caliendo, c'è stato 20 giorni fa un professore, un parlamentare (per qualche giorno anche Ministro) che ha militato sui banchi della sinistra con molto prestigio, l'amico professore Augusto Barbera, costituzionalista più autentico di quanto si è atteggiato a costituzionalista, nella rissa degli ultimi giorni, il professor Rodotà; Barbera, che certamente non appartiene allo schieramento di centrodestra, ha detto che dal punto di vista della Costituzione, in particolare dell'articolo che prevede libertà e segretezza di corrispondenza, le intercettazioni, peggio ancora quelle a strascico, come le si chiama nel lessico giornalistico, destinate a pescare comunque qualcosa su qualcuno, dovrebbero essere bandite. Come vedete, da parte di un giurista vero e serio nulla si concedeva a quella frenesia "intercettara" che qualche volta ha attraversato i nostri lavori.
La diffamazione non può ritenersi ricompresa nel diritto di cronaca, sia che lo si intenda come diritto all'informazione che sul versante del diritto di informazione. Quindi, certe incursioni a cuore aperto sulla vita degli altri non possono giustificarsi con l'ipocrisia del richiamo costituzionale alla cosiddetta obbligatorietà dell'azione penale. Se intercettare diventa l'unico modo di indagare, magari insieme al più spregiudicato esercizio e utilizzazione dell'istituto del pentitismo, vuol dire che un modo di indagare così pensato, praticato e difeso è estraneo, esso, ai valori della Costituzione. Vergogna per quelle toghe che lo pensano e lo concepiscono così!
Diciamoci la verità: la pubblicazione di stralci delle intercettazioni è sempre un'odiosa scorciatoia investigativa: ne derivano abusi che fanno male alla libertà individuale. E le cronache di storia patria, colleghi dell'opposizione, documentano eloquentemente quanto questo strumento sia stato utilizzato con eccessi di cattiveria, di irresponsabilità.
È recente, di qualche giorno fa, una sentenza di Perugia. Il destinatario oggi è morto. Si dice che il fatto non esisteva: quel fatto per il quale, al di là della carcerazione di quelle persone, erano state disposte intercettazioni pubblicate che hanno fatto del male ai suoi familiari e ai suoi amici.
Allora, da questo punto di vista, la giurisprudenza della Cassazione si è rivelata generosa quanto inutile, quando questa più volte ha argomentato e detto che nella motivazione della proroga di un'intercettazione il giudice deve dire, nel concederla, che ha vagliato criticamente tutti gli elementi che la giustificherebbero. Nella realtà di ogni giorno l'intercettare o il calunniare da parte del giornalista è considerato formula ripetitiva, una specie di facsimile delle campagne elettorali; c'è un tipo di giornalismo nel quale il modello non è più né il povero Alberto Ronchey, che è morto da poco, né l'elegante Enzo Bettiza, ma si preferisce scegliere a modello Giuseppe D'Avanzo. Voi mi volete far credere che esercitino la stessa professione quelli che hanno come modello D'Avanzo e quelli che hanno come modello Bettiza o Ronchey?
L'atmosfera dei nostri lavori, anche nelle concitate cronache della Commissione giustizia del Senato su quest'ultimo punto, è stata inquinata dall'estremismo corporativo dell'Associazione nazionale magistrati o dell'Ordine nazionale dei giornalisti, i quali hanno difeso il loro territorio, da che cosa? Da ogni incursione di costituzionalità e di politica.
GRAMAZIO (PdL). È la cricca dei magistrati, non l'ordine corporativo!
COMPAGNA (PdL). Il termine cricca mi è estraneo per insultare qualcuno, e non mi piace insultare neanche i magistrati in quanto tali. Dico, con dolore, che sono degenerati in quello che sono degenerati; in quelle sguaiate esibizioni televisive di magistrati che non avevano neanche l'orgoglio di tener celata l'indagine per la quale avevano disposto intercettazioni (ci sono dei casi che ho documentato in alcune interrogazioni).
Rispetto all'attuale, per quale motivo era necessaria una normativa? Perché si voleva, almeno a mio avviso, una migliore tutela della libertà e della segretezza delle comunicazioni. Se invece si voleva limitare questo diritto di fronte al dovere di perseguire i reati e di indagarne gli autori, colleghi della sinistra, dovevate farlo voi a viso aperto, non come gruppo di pressione collaterale al benemerito sodalizio corporativo dei magistrati o dei giornalisti (benemerito ovviamente fra virgolette).
Probabilmente la Camera non c'era riuscita adeguatamente nel testo che ci aveva inviato: quella soluzione dei gravi indizi di colpevolezza non era un gioiellino da presidiare, però ho l'impressione che neanche il lavoro del Senato sia riuscito a raggiungere, almeno dal mio punto di vista, l'obiettivo che avrei preferito. Ovviamente sono un senatore della maggioranza che esprimerà con grande lealtà la fiducia; non posso avere la civetteria del Presidente del Consiglio, che si è astenuto nell'organo del suo partito. Ma mi si consenta, con molto rispetto per i principi e l'idea di bicameralismo, di dire che, forse, se il Presidente della Camera avesse partecipato con minor passione ai lavori del Senato, tutto sarebbe riuscito meglio.
Da una parte c'è la Costituzione, e la Costituzione, almeno per noi, sta più in alto della giurisdizione; se invece è la giurisdizione a farsi Costituzione, lo dovete dire. Sono molto rispettoso, ma sono insofferente quando colleghi che stimo - quali la senatrice Finocchiaro, i senatori Casson, D'Ambrosio e Maritati - parlano di cultura della giurisdizione. Non ho mai incontrato la cultura della giurisdizione, ma ho la convinzione che non può essere una cultura né delle manette né delle intercettazioni né del combinato disposto tra pentiti e intercettazioni. Se questa è la cultura della giurisdizione, ve la regalo.
Non userò - come ha fatto il senatore Gramazio - il termine cricca, preferisco una sobria cultura della Costituzione, alla quale, grazie a uomini di Governo come il sottosegretario Caliendo, il testo è riuscito completamente a tenere garanzia. (Applausi dal Gruppo PDL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.