BOLDI (LNP). Signor Presidente, nel 1962 ha preso il potere in Birmania una dittatura militare comunista e da allora, da più di 40 anni, senza mai una parentesi di apertura, la giunta militare ha cancellato ogni diritto dei suoi cittadini, condannandoli alla miseria e alla disperazione, ad eccezione, naturalmente, della cerchia di fedelissimi dei generali. Ha perseguito senza alcuno scrupolo l'uso del lavoro forzato, anche dei minori, ha provocato l'esodo di milioni di birmani e di quasi tutte le minoranze, tanto che la Birmania o, come preferiscono essere chiamati, lo Stato di Myanmar, potrebbe essere portato di fronte alla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità.
La dittatura che governa la Birmania è fra le più crudeli al mondo perché dimostra di non avere alcuna pietà delle condizioni di povertà, di emarginazione e di disperazione in cui versa il suo popolo. Desidero ricordare e rimarcare la durezza utilizzata dalla giunta contro gli oppositori politici ed i manifestanti, contro chiunque chieda solo una minima libertà di espressione. E tutto il popolo birmano vive in queste condizioni insopportabili.
La giunta militare al governo perpetua, in pratica, se stessa a spese di un Paese allo stremo, senza prospettive, senza fermarsi davanti alla fame e alla morte di stenti proprio dei suoi concittadini. Ne abbiamo avuto un esempio - è già stato ricordato - in occasione del comportamento vergognoso della giunta quando sulla Birmania si è abbattuto il ciclone Nargis. A fronte delle parole d'ordine dell'autosufficienza e dell'orgoglio della giunta, il popolo birmano è stato abbandonato alla devastazione, pur di non far entrare nessuno nel Paese. La giunta non ha voluto tenere in nessun modo in considerazione le segnalazioni internazionali, non ha attuato piani di evacuazione, non ha accettato interventi esterni di aiuto e prevenzione, permettendo quindi il sacrificio di migliaia e migliaia di vittime.
Il ciclone si é abbattuto, lo ricordo, nel maggio del 2008 e, invece di soccorrere la popolazione, la dittatura ha voluto celebrare un referendum farsa in tutto il Paese, utile a garantire il proprio potere assoluto per almeno altri dieci anni, tra l'altro convogliando fondi, forze, esercito e attenzione sull'organizzazione di questo plebiscito forzato.
Nonostante le pressioni internazionali, la giunta ha impedito per settimane alle organizzazioni umanitarie di intervenire con gli aiuti necessari, che poi naturalmente sono arrivati troppo tardi e, di più, in larga misura sono stati dirottati a beneficio della giunta stessa e del suo entourage. Nell'ultimo anno, dopo che anche i monaci buddisti, molto rispettati e seguiti in Birmania, si sono uniti alla protesta pacifica contro la dittatura, si è assistito ad un incremento della persecuzione religiosa, con il divieto di celebrare i riti religiosi per cristiani e musulmani. Eppure questo Paese, la cui economia non garantisce i minimi di sussistenza, ha il decimo esercito del mondo, con un bilancio per la difesa che rappresenta il 40 per cento della spesa nazionale, il 28 per cento in più della spesa per istruzione e sanità.
Sappiamo che sono già state approvate molte risoluzioni, molti atti di condanna da parte di tanti Paesi e che sono già state approvate sanzioni contro il regime birmano, ma tutto questo non ha ottenuto risultati particolarmente incisivi. Certo, mi rendo conto che gli strumenti della diplomazia agiscono lentamente e richiedono lunghi sforzi. È anche vero, però, che all'apparente condanna unanime della comunità internazionale non sono poi seguiti comportamenti coerenti. L'Europa si è sempre mossa in modo forte e compatto a proposito di tale questione e altrettanto hanno fatto gli Stati Uniti. Se però la Birmania può continuare ad acquistare armi e ad equipaggiare l'esercito, è ovvio che c'è qualcuno che le vende tali armi. Molti Paesi del Sud-Est asiatico non rispettano affatto l'embargo e fanno affari con la giunta militare birmana.
Nel 2007 era iniziato il cosiddetto BangkokProcess, un tentativo di convincere i Paesi membri dell'Associazione regionale dei Paesi del Sud-Est asiatico a fare a loro volta forti pressioni sulla giunta birmana. Purtroppo, però, si è trattato di un flebile tentativo: penso che non si possa ottenere nulla senza passare proprio da lì, da questi vicini compiacenti, che di fatto permettono alla dittatura di sopravvivere e, soprattutto, che nulla potrà essere sbloccato in Birmania - come è già stato ricordato da altri colleghi - senza una precisa presa di posizione e di responsabilità da parte della Cina. Credo che l'Italia dovrebbe farsi forte promotrice di un'azione in questo senso.
La Birmania oggi si sta avvicinando a un passaggio molto importante: dopo il referendum, per il 2010 sono previste elezioni politiche. Ci sono molti presupposti perché questa tornata, come le altre, si riveli una farsa per sigillare lo status quo. Il 2010 è ad un passo e credo sia nostro dovere impegnarci veramente, non solo a parole, per mantenere fino ad allora un faro acceso, fortissimo, sulla Birmania e per esercitare fino all'ultimo tutta l'autorità che la comunità internazionale sarà in grado di dimostrare.
Da come si svolgeranno queste elezioni capiremo se si è aperto uno spiraglio di speranza per il popolo birmano oppure no. Per questo dobbiamo sollecitare e spingere i Paesi asiatici, a partire, ripeto, dalla Cina, dall'Indonesia, dall'India e dalla Tailandia, ad essere più pressanti e più assertivi nei confronti della Giunta birmana. È evidente che il segnale più importante dell'apertura sarebbe la definitiva liberazione di Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari a cui è costretta ingiustamente da più di 13 anni, così come la liberazione degli oltre 2.000 leader ed esponenti politici dell'opposizione attualmente detenuti. Questa sarebbe la condizione fondamentale per giungere, nel 2010, ad un clima che renda possibile un dialogo interno con il Paese.
È chiaro che tutto quello che possiamo fare con la nostra cooperazione internazionale per cercare di aiutare i birmani deve assolutamente essere fatto. (Applausi dai Gruppi LNP, PdL e PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo. Ne ha facoltà.