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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 218 del 09/06/2009


MARINARO (PD). Signor Presidente, cari colleghi, rappresentanti del Governo, il 27 maggio scorso è stato il 19° anniversario delle elezioni «scippate» in Birmania dalla giunta al potere, cioè delle elezioni vinte il 27 maggio 1990 dal partito di Aung San Suu Kyi e mai riconosciute dai militari. La situazione, come è già stato detto, peggiora ogni giorno di più: raddoppia il numero dei detenuti politici, permangono maltrattamenti, uso della tortura, stupri, lavori forzati, bambini soldato, mine antiuomo, deportazioni.

Tutti i diritti umani e le libertà fondamentali vengono quotidianamente calpestati e la verità è che non ci sono parole per descrivere l'orrore di quello che veniamo a sapere attraverso le poche testimonianze sfuggite al controllo liberticida della giunta.

Innumerevoli sono gli appelli della comunità internazionale: l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani; il Segretario generale delle Nazioni Unite; l'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO); la Commissione dell'ILO sulla libertà sindacale; la Commissione dell'ONU sulle donne; l'inviato speciale dell'Unione europea Fassino, mentre le organizzazioni umanitarie internazionali continuano ad avere accesso limitato sul territorio birmano.

Le autorità birmane hanno imposto la loro Costituzione con un voto anticipato e pilotato e con il sostegno della Cina che ha inviato 80 camion antisommossa; e intanto procedono con il progetto di costruzione di un reattore nucleare, con ogni probabilità destinato a scopi militari.

In tutto il mondo democratico si susseguono le iniziative per la liberazione immediata di San Suu Kyi, e molti enti locali italiani, com'è già stato detto, hanno conferito a lei e ad altri detenuti politici la cittadinanza onoraria, ma tutto questo non è stato sufficiente e probabilmente non lo sarà nemmeno oggi.

Per questo, su iniziativa dei Gruppi parlamentari e di questo Senato torniamo a discutere in quest'Aula con l'auspicio che il Governo italiano assuma un ruolo di maggiore fermezza e condanna dell'operato della giunta militare e che, nell'associarsi alla condanna espressa dal Parlamento europeo per la risposta inaccettabilmente lenta del regime birmano alla devastazione operata dal ciclone Nargis, si adoperi per sostenere in tutte le sedi politiche e diplomatiche la richiesta di far processare il regime dal tribunale internazionale per crimini contro l'umanità, qualora questo continui ad infliggere violenze di tutti i tipi alla popolazione civile.

Di fronte alla preoccupazione che la tragedia assuma dimensioni ancora più vaste, c'è bisogno di un rinnovato impegno della comunità internazionale e dell'Unione europea per adottare, così come auspicato anche dal Parlamento europeo, misure adeguate alla gravità della situazione, valutando anche la possibilità di inasprire l'attuale regime sanzionatorio e la possibilità di far giungere gli aiuti internazionali alla popolazione, chiedendo per questo un impegno particolare a Cina e Russia. C'è urgente bisogno di un segnale forte nei confronti del regime affinché attribuisca un'importanza maggiore alla vita dei cittadini che al proprio potere, già a partire da una presa di distanza dal risultato sul referendum costituzionale.

Il punto in cui è arrivata la situazione ci dice che non possiamo fermarci nella mobilitazione e nel tentare tutte le strade contemplate dal diritto internazionale, da quelle offerte dalla diplomazia, a quelle della politica commerciale e degli scambi, per favorire l'isolamento internazionale della giunta militare. Aspettare che lì si formi una coscienza collettiva sui diritti e le libertà fondamentali e violati è impossibile, perché è proprio la persona, la coscienza collettiva di un popolo, i suoi simboli, la sua identità che il regime punta a colpire con costanza e barbarie. Affermarlo però non significa invocare l'intervento di non so quale divinità; significa, invece, mettere in campo una sempre maggiore visibilità nell'azione della comunità internazionale.

Il vecchio detto «lontano dagli occhi, lontano dal cuore» esprime una profonda verità che non vale solo per chi soffre le pene d'amore: la vittima di orrende violazioni dei propri diritti e libertà, sempre, ed in particolare in determinate situazioni e contesti, non potrà vedere riconosciuta la propria dignità, la propria libertà e i propri diritti se non avrà il sostegno degli altri, il sostegno della comunità internazionale al popolo birmano dentro e fuori i confini nazionali.

Questo serve a far capire che, al di là delle divisioni interne, su determinate questioni c'è un denominatore comune sul quale fondare la rigorosa e continuata pressione internazionale, anche per testimoniare che i diritti e le libertà fondamentali della persona sono, per loro natura, universali.

Vedete, cari colleghi, sarò ottimista, ma penso che la difesa dei diritti umani e della libertà è una di quelle battaglie nelle quali alla fine guadagnano tutti; potrebbe guadagnarci anche il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Musso. Ne ha facoltà.