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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 345 del 03/03/2010


*ICHINO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ICHINO (PD). Signor Presidente, il disegno di legge in esame costituisce probabilmente la manifestazione più clamorosa della grave confusione di idee con cui il Governo si accosta al compito difficile e delicato di riformare il nostro diritto del lavoro. Il vero guaio è che il Governo non si limita a non affrontare i veri nodi cruciali della riforma necessaria, ma interviene in modo episodico e disorganico su tutto il resto (il sottosegretario Viespoli lo ha riconosciuto). Non c'è un disegno riformatore chiaro che non sia quello di erodere sistematicamente le protezioni nell'area del lavoro debole, del lavoro di serie B o di serie C, accentuando il dualismo del nostro sistema, il regime di vero e proprio apartheid che separa i lavoratori protetti dai poco o per nulla protetti.

Basta leggere il titolo caotico che è stato dato a questo disegno di legge per avere un'idea della sua disorganicità; quella disorganicità che, con notevole senso dell'umorismo, il relatore Maurizio Castro ha ribattezzato come «stratificazione normativa virtuosa»!

Nell'autunno scorso, quasi contemporaneamente, l'11 e il 12 novembre, sono state rivolte al Governo due sollecitazioni per un ripensamento profondo del modo in cui si è fin qui legiferato, soprattutto ma non soltanto nella materia del lavoro: una dall'Unione europea e una dall'opposizione. L'Unione europea con il Decalogue for Smart Regulation, emanato a Stoccolma, ha invitato tutti i legislatori nazionali alla sobrietà e semplicità nella produzione delle norme legislative, alla cura della loro idoneità ad essere lette e capite da tutti i loro destinatari. L'opposizione, dal canto suo, ha presentato proprio qui in Senato, per la prima volta da sessant'anni, un progetto di nuovo codice del lavoro organico in 70 articoli, con abrogazione di centinaia di leggi che oggi compongono la disordinatissima disciplina di questa materia (mi riferisco ai disegni di legge nn. 1872 e 1873 del 2009).

La maggioranza per un verso si è mostrata totalmente indifferente, impermeabile a questi due segnali; per altro verso è andata avanti a testa bassa con questo disegno di legge-minestrone, di difficilissima lettura anche per gli addetti ai lavori, che costituisce davvero un esempio di scuola della cattiva qualità della legislazione.

Alcune cose, certo, si leggono e capiscono molto bene in questo minestrone. È chiaro a tutti, per esempio, il passo indietro che viene compiuto con il comma 1 dell'articolo 14 rispetto al principio della trasparenza totale che solo un anno fa avevate accettato di inserire nella riforma Brunetta delle amministrazioni pubbliche. Sia ben chiaro, sul comma 2, che si riferisce ai rapporti di lavoro, siamo pienamente d'accordo e abbiamo cooperato alla sua stesura, ma il comma 1 abroga tutta la parte residua della norma e questo costituisce un passo indietro, un regresso secco rispetto a quanto era previsto da quella legge.

È altrettanto chiaro a tutti il modo regressivo in cui avete ritenuto di affrontare il problema della povertà dell'offerta educativa attuale del nostro sistema per i giovani quindicenni che non proseguono gli studi. Invece di adottare misure capaci di allinearci con i Paesi più progrediti d'Europa, avete compiuto la scelta rinunciataria di abbassare di nuovo l'età dell'obbligo scolastico, facendo retrocedere ulteriormente il nostro Paese in una graduatoria europea nella quale già siamo in una posizione per nulla lusinghiera.

È ancora chiaro a tutti l'enorme spazio che si apre a ogni genere di malversazione con la previsione della possibilità di compromettere in arbitri le controversie in materia di pubblico impiego (articolo 31, comma 8), al punto che, nel momento stesso in cui questa norma viene varata, il Governo è costretto ad accogliere un ordine del giorno che lo impegna a emanare disposizioni per limitarne drasticamente l'applicazione.

Quanto all'arbitrato nelle controversie di lavoro del settore privato, anche un bambino capisce che consentire che vengano compromessi in arbitri sul piano individuale i diritti derivanti da norme inderogabili di legge, per di più senza il vincolo che vengano applicate le leggi che disciplinano la materia da parte degli arbitri, equivale a eliminare questa inderogabilità. Basta scegliere l'arbitro disposto a disapplicare la legge.

Vorrei precisare a tal riguardo, collega Castro, che non è vero che l'arbitrato può essere attivato soltanto con il contratto certificato, come lei ci ha detto in quest'Aula. La legge che state approvando prevede l'attivabilità dell'arbitrato in qualsiasi momento della controversia. (Applausi dal Gruppo PD). Non è vero che il certificatore ha la responsabilità di un controllo di merito sulla clausola compromissoria. Il certificatore ha la sola funzione di certificare la volontà negoziale delle parti e, se queste esprimono una volontà conforme a quanto previsto in questa legge, il certificatore non può negare la certificazione. Dunque, che cosa ci viene a dire il relatore a questo proposito?

C'era una cosa importante che andava fatta in materia di arbitrato e che abbiamo invano proposto e riproposto in sede di emendamento: consentire che i contratti collettivi disponessero la soluzione arbitrale delle controversie relative a diritti nascenti esclusivamente dai contratti collettivi stessi. Questo sì che avrebbe segnato una svolta virtuosa, dimezzando il contenzioso giudiziale. Tutte le vertenze in materia di retribuzione o di inquadramento professionale avrebbero potuto essere oggetto della clausola collettiva compromissoria. Oggi, in Italia, il 47 per cento delle controversie riguarda proprio questioni retributive, a cui se ne aggiunge un 18 per cento in materia di inquadramento. Quindi, più della metà delle controversie giudiziali avrebbe potuto essere eliminata e passata alla competenza arbitrale. Ma, incomprensibilmente, avete rifiutato questa che sarebbe stata la vera riforma da fare per promuovere l'arbitrato nel nostro Paese. La cosa curiosa è che questa scelta è incomprensibile anche per voi, dal momento che non avete saputo indicare alcun motivo per il vostro rifiuto, e avete invece deciso di consentire la clausola compromissoria pattuita al livello individuale, della quale già detto.

Norme come questa che state varando non verranno utilizzate dagli imprenditori seri, i quali non cercano scappatoie per aggirare i diritti dei loro dipendenti. Norme come questa allargheranno ancora un poco gli spazi marginali di elusione del diritto del lavoro. E questi spazi consentiranno di lucrare qualche rendita a qualche faccendiere in più. Ripeto che con ciò non mi riferisco né agli enti bilaterali nè alle organizzazioni sindacali, ma a chi organizzerà l'elusione al margine, con gli imprenditori meno seri. Non sono certo queste le riforme di cui il nostro sistema di relazioni industriali ha bisogno.

Ma quello che colpisce nel vostro modo di affrontare i mali che affliggono il nostro diritto del lavoro sono gli esiti paradossalmente opposti a ciò che voi stessi vi proponete di conseguire, che vengono prodotti da quello che il senatore Castro magnifica come il metodo della "stratificazione normativa virtuosa". Faccio due soli esempi.

Incapaci di affrontare seriamente, organicamente, il problema dell'equilibrio tra libertà di impresa e responsabilità sociale dell'impresa, vi siete proposti un intervento di surrettizio depotenziamento del controllo giudiziale sulle scelte imprenditoriali in materia di giustificato motivo di trasferimento, licenziamento, organizzazione aziendale. È surrettizio: perché, altrimenti, non si spiegherebbe il fatto che abbiate preferito nasconderlo sotto una rubrica che dice tutt'altro, come quella che avete dato all'articolo 30 che dice: «Clausole generali e certificazione del contratto di lavoro». Ma avete compiuto questo intervento in modo così maldestro che, nel comma 3 dello stesso articolo 30, siete riusciti a infilare una disposizione che estende oltre ogni limite la discrezionalità del giudice, consentendogli di ergersi a unico interprete nientemeno che dell'«interesse oggettivo dell'organizzazione aziendale». In questo modo avete definitivamente espropriato non solo le imprese, ma anche il sistema stesso delle relazioni industriali, di ogni autonomia, attribuendo ai giudici del lavoro un ruolo che non è attribuito loro su questo terreno in nessun altro Paese occidentale. Voi lo sapete bene, perché non solo le organizzazioni sindacali, ma anche Confindustria ed altre associazioni imprenditoriali hanno protestato per questo e hanno rilevato l'assurdo paradosso di questa norma.

Che cosa rispondete alle proteste dei protagonisti del sistema di relazioni industriali?

Ancora peggiore è il pasticcio che avete fatto a proposito dell'articolo 32 sui contratti a termine, dove volevate sostituire la sanzione della reintegrazione e della conversione del contratto a tempo indeterminato ed invece avete aggiunto la sanzione indennitaria a quella precedente. ( Brusìo).

Colleghi della maggioranza, credetemi, questi 50 articoli che state aggiungendo alle 2.000 pagine del nostro vetusto codice del lavoro non fanno fare al nostro tessuto produttivo alcun passo avanti. Ciò di cui abbiamo bisogno per rendere più organico, credibile e realmente applicabile universalmente il nostro diritto del lavoro per le nuove generazioni, per i nostri figli, che oggi il diritto del lavoro non lo vedono neppure da lontano, non è questo che state facendo.

In attesa che apriate gli occhi noi, ovviamente, non possiamo che votare contro questo ultimo brutto capitolo della stagione delle mancate riforme del nostro mercato del lavoro. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Astore. Congratulazioni).