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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 288 del 24/11/2009


LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, per affrontare la delega al Governo in materia di lavori usuranti, riorganizzazione di enti, congedi, aspettative e permessi, nonché misure contro il lavoro sommerso e norme in tema di lavoro pubblico, di controversie di lavoro e di ammortizzatori sociali, bisogna parlare principalmente di quell'esercito di invisibili che, solo nel settore della ricerca pubblica e delle università, ammonta, secondo le stime incrociate dell'USI, Rdb Ricerca (Sindacato nazionale lavoratori della ricerca dell'Unione sindacale italiana) e dell'AIR (Associazione italiana per la ricerca), ad oltre 73.000 precari, a fronte di un corpo docente universitario di 63.000 docenti. Poco più di due mesi fa (settembre 2009), l'Eurostat ha diffuso i dati del rapporto su scienza, tecnologia e innovazione in Europa: nel 2007, i 27 Stati membri hanno investito complessivamente poco meno di 229 miliardi di euro, l'1,85 per cento del PIL europeo; la stessa quota del 2006, nonostante l'obiettivo contenuto nella Strategia di Lisbona (risalente al 2009) di arrivare al 3 per cento entro il 2010.

Per fare un confronto, negli Stati Uniti si è speso il 2,67 per cento del PIL; e nel 2006, l'ultimo anno per cui ci sono dati disponibili, il Giappone ha speso il 3,40 per cento del PIL. In Europa solo due Paesi hanno rispettato gli impegni di Lisbona, raggiungendo e superando il 3 per cento: la Svezia e la Finlandia, che hanno speso rispettivamente il 3,60 e il 3,47 per cento. Seguono l'Austria (con il 2,56 per cento), la Danimarca (con il 2,55 per cento), la Germania (con il 2,54 per cento) e la Francia (con il 2,08 per cento). Fanalino di coda è Cipro, con lo 0,45 per cento.

Guardando i valori assoluti, fa riflettere che tre nazioni da sole rappresentano il 60 per cento degli investimenti: si tratta della Germania con 62 miliardi, della Francia con 39 miliardi e della Gran Bretagna con 37 miliardi (l'1,79 per cento del PIL). Per l'Italia, i dati riferiti al 2006 (non sono disponibili quelli relativi al 2007) indicano che la spesa era allora di 16,831 miliardi di euro, ossia l'1,13 per cento del PIL.

Ma di che cosa parlate, signori della maggioranza? Questo è un Governo miope, che, oltre ad avere tagliato ulteriormente i fondi alla ricerca, tiene in vita, quasi ibernandole, le classi di potere e le baronie più vecchie d'Europa, aumentando ad esempio l'età pensionabile dei magistrati, che si vuole portare da 75 a 78 anni. Nel mondo universitario, nel dicembre del 2007, l'età media dei ricercatori era di 44,9 anni, quella dei professori associati di 52,1 anni e quella dei professori ordinari di 58,7 anni. Così, mentre orde di famelici baroni si godono il bel Paese, i giovani sono costretti ad emigrare per cercare lavoro, specialmente nel mondo accademico. Tale problema affligge in particolar modo la ricerca, dove i coraggiosi che provano a fare carriera in Italia sono ridotti a macchiette di anziane baronie.

Ho voluto fare questa premessa per introdurre la questione dell'esercito dei precari, pari ad oltre 3,5 milioni, in gran parte lavoratori autonomi, ma anche dipendenti nei servizi pubblici, in maggioranza donne, ossia 58,7 per cento, e soprattutto meridionali, secondo l'ultima analisi della CGIA di Mestre (voglio ricordare che il ministro dell'economia Tremonti si fida più di loro che di altri istituti di ricerca più blasonati). Su un totale di 3.525.672 precari, è la Calabria, con il 23,3 per cento, a presentare il valore più alto, se viene preso come indicatore l'incidenza percentuale dei precari sul totale degli occupati presenti in ciascuna Regione. Seguono la Sicilia (22,1 per cento), la Sardegna (21,3 per cento), la Puglia (19,5 per cento), la Basilicata (17,2 per cento). Chiude la classifica la Lombardia, che, nonostante registri in termini assoluti il numero più elevato, presenta la percentuale più bassa sul totale degli occupati, ossia il 12 per cento.

Nei settori più investiti dalla precarietà, al primo posti ci sono i servizi pubblici e sociali (28,1 per cento), gli alberghi e i ristoranti (25,9 per cento), l'agricoltura (24,6 per cento). Chiude l'intermediazione finanziaria, con l'8,9 per cento. Infine, l'incidenza percentuale dei lavoratori precari per titolo di studio sul totale degli occupati vede i senza titolo toccare la percentuale del 20 per cento. Seguono coloro che hanno la laurea (15,3 per cento), la licenza media (15 per cento), il diploma superiore (15 per cento), la licenza elementare (14,9 per cento) e infine i post laurea (14,3 per cento). Questi sono i dati del precariato in cifre, di quell'esercito di invisibili che invecchiano, spesso a spese di quegli ammortizzatori sociali che non date voi, signori del Governo, ma che sono rappresentati dalle famiglie, dagli anziani, dai vecchi che si devono fare carico, con le loro pensioni, di assicurare dignità ai giovani, a quell'esercito di precari.

Sempre citando i dati, uno studio condotto dai ricercatori dell'Istituto per lo sviluppo della formazione dei lavoratori e dell'Istituto nazionale di statistica quantifica, alla fine del 2006, in circa 2.809.000 i lavoratori con forme contrattuali precarie, cui andrebbero sommati ulteriori 948.000 lavoratori provenienti da esperienze lavorative precarie terminate ed in cerca di nuova occupazione, per un totale di 3.757.000 lavoratori.

Nel loro studio i ricercatori evidenziano anche che non sempre un periodo di lavoro flessibile diviene l'anticamera a forme contrattuali più stabili, ma che anzi con il passare del tempo dall'introduzione di queste forme lavorative «il tasso di conversione di occupazioni precarie verso lavori stabili è sempre più basso e il momento della trasformazione del contratto sempre più posticipato nel tempo» e che tra i precari non sono presenti solo giovani alle prime esperienze lavorative, ma vi è anche una non trascurabile presenza di over 40. La ricorrenza di tipologie di lavoro diverse dal rapporto di lavoro a tempo indeterminato (lavoro a tempo determinato, lavoratori socialmente utili, contratti di lavoro interinale e di somministrazione, collaborazioni coordinate e continuative ed incarichi di studio, consulenza e ricerca) nel pubblico impiego era quantificabile in 103.349 contratti a tempo determinato, 4.786 contratti di formazione lavoro, 9.067 contratti di somministrazione e di manodopera e 34.457 lavoratori socialmente utili. Vi risparmio le altre percentuali.

Questo, signori della maggioranza, è l'ennesimo provvedimento omnibus, l'ennesima navetta in cui volete inserire tutto e il contrario di tutto. Qui dentro ci sono disposizioni in tema di sanità (articoli 2-bis e seguenti), disposizioni in tema di università (articoli 6-bis e seguenti), disposizioni in tema di difesa (articoli 21 e 22-ter), arbitrato e conciliazione nel processo del lavoro (articoli 24 e 26-bis), modifiche al decreto legislativo n. 276 del 2003, la cosiddetta legge Biagi (articoli 28 e seguenti).

Questa delega al Governo ha l'obiettivo di mettere mano alle pensioni dei lavoratori impegnati in attività definite usuranti, puntando a mettere in campo una vera e propria clausola di salvaguardia, che avrebbe lo scopo di evitare che troppe domande di pensionamento anticipato facciano sforare la copertura finanziaria a disposizione.

Mi accingo alla conclusione perché il tempo sta scadendo. Più che un diritto le norme sul lavoro usurante potrebbero diventare una lotteria. È già dura riuscire a rientrare nei parametri richiesti. Ad esempio, il lavoro notturno è considerato usurante se si fanno 80 turni notturni ogni anno; con il sistema degli orari basta un'influenza: si salta una notte e diventa in pratica impossibile arrivare alla quota richiesta.

Concludo, signor Presidente, sottolineando come questa maggioranza - mi riferisco anche agli stimati colleghi che presiedono le Commissioni - dovrebbe fare attenzione: non potete venire a raccontare la favola che finanziate gli ammortizzatori sociali quando volete disgregare l'ammortizzatore sociale più potente, quello della famiglia, perché non date occasioni di lavoro alle giovani generazioni e all'esercito di precari.

Per tali ragioni, noi dell'Italia dei Valori esprimiamo un giudizio molto severo su questa normativa omnibus, che non aiuta certo migliaia di famiglie ad uscire dal precariato e dall'invisibilità. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Valli. Ne ha facoltà.