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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 218 del 09/06/2009


PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, esprimo subito la piena soddisfazione per aver trovato un accordo inter partes nella convinzione che tutte e tre le mozioni presentate sulla Birmania rappresentano un contributo utile all'impegno italiano per la transizione democratica di quel Paese e che sono quindi da leggersi, nonché approvarsi, con il consenso generale dell'Assemblea.

Le mozioni infatti, come sottolineato anche dai colleghi che mi hanno preceduto nell'illustrazione, vanno in una direzione univoca: l'impegno rivolto al Governo di esperire qualsiasi tentativo, politico, diplomatico ed economico, al fine di aumentare nella scena internazionale la consapevolezza che la giunta militare birmana sta commettendo una inaccettabile violenza sia sulla leader democratica Aung San Suu Kyi, che sulla popolazione civile.

Oltre alla volontà di mantenere alta l'attenzione sulla tragica situazione birmana, tutte e tre le mozioni chiedono al Governo di adottare qualsiasi iniziativa concreta che possa portare alla liberazione di Aung San Suu Kyi, nonché alla cessazione delle brutalità commesse ai danni del popolo birmano. Questa volontà, trasversale ad ogni forza politica, è quanto mai ammirevole ed un'approvazione congiunta darà sicuramente maggiore forza al messaggio che questa Assemblea vuole dare, tramite l'azione del Governo, alla giunta militare e al mondo intero.

Passando all'illustrazione della mozione a firma del Gruppo Italia dei Valori, che - lo ripeto - ha moltissimi punti in comune con le altre due mozioni in discussione, non posso che premettere un'amara considerazione temporale: i fatti in essa riportati disegnano uno scenario terribile protratto nel tempo, che affonda le sue origini nel 1988 (anno del colpo militare) ed estende i suoi tentacoli fino all'oggi protraendoli, purtroppo, al domani.

Fra tre giorni, sabato prossimo, il processo alla leader democratica Aung San Suu Kyi vedrà un primo momento di confronto pubblico. Il 5 giugno scorso la corte speciale della prigione Insein a Rangoon si è riunita ma non ha proceduto a nessuna udienza, provvedendo soltanto a rinviare al 12 giugno prossimo il processo al capo della Lega nazionale per la democrazia.

La corte ha, tuttavia, approfittato della prima sessione per dare un segnale significativo e tutto politico sull'esito di un processo palesemente strumentale e volto ad escludere la leader dalle elezioni che si terranno in Birmania nel 2010: ha cioè respinto tre su quattro dei testimoni portati dalla difesa. Uno solo di questi, Kyi Win, potrà intervenire per difendere il diritto del capo dell'opposizione democratica in Birmania, mentre agli altri tre chiamati dalla difesa a testimoniare (il giornalista veterano Win Tin, il leader della National League for Democracy Tin Oo e l'avvocato Khin Moe Moe) sarà impedito di deporre.

Le ultime agenzie stampa sul processo risalgono a questa mattina e riportano le dichiarazioni dell'avvocato Nyan Win dell'equipe che difende la Nobel per la pace 1991.

Egli afferma che «San Suu Kyi sarà di nuovo posta agli arresti domiciliari, la pena che ha già scontato per 13 dei suoi ultimi 19 anni. Il regime birmano ha già scelto di inasprire le condizioni restrittive della libertà, confinando la leader dell'opposizione non più nella sua residenza privata, ma in una casa in una località alle porte di Rangoon, dove risiede l'11ª Divisione della fanteria leggera».

Ritengo, caro Presidente, cari colleghi, e mi rivolgo anche al Governo, che in considerazione di una decisione illegale di vietare la testimonianza della difesa, come Italia e come Europa sarebbe importante, non solo a livello simbolico, ma anche molto più concretamente per la realizzazione del fondamentale diritto al contraddittorio, attivare tutti i mezzi di cui disponiamo, diplomatici e di comunicazione, per dare voce, proprio il 12 giugno, a quelle tre persone a cui è negata libertà di espressione dalla giunta militare birmana.

Si potrebbe dare la possibilità di esprimersi a coloro ai quali la dittatura l'ha tolta tramite comunicati stampa che riportino le considerazioni dei testimoni esclusi, tramite un collegamento con gli stessi diffuso sui più ampi mezzi di informazione o, se ciò fosse impedito a causa delle misure di sicurezza a cui sono sottoposti i tre testimoni o dalle restrizioni a stampa e Internet attuate in Birmania, si potrebbe esprimere solidarietà agli stessi anche solo tramite la lettura degli articoli del giornalista Win Tin o degli scritti di Tin Oo. Questa potrebbe essere una proposta portata avanti dall'Italia, ad esempio, per invertire la rotta di una cronaca di una morte annunciata, e mi riferisco alla morte di un Paese e della sua libertà.

La situazione in Birmania è davvero terribile e le parole della mozione non bastano a darne conto. In Birmania - ed invito i colleghi ad utilizzare tale nome e non quello ufficiale di Myanmar, in quanto quest'ultimo è stato univocamente scelto nel 1989 dalle autorità militari, senza che la decisione sia stata approvata da nessuna istanza legislativa del Paese, tanto che tutte le organizzazioni democratiche del Paese la rifiutano, e con esse molti Governi - c'è una dittatura che esercita il proprio potere in modo spaventosamente cruento, in quanto conduce una lotta efferata non contro nemici esterni, ma contro il suo stesso popolo, affamandolo, costringendolo ai lavori forzati, stuprandolo, mandandolo a morire sulle mine antiuomo.

C'è dunque il rischio concreto che questo sistematico genocidio ai danni del popolo si tramuti in una vera deriva sanguinosa qualora i birmani trovino la forza di ribellarsi al regime. È anche per evitare questo pericolo che, in linea con gli altri Gruppi parlamentari, abbiamo chiesto al Governo, nella nostra mozione, di impegnarsi a promuovere ogni utile iniziativa diplomatica al fine di ottenere la liberazione della leader della Lega nazionale per la democrazia Aung San Suu Kyi e di tutti i prigionieri politici del regime militare birmano, che ammontano, secondo l'ONU, a 2.100 unità, e di ristabilire sul territorio birmano il rispetto dei diritti umani.

Questi due obiettivi, se conseguiti, potrebbero portare ad una normalizzazione del sistema dittatoriale, ad una nuova linfa politica di dibattito interno, alla presentazione di liste alternative alle elezioni del 2010 e alla deposizione non violenta del regime militare dell'SPDC (Consiglio per la pace e la democrazia). Per far ciò, sicuramente un primo passo è l'annullamento dell'esito del referendum del 2008, con il quale è stata approvata una Costituzione truffaldina ed iniqua nei confronti del popolo birmano.

Tale referendum, definito dagli Stati Uniti come una manovra diversiva del primo ministro generale birmano, per creare un paravento di «democrazia disciplinata», oltre che essere stato approvato con brogli elettorali e con pressioni violente sulla popolazione, contiene disposizioni assurde come il divieto di votare e candidarsi a chi ha vissuto fuori dalla Birmania per un periodo superiore ai 5 anni, a chi è sposato con un cittadino straniero, a chi ha figli che hanno vissuto fuori dalla Birmania per più di cinque anni. Neanche a dirlo, la leader San Suu Kyi ricade nella categoria di coloro a cui, in tale modo, viene impedito di partecipare alle elezioni. Naturalmente, il partito di San Suu Kyi è stato escluso dalla redazione della Costituzione.

Pertanto, se anche la leader venisse assolta e finisse l'obbligo dei domiciliari, la giunta militare potrebbe porre diversi ostacoli ad una sua candidatura utilizzando non solo la forza delle armi, ma anche con una Costituzione concessa solo al fine dell'autoconservazione del regime.

Ma per arrivare alla fine delle brutalità, cari colleghi, come anche voi avete sottolineato sia nelle mozioni che in discussione generale, non si deve agire soltanto su obiettivi di politica interna. È innanzitutto fondamentale dare un aiuto alla popolazione civile al fine di creare nel popolo birmano la consapevolezza che un altro sistema di governo è ancora possibile per il loro Paese. Questo lo si può ottenere se si rafforzano, con risorse economiche e visibilità mediatiche, le associazioni birmane che lottano per la democrazia e che sono situate «in esilio» fuori dai confini del Paese.

Non sarebbe dunque il caso di effettuare dei controlli, a livello governativo, sulle attività commerciali delle imprese tra cui, come sappiamo, ce ne sono anche alcune italiane?

Ed infine, anche se non trovate tale esplicita richiesta nella mozione, invito il Governo ad impegnarsi affinché a livello europeo sia fatta un'analisi di quali effetti abbiano sortito le sanzioni del 2007 sia sulla popolazione che sulla giunta militare. Da quanto affermato dal leader della più grande associazione sindacale birmana, la FTUB, tali sanzioni, a differenza di quelle americane, non paiono funzionare davvero poiché rimangono più sulla carta che altro, in quanto ciascuno Stato applicherebbe un livello di rigore assai differenziato e forse subordinato a interessi egoisticamente economici.

Pertanto, un'analisi puntuale di costi-benefici delle sanzioni, dopo due anni dalla loro approvazione, credo sarebbe davvero necessaria. L'Italia potrebbe farsi promotrice in tale senso.

Questo, in sintesi, il contenuto della mozione dell'Italia dei Valori, che, come certamente avrete avuto modo di rilevare, non si discosta dalle altre due mozioni in discussione. Cerchiamo dunque di unire gli sforzi, a cominciare da questa Assemblea, con un voto trasversale, fino ad arrivare a tutte le Nazioni democratiche, per affermare con ancora più forza: San Suu Kyi libera! Birmania libera! (Applausi dai Gruppi IdV e PD).