CASTRO, relatore. Signora Presidente, mi dispiace deludere ancora il collega ed amico Paolo Nerozzi, ma devo dirgli che sarò breve anche nella mia replica. D'altra parte, trovo assolutamente singolare il principio, affermato dal collega Nerozzi, secondo il quale vi sarebbe una relazione diretta fra la serietà dell'analisi e la verbosità dell'analista. Francamente, mi sembra un principio adatto a quei fumidi ed incupiti cineforum dove si trasmetteva, alla fine degli anni Sessanta, il film di Glauber Rocha «O' cangaceiro» e che sono, probabilmente, uno dei luoghi del Bildungsroman dell'amico e collega Paolo Nerozzi ma che, francamente, mi sembrano poco adatti per il Parlamento. Lo dico, evidentemente, con tutto l'affetto che, invece, non ho trovato nel suo intervento, la cui acrità, francamente, mi ha sorpreso.
Mi sembra che le argomentazioni svolte dagli illustri colleghi della minoranza si siano concentrate intorno ad un tema cruciale: se questo sia un provvedimento omnibus e, quindi se in qualche misura si trovi in una relazione impropria rispetto alla sua natura di collegato alla finanziaria. Ebbene, io credo che, invece, essendo questa una crisi multiforme e che potendosi costruire una risposta adeguata alla sfida lanciata soltanto attraverso un articolato e distribuito sistema di risposte, soltanto un provvedimento plurale possa corrispondere ad una crisi plurale. Da questo punto di vista, questo provvedimento non può inevitabilmente che essere plurale.
D'altra parte, all'amica e collega Incostante, che vedo sorridere, non posso che porre qualche domanda molto diretta. Se questo è un provvedimento in collegamento con la finanziaria, il cui compito precipuo è quello di governare la grande crisi, possiamo noi sostenere che promuovere la certezza del diritto, concentrando il ruolo principale delle soluzioni delle controversie di lavoro nella conciliazione e nell'arbitrato non sia un rafforzamento di quella coesione sociale oggi decisiva per il superamento della crisi? Possiamo noi sostenere che limitare le incursioni giudiziarie dentro l'operato, dentro il perimetro liberamente presidiato dalle parti sociali, non sia un modo per rafforzare la loro capacità di innovazione e di governo attivo e propulsivo della crisi stessa?
Come pensare oggi che le ispezioni, che accanto al momento meramente sanzionatorio vedono sottolineato anche il momento cooperativo e collaborativo, non siano anche esse uno strumento di rafforzamento di quella coesione sociale che oggi è vettore competitivo? La coesione sociale è un vettore competitivo, e questo è un provvedimento che alla coesione sociale guarda con grande certezza.
Come dire, amici e colleghi, che razionalizzare 32 diversi tipi di aspettative e permessi non significhi condensare quella certezza del diritto che, a sua volta, è elemento propulsivo per una semplificazione che diventi agilità di gestione e possibilità, per la gestione stessa, di concentrarsi sulle aree più drammaticamente serie della risposta alla crisi? Proprio nel momento in cui si sottolinea la crucialità delle piccole e medie imprese nella risposta alla crisi (avendo l'ideologia della globalizzazione favorito prodotti forzosamente omologati e forzosamente massificati), recuperando invece le scaturigini autenticamente tradizionali delle produzioni e il valore culturale delle produzioni, come non dire che, se vogliamo mantenere coesa la prospettiva del presidio dei costi, non possiamo non considerare salutare il ritorno dello staff leasing? Esso consente, infatti, anche alle piccole e medie imprese - lo ripeto - di avere competenze a prezzi che altrimenti non sarebbero per loro disponibili. Ma allora, se questo è vero, credo che si tratti di un provvedimento sinceramente leale rispetto alla natura di una finanziaria che deve presidiare in modo articolato le prospettive della crisi.
Vorrei fare infine un'ultima osservazione nei confronti del collega Pardi, le cui considerazioni ascolto sempre con grande attenzione e curiosità intellettuale, perché spesso esse sono felicemente originali. Questa volta devo invece dirle sommessamente, professore, che ho trovato una sorta di pregiudizio retorico nella sua argomentazione, come se in qualche misura il mondo fosse ancora diviso per classi gerarchicamente ordinate e il mondo del lavoro, in particolare, non si fosse invece profondamente, democraticamente e progressivamente trasformato in questi ultimi anni.
Le faccio allora solo una domanda molto semplice: davvero pensiamo che favorire l'invasività del giudizio ordinario - costringendo cioè il lavoratore, l'operaio della catena, della piccola impresa artigiana ad un processo che dura 12 anni - sia più dispiegatamente democratico e attento alle ragioni del contraente presunto più debole, rispetto ad un arbitrato in cui, invece, le ragioni dell'operaio sono rappresentate dalla sua associazione sindacale, in un giudizio che si chiude in tre mesi, dando certezze e risparmiando costi? Mi sembra che in una visione veramente democratica l'arbitrato lo sia, in una prospettiva tipicamente occidentale, molto di più e molto meglio che non il vecchio processo, questo sì classista ed incupito nella sua burocraticità ed opacità.
Difendo quindi questo provvedimento, e lo faccio nella convinzione che esso possa trovare le ragioni per aiutare le imprese e l'economia italiana a traghettarsi davvero oltre la crisi, verso una dimensione nuova. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Saltamartini.