MARINARO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole sottosegretario Scotti, i contenuti e i temi discussi al G8 de L'Aquila, come l'economia, la finanza, i diritti umani, l'acqua e la sicurezza alimentare, obbligano ad aprire un dibattito a tutto campo nelle sedi parlamentari, soprattutto se guardiamo ai limiti e ai silenzi contenuti nel Documento di programmazione economico-finanziaria 2010-2013 sulle risorse da impiegare. Infatti, l'interdipendenza tra le economie e la crisi economica e morale che ha investito i Paesi ricchi hanno trasformato la natura del dibattito sul risanamento delle nostre economie, non più monadi di un mondo privilegiato, ma sottoposte a tutte le ripercussioni che viviamo individualmente e quotidianamente.
Sbloccare un vero e proprio intreccio perverso in cui si è venuta a trovare l'economia italiana, dopo aver accumulato un ritardo di crescita che ha accentuato sia l'instabilità macroeconomica che il disagio sociale, è il nostro imperativo. Tuttavia, la risalita del debito configura una condizione insostenibile dei conti pubblici, ci espone alle pressioni del mercato internazionale e ci pone in difetto rispetto alle regole europee. Nello stesso tempo, crescita pressoché zero, inefficienza e distorsioni del sistema tributario, scarsa efficacia della politica di bilancio a finalità redistributiva contribuiscono a peggiorare gli indicatori di disuguaglianza e povertà. A frenare ulteriormente lo sviluppo economico e il tasso di crescita potenziale concorrono, inoltre, l'insufficienza dei meccanismi premianti la qualità, un contesto generale poco favorevole all'impresa ed agli utenti consumatori, l'ampiezza di settori protetti e privi di concorrenza.
La politica economica è così chiamata ad agire contemporaneamente su tre fronti: sviluppo, risanamento ed equità. Contemporaneamente, perché sono inscindibili. La crescita è indispensabile per generare le risorse necessarie ad un aumento del benessere, alla riduzione della povertà, al risanamento dei conti pubblici; l'equità esige che si ponga fine a fenomeni inaccettabili di evasione ed elusione fiscale, che generano situazioni di sofferenza finanziaria che colpiscono soprattutto gli strati deboli, oltre che le generazioni future. In un regime democratico una maggiore equità è condizione indispensabile nel processo di risanamento finanziario e di rilancio della crescita.
Ma c'è un quarto fronte inscindibile dagli altri tre, sul quale bisogna operare contemporaneamente: la crisi globale, il crollo delle regole che hanno tenuto in piedi le economie dei Paesi più forti e la disperata pressione di una parte maggioritaria del mondo impongono la politica della cooperazione allo sviluppo al primo piano nella ribalta internazionale.
È quanto ha fatto l'Unione europea nel momento in cui, a seguito della modifica del Patto di stabilità, dichiara di riservare particolare attenzione, ai fini della determinazione del deficit, agli "sforzi di bilancio intesi ad aumentare o mantenere i contributi finanziari a sostegno della solidarietà internazionale".
Stupisce che ci sia ancora la necessità di ripetere che non esiste possibilità di rilancio effettivo e duraturo delle economie occidentali se più di due terzi della popolazione del pianeta lottano per sopravvivere alla fame, alla sete, alle malattie e alle guerre, che spesso hanno come concausa il cambiamento climatico.
Questa visione del futuro era chiara al precedente Governo. Infatti, stigmatizzando il ritardo dell'Italia già nel 2006 rispetto agli impegni assunti internazionalmente (con un rapporto tra aiuti per lo sviluppo e PIL pari solo allo 0,20 per cento contro lo 0,33 per cento richiesto), la legge finanziaria 2007, pur nella difficile situazione finanziaria del Paese, aveva marcato una significativa inversione di tendenza, con un notevole incremento degli stanziamenti per gli aiuti allo sviluppo. I fondi del bilancio del Ministero degli affari esteri passarono dai 392 milioni di euro del 2006 ai 600 milioni del 2007, cui si aggiunsero le risorse assegnate al Ministero delle finanze e quelle destinate dal Governo all'azione di cooperazione in Afghanistan, Libano e Sud del Sudan. E con la finanziaria 2008 vi fu un ulteriore incremento, che portò a 732 milioni di euro gli stanziamenti del bilancio degli Esteri.
Ciò indica con chiarezza la determinazione del precedente Governo a rispettare gli impegni assunti in sede ONU e Unione europea, impegni che prevedevano un costante aumento della percentuale di aiuto per lo sviluppo sul PIL, al fine di raggiungere l'obiettivo dello 0,70 per cento nel 2015.
Guardando ai dati attuali sulla cooperazione allo sviluppo, bilaterale e multilaterale, è del tutto evidente che questo Governo ha compiuto solo significativi passi indietro. Infatti, i tagli al bilancio della cooperazione previsti dalla legge finanziaria 2009 hanno determinato una riduzione del 56 per cento degli stanziamenti, e l'Italia è così passata dai 732 milioni di euro del 2008 ai 312 milioni del 2009.
Vedete, discutiamo spesso in quest'Aula del corpus giuridico delle norme che vengono approvate, del loro ancoraggio al dettato costituzionale, della loro reale efficacia ai fini del miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini italiani e di chi vive e lavora in Italia; in ultima analisi, discutiamo del loro buon senso. Ebbene, in questo ambito, più di ogni altra parte, manca proprio il buon senso.
Anche per questo le "perplessità e preoccupazioni" espresse dal presidente Napolitano, sulle "criticità" e la "disorganicità" nel modo di legiferare di questo Governo e della sua maggioranza, vanno - credo - accolte seriamente da tutti.
Perché vedete, cari colleghi della maggioranza, avete un modo di governare che, in maniera esemplarmente lineare, risolve la necessità di nuove e tanto invocate regole della nuova economia globale e interdipendente alzando solo muri e alimentando paure e trattando da criminali proprio coloro che provengono dai Paesi ai quali avete cancellato gli aiuti.
Per un Governo di un Paese del G8 che si vuole seriamente impegnare in una politica globale a favore dello sviluppo, dei diritti umani, della pace e della sicurezza c'è bisogno di strumenti finanziari adeguati. C'è bisogno di una visione complessiva e integrata della questione per essere coerenti con ciò che si sostiene non solo nei vertici europei e mondiali, ma anche nella società e nel Paese.
Non ci può essere solo una politica dell'oggi: si deve saper guardare anche un po' più in là. Si deve soprattutto saper guardare al domani, anche perché, secondo i dati dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il fenomeno degli "eco-profughi" è destinato a subire un aumento esponenziale: si prevede, infatti, che nel 2050 il mondo potrebbe ritrovarsi a gestire la migrazione forzata di 250 milioni di persone, con una conseguente accelerazione dei fenomeni di migrazione verso i Paesi sviluppati, e dunque anche verso l'Italia.
C'è urgente bisogno di alzare il tiro, cari colleghi, non solo per consolidare credibilità d'azione nei consessi europei ed internazionali per il nostro Paese, ma perché alzare il tiro significa politiche di ampio respiro e di prospettiva futura per gli italiani, ma anche per gli immigrati, i profughi, i rifugiati, creando opportunità di pace e sviluppo nei loro Paesi e creando anche i presupposti di una solida politica dell'integrazione e della convivenza nel nostro Paese.
Ecco quindi, signor Presidente, le ragioni di questa nostra mozione. Un atto politico concreto per chiedere al Governo e alla sua maggioranza di voler considerare i gravi effetti che le proprie scelte economiche hanno prodotto nell'ambito della cooperazione allo sviluppo, perché, cari colleghi, oggi più che mai è necessario ricordarsi che, se Atene piange, Sparta non ride sicuramente. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e del senatore Peterlini. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Pedica per illustrare la mozione n. 167.