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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 251 del 01/08/2009


ZANDA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ZANDA (PD). Signor Presidente, i senatori del Partito Democratico voteranno contro la conversione del decreto-legge cosiddetto anticrisi.

La prima ragione riguarda la forzatura pesante di un voto di fiducia su un decreto-legge che il Governo tra un'ora correggerà con un altro decreto-legge. Per il presidente Berlusconi il Parlamento è inutile e i parlamentari sono dei tacchini e dei capponi! Sono parole sue. Adesso impone ai suoi senatori di votare una legge sbagliata. Lo impone ai suoi perché non può farlo con l'opposizione. Saranno quindi solo i senatori della maggioranza a compiacere la volontà del Governo.

La seconda ragione riguarda i contenuti. Da un anno il Partito Democratico presenta misure precise per reagire alla crisi. Se un anno fa il Governo avesse accettato di promuovere una manovra espansiva anticiclica di un punto di PIL e operato una pari riduzione della spesa a partire dal 2010, se avesse promosso almeno una parte delle riforme che servono al nostro sistema economico, oggi le prospettive di medio termine sarebbero diverse. Il presidente Berlusconi sta dimostrando la stessa vista corta che ha avuto dal 2001 al 2006, come conferma il confuso provvedimento omnibus che stiamo discutendo. Sembra adesso che scomparirà la norma che limita le funzioni di controllo della Corte dei conti; sottolineo che era stata scritta da chi, al G8 dell'Aquila, ha dato lezioni di global legal standard. Sembra che spariranno anche le disposizioni che sottraggono al Ministero dell'ambiente le competenze sugli impianti nucleari, anch'esse contraddittorie con l'ambientalismo del G8 dell'Aquila. Resta, invece, la vergognosa imposizione fiscale ai cittadini e alle imprese abruzzesi terremotate, a fronte del condono agli esportatori illegali di valuta, ai quali viene garantito l'anonimato e comminata una multa dell'irrisoria percentuale dell'1 per cento.

Su un'altra questione di estrema delicatezza, quella relativa all'ipotesi di una speciale imposizione fiscale sulle riserve auree della Banca d'Italia, prendiamo atto dell'audizione del ministro Tremonti davanti alle Commissioni del Senato e della sua esplicita dichiarazione che il Governo non intende violare, e quindi non violerà, i principi e i trattati della Banca centrale europea né l'autonomia della Banca d'Italia. L'imposizione fiscale sulle riserve auree della Banca d'Italia non verrà, pertanto, applicata e il Governo italiano si manterrà fedele al principio dell'Unione europea secondo il quale il settore pubblico dei Paesi membri non può essere finanziato con le riserve delle Banche centrali.

Ma lasciamo perdere le correzioni fatte e quelle non fatte al decreto. Le giudicheremo quando le potremo leggere. Molto semplicemente, il punto è che questo decreto non è in grado di contrastare efficacemente la crisi: mancano misure per il rilancio economico, mancano politiche di liberalizzazione, mancano politiche per il Mezzogiorno, al quale Berlusconi le risorse prima le dà, poi le sottrae, poi le ridà. Adesso che la Sicilia l'ha spaventato, il presidente Berlusconi fa marcia indietro e ritira fuori - pensate - i fondi stanziati nel 2007 dal Governo Prodi, poi riassegnati e dopo ritirati; sono sempre quelli, anzi meno di quelli che c'erano all'inizio. Temo che chiamare tutto questo Piano Marshall sia un po' ridicolo. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).

È un gioco delle tre carte che aggrava la spaccatura tra Nord e Sud e da cui deriva la minaccia del nuovo Partito del Sud. Suggerisco al presidente Berlusconi di stare attento: se la minaccia viene dagli onorevoli Lombardo, Dell'Utri e Miccichè, è probabile che non si tratti di una minaccia platonica. Segnalo questa congiuntura anche alla Lega Nord, visto che è questa che oggi detta la linea al Governo. Questa contrapposizione Nord-Sud, così carica di incognite, che si aggiunge a proposte sconsiderate come quella di non accettare al Nord i presidi meridionali e di sottoporre i professori all'esame di dialetto, sono tutti eccessi che non fanno ben sperare per il futuro cammino del federalismo fiscale. Così come i primi, pesanti incidenti delle ronde fanno temere che i regolamenti ministeriali di prossima emanazione possano peggiorare la situazione. Badi e stia attenta la Lega Nord che se questi focolai dovessero produrre un rigurgito di cultura secessionista la reazione del Partito Democratico sarà molto dura, perché per noi l'unità nazionale è un bene intangibile. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Astore).

La terza ragione per la quale il Partito Democratico voterà contro il decreto-legge in esame è tutta politica ed è la più grave: è sempre più evidente l'incapacità del presidente Berlusconi non solo di aiutare il nostro Paese ad uscire dalla crisi, ma anche più semplicemente di governarlo, di esercitare una leadership credibile, di guidare autorevolmente la sua maggioranza. Questo Governo lascerà macerie, politiche, istituzionali, economiche e sociali. L'utilizzo micidiale e combinato di decreti-legge, maxiemendamenti, voti di fiducia e provvedimenti milleproroghe sta lì a testimoniare le incapacità e i rischi. In 15 mesi il Governo ha emanato 37 decreti-legge, ha richiesto la fiducia 23 volte, ha modificato per 14 volte propri provvedimenti con maxiemendamenti presentati pochi istanti prima del voto parlamentare ed ha portato in Parlamento 23 provvedimenti omnibus o milleproroghe, come si chiamano in gergo. In termini costituzionali, il saldo di questa deriva è il progressivo trasferimento dell'esercizio della funzione legislativa dal Parlamento al Governo. Stiamo entrando in un sistema nel quale le leggi le fa il Governo, non più il Parlamento.

Signori senatori, come ha detto bene ieri il senatore D'Alia, e lo ha ripetuto anche questa mattina, è in atto un progressivo svuotamento del principio della divisione dei poteri, che non può non avere come approdo finale altro che la fine della democrazia parlamentare rappresentativa. Chiedo dunque al Presidente del Senato, la cui prima missione è la difesa del ruolo e delle prerogative di questa Assemblea, di contrastare questa deriva anticostituzionale.

È anche a causa del disordine legislativo se la spesa corrente aumenta del 3 per cento, se la pressione fiscale raggiunge il livello record del 43,4 per cento, se il PIL si contrae del 5,2 per cento. II CNEL stima un'ulteriore perdita di 540.000 posti dì lavoro entro l'anno. Il nostro deficit ha raggiunto il 5,3 per cento; il disavanzo aumenta del 4,9 per cento negli ultimi 12 mesi; il debito pubblico è schizzato al 115 per cento del PIL, pari a 1.741 miliardi di euro in valori assoluti.

Mi permetto di soffermarmi sul debito. Due giorni fa, in Senato, il ministro Tremonti ha denunziato che l'opposizione da un lato gli chiede più spesa pubblica, dall'altro lo accusa di farne troppa. Conosco il ministro Tremonti dalla fine degli anni Settanta. Oggi siamo avversari politici, ma lo considero un mio amico personale. Con questo spirito gli dico che per la spesa pubblica, così come per il debito pubblico, il poco o il troppo hanno solo parzialmente a che fare con la loro dimensione numerica: ciò che è essenziale è la qualità degli impieghi. L'Italia ha un debito di 1.741 miliardi. Se lungo i decenni, invece di sbriciolarli nella spesa corrente, li avesse investiti in infrastrutture, scuola, università, sicurezza, grandi servizi pubblici, modernizzazione delle reti, oggi noi, pur con lo stesso debito, saremmo un Paese molto ricco e molto forte. Lo stesso vale per la spesa pubblica degli ultimi 15 mesi. Il ministro Tremonti ci dica come l'ha investita e il nostro giudizio negativo cambierà. Altrimenti non protesti se diciamo che il Governo Berlusconi sta danneggiando l'Italia.

Nei giorni scorsi, due illustri economisti, Alberto Quadrio Curzio e Antonio Martino, hanno dato vita ad una disputa molto interessante. Oggetto del dibattito erano la flemma e l'inattività del Governo in politica economica. Riferisco al Senato della posizione di Antonio Martino, che condivide l'elogio della flemma, quando serve ad «impedire di fare danni». Tuttavia, aggiunge Martino: «anche la flemma cessa di essere una virtù e diventa un vizio quando supera certe dimensioni e si estende a campi in cui l'azione è necessaria e urgente». Nell'Italia del 2009, Martino sostiene che «la flemma è inammissibile. Troppe riforme essenziali attendono da troppi decenni di essere realizzate, e continuare a rinviarle non è flemma, è irresponsabile omissione, è tradimento delle promesse fatte agli elettori, è criminale inadempienza». A parlare di criminale inadempienza non sono io, ma Antonio Martino.

La verità è che la crisi del berlusconismo è iniziata e né lui, né il suo Governo, né la sua maggioranza hanno le idee, la determinazione e la coesione necessarie per invertire la rotta. Non sappiamo quanto questa crisi durerà, né quali forme potrà avere, ma sappiamo che è profonda e che trae origine da errori strategici in economia, in sicurezza, in giustizia e dall'accresciuto divario tra Nord e Sud, oltre che dalla crisi dei grandi servizi pubblici che emerge quotidianamente, ministro Matteoli, dalle difficoltà di CAI-Alitalia, dal disastro delle ferrovie locali per i pendolari, dai progressivi aumenti delle tariffe autostradali, tutti dovuti a decreti-legge del Governo.

Ma buona parte della crisi è dovuta all'inadeguatezza personale di Silvio Berlusconi. (Commenti dai banchi del Gruppo PdL). Logorato dalle conseguenze politiche del lodo Alfano e della sua vita personale, sta trascinando l'Italia in una condizione permanente di discredito internazionale. Spetta al Parlamento domandarsi se il Presidente del Consiglio abbia esposto a rischi la sicurezza politica ed economica del Paese e se questi rischi siano tuttora attuali. La domanda che il Parlamento ha il dovere di porsi è se il Presidente del Consiglio abbia incontrato qualcuno o qualcuna che l'ha ricattato o che poteva ricattarlo o che lo sta ancora ricattando, ovvero anche solo sottoponendo a pressioni. E questa debolezza personale del Presidente del Consiglio produce una corrispondente debolezza del Governo.

Non fa piacere sapere che tutti i giorni Tremonti viene assediato da Ministri che gli chiedono risorse. Temo che la ragione di queste tensioni nel Governo non stia nei comportamenti di Tremonti o di altri Ministri: la responsabilità è di chi dovrebbe dirigere e non dirige, del Presidente del Consiglio che, per l'articolo 95 della Costituzione, è il responsabile dell'unità dell'indirizzo politico del Governo. Tremonti e gli altri Ministri sanno certamente di chi è la responsabilità di tanta confusione.

Gli italiani aspettano - e noi con loro - con molta ansia il momento in cui Tremonti e gli altri Ministri cesseranno di dirne il nome a bassa voce, come fanno ora, ma avranno il coraggio di iniziare a pronunciarlo a voce alta ed anzi a gridarlo. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).