CARLINO (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in occasione della scorsa Festa della mamma, l'associazione «Save the Children» ha presentato un «Rapporto sullo stato delle madri nel mondo». L'associazione ha stilato una graduatoria sulla base di indicatori quali la mortalità materna, la contraccezione, l'aspettativa di vita della donna, la scolarità, il divario dì genere nel reddito, la tutela della maternità, la partecipazione delle donne al governo della Nazione, le condizioni del parto; e di sottoindicatori sui bambini: la mortalità al di sotto dei cinque anni, la percentuale di bambini sotto i cinque anni sottopeso, il tasso di bambine iscritte alla scuola primaria in rapporto ai maschietti.
In questa classifica globale, per ovvie ragioni, ai primi posti troviamo Paesi come la Svezia, la Norvegia e l'Australia, mentre all'ultimo posto troviamo il Niger. Il divario tra i primi Paesi e gli ultimi è davvero spaventoso: un bambino su 4 non raggiunge il suo quinto compleanno in Afghanistan e Sierra Leone, mentre in Svezia solo un bambino su 333 muore entro i cinque anni; meno del 15 per cento dei parti avviene in presenza di personale specializzato in Afghanistan, Ciad ed Etiopia a fronte del 99 per cento in Sri Lanka; una donna su 8 muore durante la gravidanza o il parto in Afghanistan e Sierra Leone, mentre in Irlanda il rapporto è di una su 47.000. In generale, nel mondo ogni anno continuano a morire oltre 500.000 donne a causa di complicazioni legate alla gravidanza e al parto.
Anche i dati presenti nel rapporto UNICEF 2009 «La Condizione dell'infanzia nel mondo» vanno nello stesso senso: nei Paesi in via di sviluppo, il rischio di mortalità materna nel corso della vita è mille volte superiore a quello che corrono le donne nei Paesi industrializzati e il 99 per cento della mortalità materna globale è concentrato nei Paesi poveri, principalmente dell'Africa sub-sahariana e dell'Asia meridionale.
In media, ogni giorno circa 1.500 donne muoiono per complicazioni legate alla gravidanza e al parto. Una donna di un Paese tra i meno sviluppati è 300 volte più esposta al rischio di morire nel corso della vita a causa di complicazioni dovute alla gravidanza o al parto rispetto a una donna che vive in un Paese industrializzato. I dieci Paesi con il più alto rischio di mortalità materna sono: Niger, Afghanistan, Sierra Leone, Ciad, Angola, Liberia, Somalia, Repubblica democratica del Congo, Guinea e Mali. E in Sierra Leone, il Paese con il più alto tasso di mortalità materna, esso è di 2.100 decessi ogni 100.000 donne. Cinque tra i dieci Paesi con i più alti tassi di mortalità neonatale - Liberia, Afghanistan, Sierra Leone, Angola e Mali - rientrano anche nella classifica dei dieci Paesi con il più alto tasso di mortalità materna o con più alto rischio di mortalità materna nel corso della vita.
Un bambino che nasce in un Paese in via di sviluppo ha 14 volte più probabilità di morire entro il primo mese di vita rispetto a un bambino nato in un Paese industrializzato.
Da questi dati emerge chiaramente che siamo ben lontani dagli obiettivi fissati dal "Millennium Summit", organizzato dall'ONU nel 2000, di una drastica riduzione dei decessi per complicanze legate alla gravidanza e al parto entro il 2015.
Per ridurre il tasso di mortalità infantile e materna il rapporto UNICEF raccomanda che si agisca, piuttosto che con interventi singoli e specifici, con l'applicazione di un modello di assistenza sanitaria di base che includa tutte le fasi della salute materna, neonatale e dei bambini, insieme ad un forte sostegno all'accrescimento del potere decisionale delle donne, il cosiddetto empowerment, alla loro protezione e alla loro istruzione.
E allora abbiamo il dovere di chiederci cosa possiamo fare affinché si possano raggiungere realmente gli obiettivi prefissati dal Summit. L'Italia, nel 2005, insieme ad altri Paesi europei, si era impegnata a stanziare lo 0,51 per cento del PIL per aiuti allo sviluppo: purtroppo questo Governo ha tagliato i fondi alla cooperazione del 56 per cento e nei giorni scorsi, a Bruxelles, è stato accusato dalla Concord, una confederazione di 1.600 ONG europee impegnate in progetti di aiuto allo sviluppo, di essere il Pese che in Europa, in rapporto al PIL, ha stanziato la cifra più bassa.
Adesso, visto che quest'anno l'Italia ha la Presidenza del G8, è importante dimostrare che il nostro Paese è in grado di mantenere gli impegni presi. Sul sito ufficiale del summit del G8 del 2009 è scritto che «un mondo con meno povertà e disuguaglianze è anche un mondo più giusto, sicuro e stabile» e che «promuovere lo sviluppo sostenibile e la lotta alla povertà nei Paesi meno avanzati è una priorità centrale nell'agenda dei Capi di Stato e di Governo del G8». Allora, facciamo in modo che a queste parole, assolutamente condivisibili da tutti, facciano seguito fatti concreti, soprattutto per quelle fasce deboli dei Paesi più poveri rappresentate dalle donne e dai bambini. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Baio. Ne ha facoltà.