Testo integrale dell'intervento del senatore Del Vecchio nella discussione sull'informativa del Ministro della difesa sull'attentato al contingente militare italiano in Afghanistan
Signor Presidente, signor Ministro della difesa, onorevoli colleghi, il vile attentato ai nostri connazionali ha colpito tutti gli italiani. Il Partito Democratico esprime grande cordoglio e forte vicinanza alle famiglie dei caduti ed invia un affettuoso saluto ai feriti con l'auspicio di una loro pronta guarigione. Questo auspicio è particolarmente rivolto, dopo le sue parole, signor Ministro, al caporale che proprio in questo momento è sottoposto ad intervento chirurgico. Si stringe, infine, alle Forze Armate ancora una volta duramente colpite in un'opera di pacificazione.
I nostri soldati hanno ancora dato grande dimostrazione di dedizione al loro compito, questa volta purtroppo fino all'estremo sacrificio. Ma questi sono momenti in cui la retorica deve lasciare il passo ad un esame oggettivo di ciò che è accaduto, anche per rispondere alle domande che da più parti ci vengono rivolte.
Il tragico evento suscita interrogativi sulla presenza dell'Italia in quell'area di crisi. Interrogativi ai quali si deve dare risposta, valutando, da una parte, le ragioni dell'impegno della comunità internazionale per la stabilizzazione del Paese asiatico e verificando, dall'altra, se la strategia adottata sia la più opportuna per dare soluzione alla crisi.
Per quanto riguarda il primo aspetto, non va dimenticato che in Afghanistan operano 42 Nazioni. Ma, soprattutto, non dobbiamo dimenticare che la presenza della comunità internazionale trae origine da determinazioni dell'ONU. Decisioni che la massima organizzazione internazionale ha assunto nel 2001 e confermato negli anni successivi per dare sicurezza contro il pericolo del terrorismo internazionale che, proprio in quell'area, aveva realizzato un'importante, se non la più importante, base operativa. L'operazione in Afghanistan ha raggiunto importanti risultati e sarebbe ingeneroso non sottolinearlo oggi, soprattutto per onorare la memoria di chi ha dato la vita per ottenere quei risultati.
Nel 2005, è stato eletto democraticamente il Parlamento afgano. Erano trent'anni che questo non avveniva. È stata avviata la riforma della giustizia, nella quale l'Italia ha avuto un ruolo importante. Si stanno costruendo le forze di sicurezza nazionali, in un Paese prima diviso tra una moltitudine di poteri locali. L'istruzione dei giovani, che nel regime talebano erano tenuti lontano da una crescita culturale, è diventato un obiettivo prioritario. È stata avviata la ricostruzione delle istituzioni democratiche e delle infrastrutture. Riforme realizzate o avviate con difficoltà, certamente, ma che sarebbero state impensabili senza l'impegno della comunità internazionale.
Purtroppo, l'aumento degli incidenti indica che il processo di stabilizzazione non è concluso. Ma soprattutto ci spinge a chiederci se sia stata pienamente rispondente la strategia che finora ha accompagnato questo impegno.
Non si tratta di disconoscere le ragioni che sono alla base della presenza in Afghanistan. Un abbandono dell'Afghanistan in questo momento da parte della comunità internazionale farebbe crollare il Paese nelle stesse condizioni da cui la stessa comunità voleva e vuole trarlo. Si tratta invece di verificare, insieme alle Nazioni partecipanti se sia opportuno correggere la missione in qualche parte, se la comunità internazionale non debba accentuare gli sforzi a favore del progresso economico e sociale del Paese.
In tale contesto, le innovazioni strategiche apportate dal presidente Obama devono divenire riferimento per il contributo italiano alla missione. La maggiore attenzione verso la popolazione e verso la ricostruzione, che è stata sollecitata dal presidente Obama, non può non essere sostenuta con forza dall'Italia, visto che coincide con la linea politica sempre seguita dalla nostra Nazione nelle missioni di stabilizzazione. La necessità di evitare vittime civili, anch'essa richiamata dal presidente Obama, non può non vederci convinti assertori, considerate le conseguenze negative che i "danni collaterali" determinano nella ricerca del consenso della popolazione. Quel consenso della popolazione afgana senza il quale non ci sono prospettive positive di successo.
L'afganizzazione della crisi, attraverso la realizzazione più rapida possibile delle condizioni per la cessione della responsabilità al Governo afgano del controllo del territorio, deve trovare l'Italia tra i Paesi più coinvolti.
Il nuovo processo di riconciliazione nazionale con la parte moderata dell'insorgenza è un passaggio cruciale per superare la violenta contrapposizione interna al Paese che vanifica gli sforzi di pacificazione. E anche in questo caso l'Italia può dare un contributo di moderazione e garanzia.
Signor Presidente, colleghi Senatori, signor Ministro, in questo momento di grande coinvolgimento emotivo e di dolore per il sacrificio di due giovani soldati caduti ad Herat, ai quali rivolgo ancora il mio commosso pensiero, credo che l'Italia debba onorare la loro memoria continuando ad operare con la comunità internazionale per la stabilizzazione dell'Afghanistan, predisponendo la sua attività politica ed i suoi comportamenti alle riflessioni che il Parlamento nella sua alta responsabilità sta facendo e continuerà a fare.