*BAIO (PD). Signor Presidente, "Non c'è sviluppo senza salute". Questo era uno slogan usato in un rapporto sulla salute delle donne da parte dell'AIDOS al quale aggiungerei un'altra frase "Non c'è futuro senza solidarietà e responsabilità".
La mozione che discutiamo oggi è stata presentata per rispondere all'appello dell'Organizzazione mondiale della sanità affinché gli Stati si adoperino per realizzare una reale salute materno-infantile, in particolar modo riguardo alla salute riproduttiva, espressione che a me personalmente non piace molto, anche se è quella utilizzata a livello internazionale. Questo è il quinto degli otto punti degli obiettivi del Millenium Development Goals - lo ha ricordato anche la relatrice, senatrice Boldi - che mira alla riduzione del tasso di mortalità materna del 75 per cento entro il 2015. È un obiettivo ambizioso al quale vogliamo lavorare con passione e convinzione. I dati in nostro possesso, riportati anche nella mozione, sono infatti una grave testimonianza di come la maternità, nonostante sia fisiologica e non patologica, provochi ancora tante, oserei dire troppe morti. Le cause sono molteplici: la mancanza o la scarsa qualità dei servizi sanitari, la carente nutrizione, l'assenza di un'educazione alla salute, che spesso non trova spazio tra chi deve cercare di sopravvivere.
L'ultimo rapporto UNICEF mette a confronto proprio i Paesi in via di sviluppo e quelli industrializzati e il divario è tanto preoccupante quanto significativo della necessità di intervento da parte delle Nazioni cosiddette ricche, anche da parte della nostra. Nei Paesi in via di sviluppo, infatti, il rischio di mortalità materna nel corso della vita è di 1 su 76, in confronto alla probabilità di appena 1 su 8.000 per le donne dei Paesi industrializzati, ma se si considerano due casi limite, quali quelli dell'Irlanda e del Niger, per i quali nel primo il rischio di mortalità materna nel corso della vita è di 1 su 47.600 (il più basso al mondo) mentre per il secondo è di 1 su 7 (il Paese con il rischio più alto), ci rendiamo conto di quanto la gravidanza, o meglio la maternità, diventi un'emergenza sanitaria, al pari delle patologie più insidiose.
Quel che dovrebbe interrogarci e scuoterci è la consapevolezza che queste morti sarebbero facilmente evitabili e prevenibili se ci fosse l'accesso ad interventi per noi ritenuti di routine. La correlazione tra salute riproduttiva e l'impegno degli Stati a favore di questa causa è molto più di una beneficenza o di un atto di generosità. Il nostro Stato non è né generoso né munifico nel momento in cui esercita questo impegno. Tale esercizio, infatti, rappresenta una responsabilità ed un atto di civiltà del nostro Paese, della nostra politica estera, oltre che della nostra politica interna che noi vogliamo ribadire, oggi, in questa sede, assumendoci impegni che vanno ad aggiungersi a quelli già assunti, senza limitarci, quindi, a confermare - che è già importante - e a riaffermare un principio che dovrebbe essere condiviso anche a livello internazionale.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, i fattori sociologici ed economici che conseguono alla morte di una donna, soprattutto se giovane, durante il periodo della gravidanza e della maternità. Non è solo un dramma affettivo, in quanto non bisogna sottovalutare il fatto che in alcuni Paesi, soprattutto dell'Africa sub sahariana (dove si registra il più alto tasso di mortalità), la donna riveste un ruolo chiave per l'economia familiare visto l'impianto ancora matriarcale di queste società. Quindi, il suo decesso provoca non solo una destabilizzazione familiare, ma anche peggiorativa della già precaria situazione economica.
Al di là della cultura e delle società dei popoli coinvolti in questo grave fenomeno, il principale dato che accomuna le donne morte per parto e per malattia ad esso conseguente è la povertà del Paese dove queste donne risiedono. I servizi sanitari sono assenti così come carentissima, per non dire del tutto assente, è l'educazione.
Questi sono dei dati che però ci interrogano e che dovrebbero rendere le promesse internazionali (e anche le promesse dello Stato italiano) molto più concrete. Purtroppo, però, oggi non è così. Per raggiungere l'obiettivo di ridurre le morti relative alla maternità e all'infanzia entro il 2015, occorrerebbero 10,2 miliardi di dollari ogni anno da parte della comunità internazionale. Durante il G8 del 2008, il Presidente del Consiglio italiano, onorevole Silvio Berlusconi, si è impegnato per una cifra pari a 2,5 miliardi di dollari per la salute globale, pari a 500 milioni di dollari all'anno. Questi fondi non sono ancora stati erogati né allocati. Non lo dice solo la senatrice Baio, ma anche la senatrice Boldi che, nella discussione svoltasi il mese di febbraio, ricordava appunto questo dato. Per correttezza, è bene che oggi lo ricordiamo fra noi per reimpegnare lo Stato italiano nella prossima finanziaria.
È infatti un impegno che non può più essere disatteso. Quindi, noi partiamo già con un ritardo che certo non incoraggia per il raggiungimento degli obiettivi. Se poi consideriamo che nel G8 del 2005 l'Italia si era impegnata per la cooperazione internazionale per lo 0,33 per cento del PIL, per arrivare al 2015 allo 0,7, e se consideriamo che, a oggi, noi non raggiungiamo nemmeno lo 0,1 per cento, questo è un dato molto deludente.
Ognuno di noi deve assumersi le proprie responsabilità, perché hanno governato gli uni e gli altri: magari gli altri per un periodo più breve, ma le responsabilità sono equamente ripartite all'interno di quest'Aula. Questi ritardi non possono essere mantenuti perché i ritardi, nei Paesi in via di sviluppo, corrispondono a delle morti certe.
Con questi dati, nel 2005, l'Italia figurava all'ultimo posto tra i Paesi donatori. A mio giudizio, questo è un dato scandaloso. Siamo riconosciuti nel mondo per essere promotori e sostenitori di una politica di rispetto dei diritti umani (perché questo ci è riconosciuto a livello internazionale), poi assumiamo degli impegni verbali che non riusciamo a concretizzare.
Su questo punto, quello della salute della donna unito a quello della salute materno-infantile, va svolta una riflessione aggiuntiva e preso un impegno più sostanzioso e sostanziale di quello assunto finora. Mi rivolgo soprattutto alla sottosegretaria Roccella, nella speranza che ci sia da parte del Governo un impegno preciso in questo senso.
Inoltre, insieme a molte colleghe, sia dell'attuale maggioranza sia dell'opposizione, abbiamo partecipato a Ginevra ad un incontro bipartisan, in collaborazione con l'Organizzazione mondiale della sanità e con l'associazione ONDA, che voleva stimolare anche l'impegno delle parlamentari italiane su questo fronte. È un impegno che già nelle precedenti legislature era stato assunto dal Parlamento e che noi vogliamo ribadire.
Oltretutto, c'erano state anche delle prese di posizione. Per esempio, nel marzo del 2008 è stato pubblicato il rapporto sullo stato di salute delle donne in Italia che è stato prodotto dalla "Commissione salute delle donne" e grazie all'allora ministro Livia Turco. Sono state fatte, quindi, una serie di scelte ben precise e circostanziate.
Io credo che oggi l'Aula debba esprimere in modo chiaro una svolta anche negli impegni economici da assumere a livello internazionale. Mi auguro che ci assumeremo questo impegno concreto in modo da lanciare, a livello internazionale e mondiale, un messaggio di speranza e soprattutto per andare incontro a quelle donne che da sole non ce la fanno e alle quali noi vogliamo tendere una mano per consentire loro di vivere serenamente una gravidanza, di poter mettere al mondo i figli che desiderano e di poterli crescere in uno stato di civiltà. (Applausi dai Gruppi PD e PdL).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Ha facoltà di parlare la rappresentante del Governo, alla quale chiedo anche di esprimere il parere sulla mozione presentata.