MORANDO (PD). Signora Presidente, negli Stati Uniti d'America da settimane infuria una violenta polemica tra repubblicani e democratici (ma anche dentro ognuno di questi due partiti) sulla riforma sanitaria.
I sostenitori della riforma e quanti la avversano organizzano manifestazioni, petizioni, capillari mobilitazioni di piazza in ogni città e villaggio degli Stati Uniti. Entrambi gli schieramenti fanno ricorso all'intervento pubblico dei migliori economisti ed esperti; sui giornali e nelle televisioni scrivono e parlano premi Nobel e credibili aspiranti al premio Nobel.
È uno scontro duro senza esclusione di colpi, ma nessuno dei combattenti contesta le analisi del Congressional Budget Office circa i costi della riforma prevista, il suo impatto sui conti pubblici nell'immediato e nei prossimi dieci anni. Con le sue analisi il CBO ha vistosamente corretto quelle di Peter Orszag, l'uomo dei numeri del presidente Obama, che aveva presentato stime diverse sull'impatto finanziario della riforma. I numeri, dunque, sono quelli del CBO. Sulla loro interpretazione, sui giudizi da trarne è aperto il conflitto politico: non sull'attendibilità dei numeri.
Ecco ciò che ci manca, signor Vice Ministro, signori colleghi: il Servizio del bilancio del Parlamento italiano nel quale fondere le ottime energie, risorse culturali, scientifiche e tecniche già oggi presenti nei due Servizi del bilancio di Camera e Senato, da considerare la base da cui partire per un grande rafforzamento, capace di colmare - questo è il punto cruciale della discussione che noi stiamo facendo - l'insopportabile divario di conoscenza, informazione e capacità di analisi tecnica che oggi separa il Parlamento dal Governo. Si tratta di un divario, una asimmetria informativa che - lo dico a quanti tra noi e nel sistema delle autonomie regionali e locali pensano che questi siano problemi per iniziati, sostanzialmente trascurabili per chi si occupa di politica - diventeranno nei prossimi mesi ed anni letteralmente insostenibili quando si dovrà passare all'attuazione della legge n. 42 del 2009 sul federalismo fiscale.
Allora tutti scopriranno che il Governo, o meglio una struttura del Governo interna al Ministero dell'economia - la Ragioneria generale dello Stato - detiene il monopolio dell'informazione. A quel punto i dati - ecco il danno che deriverà dal problema che sto affrontando e dalle soluzioni che la Camera ha improvvidamente adottato su questo punto - ripeto, i dati, non le scelte politiche, diventeranno oggetto di scontro politico e tutto diventerà più difficile per l'attuazione della legge sul federalismo fiscale in primo luogo.
Ecco perché qui al Senato, insieme - maggioranza, opposizione e Governo - avevamo scelto di aggredire il problema in radice: struttura unica di supporto tecnico del Parlamento (articolo 7 del testo approvato dal Senato); accesso diretto, automatico e garantito, di questa struttura a tutte le banche dati rilevanti per il monitoraggio della finanza pubblica; Commissione bicamerale vocata ad occuparsi non, come recita l'attuale testo della legge modificato alla Camera, del controllo degli andamenti di finanza pubblica, perché di questo ovviamente si occupano le Commissioni bilancio permanenti e non c'è bisogno di fare nessuna Commissione bicamerale, ma di sovrintendere a tutto il processo di iniezione di trasparenza nel sistema, a partire - questo è il nodo cruciale - dalla conoscenza delle metodologie usate per la costruzione degli andamenti tendenziali di finanza pubblica a legislazione vigente con «evidenziazione delle basi conoscitive necessarie per la loro verifica», come recitava il testo di legge approvato dal Senato e come purtroppo non recita più la legge uscita dalla Camera.
Questo infatti è il nodo da sciogliere: se noi vogliamo davvero concentrare l'attenzione non sugli interventi ai margini, come facciamo da anni ormai, sulle variazioni minimali della spesa pubblica e delle politiche di prelievo che la finanziano, ma sull'intera spesa pubblica, sui risultati conseguiti attraverso quella spesa, noi Parlamento dobbiamo prima di tutto capire attraverso quali metodologie - proprio così - si costruisce il documento base di tutta la decisione di bilancio che, com'è noto, è il bilancio tendenziale a legislazione vigente. Se noi non conosciamo le metodologie attraverso le quali si costruisce questo documento tutto il resto della decisione di bilancio lo conduciamo al buio. Questa è la verità.
Prima ancora dobbiamo conoscere le metodologie attraverso le quali viene costruito il quadro tendenziale a legislazione vigente del Documento di programmazione economico-finanziaria che è la base per costruire il bilancio a legislazione vigente; quel DPEF che domani, sulla base di questa legge, si chiamerà Decisione di finanza pubblica.
Per questo la decisione della Camera, assunta all'unanimità, non di emendare ma di abrogare, eliminare sia la struttura tecnica sia la Commissione bicamerale per la trasparenza, sottoponendo poi il collegamento del Parlamento alle banche dati del Governo ad improbabili apposite intese da fare successivamente, e che naturalmente non si faranno mai, è una decisione assai grave, tale da giustificare da sola un mutamento del nostro giudizio su questa legge. Se la maggioranza e il Governo non accetteranno di modificare il testo su questo punto noi non potremo confermare il voto favorevole che abbiamo dato in prima lettura.
Perché la Camera ha preso una decisione così negativa? La mia personale opinione è che cercheremmo invano la risposta nell'esame dell'orientamento e delle posizioni dei Gruppi politici. No: ad imporsi sono state le posizioni conservatrici dell'unico grande, qualificato apparato burocratico che possiede oggi le conoscenze, le informazioni e le competenze tecnico-scientifiche necessarie per ergersi a dominus dell'intero campo: la Ragioneria generale dello Stato. Una struttura che ha potuto contare, a questo fine, sulle resistenze conservatrici delle burocrazie parlamentari, in specie quelle della Camera dei deputati. Perché, colleghi, dovremmo piegare la testa di fronte a questo conservatorismo, che non è né di destra né di sinistra, ma è conservatorismo e basta?
Tra qualche tempo, signora Presidente, comincerà a lavorare la Commissione bicamerale per l'esame dei decreti legislativi delegati sul federalismo fiscale. Cosa farà questa Commissione quando bisognerà decidere del problema tecnico politico del calcolo dei fabbisogni standard e dei costi standard, compiendo così scelte destinate ad incidere profondamente nella carne viva del Paese? La Commissione chiederà improbabili, estemporanei e magari anche costosi aiuti a questo o quel dipartimento universitario, che per la prima volta affronterà il tema, oppure, come io temo, prenderà per buoni i dati forniti dal Governo, senza che quest'ultimo abbia l'obbligo di chiarire (torno al tema) quali siano le metodologie di raccolta e elaborazione di quei dati?
La fiducia politica per il Governo pro tempore in carica non ha nulla a che fare con questo caso. Qui è in gioco, nella forma di Governo parlamentare - esattamente come lo sarebbe se adottassimo la forma di Governo presidenziale - l'autonomia tecnico-scientifica e di conoscenza dell'organo di controllo rispetto al controllato, cioè del Parlamento rispetto al Governo. Per questo motivo insisto, rivolgendomi ai colleghi della maggioranza e al Governo, affinché, anche solo su questo punto, il Senato modifichi la legge rimandandola alla Camera. A fare la differenza non saranno i due mesi in più necessari per l'approvazione definitiva, ma la capacità della nuova legge di contabilità di corrispondere alle esigenze che nascono dalla fase attraversata dal Paese.
Ciò è tanto più vero, colleghi della Lega Nord e del PdL, se prendiamo sul serio, come ha fatto adesso il relatore con un atteggiamento che io ho apprezzato, l'ipotesi di riforma del Parlamento che tutti diciamo di condividere: una sola Camera politica e il Senato federale. Chiedo al presidente Azzollini, relatore del provvedimento in esame, se un Parlamento così riformato, Camera politica e Senato federale, possa essere privo di una sede tecnica autorevolissima e unitaria di analisi sui dati di finanza pubblica. È accettabile, colleghi della Lega, che in uno Stato federale il Governo centrale possieda in questo campo un monopolio indiscusso e indiscutibile?
Su altri rilevantissimi aspetti delle modifiche introdotte dalla Camera interverrò in sede di illustrazione degli emendamenti. In questa sede voglio solo richiamare due aspetti che io considero molto rilevanti. Il primo è la soppressione - non la modificazione, ma la soppressione - dei due commi dell'articolo 8, con i quali il disegno di legge del Senato disponeva nuove regole in tema di Patto di stabilità interno (Patto di stabilità interno, collega Garavaglia).
L'altro aspetto è la soppressione (anche in questo caso non si tratta di una modificazione) della lettera g) del comma 1 dell'articolo 10 del testo approvato del Senato. Tale lettera disponeva l'obbligo di esplicitare, nel Documento di programmazione economica e finanziaria che diventerà Decisione di finanza pubblica, sia pure ancora solo a fini conoscitivi, gli obiettivi programmatici (e non quelli tendenziali a legislazione vigente), non solo in termini di saldo, ma separatamente per entrate e spese, articolate per la parte corrente, per la parte capitale e per la spesa primaria. Sul primo punto, il testo approvato dal Senato, accogliendo un emendamento del gruppo del Partito Democratico, era rivolto (lo dico rifacendomi alla famosa frase del presidente Prodi, allora presidente della Commissione europea) a rendere meno stupido il Patto di stabilità interno.
Per la spesa in conto capitale, infatti, quel testo introduceva la possibilità che i Comuni potessero, alla dimensione regionale e fermo restando l'obiettivo da conseguire, fissato nel Patto di stabilità interno e incorporato per gli obiettivi quantitativi e numerici nella legge di stabilità di ogni anno, scambiarsi reciprocamente i diritti di indebitamento. Era una regola che, in ogni Regione, avrebbe favorito, ogni anno, il raggiungimento del top delle scelte d'investimento degli enti locali, senza compromettere minimamente il rispetto del Patto di stabilità nazionale. Si poteva modificare, si poteva trovare una regola diversa, migliore di questa. La scelta di abrogare adottata dalla maggioranza della Camera la trovo invece inutilmente penalizzante e, se mi è consentito, un po' stupida; il fatto poi che sia stata presa con il consenso del mondo delle autonomie locali ci dice solo che anche in quel caso forse ci sono rapporti di potere da mettere radicalmente in discussione.
Sul secondo punto il problema fondamentale dei Paesi ad elevatissimo livello di debito pubblico (nel novero dei quali purtroppo rientriamo, com'è noto) è quello di dare profondità temporale alle decisioni di finanza pubblica, perché con la gestione anno per anno non si riesce mai ad affrontare strutturalmente il problema del rientro dal debito pubblico, così da dotarsi di una credibile strategia di medio-lungo periodo, l'unica che può avere successo in contesti caratterizzati da elevatissimo livello del volume globale del debito. Per fare questo è indispensabile interrompere la spirale che considera la spesa (sembra di tornare ai primi anni Settanta ed al dibattito sindacale) una variabile indipendente e la pressione fiscale la variabile ancella, che deve inseguire la prima (ve lo ricordate il salario variabile indipendente?). La definizione degli obiettivi in termini di solo saldo è figlia di questa cattiva pratica, per la ragione ovvia che l'obiettivo di saldo si può raggiungere sia riducendo la spesa sia, naturalmente, aumentando le entrate; la strada che seguiamo sistematicamente, considerando la spesa una variabile indipendente, è quella dell'aumento delle entrate: la pressione fiscale che insegue e si adegua all'aumento della spesa fuori controllo.
Di qui la scelta che avevamo fatto al Senato di un'indicazione distinta degli obiettivi di spesa primaria e di pressione fiscale, in maniera tale che distintamente si potessero compiere scelte politiche in rapporto ai due obiettivi programmatici. Certo, era solo a fini conoscitivi, l'obiettivo impegnativo rimaneva quello del saldo, ma quei fini conoscitivi sono la premessa per poter poi impostare anche obiettivi politicamente più impegnativi. Poco male, dirà qualcuno, in fondo tutto ciò era previsto solo a fini conoscitivi; non sono d'accordo e, se guardo a questa scelta alla luce di quella operata della Camera sull'articolo 17 (ex articolo 18 del testo del Senato) per consentire la copertura - attenzione colleghi - con entrate non ricorrenti di oneri correnti (perché il testo del Senato è stato modificato alla Camera per consentire che oneri correnti siano coperti da entrate non ricorrenti), posso constatare che, guarda caso, quest'anno c'è proprio un chiaro esempio di tale scelta, perché le entrate da scudo fiscale sono entrate non ricorrenti. Il testo del Senato invece questa soluzione la vietava.
Il testo della Camera elimina le paroline "non ricorrenti", con il risultato che si possono coprire oneri correnti con entrate non ricorrenti. E se poi guardo a questa norma di cui mi sto occupando alla luce delle modifiche apportate all'articolo 11, comma 6, per consentire di usare il miglioramento del risparmio pubblico - ne ha parlato il relatore - a copertura di nuovi oneri recati dalla legge finanziaria, che diventerà legge di stabilità, posso constatare che anche questa possibilità il testo del Senato non l'aveva prevista, non perché si era dimenticato di prevederla, ma perché non voleva prevederla, poiché voleva vietare il ricorso al miglioramento del risparmio pubblico per coprire la legge finanziaria.
Signora Presidente, in un Paese che ha un volume globale del debito come il nostro, se c'è un miglioramento del risparmio pubblico cosa bisogna farne? Coprire nuovi oneri che nel frattempo si determinano con nuova spesa, oppure usare quel miglioramento del risparmio pubblico per far fronte al volume globale del debito troppo grande? Non c'è bisogno di essere tecnici del settore per capirlo. Peccato però che questa risposta, nella sua banalità, fosse rispettata dal testo approvato dal Senato e non lo sia più, invece, nel testo oggi al nostro esame.
Allora, se guardo tutto questo, mi chiedo se questo insieme di scelte non nasconda un pericoloso cedimento lassista del Governo, coperto poi nel dibattito pubblico dalla retorica sul rigore finanziario che impedirebbe di fare scelte impegnative per affrontare la recessione. (Applausi dai Gruppi PD, IDV e dei senatori Baldassarri, Giai e Saro).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.