RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente CHITI
PRESIDENTE.La seduta è aperta (ore 17,03).
Si dia lettura del processo verbale.
MALAN, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 26 maggio.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 17,07).
Discussione delle mozioni nn. 73 (testo 2), 136 (Procedimento abbreviato, ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento) e 138 sulla situazione in Birmania (ore 17,07)
Approvazione delle mozioni nn. 73 (testo 2), 136 e 138 (testo 2)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni 1-00073 (testo 2), presentata dalla senatrice Soliani e da altri senatori, 1-00136, presentata dal senatore Bettamio e da altri senatori, con procedimento abbreviato ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento, e 1-00138, presentata dal senatore Pedica e da altri senatori, sulla situazione in Birmania.
Ciascun Gruppo avrà a disposizione 20 minuti, comprensivi degli interventi in discussione e in dichiarazione di voto. Gli illustratori potranno intervenire per 10 minuti ciascuno.
Ha facoltà di parlare la senatrice Soliani per illustrare la mozione n. 73 (testo 2).
SOLIANI (PD). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, il Senato della Repubblica affronta oggi, come già ha fatto la Camera dei deputati il 17 febbraio scorso, il tema della condizione attuale del popolo della Birmania oppresso dalla giunta militare al potere dal 1962, che ne ha disconosciuto e violato i diritti fondamentali e ne ha cancellato la sovranità che, liberamente, nelle elezioni politiche del lontano 1990, aveva affidato con larghissima maggioranza alla Lega nazionale per la democrazia, guidata da Aung San Suu Kyi, la responsabilità politica del Paese.
Stiamo parlando di una situazione che si misura sull'arco di decenni, di una sofferenza politica che si è protratta negli anni, mentre le nostre condizioni umane e politiche conoscevano ben altro sviluppo. Questo ci dà il senso di come sia necessario imprimere, in tutte le aree del mondo un dinamismo, nelle vicende umane, che assicuri lo spazio della libertà ai cittadini e ai popoli perché possano costruire il loro futuro con il bene più prezioso che l'umanità ha ricevuto: la dignità delle persone, la libertà delle persone, la sovranità dei popoli.
Con la discussione delle mozioni oggi al nostro esame il Senato e l'Italia intendono partecipare attivamente alla promozione e alla difesa dei diritti umani universali, che sono il fondamento della nostra democrazia, della nostra Costituzione e del nostro vivere civile. Noi crediamo, come ci ha ricordato in questi giorni al Cairo il presidente Obama, che tutti gli esseri umani nascono uguali. Questo riconoscimento appartiene alla nostra responsabilità, allo svolgimento che noi dobbiamo fare, nella storia e sul medesimo pianeta che abitiamo in questo ventunesimo secolo, di questo principio fondamentale e universale dell'eguaglianza.
Nel mondo globale in cui la storia oggi ci immerge il diritto alla libertà è un bene universale che non può conoscere confini geografici e che è affidato anche alla nostra responsabilità: alla responsabilità della politica, del dialogo, dell'iniziativa democratica. Ci dice Aung San Suu Kyi: «Usate la vostra libertà per promuovere la nostra».
Noi non abbiamo ricordato invano, il 10 dicembre scorso, il sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, nella quale sono scolpiti la dignità di ogni essere umano, la sua libertà, il suo diritto al rispetto, all'istruzione, alla salute, al lavoro, alla pace: il patrimonio dell'umanità, cioè, che è stato salvato dalla catastrofe materiale e morale del secondo conflitto mondiale e scritto nelle Carte internazionali e nelle Costituzioni democratiche.
Ogni popolo, in quel crogiolo tragico, ha trovato la sua strada verso la libertà, anche la Birmania, nel Sud Est asiatico, guidata allora dal giovane Aung San, padre della leader attuale Aung San Suu Kyi, considerato padre della Nazione e ucciso nel 1947 a 32 anni, agli albori dell'indipendenza della Birmania. Quanto è lunga la strada e quante sono le esistenze coinvolte nel cammino doloroso ma irreversibile verso la libertà!
In questi giorni e in queste ore, Aung San Suu Kyi, dopo più di 13 anni agli arresti domiciliari nella sua casa a Rangoon, si trova nel carcere di Insein, sottoposta arbitrariamente a processo per aver consentito ad un intruso americano, il 4 maggio scorso, di entrare nella sua casa. Non sappiamo quale sarà l'esito del processo; sappiamo qual è la vera posta in gioco: impedirne la liberazione alla scadenza degli arresti domiciliari del 27 maggio scorso e provocarne l'esclusione dalla partecipazione alle elezioni indette per il 2010, dopo il referendum per l'approvazione di una Costituzione imposta svoltosi tra minacce e ritorsioni e in assenza delle condizioni minime di rispetto degli standard internazionali.
Nel mondo intero, signor Presidente e colleghi, si è levata la protesta dei cittadini dei popoli liberi che chiedono l'immediata liberazione di Aung San Suu Kyi e la scarcerazione di tutti i prigionieri politici, giovani, sindacalisti, artisti e intellettuali, più di 2000 vittime di torture, stupri, maltrattamenti e condanne pesantissime. Forte e reiterato è stato l'appello dell'ONU, del segretario generale Ban Ki‑moon, dell'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Navanethem Pillay, dell'Unione europea e del suo incaricato per la Birmania Piero Fassino. Nel nostro Paese molte città e istituzioni - di recente il consiglio regionale della Regione Lombardia - hanno chiesto la liberazione immediata di Aung San Suu Kyi. Tra queste anche la mia città, Parma, la cui municipalità ha esposto in questi giorni al palazzo municipale una grande foto, illuminata dall'intelligenza, dalla dolcezza e dalla fortezza della leader birmana.
La nostra mozione, insieme alle altre che abbiamo al nostro esame, raccoglie l'adesione dei colleghi dei diversi Gruppi ed è chiara nel denunciare le responsabilità della giunta militare per gli aiuti umanitari negati in occasione del ciclone Nargis e della carestia che attanaglia il Paese, la mancata messa al bando delle mine antiuomo, il lavoro forzato diffuso, il reclutamento dei bambini soldato, la violazione dei diritti fondamentali del lavoro, come denunciato dall'ILO, le deportazioni forzate di abitanti dei villaggi e la pulizia etnica in particolare verso i Karen, nonché per la costruzione di un reattore nucleare, il blocco dei mezzi di informazione e comunicazione via Internet, lo sfruttamento economico delle ricchezze della Birmania contro gli interessi del popolo.
Di fronte al sostanziale sequestro della vita di un intero popolo e del suo futuro, la mozione auspica l'immediata e incondizionata liberazione di Aung San Suu Kyi e di tutti i prigionieri politici, che siano fornite le cure mediche ai prigionieri e che il comitato internazionale della Croce rossa possa intraprendere le visite, che l'ASEAN, l'Associazione dei Paesi del Sud Est asiatico, rafforzi l'iniziativa politica e diplomatica per il rilascio dei detenuti politici e per l'avvio concreto dell'unica cosa fondamentale e urgente da fare: il dialogo per la transizione verso la democrazia. Auspichiamo che i Governi di Cina, India e Russia, oltre che degli Stati Uniti, e l'Unione europea si adoperino con tutti i mezzi per aprire in Birmania una nuova fase politica e democratica. Essi lo possono e lo devono fare perché hanno una primaria responsabilità in quell'area, hanno una primaria responsabilità per la stabilità di quell'area e per il suo futuro.
Infine, la nostra mozione impegna il Governo ad agire di concerto con i partner internazionali, affinché siano adottate verso il Myanmar, che è il nome attuale della Birmania, misure adeguate rafforzando anche l'attuale regime sanzionatorio. Impegniamo il nostro Governo a mettere in atto non solo iniziative di sostegno umanitario per la vita della popolazione birmana, ma anche di rafforzamento delle organizzazioni democratiche birmane in esilio al fine di favorire la crescita della società civile. Inoltre, invitiamo ed impegniamo il Governo a sostenere, in tutte le sedi internazionali, l'avvio del dialogo tra le parti interessate per una rapida transizione verso la democrazia in Birmania.
Signor Presidente, con questo dibattito non soltanto vogliamo dire al popolo birmano che non è solo e ad Aung San Suu Kyi che non è sola: noi vogliamo dire a noi stessi che, in ragione degli ideali della democrazia, del diritto, della libertà, oggi siamo tutti birmani. Stiamo imparando da quel popolo e dalla sua grande leader non solo il coraggio della resistenza di fronte all'oppressione, ma una nuova cultura democratica fondata sul rispetto, sulla verità, sul dialogo, sulla forza della ragione e della non violenza.
Stiamo imparando come si possa costruire la libertà sulla forza della spiritualità che, nelle condizioni più difficili del dolore, della schiavitù e dei diritti negati fa emergere, come abbiamo visto nella rivolta dei monaci del 2007, la libertà dalla paura, la dignità interiore, la visione lunga del benessere di un popolo, la tenacia, la serenità, la sapienza, il sogno di un cammino irreversibile, la compassione per la vita del popolo - come afferma Aung San Suu Kyi - e la necessità di lavorare ad un processo, di guarigione, come lei lo ha definito. Si tratta di una visione di lunga durata, necessaria anche per noi a ben vedere: per noi in Italia, in Europa, per il mondo intero che è alla ricerca di strade nuove e di uno sviluppo nuovo, di regole nuove, di una politica nuova, di una democrazia che apra vie nuove al futuro dei popoli, di uno spirito umano nuovo.
Aung San Suu Kyi non solo è entrata, soprattutto dopo il premio Nobel per la pace ricevuto nel 1991, nel cuore dell'umanità, ma oggi è come un gigante sulla frontiera di quel mondo nuovo che dà speranza dell'umanità, con la forza della visione e la dedizione personale fino al sacrificio più grande. E' la politica che con la Birmania invochiamo anche per noi e per il mondo intero.
Tra pochi giorni, il 19 giugno, Aung San Suu Kyicompirà 64 anni. Da quest'Aula in cui esprimeremo nel dibattito i pensieri del nostro popolo ed in cui prenderemo posizione con il nostro voto, che auspichiamo unanime sulle mozioni presentate, le auguriamo che i prossimi anni siano per lei, per il suo popolo e per le nuove generazioni asiatiche gli anni fecondi e straordinari della libertà: della loro libertà, della nostra libertà. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e UDC-SVP-Aut).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Bettamio per illustrare la mozione n. 136.
BETTAMIO (PdL). Signor Presidente, colleghi, stiamo parlando di un Paese che è stato ricco, un tempo definito "terra dell'oro", e che oggi è tra i più poveri ed arretrati, guidato dal 2006 da una giunta militare. Un Paese che ha ancora detenuti politici che aumentano ogni anno di centinaia e centinaia; uno dei due Paesi al mondo che adotta ancora le mine antiuomo, con una crescita del 76 per cento ogni anno, per incrementare la presenza di campi minati; un Paese che adotta il lavoro forzato anche come mezzo di costruzione di infrastrutture nel territorio; un Paese che continua a reclutare i bambini soldato.
Questo è il Paese di cui parliamo e di cui si sono interessate quasi tutte le organizzazioni e le istanze internazionali: ricordo l'appello che è stato fatto dall'Alto commissario delle Nazioni Unite lo scorso anno affinché i diritti umani vengano rispettati e vengano rilasciati i prigionieri politici; l'appello che il Segretario generale delle Nazioni Unite ha fatto per la liberazione immediata ed incondizionata di tutti i detenuti politici; l'azione e gli appelli che l'inviato speciale dell'Unione europea per la Birmania, l'onorevole Fassino, ha rinnovato anche recentemente alla Camera per esprimere il disappunto della comunità internazionale di fronte all'atteggiamento della giunta e del Governo birmano.
Di fronte a queste prese di posizioni autorevoli, le autorità militari birmane hanno bloccato l'accesso via Internet ai mezzi di comunicazione liberi, hanno vietato la diffusione delle fonti di informazione indipendenti ed hanno arrestato i cosiddetti cyberdissidenti per aver tentato di esprimere liberamente le loro opinioni politiche. Ora il mondo si interroga di fronte a questa situazione e i Paesi del mondo hanno adottato tutte le possibili strategie per influenzare il Governo birmano verso atteggiamenti che io definisco più umani. Una parte della comunità internazionale ha adottato maniere forti, attuando pressioni sul regime birmano per indurlo ad un politica di apertura, tagliando i contributi e gli impegni assunti con questo territorio; un'altra parte, soprattutto i Paesi asiatici, ha preferito una strategia di relazioni politiche, in modo tale da cercare di convincere quel Governo ad atteggiamenti più umani. La situazione però è bloccata; la risposta del Governo birmano è stata negativa. Di fronte a questo stato di cose si pone il problema di cosa fare, di come sbloccare questa situazione dopo i fallimenti precedenti.
L'Italia, in qualità di membro del Consiglio dei diritti umani per il triennio 2007-2010 ha partecipato attivamente a tutte le iniziative ed a ogni attività di monitoraggio della situazione in Birmania; ha contribuito al rinnovo del mandato dello Special Rapporteur al Consiglio dei diritti umani, che potrà così proseguire l'attività intrapresa. Anche in sede di Consiglio di sicurezza dell'ONU, del quale l'Italia è membro non permanente, l'Italia ha sostenuto l'appello al dialogo con le diverse rappresentanze presenti in Birmania.
Di fronte a tutto questo, avendosi però la sensazione che, purtroppo, come la collega Soliani diceva poco fa, non ci sono segni né di distensione, né di collaborazione, il nostro Governo è invitato intanto a sostenere con mezzi opportuni le organizzazioni democratiche birmane in esilio, che hanno probabilmente la possibilità di influenzare maggiormente la politica interna di quel Paese. La mozione parlamentare invita poi il Governo a porre in essere, attraverso lo strumento della cooperazione allo sviluppo - che utilizziamo prevalentemente in America Latina e in altre parti del continente - e delle iniziative di aiuto umanitario, ogni azione di sostegno alla popolazione e ogni programma di cooperazione in favore di progetti utili allo sviluppo del territorio birmano. Chiediamo inoltre al Governo di adoperarsi presso il Governo cinese e presso il Governo russo affinché sollecitino, in forza dei loro legami di partenariato commerciale con quel Paese, la giunta militare al potere ad un maggiore rispetto dei diritti umani.
Questa è la situazione, che può apparire talvolta scoraggiante perché, anche di fronte ad insistenze di carattere politico e di carattere umanitario ed a minacce, la controparte sembra non voler recepire ciò che la comunità internazionale e tutte le istituzioni internazionali oggi chiedono.
Per questi motivi, signor Presidente, invitiamo le massime autorità morali dell'umanità a far sentire la loro voce in favore delle popolazioni oppresse - di tutte le popolazioni oppresse - affinché in tempi brevi si possa addivenire ad una soluzione pacifica e concordata fra le diverse componenti presenti nella società birmana.
Gli appelli che partono oggi da questo ramo del Parlamento attraverso le mozioni in direzione del Governo birmano sono esortazioni e richieste, anche pressanti, che giungono da tutte le parti politiche nella consapevolezza degli aspetti non umani che vi sono ancora in quella parte del mondo. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Pedica per illustrare la mozione n. 138.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, esprimo subito la piena soddisfazione per aver trovato un accordo inter partes nella convinzione che tutte e tre le mozioni presentate sulla Birmania rappresentano un contributo utile all'impegno italiano per la transizione democratica di quel Paese e che sono quindi da leggersi, nonché approvarsi, con il consenso generale dell'Assemblea.
Le mozioni infatti, come sottolineato anche dai colleghi che mi hanno preceduto nell'illustrazione, vanno in una direzione univoca: l'impegno rivolto al Governo di esperire qualsiasi tentativo, politico, diplomatico ed economico, al fine di aumentare nella scena internazionale la consapevolezza che la giunta militare birmana sta commettendo una inaccettabile violenza sia sulla leader democratica Aung San Suu Kyi, che sulla popolazione civile.
Oltre alla volontà di mantenere alta l'attenzione sulla tragica situazione birmana, tutte e tre le mozioni chiedono al Governo di adottare qualsiasi iniziativa concreta che possa portare alla liberazione di Aung San Suu Kyi, nonché alla cessazione delle brutalità commesse ai danni del popolo birmano. Questa volontà, trasversale ad ogni forza politica, è quanto mai ammirevole ed un'approvazione congiunta darà sicuramente maggiore forza al messaggio che questa Assemblea vuole dare, tramite l'azione del Governo, alla giunta militare e al mondo intero.
Passando all'illustrazione della mozione a firma del Gruppo Italia dei Valori, che - lo ripeto - ha moltissimi punti in comune con le altre due mozioni in discussione, non posso che premettere un'amara considerazione temporale: i fatti in essa riportati disegnano uno scenario terribile protratto nel tempo, che affonda le sue origini nel 1988 (anno del colpo militare) ed estende i suoi tentacoli fino all'oggi protraendoli, purtroppo, al domani.
Fra tre giorni, sabato prossimo, il processo alla leader democratica Aung San Suu Kyi vedrà un primo momento di confronto pubblico. Il 5 giugno scorso la corte speciale della prigione Insein a Rangoon si è riunita ma non ha proceduto a nessuna udienza, provvedendo soltanto a rinviare al 12 giugno prossimo il processo al capo della Lega nazionale per la democrazia.
La corte ha, tuttavia, approfittato della prima sessione per dare un segnale significativo e tutto politico sull'esito di un processo palesemente strumentale e volto ad escludere la leader dalle elezioni che si terranno in Birmania nel 2010: ha cioè respinto tre su quattro dei testimoni portati dalla difesa. Uno solo di questi, Kyi Win, potrà intervenire per difendere il diritto del capo dell'opposizione democratica in Birmania, mentre agli altri tre chiamati dalla difesa a testimoniare (il giornalista veterano Win Tin, il leader della National League for Democracy Tin Oo e l'avvocato Khin Moe Moe) sarà impedito di deporre.
Le ultime agenzie stampa sul processo risalgono a questa mattina e riportano le dichiarazioni dell'avvocato Nyan Win dell'equipe che difende la Nobel per la pace 1991.
Egli afferma che «San Suu Kyi sarà di nuovo posta agli arresti domiciliari, la pena che ha già scontato per 13 dei suoi ultimi 19 anni. Il regime birmano ha già scelto di inasprire le condizioni restrittive della libertà, confinando la leader dell'opposizione non più nella sua residenza privata, ma in una casa in una località alle porte di Rangoon, dove risiede l'11ª Divisione della fanteria leggera».
Ritengo, caro Presidente, cari colleghi, e mi rivolgo anche al Governo, che in considerazione di una decisione illegale di vietare la testimonianza della difesa, come Italia e come Europa sarebbe importante, non solo a livello simbolico, ma anche molto più concretamente per la realizzazione del fondamentale diritto al contraddittorio, attivare tutti i mezzi di cui disponiamo, diplomatici e di comunicazione, per dare voce, proprio il 12 giugno, a quelle tre persone a cui è negata libertà di espressione dalla giunta militare birmana.
Si potrebbe dare la possibilità di esprimersi a coloro ai quali la dittatura l'ha tolta tramite comunicati stampa che riportino le considerazioni dei testimoni esclusi, tramite un collegamento con gli stessi diffuso sui più ampi mezzi di informazione o, se ciò fosse impedito a causa delle misure di sicurezza a cui sono sottoposti i tre testimoni o dalle restrizioni a stampa e Internet attuate in Birmania, si potrebbe esprimere solidarietà agli stessi anche solo tramite la lettura degli articoli del giornalista Win Tin o degli scritti di Tin Oo. Questa potrebbe essere una proposta portata avanti dall'Italia, ad esempio, per invertire la rotta di una cronaca di una morte annunciata, e mi riferisco alla morte di un Paese e della sua libertà.
La situazione in Birmania è davvero terribile e le parole della mozione non bastano a darne conto. In Birmania - ed invito i colleghi ad utilizzare tale nome e non quello ufficiale di Myanmar, in quanto quest'ultimo è stato univocamente scelto nel 1989 dalle autorità militari, senza che la decisione sia stata approvata da nessuna istanza legislativa del Paese, tanto che tutte le organizzazioni democratiche del Paese la rifiutano, e con esse molti Governi - c'è una dittatura che esercita il proprio potere in modo spaventosamente cruento, in quanto conduce una lotta efferata non contro nemici esterni, ma contro il suo stesso popolo, affamandolo, costringendolo ai lavori forzati, stuprandolo, mandandolo a morire sulle mine antiuomo.
C'è dunque il rischio concreto che questo sistematico genocidio ai danni del popolo si tramuti in una vera deriva sanguinosa qualora i birmani trovino la forza di ribellarsi al regime. È anche per evitare questo pericolo che, in linea con gli altri Gruppi parlamentari, abbiamo chiesto al Governo, nella nostra mozione, di impegnarsi a promuovere ogni utile iniziativa diplomatica al fine di ottenere la liberazione della leader della Lega nazionale per la democrazia Aung San Suu Kyi e di tutti i prigionieri politici del regime militare birmano, che ammontano, secondo l'ONU, a 2.100 unità, e di ristabilire sul territorio birmano il rispetto dei diritti umani.
Questi due obiettivi, se conseguiti, potrebbero portare ad una normalizzazione del sistema dittatoriale, ad una nuova linfa politica di dibattito interno, alla presentazione di liste alternative alle elezioni del 2010 e alla deposizione non violenta del regime militare dell'SPDC (Consiglio per la pace e la democrazia). Per far ciò, sicuramente un primo passo è l'annullamento dell'esito del referendum del 2008, con il quale è stata approvata una Costituzione truffaldina ed iniqua nei confronti del popolo birmano.
Tale referendum, definito dagli Stati Uniti come una manovra diversiva del primo ministro generale birmano, per creare un paravento di «democrazia disciplinata», oltre che essere stato approvato con brogli elettorali e con pressioni violente sulla popolazione, contiene disposizioni assurde come il divieto di votare e candidarsi a chi ha vissuto fuori dalla Birmania per un periodo superiore ai 5 anni, a chi è sposato con un cittadino straniero, a chi ha figli che hanno vissuto fuori dalla Birmania per più di cinque anni. Neanche a dirlo, la leader San Suu Kyi ricade nella categoria di coloro a cui, in tale modo, viene impedito di partecipare alle elezioni. Naturalmente, il partito di San Suu Kyi è stato escluso dalla redazione della Costituzione.
Pertanto, se anche la leader venisse assolta e finisse l'obbligo dei domiciliari, la giunta militare potrebbe porre diversi ostacoli ad una sua candidatura utilizzando non solo la forza delle armi, ma anche con una Costituzione concessa solo al fine dell'autoconservazione del regime.
Ma per arrivare alla fine delle brutalità, cari colleghi, come anche voi avete sottolineato sia nelle mozioni che in discussione generale, non si deve agire soltanto su obiettivi di politica interna. È innanzitutto fondamentale dare un aiuto alla popolazione civile al fine di creare nel popolo birmano la consapevolezza che un altro sistema di governo è ancora possibile per il loro Paese. Questo lo si può ottenere se si rafforzano, con risorse economiche e visibilità mediatiche, le associazioni birmane che lottano per la democrazia e che sono situate «in esilio» fuori dai confini del Paese.
Non sarebbe dunque il caso di effettuare dei controlli, a livello governativo, sulle attività commerciali delle imprese tra cui, come sappiamo, ce ne sono anche alcune italiane?
Ed infine, anche se non trovate tale esplicita richiesta nella mozione, invito il Governo ad impegnarsi affinché a livello europeo sia fatta un'analisi di quali effetti abbiano sortito le sanzioni del 2007 sia sulla popolazione che sulla giunta militare. Da quanto affermato dal leader della più grande associazione sindacale birmana, la FTUB, tali sanzioni, a differenza di quelle americane, non paiono funzionare davvero poiché rimangono più sulla carta che altro, in quanto ciascuno Stato applicherebbe un livello di rigore assai differenziato e forse subordinato a interessi egoisticamente economici.
Pertanto, un'analisi puntuale di costi-benefici delle sanzioni, dopo due anni dalla loro approvazione, credo sarebbe davvero necessaria. L'Italia potrebbe farsi promotrice in tale senso.
Questo, in sintesi, il contenuto della mozione dell'Italia dei Valori, che, come certamente avrete avuto modo di rilevare, non si discosta dalle altre due mozioni in discussione. Cerchiamo dunque di unire gli sforzi, a cominciare da questa Assemblea, con un voto trasversale, fino ad arrivare a tutte le Nazioni democratiche, per affermare con ancora più forza: San Suu Kyi libera! Birmania libera! (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
E' iscritta a parlare la senatrice Marinaro. Ne ha facoltà.
MARINARO (PD). Signor Presidente, cari colleghi, rappresentanti del Governo, il 27 maggio scorso è stato il 19° anniversario delle elezioni «scippate» in Birmania dalla giunta al potere, cioè delle elezioni vinte il 27 maggio 1990 dal partito di Aung San Suu Kyi e mai riconosciute dai militari. La situazione, come è già stato detto, peggiora ogni giorno di più: raddoppia il numero dei detenuti politici, permangono maltrattamenti, uso della tortura, stupri, lavori forzati, bambini soldato, mine antiuomo, deportazioni.
Tutti i diritti umani e le libertà fondamentali vengono quotidianamente calpestati e la verità è che non ci sono parole per descrivere l'orrore di quello che veniamo a sapere attraverso le poche testimonianze sfuggite al controllo liberticida della giunta.
Innumerevoli sono gli appelli della comunità internazionale: l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani; il Segretario generale delle Nazioni Unite; l'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO); la Commissione dell'ILO sulla libertà sindacale; la Commissione dell'ONU sulle donne; l'inviato speciale dell'Unione europea Fassino, mentre le organizzazioni umanitarie internazionali continuano ad avere accesso limitato sul territorio birmano.
Le autorità birmane hanno imposto la loro Costituzione con un voto anticipato e pilotato e con il sostegno della Cina che ha inviato 80 camion antisommossa; e intanto procedono con il progetto di costruzione di un reattore nucleare, con ogni probabilità destinato a scopi militari.
In tutto il mondo democratico si susseguono le iniziative per la liberazione immediata di San Suu Kyi, e molti enti locali italiani, com'è già stato detto, hanno conferito a lei e ad altri detenuti politici la cittadinanza onoraria, ma tutto questo non è stato sufficiente e probabilmente non lo sarà nemmeno oggi.
Per questo, su iniziativa dei Gruppi parlamentari e di questo Senato torniamo a discutere in quest'Aula con l'auspicio che il Governo italiano assuma un ruolo di maggiore fermezza e condanna dell'operato della giunta militare e che, nell'associarsi alla condanna espressa dal Parlamento europeo per la risposta inaccettabilmente lenta del regime birmano alla devastazione operata dal ciclone Nargis, si adoperi per sostenere in tutte le sedi politiche e diplomatiche la richiesta di far processare il regime dal tribunale internazionale per crimini contro l'umanità, qualora questo continui ad infliggere violenze di tutti i tipi alla popolazione civile.
Di fronte alla preoccupazione che la tragedia assuma dimensioni ancora più vaste, c'è bisogno di un rinnovato impegno della comunità internazionale e dell'Unione europea per adottare, così come auspicato anche dal Parlamento europeo, misure adeguate alla gravità della situazione, valutando anche la possibilità di inasprire l'attuale regime sanzionatorio e la possibilità di far giungere gli aiuti internazionali alla popolazione, chiedendo per questo un impegno particolare a Cina e Russia. C'è urgente bisogno di un segnale forte nei confronti del regime affinché attribuisca un'importanza maggiore alla vita dei cittadini che al proprio potere, già a partire da una presa di distanza dal risultato sul referendum costituzionale.
Il punto in cui è arrivata la situazione ci dice che non possiamo fermarci nella mobilitazione e nel tentare tutte le strade contemplate dal diritto internazionale, da quelle offerte dalla diplomazia, a quelle della politica commerciale e degli scambi, per favorire l'isolamento internazionale della giunta militare. Aspettare che lì si formi una coscienza collettiva sui diritti e le libertà fondamentali e violati è impossibile, perché è proprio la persona, la coscienza collettiva di un popolo, i suoi simboli, la sua identità che il regime punta a colpire con costanza e barbarie. Affermarlo però non significa invocare l'intervento di non so quale divinità; significa, invece, mettere in campo una sempre maggiore visibilità nell'azione della comunità internazionale.
Il vecchio detto «lontano dagli occhi, lontano dal cuore» esprime una profonda verità che non vale solo per chi soffre le pene d'amore: la vittima di orrende violazioni dei propri diritti e libertà, sempre, ed in particolare in determinate situazioni e contesti, non potrà vedere riconosciuta la propria dignità, la propria libertà e i propri diritti se non avrà il sostegno degli altri, il sostegno della comunità internazionale al popolo birmano dentro e fuori i confini nazionali.
Questo serve a far capire che, al di là delle divisioni interne, su determinate questioni c'è un denominatore comune sul quale fondare la rigorosa e continuata pressione internazionale, anche per testimoniare che i diritti e le libertà fondamentali della persona sono, per loro natura, universali.
Vedete, cari colleghi, sarò ottimista, ma penso che la difesa dei diritti umani e della libertà è una di quelle battaglie nelle quali alla fine guadagnano tutti; potrebbe guadagnarci anche il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Musso. Ne ha facoltà.
MUSSO (PdL). Signor Presidente, onorevoli senatrici e senatori, come è stato ricordato, fra pochi giorni Aung San Suu Kyi, capo dell'opposizione al regime militare birmano e premio Nobel per la pace, compirà 64 anni, 20 dei quali trascorsi agli arresti domiciliari. In verità, c'è ben poco da festeggiare perché fuori dalle sue finestre c'è la fame, la miseria, la disperazione e la chiusura a tutto ciò che non detti il regime militare di Than Shwe, dittatore spietato, ossessivamente superstizioso, di cui non conosciamo neppure la voce, ma soltanto il meccanico saluto durante le parate militari.
Tra questi due personaggi moralmente agli antipodi sta un popolo entrato nelle nostre case e nelle nostre coscienze un anno e mezzo fa, quando le scie rosse delle vesti dei monaci in lotta pacifica per la democrazia coloravano i nostri teleschermi. «Siamo qui per il popolo. Ci prepariamo a morire per il popolo», diceva allora un giovane novizio ad un giornalista del "Corriere della sera", nel settembre 2007, mentre un altro chiedeva ai civili di restare in disparte: «Lasciateli a noi, non vogliamo che vi facciano del male», diceva al megafono davanti ad una colonna di soldati armati. Quel monaco ricordò a tutti noi il giovane studente davanti ai carri armati di Tienanmen, e quel monaco è stato ucciso.
Il regime militare birmano calpesta i diritti civili ed è anche causa della rovina economica e sociale di quel Paese. Malgrado le enormi risorse naturali, la Birmania è una delle Nazioni più povere al mondo. Il PIL pro capite è di appena 1.900 dollari all'anno ed è il 177° del mondo, mentre la spesa militare pro capite si trova cento posti più in alto nella classifica.
Il 10 per cento più povero vive con il 2,8 per cento del PIL. Il debito estero è di 7 miliardi di dollari. Il 33 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Poche strade sono asfaltate, le ferrovie sono rudimentali, chi lavora nei luoghi turistici vi è per lo più costretto dal regime. Il Paese, peraltro, è uno degli snodi del commercio della droga, totalmente nelle mani della giunta militare, i cui interessi ruotano anche attorno ai giacimenti di petrolio e di gas.
Nel maggio 2008 molte aziende italiane (Bulgari, Foppapedretti, Oviesse e altre) che importavano dalla Birmania interruppero i rapporti con il Paese. Oggi, l'appello del nostro Ministro degli esteri al ritiro volontario dal Paese di alcune compagnie, tra cui quelle petrolifere, non dovrebbe cadere nel vuoto.
La mortalità infantile è di 50 decessi per 1.000 nati vivi. Secondo le ultime statistiche disponibili (2003) l'AIDS miete 20.000 morti all'anno. Vi sono evidenze di bambini violentati, rapiti, arruolati nelle forze armate, costretti alla prostituzione. Yan Paing Soe, uno di questi bambini, ha raccontato a Radio Free Asia: «I soldati mi hanno rapito all'uscita di scuola, e per 7 anni non ho più rivisto i miei familiari». Quando il ciclone Nargis - come è stato ricordato - ha devastato il Paese facendo 77.000 morti, il regime ha rifiutato gli aiuti umanitari internazionali sostenendo che «bastano le rane per nutrirsi» e mettendo in pericolo la vita di migliaia di persone.
La via verso la democrazia è lunga. Occorre evitare che le elezioni indette per il 2010 si risolvano in un'altra farsa. Il dittatore Than Shwe continua a sfidare le democrazie occidentali, forte dell'appoggio di Cina e Russia. Le sanzioni europee sono state inutili non essendo state accompagnate da adeguate misure di monitoraggio. Il rinnovo degli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi e il suo processo farsa sono l'ennesimo piano di prova per tastare le reazioni internazionali e capire quanto sia forte lo sdegno delle democrazie occidentali. Ebbene, deve esserlo ogni giorno di più per accompagnare la Birmania verso la democrazia, per disporre, con gli altri paesi UE, il rafforzamento e l'applicazione delle sanzioni per chiedere la liberazione di Aung San Suu Kyi e di tutti i detenuti politici, per difendere i diritti umani di quel popolo con tutte le iniziative possibili, inclusa l'azione internazionale penale contro il dittatore per crimini contro l'umanità.
Non si può più rimanere in silenzio. «La verità è coraggio». Ce lo ha insegnato Aung San Suu Kyi. Regaliamole un compleanno di speranza. (Applausi dai Gruppi PdL e PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Pregherei i senatori che sono sempre con le spalle alla Presidenza di stare come normalmente si sta in un'Aula parlamentare. Ho mandato quattro volte gli assistenti parlamentari ad avvertirvi perché anche per la Presidenza è umiliante dover richiamare continuamente i senatori. Vedo però che anche l'intervento degli assistenti parlamentari non è sufficiente; è necessario qualche suggerimento.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, oggi abbiamo di fronte una situazione drammatica, paradossalmente meno drammatica di un'altra situazione che abbiamo avuto di fronte all'inizio del 2008 e nei confronti della quale ci siamo comportati in maniera radicalmente diversa. Mi riferisco alla Libia. Noi della Birmania siamo a conoscenza da interviste di persone (tra l'altro enumerate in modo dettagliato con citazioni particolari dal senatore Musso), mentre non una sola parola esce dalla Libia, con la quale abbiamo firmato un Trattato di cooperazione e sviluppo dando 5 miliardi di euro per i prossimi 20 anni. È un passo avanti questo dibattito? Sicuramente sì.
Allo stesso tempo, però, non possiamo aspettare di vedere Paesi sotto regimi antidemocratici avere la fortuna o la ventura di un premio Nobel per interessarci in maniera diversa, andando alla radice dei problemi. La mozione del Partito Democratico, infatti, nella sua premessa dice ottimamente: «i diritti umani fondamentali - come riconosciuti dalla nostra Carta costituzionale, sanciti dalle Dichiarazioni delle Nazioni Unite e richiamati nel Trattato per la Costituzione dell'Europa - rappresentano l'orizzonte comune dei popoli di tutto il mondo e devono costituire un riferimento costante per la politica internazionale e, in particolare, per l'iniziativa dei governi democratici nei confronti dei Paesi in cui tali diritti sono disconosciuti e conculcati». Se questo dovesse essere il nostro faro affermiamo, in virtù del fatto che questa luce ogni tanto gira, che tre mesi fa ci siamo orientati veramente verso il buio.
Detto questo, ci sono almeno tre questioni che non sono state ancora sollevate.
La prima, ripresa anche nella premessa della mozione del Partito Democratico, riguarda i diritti delle donne birmane. Sappiamo che esistono vere e proprie tratte di donne nei Paesi circostanti, soprattutto laddove sta iniziando, malgrado la grande attenzione della comunità internazionale, la costruzione di strade che attraverseranno altri Paesi antidemocratici, come il Laos, il Vietnam, la Cina, dove si stanno deportando prostitute per far trascorrere ore notturne tranquille a chi costruisce e ai primi camionisti che passano.
Poi ci sono due questioni che riguardano degli italiani, più che l'Italia, ma di conseguenza anche l'Italia.
La prima è la certificazione annuale che l'Agenzia delle Nazioni Unite per la droga e il crimine dà della Birmania come un Paese dove non esiste produzione di oppio. Mi chiedo chi è disponibile a credere che, in un Paese dove non si può entrare e dove vi sono foreste sterminate, a oggi si sia cancellata la produzione di papavero per fare oppio. Questo è quanto il vice segretario generale dell'ONU, Antonio Maria Costa, replica tutti gli anni e, come se non bastasse, si mostra fotografato con i rappresentanti della giunta militare in un contesto in cui stringe la mano e si complimenta per le politiche che i componenti della stessa adottano per continuare a eradicare l'oppio birmano, cancellando, tra l'altro, la presenza di popoli indigeni in buona parte di questo Paese, i quali continuano ad essere perseguitati, buon ultimo quello dei Karen, menzionato anche nella mozione del Partito Democratico.
La terza questione - fortunatamente è presente in Aula il sottosegretario Scotti - concerne il ruolo dell'Italia, non soltanto perché, come è detto nella mozione, fa del rispetto del diritto internazionale il faro (o dovrebbe) della propria iniziativa internazionale, ma perché l'Italia ha dato l'inviato speciale dell'Unione europea per la Birmania. Io credo sia particolarmente preoccupante il fatto che un rappresentante di 27 Paesi in un anno e mezzo-due non sia riuscito - voglio limitarmi a questo commento - ad entrare in quel Paese. L'Italia da quando vi è stato il maremoto non è riuscita a presenziare a nessuna delle udienze - che si concluderanno il 12 giugno prossimo - del processo ad Aung San Suu Kyi; credo comunque che l'Italia stia dimostrando con questo dibattito sulla violazione dei diritti umani che finalmente si sviluppa in Senato un ulteriore senso di responsabilità. L'Italia non deve solo fare pressione perché tutti facciano altrettanto, ma anche assumersi le sue responsabilità, avendo l'inviato speciale dell'Unione europea, nei confronti di quel Paese. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Boldi. Ne ha facoltà.
BOLDI (LNP). Signor Presidente, nel 1962 ha preso il potere in Birmania una dittatura militare comunista e da allora, da più di 40 anni, senza mai una parentesi di apertura, la giunta militare ha cancellato ogni diritto dei suoi cittadini, condannandoli alla miseria e alla disperazione, ad eccezione, naturalmente, della cerchia di fedelissimi dei generali. Ha perseguito senza alcuno scrupolo l'uso del lavoro forzato, anche dei minori, ha provocato l'esodo di milioni di birmani e di quasi tutte le minoranze, tanto che la Birmania o, come preferiscono essere chiamati, lo Stato di Myanmar, potrebbe essere portato di fronte alla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità.
La dittatura che governa la Birmania è fra le più crudeli al mondo perché dimostra di non avere alcuna pietà delle condizioni di povertà, di emarginazione e di disperazione in cui versa il suo popolo. Desidero ricordare e rimarcare la durezza utilizzata dalla giunta contro gli oppositori politici ed i manifestanti, contro chiunque chieda solo una minima libertà di espressione. E tutto il popolo birmano vive in queste condizioni insopportabili.
La giunta militare al governo perpetua, in pratica, se stessa a spese di un Paese allo stremo, senza prospettive, senza fermarsi davanti alla fame e alla morte di stenti proprio dei suoi concittadini. Ne abbiamo avuto un esempio - è già stato ricordato - in occasione del comportamento vergognoso della giunta quando sulla Birmania si è abbattuto il ciclone Nargis. A fronte delle parole d'ordine dell'autosufficienza e dell'orgoglio della giunta, il popolo birmano è stato abbandonato alla devastazione, pur di non far entrare nessuno nel Paese. La giunta non ha voluto tenere in nessun modo in considerazione le segnalazioni internazionali, non ha attuato piani di evacuazione, non ha accettato interventi esterni di aiuto e prevenzione, permettendo quindi il sacrificio di migliaia e migliaia di vittime.
Il ciclone si é abbattuto, lo ricordo, nel maggio del 2008 e, invece di soccorrere la popolazione, la dittatura ha voluto celebrare un referendum farsa in tutto il Paese, utile a garantire il proprio potere assoluto per almeno altri dieci anni, tra l'altro convogliando fondi, forze, esercito e attenzione sull'organizzazione di questo plebiscito forzato.
Nonostante le pressioni internazionali, la giunta ha impedito per settimane alle organizzazioni umanitarie di intervenire con gli aiuti necessari, che poi naturalmente sono arrivati troppo tardi e, di più, in larga misura sono stati dirottati a beneficio della giunta stessa e del suo entourage. Nell'ultimo anno, dopo che anche i monaci buddisti, molto rispettati e seguiti in Birmania, si sono uniti alla protesta pacifica contro la dittatura, si è assistito ad un incremento della persecuzione religiosa, con il divieto di celebrare i riti religiosi per cristiani e musulmani. Eppure questo Paese, la cui economia non garantisce i minimi di sussistenza, ha il decimo esercito del mondo, con un bilancio per la difesa che rappresenta il 40 per cento della spesa nazionale, il 28 per cento in più della spesa per istruzione e sanità.
Sappiamo che sono già state approvate molte risoluzioni, molti atti di condanna da parte di tanti Paesi e che sono già state approvate sanzioni contro il regime birmano, ma tutto questo non ha ottenuto risultati particolarmente incisivi. Certo, mi rendo conto che gli strumenti della diplomazia agiscono lentamente e richiedono lunghi sforzi. È anche vero, però, che all'apparente condanna unanime della comunità internazionale non sono poi seguiti comportamenti coerenti. L'Europa si è sempre mossa in modo forte e compatto a proposito di tale questione e altrettanto hanno fatto gli Stati Uniti. Se però la Birmania può continuare ad acquistare armi e ad equipaggiare l'esercito, è ovvio che c'è qualcuno che le vende tali armi. Molti Paesi del Sud-Est asiatico non rispettano affatto l'embargo e fanno affari con la giunta militare birmana.
Nel 2007 era iniziato il cosiddetto BangkokProcess, un tentativo di convincere i Paesi membri dell'Associazione regionale dei Paesi del Sud-Est asiatico a fare a loro volta forti pressioni sulla giunta birmana. Purtroppo, però, si è trattato di un flebile tentativo: penso che non si possa ottenere nulla senza passare proprio da lì, da questi vicini compiacenti, che di fatto permettono alla dittatura di sopravvivere e, soprattutto, che nulla potrà essere sbloccato in Birmania - come è già stato ricordato da altri colleghi - senza una precisa presa di posizione e di responsabilità da parte della Cina. Credo che l'Italia dovrebbe farsi forte promotrice di un'azione in questo senso.
La Birmania oggi si sta avvicinando a un passaggio molto importante: dopo il referendum, per il 2010 sono previste elezioni politiche. Ci sono molti presupposti perché questa tornata, come le altre, si riveli una farsa per sigillare lo status quo. Il 2010 è ad un passo e credo sia nostro dovere impegnarci veramente, non solo a parole, per mantenere fino ad allora un faro acceso, fortissimo, sulla Birmania e per esercitare fino all'ultimo tutta l'autorità che la comunità internazionale sarà in grado di dimostrare.
Da come si svolgeranno queste elezioni capiremo se si è aperto uno spiraglio di speranza per il popolo birmano oppure no. Per questo dobbiamo sollecitare e spingere i Paesi asiatici, a partire, ripeto, dalla Cina, dall'Indonesia, dall'India e dalla Tailandia, ad essere più pressanti e più assertivi nei confronti della Giunta birmana. È evidente che il segnale più importante dell'apertura sarebbe la definitiva liberazione di Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari a cui è costretta ingiustamente da più di 13 anni, così come la liberazione degli oltre 2.000 leader ed esponenti politici dell'opposizione attualmente detenuti. Questa sarebbe la condizione fondamentale per giungere, nel 2010, ad un clima che renda possibile un dialogo interno con il Paese.
È chiaro che tutto quello che possiamo fare con la nostra cooperazione internazionale per cercare di aiutare i birmani deve assolutamente essere fatto. (Applausi dai Gruppi LNP, PdL e PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo. Ne ha facoltà.
DI GIOVAN PAOLO (PD). Signor Presidente, Aung San Suu Kyi è ovviamente un simbolo, e purtroppo non l'unico. Solo in Birmania, come è stato ricordato da tanti colleghi, le violazioni sono migliaia; dispersi sono i monaci che nel settembre 2007 parteciparono alle manifestazioni pubbliche ed è del 4 giugno la notizia battuta dall'ANSA relativa all'arresto di cinque persone, tra cui tre bambini, che protestavano di fronte all'ambasciata degli Stati Uniti d'America perché un loro parente era detenuto, a dimostrazione che le violazioni continuano.
Credo che, vista la condivisione su ciò che accade in Birmania, sia giusto non ripetere tra noi alcune tematiche e continuare a chiederci cosa possiamo fare. Nella mozione da noi presentata, infatti, così come nelle altre, vi è una giusta attenzione alle azioni che le Nazioni Unite possono mettere in atto. È ovvio, però, che ciò richiede alle Nazioni Unite stesse, ma anche agli Stati dell'ASEAN, di dotarsi di un'organizzazione diversa rispetto a quella finora vigente. La questione dei diritti umani e civili è, in fondo, l'altra faccia dei doveri di governo e di democrazia e richiama il tema dell'ONU e dell'importanza della battaglia per tali diritti, richiama anche il ruolo del nostro Ministero degli affari esteri e, ovviamente, dell'Unione europea.
Vorrei quindi soffermarmi su questi tre aspetti, atteso che sugli altri siamo tutti d'accordo. In primo luogo, è evidente che l'organizzazione delle Nazioni Unite, in base alla quale esse dovrebbero intervenire non solo quando c'è una crisi o una guerra guerreggiata, come avviene normalmente (anche se non spesso con risultati soddisfacenti), richiama un ruolo delle Nazioni Unite stesse che possa essere vitale anche in presenza di una violazione quotidiana dei diritti. Le Nazioni Unite, infatti, a meno di non ritornare ad un'esperienza fallita, quella della Società delle Nazioni di Wilson, hanno un ruolo soprattutto quando riescono ad inserirsi nell'attività di tutti i giorni e ad esercitare pressioni economiche e politiche sugli Stati, e non solamente nei casi in cui questi diventano un argomento da prima pagina.
È ovvio che per fare questo le Nazioni Unite hanno bisogno di un impegno economico, di una riforma interna delle strutture, di truppe che vengano messe a disposizione secondo gli articoli 43 e 44 dello Statuto, di un riconoscimento internazionale che non venga poi escluso quando si discute nei vertici. In caso contrario, infatti, il ruolo del Segretario generale dell'ONU diventa semplicemente declamatorio, peggio ancora quando, soprattutto, lo divenga nella difficoltà quotidiana di alcuni Paesi che noi leghiamo oggi alla questione birmana.
Ho già ricordato come la questione dei diritti umani e civili richiama anche il ruolo del Ministero degli affari esteri. Ringraziamo il sottosegretario Scotti perché ci è già capitato di discutere, in sede di Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, un'istituzione importante costituita all'interno del Senato, di quali azioni dovrebbe dispiegare una politica diplomatica nella quotidianità. Sarebbe quasi il caso di creare una sorta di disciplinare dei diritti umani e civili che dovrebbe accompagnare la valigia diplomatica di ogni Paese che svolga una relazione internazionale, anche quando si presenta a stipulare accordi e trattati economici.
Io credo nel valore della diplomazia e per questo dissento - in parte e non certo sugli obiettivi - dal collega Perduca sul fatto che sia importante esercitare pressioni sulla Libia come sugli altri Paesi. È ovvio che vadano esercitate pressioni e non solo sottoscritti trattati. Questo è evidente, altrimenti dovremmo interrogarci anche sulla richiesta che noi facciamo rispetto a India, Cina e Russia. Noi chiediamo, infatti, di essere concordi, ma avremmo delle cose da dire, in misura diversa, anche su India, Cina e Russia.
In ultimo, molto spesso, quando facciamo questi dibattiti, noi ci chiediamo sinceramente se ne valga la pena. Molti di noi sono da sempre militanti dei diritti umani e civili, impegnati con Amnesty International e con altre organizzazioni. Io credo che ne valga la pena e che anche in occasioni come queste, quando abbiamo mozioni e scelte da parte del Parlamento, ne valga la pena. Ne vale la pena per lo stesso motivo per cui vale la pena impegnarsi nel volontariato e in politica.
Impegnarsi per la democrazia in Birmania, come abbiamo fatto per altri Paesi, significa impegnarsi un po' anche per se stessi, per la democrazia in questo Paese e - se posso usare un'espressione mazziniana - anche per educare il popolo, che dovrebbe essere uno dei compiti di questa Assemblea. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.
MALAN (PdL). Signor Presidente, è particolarmente significativo e importante che ci sia una concordia da parte di tutte le forze politiche rappresentate al Senato sulla questione dei diritti umani in Birmania. Le mozioni che saranno approvate, infatti, sono tranquillamente sovrapponibili l'una all'altra e non presentano differenze sostanziali.
L'argomento dei diritti umani in generale, ma in Birmania in particolare, può anche costituire una sorta di test sulla efficacia di quelle tante azioni internazionali che vengono intraprese dai singoli Stati, e anche dalle organizzazioni internazionali, per tentare di fare qualcosa e di dare un apporto positivo sulla questione dei diritti umani. È un test significativo perché in Birmania, come è stato detto molto bene da tutti coloro che hanno parlato prima di me, la violazione dei diritti umani presenta quasi i tratti di un'antologia, dove c'è praticamente tutto (ci sono i bambini soldato, le torture, i prigionieri politici, le mine antiuomo). Quasi ogni argomento, tra quelli che possono essere toccati quando si parla di violazione dei diritti umani, in Birmania è presente, ed in modo molto pesante.
Questo test dell'efficacia dell'azione internazionale dà dei risultati per ora assai poco incoraggianti. Purtroppo questa giunta di un Paese piccolo (non povero, ma impoverito dalla politica scellerata di chi lo governa) continua a resistere e a poter portare avanti la sua politica sciagurata contro i propri cittadini ma anche contro la sicurezza internazionale. L'avvio del progetto nucleare (che è significativamente affidato alla sorveglianza del Ministero della difesa e non del Ministero dell'energia, dell'industria o delle attività produttive) è particolarmente preoccupante. Su questo punto, proprio su questo singolo punto tra i tanti casi di violazione dei diritti umani nel mondo, deve esserci un impegno molto forte.
Questo non è uno di quei Paesi con i quali intratteniamo significativi rapporti commerciali e verso i quali, perciò, può esserci spesso una certa ritrosia e una certa timidezza nel sollecitarli a rispettare i diritti umani. Io ritengo che si possa agire con maggiore decisione anche rispetto agli altri Paesi, perché la circostanza di avere una posizione forte sui diritti umani non impedisce, ma anzi favorisce, anche dei corretti rapporti di carattere commerciale. In ogni caso, per la Birmania non sussiste neanche il problema della forza economica o politica del nostro interlocutore.
È anche particolarmente opportuno che tutte le mozioni chiedano al Governo di esercitare pressioni sugli organismi internazionali ma, in particolare, sui Governi di India, Cina e Russia, che, a loro volta, avrebbero - ove volessero esercitarla - una forte capacità di influenza sulla Birmania.
Bisogna farlo, bisogna chiedere a questi Paesi di impegnarsi, almeno rispetto alla Birmania, per ripristinare degli standard di vita migliori ed agire concretamente. È forse più facile chiedere a questi Paesi di agire in casa altrui che in casa propria dove si incontrerebbero delle sensibilità, ahimé, molto forti.
Chiediamo pertanto al Governo, con la forza che verrà dal voto unanime con il quale verranno approvate queste mozioni, di agire in modo incisivo su questo punto. Rispettare i diritti umani, agire per i diritti umani non è semplice altruismo per un popolo lontano. La sensibilità per i diritti umani non può essere circoscritta ai confini del nostro Paese o del nostro continente. Essa non può che avere un orizzonte universale e di conseguenza i diritti umani vanno tutelati nel nostro Paese come in tutti i Paesi del mondo. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo anche di esprimere il parere sulle mozioni presentate.
SCOTTI, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, le mozioni in discussione toccano un tema di particolare attualità, espressione di una delle più gravi tragedie umane e politiche oggi esistenti nel mondo, soprattutto alla luce delle vicende che vendono coinvolta, proprio in queste settimane, Aung San Suu Kyi.
È inutile nasconderselo: i segnali che provengono da Myanmar non sono incoraggianti. La giunta dovrebbe apprestarsi a varare la legge elettorale e la legge sui partiti in vista delle elezioni previste nel 2010. L'emanazione di tali leggi dovrebbe avvenire entro la prima metà dell'anno; tuttavia, alcuni osservatori internazionali temono che la giunta decida di ritardare deliberatamente tale atto, creando ulteriori ostacoli alla presentazione delle liste dei maggiori gruppi di opposizione. Inoltre, le pesanti condanne inflitte a numerosi esponenti delle opposizioni indicano che il regime si sente oggi più forte. Le opposizioni interne appaiono deboli e sembrano soffrire di una crisi di leadership e di difficoltà a maturare una visione futura. Mancano le energie e le capacità per guidare un processo di transizione e di sviluppo. Il crescente isolamento del Paese negli ultimi anni ha concorso ad aggravarne l'incapacità di risollevarsi economicamente e politicamente, limitando gli spazi di sviluppo della società civile.
La giunta nel marzo scorso ha ripristinato il meccanismo per la concessione di visti e permessi di viaggio per gli operatori umanitari, vigente nell'area del delta dell'Irrawaddy prima del ciclone Nargis. Infatti, mentre a seguito di tale sciagura, la gestione di tale incombenza era stata affidata al Tripartite Core Group (composto da Governo del Myanmar, ASEAN e ONU), adesso è stata nuovamente assegnata in toto ad un'autorità birmana, il Foreign Affairs Policy Committee. Allo stesso modo sono stati decisi i meccanismi di controllo più stringenti a carico delle ONG interessate ad operare nell'area del delta. Queste decisioni non sembrano aver provocato, fortunatamente, una maggiore difficoltà nell'ottenere i visti di ingresso da parte degli operatori umanitari. Tuttavia, sono rivelatrici della intenzione di ripristinare un controllo molto ravvicinato sulle attività degli operatori umanitari nel Paese.
Qualche piccola apertura è stata registrata, negli ultimi mesi, sul fronte dei rapporti con le organizzazioni internazionali ed in generale con il mondo esterno. La giunta ha permesso lo svolgimento delle missioni in Myanmar di alti rappresentanti del sistema delle Nazioni Unite: lo Special Advisor del Segretario generale ONU Ibrahim Gambari (31 gennaio - 3 febbraio), lo Special Rapporteur per i diritti umani Quintana (14 - 19 febbraio), l'Alto commissario per i rifugiati Guterres (7-12 marzo) nonché il Vice direttore generale dell'OIL Kari Tapiola (25-28 febbraio). Le autorità di Rangoon si sono sostanzialmente adoperate per un proficuo svolgimento di queste missioni, che hanno fatto registrare in linea di principio aperture alla cooperazione con le Nazioni Unite.
Tuttavia, al di là di queste aperture formali, i progressi sul terreno rimangono al momento ancora limitati. Un valore emblematico riveste sotto questo profilo la vicenda di Aung San Suu Kyi. Come noto, la signora San Suu Kyi è attualmente sottoposta a processo con l'accusa di aver violato le norme che regolano i suoi arresti domiciliari. In particolare, essa avrebbe permesso ad un cittadino statunitense di sostare illegalmente nella sua casa, senza denunciarlo alla polizia. Se fosse condannata, il premio Nobel, che sarebbe dovuta tornare in libertà lo scorso 27 maggio, rischierebbe di dover scontare una pena dai tre ai cinque anni. Stando alle ultime notizie disponibili, Aung San Suu Kyi, si troverebbe attualmente ristretta in un alloggio del tribunale all'interno dell'area della prigione di Insein, nei pressi di Yangoon, dove è stata condotta nella giornata del 14 maggio scorso.
Il procedimento giudiziario vero e proprio ha avuto inizio, con un'udienza a porte chiuse, il 18 maggio; in tale occasione è iniziata l'audizione di alcuni testimoni dell'accusa. II 20 maggio la giunta, forse in risposta alla pressione internazionale, ha ammesso all'udienza giornalisti, anche internazionali, e i rappresentanti del Corpo diplomatico (tra cui l'Ambasciatore d'Italia a Yangoon), e ha concesso un incontro ristretto con il premio Nobel. A tale colloquio hanno preso parte il decano, ambasciatore di Singapore, il rappresentante del Paese presidente del Consiglio di sicurezza, la Russia, e di quello presidente di turno dell'ASEAN, la Thailandia. Al termine della visita, il decano del Corpo diplomatico ha tenuto un briefing a beneficio degli altri diplomatici, nel corso del quale ha testimoniato come la leader dell'NLD goda sostanzialmente di buona salute e si trovi in un alloggio all'interno del compound della prigione, lontano, però, dalle strutture carcerarie vere e proprie.
A tale importante e rassicurante apertura ha tuttavia fatto seguito, nella giornata successiva, la decisione di tenere nuovamente a porte chiuse le udienze del procedimento. Nel corso di quella e delle successive udienze è continuata l'audizione di testimoni e la presentazione di prove che, a dire dell'accusa, dovrebbero dimostrare l'esistenza di un piano di fuga elaborato da Aung San Suu Kyi. Martedì 26 si è svolta, questa volta alla presenza del corpo diplomatico e di alcuni giornalisti, una nuova udienza, nel corso della quale Aung San Suu Kyi è stata interrogata circa gli avvenimenti del 3-5 maggio; nel suo interrogatorio il premio Nobel ha potuto limitarsi ad affermare di non aver mai precedentemente incontrato l'americano introdottosi in casa sua, ed a confermare di non aver informato la autorità dell'accaduto e di avergli dato cibo e rifugio.
A fronte di tali avvenimenti l'Italia è prontamente intervenuta, convocando l'Incaricato d'Affari della Birmania Maran Ja Taung. L'incaricato d'affari è stato invitato a fornire informazioni aggiornate sulle attuali condizioni di Aung San Suu Kyi, in aggiunta a quelle date a Yangoon da quel Ministero degli esteri. Alla signora Ja Taung è stata inoltre espressa la viva preoccupazione del Governo e dell'opinione pubblica italiana riguardo alle condizioni di salute del premio Nobel. Il Governo italiano ha infine rinnovato l'auspicio della liberazione, in tempi brevi, sia dell'interessata che di tutti gli altri prigionieri politici, anche al fine di realizzare, in prospettiva, uno svolgimento libero, democratico ed equo delle elezioni politiche generali nel 2010.
Questa attenzione per la situazione interna al Myanmar è condivisa anche dall'Unione europea, di cui l'Italia esercita la Presidenza locale per il primo semestre 2009. Nello scorso aprile, il Consiglio affari generali e relazioni esterne (CAGRE) ha confermato la posizione comune dell'Unione europea sulla Birmania, con le misure sanzionatorie in essa contenute, ma aveva al tempo stesso fatto alcune prime aperture per incoraggiare l'avvio del dialogo e della transizione democratica in quel martoriato Paese. Inoltre, per la prima volta, i 27 avevano espresso l'auspicio che le autorità birmane accogliessero l'invito ad un dialogo diretto con l'inviato speciale dell'UE Fassino, onde sfruttare appieno le possibilità del suo mandato. Gli sviluppi delle utlime settimane sono però andati in senso contrario a quanto auspicato.
La Presidenza, con l'attivo sostegno dell'Italia e di altri partner "like minded", ha adottato due dichiarazioni, il 13 ed il 14 maggio scorsi, nelle quali, oltre a esprimere la preoccupazione per la situazione della leader dell'NLD, si rinnovava la richiesta della sua pronta liberazione assieme agli altri prigionieri politici. Successivamente, il 18 maggio, il CAGRE ha adottato delle conclusioni in cui viene richiesta nuovamente la liberazione del premio Nobel e si preannuncia la revisione delle misure sanzionatole dell'Unione europea nei confronti del Myanmar.
Circa quest'ultimo punto, è stata decisa un'analisi approfondita sull'impatto dell'attuale regime sanzionatorio e sulle possibili azioni future, chiedendo ai capi missione a Yangoon di procedere alla redazione di un rapporto al riguardo e, nel tempo stesso, di sollecitare i grandi Paesi vicini al Myanmar ad assumere finalmente una posizione attiva. Il Governo continuerà a seguire con la massima attenzione, assieme agli altri partners comunitari, gli sviluppi della situazione in Myanmar e non mancherà di continuare ad adoperarsi con tutti i mezzi per una positiva soluzione della vicenda che vede coinvolto il premio Nobel.
Signor Presidente, con riferimento alle mozioni il Governo esprime parere favorevole alle mozioni 1-00073 (testo 2), prima firmataria la senatrice Soliani, 1-00136, primo firmatario il senatore Bettamio, e 1-00138, primo firmatario il senatore Pedica, quest'ultima a condizione di riformulare, dal punto di vista puramente formale, il contenuto del secondo e del terzo capoverso del dispositivo nei seguenti termini: «ad attivarsi, presso gli organismi internazionali e sovranazionali cui il nostro Paese partecipa, per sostenere l'avvio del dialogo tra tutte le diverse componenti della società birmana per favorire una rapida transizione verso la democrazia; ad attivare ogni azione utile affinché Paesi, quali Cina, India e Russia - che da sempre hanno relazioni diplomatiche privilegiate con il Governo militare birmano - si adoperino presso il Governo birmano per migliorare le condizioni di vita della popolazione locale e si associno al bando della fornitura di armamenti al regime».
Il Governo ritiene, con tali modifiche, di poter contare su un voto unanime del Parlamento, che è molto importante ai fini dell'azione diplomatica che sta sviluppando. (Applausi dai Gruppi PdL, LNP, PD e IdV).
PRESIDENTE. Senatore Pedica, accetta le modifiche proposte dal Governo alla mozione da lei presentata?
PEDICA (IdV). Sì, signor Presidente.
Disegno di legge (1597) fatto proprio da Gruppo parlamentare
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signor Presidente, vorrei rappresentare alla Presidenza che il Gruppo del Popolo della Libertà, con la firma di più della metà dei suoi componenti, chiede le procedure previste all'articolo 79 del Regolamento per il disegno di legge costituzionale n. 1597.
PRESIDENTE. La Presidenza ne prende atto, senatore Gasparri, a tutti i conseguenti effetti regolamentari.
Ripresa della discussione delle mozioni nn. 73 (testo 2), 136 e 138 (ore 18,26)
PRESIDENTE. Prima di passare alla votazione delle mozioni, avverto gli onorevoli colleghi che, in linea con una prassi consolidata, le mozioni saranno poste ai voti secondo l'ordine di presentazione e per le parti non precluse né assorbite da precedenti votazioni.
Passiamo dunque alla votazione delle mozioni.
FOSSON (UDC-SVP-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FOSSON (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, signori esponenti del Governo, vorrei fare una breve dichiarazione, anche se molto è già stato detto, per esprimere il mio voto positivo e quello del mio Gruppo, nonché per esprimere solidarietà al popolo birmano e sostenere tutte e tre le mozioni presentate.
È inaccettabile, signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, che oggi esista ancora un Paese come la Birmania, un regime di questo tipo, in cui la persona sia così poco considerata e i diritti umani, come hanno già abbondantemente ricordato i colleghi che mi hanno preceduto, così calpestati. Ma è anche inammissibile, onorevole rappresentante del Governo, che le Nazioni e i popoli accettino una tale situazione, che vivano come se quasi non esistesse e che, comunque, i nostri interventi si limitino a delle dichiarazioni. Non credo si debba intervenire soltanto nel caso in cui venga incarcerato un premio Nobel. Certamente è giusto, poiché rappresenta un simbolo, ma si dovrebbe intervenire anche in difesa di un popolo che sta soffrendo, di malati cui non vengono prestate le cure, di minoranze etniche che vengono deportate e calpestate.
Penso che la sensibilizzazione debba venire dall'ONU attraverso uno strumento forte, ad esempio, con una risoluzione del Consiglio di sicurezza e coinvolgendo anche la Russia e la Cina. Non si possono da una parte muovere critiche, disporre embarghi e dall'altra consentire ad alcuni di continuare a fare affari con questo paese; penso che questa possa rappresentare un'opportunità per misurare la validità dell'organizzazione ONU. Ma anche l'Europa deve dimostrare se esiste e muoversi di fronte a queste situazioni. Quanto, invece, all'aspetto umanitario credo che a volte con una mano tesa si ottengano più risultati di quanti se ne possono conseguire con le sanzioni. Tuttavia, è importante intervenire, farsi sentire in questa come in altre situazioni in cui vengono calpestati i diritti umani.
PEDICA (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, la convergenza di tutti i Gruppi parlamentari sull'impegno di dare giustizia e democrazia alla Birmania è ammirevole. Mi auguro che la Birmania possa essere governata non più da un partito che si chiama ufficialmente Consiglio per la pace e la democrazia, ma che poi, neanche troppo ufficiosamente, mette in pratica la guerra e il sottosviluppo, ma da un partito che viene da ventenni di lotte per l'affermazione della democrazia, quale la Lega nazionale per la democrazia in Birmania, che la Birmania e la sua popolazione coraggiosa meritano.
Ad alcuni leader pacifisti e al premio Nobel e icona per la resistenza non violenta San Suu Kyi esprimo, ancora una volta, a nome di tutto il Gruppo parlamentare che rappresento, tutta la solidarietà rinnovando il mio invito a non arrendersi ed a lottare ancora. Siamo leggermente sollevati dalle parole che il sottosegretario Scotti ci ha riferito riguardo le visite al leader, nonché premio Nobel per la pace. Speriamo torni presto libera e speriamo che anche la Birmania potrà esserlo. Al popolo birmano rivolgo, oltre al nostro, un abbraccio da tutto il Paese.
Chiedo alla Presidenza di poter allegare agli atti il testo integrale del mio intervento.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
BOLDI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BOLDI (LNP). Signor Presidente, credo di non dover aggiungere molto a quanto già detto in discussione generale. Annuncio, dunque, il voto favorevole del Gruppo Lega Nord alle mozioni e ringrazio il Sottosegretario per il suo esauriente intervento in sede di replica.
Naturalmente, noi tutti ci auguriamo che parlare di queste questioni possa servire ad aiutare una donna che mostra quanto sia duro lottare per i diritti umani. (Applausi dai Gruppi LNP e PD).
MARCENARO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARCENARO (PD). Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, è in un Paese nel quale - come è stato ricordato - ci sono oltre 2.000 prigionieri politici, in un quadro caratterizzato dalla povertà, minacciato dalla carestia, dalla violenza dell'arbitrio, segnato dal lavoro forzato, dalla minaccia di riduzione in schiavitù di molte persone che è avvenuto l'arresto di Aung San Suu Kyi, alla vigilia di quel 29 maggio in cui scadevano i cinque anni che la stessa legislazione birmana prevede come limite massimo per una detenzione senza processo.
Oggi Aung San Suu Kyi è sottoposta a un processo senza alcuna garanzia, che ha come unico obiettivo quello di eliminare il principale punto di riferimento dell'opposizione democratica. Prima di tale arresto, come è stato ricordato, nel 2007 c'erano state le grandi manifestazioni dei monaci represse nel sangue e con la prigione. Nel 2008 vi è stata una crisi umanitaria dopo il ciclone Nargis, rispetto alla quale il regime si è caratterizzato, al tempo stesso, per la paura che gli aiuti internazionali potessero aprire relazioni e rapporti e contribuire all'apertura di una fase nuova, e per avidità, ossia la volontà di gestire per se stessi e non per le popolazioni quel flusso di aiuti che la comunità internazionale metteva a disposizione. Nel 2008 - è stato ricordato anche questo - in contemporanea al ciclone e al disastro che ha rappresentato, si è tenuto un referendum su una Costituzione che invece di aprire la strada alla democrazia, riafferma una dittatura militare ed offre ad essa lo spazio per la continuità.
Nel 2010 vi è la prospettiva di elezioni politiche, che potrebbero e dovrebbero costituire un'occasione di svolta, qualora fossero lo sbocco di un dialogo e di un processo di transizione che vedesse coinvolte le forze dell'opposizione ed anche - lo ha giustamente ricordato il senatore Perduca - quelle minoranze etniche che costituiscono, dal punto di vista del diritto internazionale e dei diritti umani, un problema così serio in un Paese come la Birmania.
È su questi punti che la comunità internazionale si è ripetutamente espressa in tante occasioni, che in questa sede sono state richiamate: le Nazioni Unite, l'Unione europea, l'Organizzazione internazionale del lavoro contro il lavoro forzato, di recente, il Consiglio dei diritti umani, nonché l'ASEAN, l'Associazione dei Paesi del Sud-Est asiatico, che si è pronunciata per la liberazione di Aung San Suu Kyi e dei prigionieri politici. Gli obiettivi sono chiari: la liberazione senza condizioni di Aung San Suu Kyi e di tutti i detenuti politici e l'avvio di un processo che porti a un quadro di rispetto dei diritti umani, di riaffermazione e reintroduzione delle libertà e della democrazia.
Non mi soffermerò ancora su tali punti, ma vorrei rapidamente richiamare due aspetti di questa realtà e sottolinearne il significato e il valore politico. Il primo aspetto che desidero ricordare è il carattere pacifico e non violento che l'opposizione democratica birmana ha scelto e che Aung San Suu Kyi rappresenta; si tratta di un'opposizione che, anche in condizioni così estreme e difficili richiede dialogo, vuole discutere, negoziare, offre agli stessi militari la possibilità di una transizione che non li escluda dalla gestione del Paese. È impressionante il contrasto tra questa cultura non violenta e pacifica e la logica crudele e spietata di questo regime.
Il senatore Musso, con parole che non saprei migliorare, ha dichiarato che Aung San Suu Kyi e il dittatore birmano sono due figure agli antipodi morali. Penso che forse nessuno in questi anni ha fatto rivivere, in modo così profondo e con tanta convinzione, l'insegnamento e la cultura di Gandhi come Aung San Suu Kyi, ed anche questo è il motivo del premio Nobel che le è stato conferito. La sua forza è nella profonda sintonia con la cultura civile e religiosa del suo Paese e del suo popolo, una cultura pacifica e rispettosa.
Crediamo che il sostegno internazionale ad Aung San Suu Kyi e all'opposizione birmana debba valorizzare questa impostazione e posizione culturale. Per questo è giusto ricercare, nonostante tutto, anche nel regime, con una posizione ferma e al tempo stesso intelligente, le forze che possono emergere e che sono disposte ad aprire alla ricerca di una soluzione.
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 18,37)
(Segue MARCENARO). Sottosegretario Scotti, voglio fare un'osservazione al suo discorso. È vero che forse oggi sono indebolite le energie per costruire l'alternativa e un'effettiva leadership dell'opposizione; ma com'è possibile pensare a delle energie piene in un Paese nel quale la leader è costretta in prigione e ove vi sono oltre 2.000 prigionieri politici, cioè la massima espressione dell'opposizione birmana? Credo che ci voglia attenzione nel formulare questi giudizi.
Il secondo aspetto che voglio sottolineare riguarda, invece, le scelte di politica estera che coinvolgono il nostro Paese, la comunità internazionale e l'Europa. Si tratta naturalmente di confermare le sanzioni e le misure che l'Unione europea ha adottato e di farle applicare, se è possibile, con maggiore rigore. Noi condividiamo l'appello, rivolto alle imprese italiane che ancora non l'hanno fatto, a compiere un atto di responsabilità nei confronti della situazione birmana e a dare piena applicazione allo spirito e alla lettera delle decisioni europee.
Soprattutto su questo punto, sottosegretario Scotti, vorrei insistere. Lei lo ha già detto; si tratta di chiedere un diverso atteggiamento a quei Paesi che possono esercitare un'influenza importante sul regime birmano; questi Paesi sono stati nominati e sono la Russia, la Cina e l'India. Questi Paesi possono esercitare un ruolo nuovo e questo, cari amici e signori del Governo, chiama in causa l'equilibrio nella politica estera italiana tra realismo politico e principi, cioè la capacità di coniugare una politica che naturalmente guarda agli interessi del Paese con la difesa dei princìpi.
È una questione che non riguarda, come sappiamo, solo la Birmania. Lo dico nel giorno nel quale sta per iniziare in Italia la visita del leader libico Gheddafi, con il quale noi dobbiamo discutere del trattato di cooperazione che abbiamo sottoscritto e della sua applicazione, senza che questo impedisca di affrontare questioni importanti, quali le libertà essenziali e i diritti umani.
Cina e India possono svolgere un ruolo decisivo ed è bene che siano chiamate esplicitamente ad assumersi le loro responsabilità. L'impressione che oggi si ha è che nell'inerzia delle democrazie, che ha fatto seguito alla sconfitta di quella strategia che pensava di esportare la democrazia con le armi, si stia formando una sorta di lega delle dittature più attiva dell'unione delle democrazie. Penso che per il Governo italiano si tratti oggi di accettare anche gli oneri che la sfida democratica comporta.
Se il discorso del presidente Obama a Il Cairo non appartiene al genere del wishful thinking, delle semplici esortazioni prive di riscontro politico concreto, se quel discorso non è solo quello, ma esprime una volontà generale, dobbiamo sapere che oggi c'è un quadro internazionale che permette un'azione sui diritti umani più concreta e più efficace rispetto al passato. Bisogna avere sulla Birmania e su altri casi il coraggio di praticarla. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Bianconi).
BETTAMIO (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BETTAMIO (PdL). Signor Presidente, la prassi dei nostri lavori ci chiama spesso a ripetere due o tre volte la stessa cosa; io non voglio farlo, come quasi tutti non lo hanno fatto, perché il tema non lo merita. Abbiamo illustrato le nostre mozioni, abbiamo sottolineato gli aspetti salienti sui quali tutti siamo d'accordo e noi tutti siamo d'accordo nel chiedere al Governo, che si è dimostrato sensibile ad accoglierlo, di promuovere in tutte le sedi internazionali e comunitarie l'avvio o il prosieguo del dialogo tra tutte le diverse componenti della società birmana per favorire una più rapida transizione verso la democrazia.
Voteremo a favore delle tre mozioni proprio come segno di concordia su un problema estremamente grave, che coinvolge sì la forma della democrazia, ma anche tante, troppe vite umane di adulti e di bambini.
Per questo, signor Presidente, voteremo a favore delle mozioni in discussione. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Del Vecchio).
Saluto ad una rappresentanza dell'associazione "Valori e Libertà" di Cesena
PRESIDENTE. Informo i colleghi che sono presenti in tribuna cinquanta donne dell'Associazione Valori e Libertà di Cesena per seguire i lavori sugli aiuti internazionali alla salute riproduttiva. A loro va il saluto dell'Assemblea. (Applausi).
Ripresa della discussione delle mozioni nn. 73 (testo 2), 136 e 138 (ore 18,44)
PRESIDENTE. Metto ai voti la mozione n. 73 (testo 2), presentata dalla senatrice Soliani e da altri senatori.
È approvata.
Metto ai voti la mozione n. 136, presentata dal senatore Bettamio e da altri senatori.
È approvata.
Metto ai voti la mozione n. 138 (testo 2), presentata dal senatore Pedica e da altri senatori.
È approvata.
Discussione della mozione n. 89 sugli aiuti internazionali alla salute riproduttiva (ore 18,45)
Approvazione della mozione n. 89 (testo 2)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione 1-00089, presentata dalla senatrice Boldi e da altre senatrici, sugli aiuti internazionali alla salute riproduttiva.
Dopo l'illustrazione, ciascun Gruppo avrà a disposizione 20 minuti, comprensivi degli interventi in discussione e in dichiarazione di voto.
Ha facoltà di parlare la senatrice Boldi per illustrare tale mozione.
BOLDI (LNP). Signor Presidente, la mozione n. 89 nasce da un incontro che si è svolto nel mese di gennaio presso la sede dell'OMS a Ginevra tra un gruppo assolutamente trasversale di parlamentari italiane, che naturalmente sono tra le firmatarie della mozione insieme ad altre colleghe, e l'Osservatorio nazionale per la salute della donna, il Dipartimento salute e ricerca riproduttiva dell'Organizzazione mondiale della sanità e la partnership per la salute materno-infantile. Essa nasce dalla valutazione di alcuni dati oggettivi, ossia che ogni anno circa 500.000 donne e 3 milioni di neonati muoiono a causa di complicazioni legate alla gravidanza e al parto; inoltre che circa 6 milioni di bambini muoiono prima di compiere i cinque anni.
Quasi tutti questi decessi si verificano nei Paesi in via di sviluppo e ciò rappresenta una delle principali e persistenti disuguaglianze in materia socio-sanitaria tra Paesi con redditi bassi e quelli con redditi alti. Nell'Africa sub-sahariana una donna su 16 è esposta al rischio di mortalità materna e la mancanza di personale qualificato nei Paesi poveri fa sì che le complicazioni ginecologiche e ostetriche evitabili o trattabili non siano curate. Nei Paesi in via di sviluppo o in quelli in transizione, inoltre, si stima che ogni anno si verifichino 45 milioni di aborti, 19 milioni dei quali in condizioni non sicure: il 40 per cento è operato in donne tra i 15 e i 24 anni. Sappiamo che gli aborti in condizioni non sicure causano la morte di circa 68.000 donne ogni anno, cioè il 13 per cento di tutte le morti legate alla gravidanza. Ogni anno, si verificano 3.400.000 di nuovi casi di malattie batteriche e sessualmente trasmesse, che colpiscono soprattutto giovani donne tra i 15 e i 24 anni e queste infezioni possono spessissimo causare sterilità.
È facile immaginare come la morte di una madre nei Paesi in via di sviluppo rappresenti un evento particolarmente drammatico per la famiglia e la società, perché può aggravare la precaria situazione socio-economica di molte persone, portando a maggiore miseria e problemi sociali. La gravidanza e il parto dovrebbero essere eventi assolutamente fisiologici, ma purtroppo si possono complicare anche in modo non prevedibile con conseguenze molto gravi per la donna, per il nascituro e per il neonato. Queste morti sarebbero assolutamente prevenibili con mezzi efficaci, molto semplici ed anche poco costosi, che però devono essere resi disponibili nei Paesi in via di sviluppo. È chiaro che spesso le donne, causa la distanza dai pochi centri che esistono e causa la povertà, non hanno accesso, specialmente nei Paesi sub-sahariani, ai centri in cui potrebbero essere assistite.
È per tutti questi motivi elencati che l'Organizzazione mondiale della sanità ha individuato quale obiettivo primario del miglioramento della qualità della vita della madre e del bambino tutto ciò che può essere fatto riguardo la salute materno-infantile. Il percorso nascita è un percorso complesso, molto delicato, che va aiutato in ogni modo. Il Millennium Summit del 2000 fissa l'obiettivo di migliorare la salute materno-infantile - che è il quinto degli otto goal del Millennio - e si prefigge di ridurre il tasso di mortalità materna di tre quarti tra il 1990 e il 2015. Il Millennium Summit del 2005 e il Countdown 2015 Meeting, che si è svolto nel 2008, hanno però sottolineato con preoccupazione la lentezza dei progressi in relazione a questo quinto obiettivo del Millennio ed hanno riconosciuto che non si può arrivare a migliorare questo dato senza migliorare l'accesso alla salute riproduttiva.
La riduzione della mortalità infantile neonatale, fortunatamente, negli ultimi anni è stata significativa; ma soltanto 17 Paesi su 68 di quelli a mortalità più elevata hanno progredito in maniera sufficiente da raggiungere il quarto obiettivo del Millennio. Vi è quindi la necessità di aumentare la consapevolezza sull'interesse di promuovere azioni e naturalmente mobilitare risorse per migliorare la salute materno-infantile, non solo rispetto alla riproduzione ma anche rispetto alla prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili in tutto il mondo.
Il Governo italiano naturalmente considera che la cooperazione allo sviluppo nasce dall'esigenza di garantire il rispetto della dignità umana e di assicurare la crescita economica di tutti i popoli e quindi ha deciso di impegnarsi per migliorare le condizioni proprio laddove questi popoli vivono. Certo è che, purtroppo, l'Italia nel maggio 2006 era in notevole ritardo con gli impegni internazionali presi dal punto di vista economico.
Per l'Italia la lotta alla povertà si situa in primo luogo proprio nel continente africano. Per concorrere al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio, il Governo italiano si è imposto di spostare le tradizionali azioni nel settore della salute in senso ampio, verso particolari priorità come le politiche di genere, l'acqua, lo sviluppo locale e così via.
Non è che l'Italia non abbia investito, perché nel 2005 ha investito 2.745.000 dollari sulla salute materno-infantile e della riproduzione per i Paesi in via di sviluppo. Non solo: anche a livello mondiale gli investimenti sono cresciuti da 2 a circa 3,5 miliardi di dollari, dal 2003 al 2006. Però bisogna fare di più.
Si è deciso di presentare proprio in questo momento questa mozione perché l'Italia quest'anno ha la Presidenza del G8 e il miglioramento della salute materno- infantile deve essere richiamato con forza tra gli obiettivi in materia di sanità a livello internazionale.
Pertanto, la mozione al nostro esame impegna il Governo a promuovere il supporto tecnico ai programmi di scambio di professionisti del settore sanitario tra l'Italia, l'Unione europea e i Paesi africani. Ciò perché è assolutamente indispensabile che questi Paesi abbiano a disposizione professionisti non solo per lavorare, ma anche per formare infermieri, medici e personale locale, per insegnare addirittura alle donne, che potranno a loro volta trasferire il loro insegnamento ad altre donne, essendo sempre più consapevoli del servizio da prestare.
La mozione impegna, inoltre, il Governo ad aumentare la collaborazione con le organizzazioni non governative e, naturalmente, a mobilitare tutte le risorse possibili, cercando di assegnare un ruolo alle donne stesse.
Impegna poi il Governo a sviluppare interventi di prevenzione e trattamento delle complicazioni della gravidanza che possano trovare applicazione anche in situazioni di risorse economiche molto limitate, proprio come quelle dell'Africa sub-sahariana. Ebbene, chiediamo anche in queste situazioni di grande difficoltà economica e di crisi finanziaria internazionale di mantenere i finanziamenti per la salute materno-infantile a livello globale, in modo da garantire con sicurezza il raggiungimento degli obiettivi del Millennio 4 e 5.
In conclusione, la mozione impegna il Governo a migliorare la salute materno- infantile nei Paesi in via di sviluppo, in particolare favorendo l'accesso alla prevenzione e a metodi sicuri proprio per il percorso dei primi anni dei nuovi nati, che per noi è fondamentale. Dobbiamo lavorare perché proprio in quei Paesi il livello delle prestazioni sanitarie aumenti. È necessario ampliare la possibilità di accesso alle prestazioni sanitarie perché questi Paesi devono poter crescere e migliorare la loro condizione di salute e, quindi, di vita. Ciò al fine di raggiungere, in un tempo che speriamo sia il più breve possibile, quelle condizioni di benessere compatibile con una buona qualità della vita e con la possibilità di permanenza nel territorio, al fine di contribuire al suo sviluppo. (Applausi della senatrice Bianconi).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
èiscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in occasione della scorsa Festa della mamma, l'associazione «Save the Children» ha presentato un «Rapporto sullo stato delle madri nel mondo». L'associazione ha stilato una graduatoria sulla base di indicatori quali la mortalità materna, la contraccezione, l'aspettativa di vita della donna, la scolarità, il divario dì genere nel reddito, la tutela della maternità, la partecipazione delle donne al governo della Nazione, le condizioni del parto; e di sottoindicatori sui bambini: la mortalità al di sotto dei cinque anni, la percentuale di bambini sotto i cinque anni sottopeso, il tasso di bambine iscritte alla scuola primaria in rapporto ai maschietti.
In questa classifica globale, per ovvie ragioni, ai primi posti troviamo Paesi come la Svezia, la Norvegia e l'Australia, mentre all'ultimo posto troviamo il Niger. Il divario tra i primi Paesi e gli ultimi è davvero spaventoso: un bambino su 4 non raggiunge il suo quinto compleanno in Afghanistan e Sierra Leone, mentre in Svezia solo un bambino su 333 muore entro i cinque anni; meno del 15 per cento dei parti avviene in presenza di personale specializzato in Afghanistan, Ciad ed Etiopia a fronte del 99 per cento in Sri Lanka; una donna su 8 muore durante la gravidanza o il parto in Afghanistan e Sierra Leone, mentre in Irlanda il rapporto è di una su 47.000. In generale, nel mondo ogni anno continuano a morire oltre 500.000 donne a causa di complicazioni legate alla gravidanza e al parto.
Anche i dati presenti nel rapporto UNICEF 2009 «La Condizione dell'infanzia nel mondo» vanno nello stesso senso: nei Paesi in via di sviluppo, il rischio di mortalità materna nel corso della vita è mille volte superiore a quello che corrono le donne nei Paesi industrializzati e il 99 per cento della mortalità materna globale è concentrato nei Paesi poveri, principalmente dell'Africa sub-sahariana e dell'Asia meridionale.
In media, ogni giorno circa 1.500 donne muoiono per complicazioni legate alla gravidanza e al parto. Una donna di un Paese tra i meno sviluppati è 300 volte più esposta al rischio di morire nel corso della vita a causa di complicazioni dovute alla gravidanza o al parto rispetto a una donna che vive in un Paese industrializzato. I dieci Paesi con il più alto rischio di mortalità materna sono: Niger, Afghanistan, Sierra Leone, Ciad, Angola, Liberia, Somalia, Repubblica democratica del Congo, Guinea e Mali. E in Sierra Leone, il Paese con il più alto tasso di mortalità materna, esso è di 2.100 decessi ogni 100.000 donne. Cinque tra i dieci Paesi con i più alti tassi di mortalità neonatale - Liberia, Afghanistan, Sierra Leone, Angola e Mali - rientrano anche nella classifica dei dieci Paesi con il più alto tasso di mortalità materna o con più alto rischio di mortalità materna nel corso della vita.
Un bambino che nasce in un Paese in via di sviluppo ha 14 volte più probabilità di morire entro il primo mese di vita rispetto a un bambino nato in un Paese industrializzato.
Da questi dati emerge chiaramente che siamo ben lontani dagli obiettivi fissati dal "Millennium Summit", organizzato dall'ONU nel 2000, di una drastica riduzione dei decessi per complicanze legate alla gravidanza e al parto entro il 2015.
Per ridurre il tasso di mortalità infantile e materna il rapporto UNICEF raccomanda che si agisca, piuttosto che con interventi singoli e specifici, con l'applicazione di un modello di assistenza sanitaria di base che includa tutte le fasi della salute materna, neonatale e dei bambini, insieme ad un forte sostegno all'accrescimento del potere decisionale delle donne, il cosiddetto empowerment, alla loro protezione e alla loro istruzione.
E allora abbiamo il dovere di chiederci cosa possiamo fare affinché si possano raggiungere realmente gli obiettivi prefissati dal Summit. L'Italia, nel 2005, insieme ad altri Paesi europei, si era impegnata a stanziare lo 0,51 per cento del PIL per aiuti allo sviluppo: purtroppo questo Governo ha tagliato i fondi alla cooperazione del 56 per cento e nei giorni scorsi, a Bruxelles, è stato accusato dalla Concord, una confederazione di 1.600 ONG europee impegnate in progetti di aiuto allo sviluppo, di essere il Pese che in Europa, in rapporto al PIL, ha stanziato la cifra più bassa.
Adesso, visto che quest'anno l'Italia ha la Presidenza del G8, è importante dimostrare che il nostro Paese è in grado di mantenere gli impegni presi. Sul sito ufficiale del summit del G8 del 2009 è scritto che «un mondo con meno povertà e disuguaglianze è anche un mondo più giusto, sicuro e stabile» e che «promuovere lo sviluppo sostenibile e la lotta alla povertà nei Paesi meno avanzati è una priorità centrale nell'agenda dei Capi di Stato e di Governo del G8». Allora, facciamo in modo che a queste parole, assolutamente condivisibili da tutti, facciano seguito fatti concreti, soprattutto per quelle fasce deboli dei Paesi più poveri rappresentate dalle donne e dai bambini. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Baio. Ne ha facoltà.
*BAIO (PD). Signor Presidente, "Non c'è sviluppo senza salute". Questo era uno slogan usato in un rapporto sulla salute delle donne da parte dell'AIDOS al quale aggiungerei un'altra frase "Non c'è futuro senza solidarietà e responsabilità".
La mozione che discutiamo oggi è stata presentata per rispondere all'appello dell'Organizzazione mondiale della sanità affinché gli Stati si adoperino per realizzare una reale salute materno-infantile, in particolar modo riguardo alla salute riproduttiva, espressione che a me personalmente non piace molto, anche se è quella utilizzata a livello internazionale. Questo è il quinto degli otto punti degli obiettivi del Millenium Development Goals - lo ha ricordato anche la relatrice, senatrice Boldi - che mira alla riduzione del tasso di mortalità materna del 75 per cento entro il 2015. È un obiettivo ambizioso al quale vogliamo lavorare con passione e convinzione. I dati in nostro possesso, riportati anche nella mozione, sono infatti una grave testimonianza di come la maternità, nonostante sia fisiologica e non patologica, provochi ancora tante, oserei dire troppe morti. Le cause sono molteplici: la mancanza o la scarsa qualità dei servizi sanitari, la carente nutrizione, l'assenza di un'educazione alla salute, che spesso non trova spazio tra chi deve cercare di sopravvivere.
L'ultimo rapporto UNICEF mette a confronto proprio i Paesi in via di sviluppo e quelli industrializzati e il divario è tanto preoccupante quanto significativo della necessità di intervento da parte delle Nazioni cosiddette ricche, anche da parte della nostra. Nei Paesi in via di sviluppo, infatti, il rischio di mortalità materna nel corso della vita è di 1 su 76, in confronto alla probabilità di appena 1 su 8.000 per le donne dei Paesi industrializzati, ma se si considerano due casi limite, quali quelli dell'Irlanda e del Niger, per i quali nel primo il rischio di mortalità materna nel corso della vita è di 1 su 47.600 (il più basso al mondo) mentre per il secondo è di 1 su 7 (il Paese con il rischio più alto), ci rendiamo conto di quanto la gravidanza, o meglio la maternità, diventi un'emergenza sanitaria, al pari delle patologie più insidiose.
Quel che dovrebbe interrogarci e scuoterci è la consapevolezza che queste morti sarebbero facilmente evitabili e prevenibili se ci fosse l'accesso ad interventi per noi ritenuti di routine. La correlazione tra salute riproduttiva e l'impegno degli Stati a favore di questa causa è molto più di una beneficenza o di un atto di generosità. Il nostro Stato non è né generoso né munifico nel momento in cui esercita questo impegno. Tale esercizio, infatti, rappresenta una responsabilità ed un atto di civiltà del nostro Paese, della nostra politica estera, oltre che della nostra politica interna che noi vogliamo ribadire, oggi, in questa sede, assumendoci impegni che vanno ad aggiungersi a quelli già assunti, senza limitarci, quindi, a confermare - che è già importante - e a riaffermare un principio che dovrebbe essere condiviso anche a livello internazionale.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, i fattori sociologici ed economici che conseguono alla morte di una donna, soprattutto se giovane, durante il periodo della gravidanza e della maternità. Non è solo un dramma affettivo, in quanto non bisogna sottovalutare il fatto che in alcuni Paesi, soprattutto dell'Africa sub sahariana (dove si registra il più alto tasso di mortalità), la donna riveste un ruolo chiave per l'economia familiare visto l'impianto ancora matriarcale di queste società. Quindi, il suo decesso provoca non solo una destabilizzazione familiare, ma anche peggiorativa della già precaria situazione economica.
Al di là della cultura e delle società dei popoli coinvolti in questo grave fenomeno, il principale dato che accomuna le donne morte per parto e per malattia ad esso conseguente è la povertà del Paese dove queste donne risiedono. I servizi sanitari sono assenti così come carentissima, per non dire del tutto assente, è l'educazione.
Questi sono dei dati che però ci interrogano e che dovrebbero rendere le promesse internazionali (e anche le promesse dello Stato italiano) molto più concrete. Purtroppo, però, oggi non è così. Per raggiungere l'obiettivo di ridurre le morti relative alla maternità e all'infanzia entro il 2015, occorrerebbero 10,2 miliardi di dollari ogni anno da parte della comunità internazionale. Durante il G8 del 2008, il Presidente del Consiglio italiano, onorevole Silvio Berlusconi, si è impegnato per una cifra pari a 2,5 miliardi di dollari per la salute globale, pari a 500 milioni di dollari all'anno. Questi fondi non sono ancora stati erogati né allocati. Non lo dice solo la senatrice Baio, ma anche la senatrice Boldi che, nella discussione svoltasi il mese di febbraio, ricordava appunto questo dato. Per correttezza, è bene che oggi lo ricordiamo fra noi per reimpegnare lo Stato italiano nella prossima finanziaria.
È infatti un impegno che non può più essere disatteso. Quindi, noi partiamo già con un ritardo che certo non incoraggia per il raggiungimento degli obiettivi. Se poi consideriamo che nel G8 del 2005 l'Italia si era impegnata per la cooperazione internazionale per lo 0,33 per cento del PIL, per arrivare al 2015 allo 0,7, e se consideriamo che, a oggi, noi non raggiungiamo nemmeno lo 0,1 per cento, questo è un dato molto deludente.
Ognuno di noi deve assumersi le proprie responsabilità, perché hanno governato gli uni e gli altri: magari gli altri per un periodo più breve, ma le responsabilità sono equamente ripartite all'interno di quest'Aula. Questi ritardi non possono essere mantenuti perché i ritardi, nei Paesi in via di sviluppo, corrispondono a delle morti certe.
Con questi dati, nel 2005, l'Italia figurava all'ultimo posto tra i Paesi donatori. A mio giudizio, questo è un dato scandaloso. Siamo riconosciuti nel mondo per essere promotori e sostenitori di una politica di rispetto dei diritti umani (perché questo ci è riconosciuto a livello internazionale), poi assumiamo degli impegni verbali che non riusciamo a concretizzare.
Su questo punto, quello della salute della donna unito a quello della salute materno-infantile, va svolta una riflessione aggiuntiva e preso un impegno più sostanzioso e sostanziale di quello assunto finora. Mi rivolgo soprattutto alla sottosegretaria Roccella, nella speranza che ci sia da parte del Governo un impegno preciso in questo senso.
Inoltre, insieme a molte colleghe, sia dell'attuale maggioranza sia dell'opposizione, abbiamo partecipato a Ginevra ad un incontro bipartisan, in collaborazione con l'Organizzazione mondiale della sanità e con l'associazione ONDA, che voleva stimolare anche l'impegno delle parlamentari italiane su questo fronte. È un impegno che già nelle precedenti legislature era stato assunto dal Parlamento e che noi vogliamo ribadire.
Oltretutto, c'erano state anche delle prese di posizione. Per esempio, nel marzo del 2008 è stato pubblicato il rapporto sullo stato di salute delle donne in Italia che è stato prodotto dalla "Commissione salute delle donne" e grazie all'allora ministro Livia Turco. Sono state fatte, quindi, una serie di scelte ben precise e circostanziate.
Io credo che oggi l'Aula debba esprimere in modo chiaro una svolta anche negli impegni economici da assumere a livello internazionale. Mi auguro che ci assumeremo questo impegno concreto in modo da lanciare, a livello internazionale e mondiale, un messaggio di speranza e soprattutto per andare incontro a quelle donne che da sole non ce la fanno e alle quali noi vogliamo tendere una mano per consentire loro di vivere serenamente una gravidanza, di poter mettere al mondo i figli che desiderano e di poterli crescere in uno stato di civiltà. (Applausi dai Gruppi PD e PdL).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Ha facoltà di parlare la rappresentante del Governo, alla quale chiedo anche di esprimere il parere sulla mozione presentata.
ROCCELLA, sottosegretario di Stato per il lavoro, la salute e le politiche sociali. Signor Presidente, per prima cosa ringrazio i firmatari della mozione perché la tutela della salute materna e infantile, e in particolare il problema dell'alta percentuale di mortalità materna e infantile in alcuni Paesi, soprattutto africani, è un problema irrisolto che si trascina da molti anni, nonostante gli impegni presi a livello internazionale, non solo da noi naturalmente. Voglio sottolineare, però, che su questo tema i finanziamenti italiani sono aumentati, in linea con l'aumento progressivo registrato dai Paesi OCSE, così come si chiede nel dispositivo della mozione.
La proclamazione degli Obiettivi del Millennio ha indotto ad una profonda revisione delle politiche di aiuto pubblico allo sviluppo a livello internazionale, favorendo un aumento della centralità del ruolo delle politiche sanitarie e, conseguentemente, un incremento delle risorse ad esse destinate da parte sia dei donatori sia dei Paesi beneficiari.
La cooperazione italiana si è adeguata a questo processo, ridisegnando le priorità geografiche e tematiche di intervento e ricercando nuove modalità di finanziamento.
In questa prospettiva, negli ultimi anni l'Italia ha incrementato il suo impegno per la soluzione dei problemi della Global Health, utilizzando a tale scopo sia quote crescenti delle risorse destinate dalle leggi finanziarie alla cooperazione allo sviluppo, sia consistenti risorse addizionali che hanno incrementato il contributo e la partecipazione del nostro Paese all'attività di importanti fondi fiduciari: il Fondo globale per la lotta all'AIDS, la tubercolosi e la malaria e l'Alleanza globale per i vaccini e l'immunizzazione (GAVI).
L'Italia ha inoltre finanziato i principali organismi multilaterali impegnati nella promozione della Salute Globale, Unicef, OMS (tramite i programmi «Maternal and Child Health» e «Making Pregnancy Safer») e il Fondo Nazioni Unite per la popolazione, fra l'altro versando anticipatamente nel 2007 parte delle risorse finanziarie programmate per il 2008.
Per quanto riguarda, in particolare, la mortalità infantile e avendo riguardo all'obiettivo del Millennio che prevede la riduzione entro il 2015 di due terzi della mortalità sotto i cinque anni di età registrata nel 1990, la cooperazione italiana sta realizzando interventi a forte impatto sullo stato di salute e di nutrizione, per ridurre il numero di decessi della prima infanzia imputabili a cause che si possono facilmente prevenire e curare.
Vengono inoltre sostenute e promosse iniziative per favorire l'utilizzo esclusivo del latte materno, la vaccinazione universale, l'igiene e il trattamento delle malattie più frequenti nell'infanzia.
A partire dal 2005 l'Italia fa parte - come ho detto - della GAVI, istituzione che promuove e sostiene il rafforzamento dei sistemi sanitari e le vaccinazioni contro le malattie dell'infanzia in 72 Paesi in via di sviluppo. L'accordo con la «International Finance Facility for Immunization» prevede un impegno italiano di 473 milioni di euro, destinato a finanziare i programmi di vaccinazione in tali Paesi dal 2006 al 2025.
Molte delle iniziative sanitarie svolte in Africa realizzano, nell'ambito dei servizi materno-infantili, attività di prevenzione della trasmissione del virus HIV dalla madre al neonato attraverso il test volontario HIV e la somministrazione di farmaci antiretrovirali alla paziente sieropositiva e al neonato.
Per quanto attiene la mortalità materna, per la quale l'obiettivo è la riduzione entro il 2015 di tre quarti della mortalità registrata nel 1990, il Ministero degli affari esteri collabora con l'UNICEF, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, l'OMS e altri partner nei Paesi che registrano forti tassi di mortalità materna, svolgendo un ruolo di sostegno e di partenariato a favore della salute delle madri e dei neonati. Attraverso programmi di sensibilizzazione e di riqualificazione dei servizi di base, la Cooperazione italiana promuove la salute sessuale e riproduttiva e, in particolare, la maternità senza rischi, tentando di incentivare l'assistenza al parto con l'impiego di personale qualificato coadiuvato dalle volontarie di comunità.
Inoltre, l'Italia sta portando avanti l'attività di lotta alle mutilazioni genitali femminili, grazie alla cooperazione decentrata e alla molteplicità di soggetti pubblici e privati, in particolare le ONG e l'associazionismo femminile.
Non citiamo i molti progetti in cui l'Italia è impegnata. Basterà solo ricordare che si sono ottenuti risultati importanti in molti Paesi beneficiari di interventi ed in particolare in Africa, dove la Cooperazione italiana ha destinato diversi contributi per i bilanci del settore sanitario in Etiopia, Uganda, Mozambico, Niger e Burkina Faso, fornendo inoltre assistenza tecnica di alta qualità nei settori della formazione e dei sistemi informativi sanitari.
Il nostro Paese, inoltre, quale firmatario della «International Health Partnership» ha incrementato nel 2008 i contributi ad alcuni Paesi (come Etiopia e Kenya), partecipando alle iniziative di armonizzazione correlate. Tale organismo si configura come un innovativo modello di partenariato fra donatori e Paesi in via di sviluppo, per un uso più organico ed efficace degli aiuti internazionali nel settore della salute pubblica.
Per questi motivi, il Governo dà parere favorevole alla mozione, chiedendo una riformulazione del primo capoverso del dispositivo in cui si impegna il Governo a «promuovere una maggiore consapevolezza e sottolineare l'importanza della salute riproduttiva, come uno strumento chiave in materia di salute globale e sviluppo». Chiediamo che le parole: «salute riproduttiva» siano sostituite dalle altre: «salute materno-infantile» sia per una maggiore coerenza del documento, visto che si cita la salute materno-infantile in altri punti, sia per chiarezza, visto che tutta la mozione è imperniata appunto sulla salvaguardia della salute materno-infantile. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Passiamo dunque alla votazione della mozione.
FOSSON (UDC-SVP-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FOSSON (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, dichiaro il nostro voto favorevole sulla mozione. Non si può votare contro una mozione di questo tipo, che cerca di favorire il parto sicuro e la promozione della salute in Paesi in via di sviluppo. Certo, il parto è un evento fisiologico e deve essere riportato in tale dimensione (ne parleremo con la prossima mozione), ma deve anche essere sicuro, questo è evidente, e sono d'accordo che si tratta di una priorità ed è quindi strategico difenderla. Ma il parto è anche un fatto culturale. Chi ha lavorato in Africa sa che, nonostante si mettano a disposizione della popolazione delle sale operatorie e delle sale parto (molto più idonee), la gente preferisce partorire nelle capanne. Quindi, è soprattutto su questo piano culturale che bisogna agire.
Voteremo a favore di questa mozione, anche se forse avremmo preferito una mozione più precisa e più concreta su alcuni aspetti. (Applausi delle senatrici Bianconi e Boldi).
BUGNANO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BUGNANO (IdV). Signor Presidente, il Gruppo dell'Italia dei Valori voterà favorevolmente questa mozione che vede, fra gli altri, anche chi parla fra i sottoscrittori.
Come è già stato ricordato da chi ha illustrato la mozione, essa nasce da una conoscenza del tema da parte di alcune parlamentari, sollecitate in un incontro avuto presso l'Organizzazione mondiale della sanità. Credo che promuovere la tutela dei diritti delle partorienti e, ovviamente, la salvaguardia della salute del neonato sia un tema fondamentale che non può avere e non ha - come dimostra questa mozione - un'appartenenza politica ma nasce e ha visto la sua formulazione da una formazione di parlamentari del tutto trasversale.
Crediamo che la tutela della salute materno-infantile sia un obiettivo prioritario da perseguire a livello nazionale ed internazionale, in ragione dei riflessi positivi che tale tutela ha, non solo sulla qualità della vita della madre e del bambino, ma sull'intera popolazione e quindi sull'intera società.
È evidente che negli ultimi anni sono cambiate molte cose rispetto alla dinamica demografica, alla mortalità e alla tipologia di assistenza prenatale e post partum, però sicuramente in molti Paesi - sono stati ricordati anche dal sottosegretario Roccella - occorre intervenire in modo deciso. Un aspetto importante, che è stato sottolineato nell'incontro che abbiamo avuto presso l'Organizzazione mondiale della sanità, è che non occorre tanto portare in quei territori nuove tecnologie dalle Nazioni più evolute quanto formare operatori del territorio che poi ovviamente rimangano su di esso e che, come ricordava bene chi ha illustrato la mozione, possano moltiplicare la conoscenza fra gli operatori e fra le stesse madri.
Questo credo sia un po' il senso di questa mozione ed il suo aspetto più importante, fare cioè in modo che gli aiuti internazionali rimangano a livello locale e servano a sviluppare la professionalità e le conoscenze delle popolazioni locali.
In conclusione, come detto, il Gruppo dell'Italia dei Valori voterà convintamente a favore di questa mozione.(Applausi dal Gruppo IdV e delle senatrici Bianconi e Boldi).
BOLDI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BOLDI (LNP). Signor Presidente, sarò brevissima. Ringrazio anzitutto il sottosegretario Roccella per il suo intervento, così puntuale, che ha illustrato l'azione del Governo italiano ed anche per aver accolto questa mozione, che nasce proprio da un lavoro corale di tutte le senatrici e anche di alcune deputate (ovviamente non presenti in quest'Aula) su tale argomento.
Naturalmente, accolgo la richiesta del sottosegretario Roccella di modificare, nel dispositivo, l'espressione "salute riproduttiva" con l'altra "salute materno-infantile", perché effettivamente quest'ultima circoscrive maggiormente l'argomento della mozione.
Mi auguro che questa mozione - la cui formulazione, ripeto, ci ha viste tutte molto convinte - sia un passo importante. Può sembrare una piccola cosa approvare una mozione di questo tipo: credo invece sia un fatto culturale molto importante, che può avere una grande resa ed un grande sviluppo. Non è sempre detto che si debba spendere moltissimo: alcune volte basta avere in quei territori persone che insegnino, ad esempio, a tagliare un cordone ombelicale con un limetta pulita e non con delle forbici che potrebbero trasmettere il tetano, per avere una minore mortalità materna e più bimbi che sopravvivono e che possono poi portare allo sviluppo di quei territori. (Applausi della senatrice Bianconi e del senatore Astore).
BIANCHI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BIANCHI (PD). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, il Gruppo del Partito Democratico voterà a favore di questa mozione, che, come hanno detto precedentemente le colleghe, nasce da un impegno trasversale di molte senatrici e deputate.
Gli impegni che chiediamo al Governo con questa mozione abbracciano una serie di argomentazioni relative alla salute della donna e alla salute materno-riproduttiva che troppo spesso sono state sottovalutate o poco considerate.
Partiamo dal presupposto che la crescita, anche economica, di un Paese è indissolubilmente legata alla presenza di un articolato sistema che sia in grado di assicurare assistenza alla popolazione in qualunque condizione, in ogni luogo, per ogni patologia e, soprattutto, a tutti coloro che ne hanno bisogno.
Vorrei ricordare a tutti noi che ogni 30 secondi una donna muore per cause legate alla gravidanza o al parto; che ogni anno 340 milioni di persone contraggono infezioni a trasmissione sessuale (HIV, incluso); che 350 milioni di coppie non hanno accesso a contraccettivi e alle informazioni utili alla pianificazione familiare, con il risultato che ogni anno si contano tra i 18 e i 20 milioni di aborti clandestini.
Direi che si tratta di una vera epidemia, un'epidemia in rosa che colpisce principalmente il Sud del mondo e che ogni anno uccide fino ad un milione di future madri.
Questa è una situazione preoccupante a cui possiamo porre rimedio soltanto attraverso il miglioramento dei sistemi sanitari in quei Paesi, la formazione di personale medico e paramedico, preferibilmente femminile, ed una efficace informazione alle donne, avendo ben presente come troppo spesso la morte per gravidanza è il risultato di carenze strutturali, di politiche sbagliate, nonché di mancanza di formazione e informazione delle donne.
Come sempre, accanto alle donne ci sono i bambini. Ed è un'amara constatazione scoprire che 200 milioni di bambini sotto i cinque anni di età non ricevono le cure sanitarie di base, che quasi 10 milioni di loro muoiono in un anno, più di 26.000 al giorno, a causa di patologie prevedibili e trattabili come, per esempio, la diarrea o la polmonite. Due milioni di questi bambini muoiono il giorno stesso in cui nascono.
Ed allora, in relazione ai dati che ho appena riportato, il nostro voto favorevole non può prescindere da una considerazione di fondo, cioè quella di non sottovalutare l'impegno economico che un tema di così grande rilevanza richiede.
Quello che noi chiediamo in questa mozione è un impegno vero a collaborare e a sostenere sempre più le organizzazioni non governative nazionali e internazionali sui temi relativi alla salute riproduttiva incrementando anche la partecipazione di professionisti e di istituzioni italiane nella definizione delle priorità e delle politiche di salute a livello globale, anche nel campo della ricerca, per sviluppare quegli interventi di prevenzione e trattamento delle complicanze della gravidanza che possano trovare applicazione anche in contesti in cui le risorse siano limitate, come quelli dei Paesi in via di sviluppo.
Tali impegni, assunti nello scorso G8 tenutosi in Giappone, devono diventare un punto cardine del G8 italiano che si terrà a L'Aquila. L'Italia deve sottolineare l'importanza della salute riproduttiva come uno strumento chiave in materia di salute globale ed inserire l'area della salute riproduttiva, materno e infantile fra le priorità della cooperazione internazionale, come punto rilevante soprattutto sul piano economico.
Non dobbiamo dimenticare che il nostro Paese, come prima ha sottolineato anche la sottosegretario Roccella, ha approvato la Dichiarazione del Millennio, che ha registrato il consenso unanime di 191 Capi di Stato e di Governo che hanno sottoscritto un patto globale di impegno congiunto tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Dalla Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite sono nati otto obiettivi che costituiscono un patto a livello planetario tra Paesi ricchi e Paesi poveri fondato sul reciproco impegno a fare ciò che è necessario per costruire un mondo più sicuro, più prospero e più equo per tutti.
Si tratta di otto obiettivi cruciali da raggiungere entro il 2015. Vorrei focalizzare l'attenzione su due di essi, rispetto ai quali risultiamo in grave ritardo perché il nostro Paese non ha investito in modo adeguato, rischiando di rimanere indietro e di non onorare l'accordo. Si tratta degli obiettivi 4 e 5, che richiedono rispettivamente di ridurre di due terzi, fra il 1990 e il 2015, il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni e di tre quarti il tasso di mortalità materna, per raggiungere l'accesso universale ai sistemi di salute riproduttiva.
Nella mozione chiediamo al Governo di assumere impegni al riguardo senza ulteriori deroghe. La nostra adesione deve essere supportata dalla certezza - e sottolineo tale termine ‑ che non si rimandi più, che si rispettino gli impegni assunti in ambito internazionale e, soprattutto, che si attribuiscano adeguate risorse (è necessario che le risorse vengano reperite), nonché che si dia centralità al sostegno della salute sessuale e riproduttiva di tutte le donne, non solo italiane, per realizzare una reale uguaglianza di diritti e di opportunità. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Peterlini).
BIANCONI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BIANCONI (PdL). Signor Presidente, signora Sottosegretario, colleghe e colleghi, il Popolo delle Libertà voterà convintamente la mozione di cui è prima firmataria la collega Boldi, perché essa rappresenta un piccolo, ma anche un grande passo verso un rinnovato impegno solidale.
Programmare aiuti internazionali per la salute riproduttiva materno-infantile nei Paesi in via di sviluppo, che è il tema della mozione in esame, e riportare anche i parti cesarei in Italia nella media europea, oggetto della mozione n. 116, che verrà successivamente discussa, rappresentano un impegno concreto che si sono assunte le parlamentari durante l'incontro a Ginevra con l'Organizzazione mondiale della sanità, promosso dall'Osservatorio nazionale sulla salute della donna.
Vorrei ricordare che tale delegazione era formata dalla senatrici Boldi, Bianchi, Baio, Bianconi, Bugnano, Rizzotti e dalle onorevoli De Camillis e Binetti. In quella occasione, l'Organizzazione mondiale della sanità ha conferito alle parlamentari presenti il ruolo di temporary advisor della stessa organizzazione, ossia il ruolo di consigliere temporaneo. Questo è certo un grande onore, ma accresce le nostre responsabilità: infatti l'approvazione di tale mozione ci consente un importante passo in avanti in Europa ed è un segnale politico importante due giorni dopo le elezioni europee.
Ogni anno, come ha spiegato molto bene la collega Boldi, circa 500.000 donne e 8 milioni di neonati muoiono a causa di complicazioni legate alla gravidanza e al parto; quasi tutti i decessi si verificano nei Paesi in via di sviluppo e nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di morti evitabili. Nei Paesi in via di sviluppo, ogni minuto una donna muore per cause legate alla gravidanza o al parto: sono 1.400 ogni giorno, oltre 500.000 ogni anno. In termini percentuali, una donna africana ogni sedici muore a causa di complicazioni legate alla gravidanza e al parto; una su 3.700 sono le donne nordamericane che muoiono per le stesse cause. Circa la metà dei neonati che muoiono ogni anno (3,4 milioni su un totale di 8 milioni) non ha avuto adeguata assistenza al parto. Si tratta di dati veramente sconfortanti, numeri che le Nazioni Unite e l'Organizzazione mondiale della sanità si sono impegnate a ridurre drasticamente entro il 2015.
Vorrei ringraziare la sottosegretario Roccella per avere dettagliato molto bene azioni che spesso e volentieri, anche in queste Aule, sono sconosciute; pensate quanto lo siano in giro per l'Italia! Eppure è un impegno che i Governi si assumono, e si tratta di azioni che hanno le braccia e le gambe dei volontari che le rendono possibili su tutto il territorio dei Paesi in via di sviluppo.
È assolutamente necessario che tutti i Paesi occidentali che ancora stanno mancando a quella promessa di aiuti internazionali risveglino le loro coscienze e sappiano fare il loro dovere. Vorrei altresì aggiungere che migliorare la salute materno-infantile nei Paesi in via di sviluppo è importantissimo per molti motivi. Il primo di essi è che aiutando i Paesi poveri contribuiamo a una maggiore stabilità mondiale sotto il profilo sanitario, sociale e politico.
Sta anche a noi muoverci nella giusta direzione e, dato che quest'anno l'Italia ospiterà il G8, con questo voto importante - è tale infatti, anche se l'Aula non è stracolma di senatori, i quali, comunque, certamente condividono l'impegno trasversale ricercato sulla mozione - avremo maggiore forza per promuovere la salute materno-infantile tra gli obiettivi chiave di questo vertice e richiedere impegni vincolanti da parte di tutti i Governi. Se manchiamo anche a questo appuntamento certamente non faremo del bene né a noi né al mondo. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Boldi).
PORETTI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
PORETTI (PD). Signor Presidente, dispiace davvero registrare che al dibattito sulla mozione al nostro esame, nonché su quelle precedenti partecipi un numero esiguo di senatori. Si potrebbe definire un dibattito tra donne su temi che interessano le donne; evidentemente gli uomini sono interessati più a discutere del dopo elezioni che delle questioni che ci riguardano più da vicino.
Io e il senatore Perduca non voteremo questa mozione; non voteremo contro, ma neppure a favore.
Registro soltanto una questione: nella premessa si cita un dato impressionante. Mi riferisco a quello inerente gli aborti realizzati in condizioni non sicure che causano il decesso di 68.000 donne, cioè il 13 per cento di tutte le morti legate alla gravidanza. Nel dispositivo, tale il dato scompare. Non interessa? I Paesi in via di sviluppo non devono avere tra gli obiettivi la procreazione cosciente e responsabile? Si deve parlare solo di salute riproduttiva? Sarà pure un termine tecnico utilizzato a livello internazionale, però a me non va che si parli soltanto del procreare come bestie, casomai con l'assistenza del veterinario, e non si parli di procreare responsabilmente e, in caso, anche di poter abortire se le condizioni sanitarie e di salute lo permettono. (Applausi del senatore Perduca e della senatrice Marinaro).
PERDUCA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, mi astengo nella votazione, ferma restando la necessità di aumentare l'impegno italiano per la cooperazione e lo sviluppo. Non credo al riguardo che le rassicurazioni della sottosegretario Roccella siano sufficienti per dimostrare una variazione di tendenza del nostro Governo.
Si è più volte evocata la lunga lista dei cosiddetti obiettivi del Millennio; ebbene, tali obiettivi sono tutti incentrati sull'emancipazione femminile. Sono l'unico uomo che partecipa a questo dibattito e mi dispiace che nessuna delle senatrici intervenute abbia ricordato questa finalità: l'emancipazione femminile. Il problema è tutto lì: quante delle gravidanze alle quali avete voluto dare centralità in questa mozione sono volute? Quanti sono i matrimoni contratti con una scelta indipendente dalla consorte? Nel 1929 il mondo aveva 2 miliardi di abitanti, nel 1959 3 miliardi di abitanti, due o tre anni fa abbiamo visto venire alla luce il 6 miliardesimo abitante di questo pianeta. Se vanno investiti dei soldi e anche revisionate le politiche, ciò va fatto indirizzandoli nel controllo delle nascite, che è il risultato dell'emancipazione femminile.
Si spendono sicuramente molti soldi per questo, che è un palliativo necessario ma non sufficiente, perché il problema resta la sovrappopolazione mondiale. 6 miliardi di persone, che sono diventate tali in soli 50 anni, sicuramente non aiutano la vita del pianeta, comprese le piante e le rocce. Sicuramente non credo che possano essere considerati il frutto di una maternità voluta dalle donne che sono, nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo, vittime di abusi, soprusi e di politiche individuali, ma anche dello Stato che le tratta come oggetto. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Metto ai voti la mozione n. 89 (testo 2), presentata dalla senatrice Boldi e da altre senatrici.
È approvata.
Sui lavori del Senato
PRESIDENTE. La Conferenza dei Capigruppo, riunitasi questo pomeriggio, ha approvato modifiche al calendario corrente e il nuovo calendario dei lavori fino al 25 giugno.
Nella seduta antimeridiana di domani saranno discusse le mozioni sul parto cesareo.
Per quanto riguarda il disegno di legge sull'etichettatura dei prodotti alimentari, già previsto dal calendario precedentemente approvato, l'esame viene rinviato ad altra data, su richiesta del Governo in relazione all'apertura di una procedura comunitaria.
Nella seduta pomeridiana di domani sarà esaminato - ove concluso dalla Commissione - il disegno di legge comunitaria 2008, auspicabilmente fino alla sua conclusione. Si ricorda che per il voto finale è richiesta la presenza del numero legale.
La Presidenza ha preso atto della richiesta, accolta a maggioranza dai Capigruppo, di non tenere seduta nella giornata di giovedì 11 giugno, in occasione della cerimonia che si svolgerà in Aula alle ore 11, nel corso della quale pronuncerà un discorso il Presidente dell'Unione Africana, Gheddafi.
Pertanto le sedute di questa settimana si concluderanno domani sera.
La prossima settimana, oltre all'eventuale seguito del disegno di legge comunitaria, sarà discusso il disegno di legge quadro in materia di contabilità di Stato e finanza pubblica. In vista dei ballottaggi elettorali del 21 e 22 giugno, le sedute con votazioni si concluderanno nella serata di mercoledì 17 giugno. Il sindacato ispettivo sarà pertanto anticipato alla seduta antimeridiana di giovedì 18.
Il calendario della settimana successiva alla prossima prevede l'esame del bilancio interno del Senato a cominciare dalla seduta antimeridiana di martedì 23 giugno. Gli ordini del giorno dovranno essere presentati entro le ore 17 di martedì 16. Successivamente saranno esaminate le ratifiche del Trattato di Prum e della Convenzione ONU contro la corruzione, nonché eventuali altre ratifiche definite dalla Commissione.
Infine inizierà l'esame del disegno di legge in materia di sicurezza pubblica.
Programma dei lavori dell'Assemblea, integrazioni
PRESIDENTE. La Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, riunitasi questo pomeriggio con la presenza dei Vice Presidenti del Senato e con l'intervento del rappresentante del Governo, ha adottato - ai sensi dell'articolo 53 del Regolamento - le seguenti integrazioni al programma dei lavori del Senato per i mesi di per i mesi di aprile, maggio e giugno 2009:
- Disegno di legge n. 1397 - Legge quadro in materia di contabilità e finanza pubblica nonché delega al Governo in materia di adeguamento dei sistemi contabili, perequazione delle risorse, efficacia della spesa e potenziamento del sistema dei controlli
- Disegno di legge n. 733-B - Disposizioni in materia di sicurezza pubblica (Approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati).
Calendario dei lavori dell'Assemblea
PRESIDENTE. Nel corso della stessa riunione, la Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari ha altresì adottato - ai sensi dell'articolo 55 del Regolamento -modifiche al calendario corrente e il nuovo calendario dei lavori fino al 25 giugno 2009:
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Mercoledì |
10 |
giugno |
ant. |
h. 9,30-13 |
- Mozioni nn. 116, 135 e 137, sul parto cesareo
- Disegno di legge n. 1078-B - Legge comunitaria 2008 (Approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati) (Voto finale con la presenza del numero legale) |
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" |
" |
" |
pom. |
h. 16,30-20 |
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Il termine per gli emendamenti al disegno di legge (Legge comunitaria 2008) sarà stabilito in relazione ai lavori della Commissione.
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Martedì |
16 |
giugno |
pom. |
h. 17-20 |
- Eventuale seguito disegno di legge n. 1078-B - Legge Comunitaria 2008 (Approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati) (Voto finale con la presenza del numero legale)
- Disegno di legge n. 1397 - Legge quadro in materia di contabilità e finanza pubblica |
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Mercoledì |
17 |
" |
ant. |
h. 9,30-13 |
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" |
" |
" |
pom. |
h. 16,30-20 |
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Giovedì |
18 |
giugno |
ant. |
h. 9,30 |
- Interpellanze e interrogazioni |
Gli emendamenti al disegno di legge n. 1397 (Legge quadro in materia di contabilità e finanza pubblica) dovranno essere presentati entro le ore 19 di giovedì 11 giugno.
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Martedì |
23 |
giugno |
ant. |
h. 11-13,30 |
- Doc. VIII, nn. 3 e 4 - Bilancio interno e rendiconto del Senato
- Eventuale seguito disegno di legge n. 1397 - Legge quadro in materia di contabilità e finanza pubblica
- Disegno di legge n. 586-905-955-956-960-B - Ratifica trattato di Prum (Approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati)
- Disegno di legge nn. 816-848-1594 - Ratifica convenzione ONU contro corruzione
- Ratifiche di accordi internazionali definite dalla Commissione
- Disegno di legge n. 733-B - Disposizioni in materia di sicurezza pubblica (Approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati)
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" |
" |
" |
pom. |
h. 16,30-20 |
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Mercoledì |
24 |
" |
ant. |
h. 9,30-13 |
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" |
" |
" |
pom. |
h. 16,30-20 |
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Giovedì |
25 |
" |
ant. |
h. 9,30-14 |
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Giovedì |
25 |
giugno |
pom. |
h. 16 |
- Interpellanze e interrogazioni |
Gli ordini del giorno al bilancio interno del Senato dovranno essere presentati entro le ore 17 di martedì 16 giugno.
Gli emendamenti ai disegni di legge di ratifica e al disegno di legge n. 733-B (Sicurezza pubblica) dovranno essere presentati entro le ore 19 di giovedì 18 giugno.
Ripartizione dei tempi per la discussione del disegno di legge n. 1078-B
(Legge comunitaria 2008)
(7 ore, escluse dichiarazioni di voto)
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Relatore |
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30' |
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Governo |
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30' |
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Votazioni |
1 h. |
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Gruppi 5 ore di cui: |
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PdL |
1 h. |
33' |
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PD |
1 h. |
20' |
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LNP |
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37' |
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IdV |
|
31' |
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UDC-SVP-Aut |
|
30' |
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Misto |
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28' |
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Dissenzienti |
|
5' |
Sulla visita del leader libico Gheddafi in Senato
PERDUCA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, avevo chiesto di parlare in apertura di seduta per fare - mio malgrado - i complimenti alla Presidenza del Senato. A questo punto, dopo quanto è stato annunciato poco fa, cioè che addirittura non terremo la nostra seduta per far parlare un dittatore in quest'Aula giovedì mattina alle ore 11, è chiaro che mi rimangio anche il pensiero di aver voluto in qualche modo congratularmi con la Presidenza.
Ci si è assunti la responsabilità, trovando l'escamotage di farlo intervenire come Presidente di turno dell'Unione Africana, di far parlare in questa sede chi manda a morte chi lo critica. Io spero che tutti i senatori presenti qui e che saranno presenti giovedì mattina alle 11 sappiano assumersi le loro responsabilità in virtù della mozione che abbiamo adottato poco fa. Credo infatti che ciò debba essere considerato il modo migliore per onorare la nostra vita di politici. In essa vi era un passaggio significativo secondo cui i diritti umani fondamentali della nostra Costituzione, della Dichiarazione universale e del Trattato per la costituzione dell'Unione europea "rappresentano l'orizzonte comune dei popoli di tutto il mondo e devono costituire un riferimento costante per la politica internazionale e, in particolare, per l'iniziativa dei governi democratici nei confronti dei Paesi in cui tali diritti sono disconosciuti e conculcati". Bene, il re dei re questo fa tutti i giorni. Avete adottato tutti quanti qui presenti - pochi, devo dire, del Gruppo del PdL - una mozione che questo prevede nella premessa; ricordatevelo giovedì mattina.
Per quanto riguarda la delegazione radicale nel Gruppo del PD, sicuramente praticheremo le nostre convinzioni. (Applausi delle senatrici Poretti e Carloni).
VITALI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VITALI (PD). Signor Presidente, vorrei anch'io intervenire a proposito della visita in Italia del Presidente della Libia, il colonnello Muammar Gheddafi.
Nei giorni scorsi la presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage di Ustica, che è stata anche nostra collega, la senatrice Daria Bonfietti, ha inviato una lettera al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Nei giorni scorsi, la presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage di Ustica, che è stata anche nostra collega, la senatrice Daria Bonfietti, ha inviato una lettera al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Di questa lettera hanno dato notizia anche i mezzi di comunicazione di massa.
In essa la presidente dell'Associazione fa presente che più volte il presidente Gheddafi, in dichiarazioni pubbliche, ha dichiarato di conoscere le ragioni per le quali l'aereo fu abbattuto sui cieli di Ustica nel 1980. Queste dichiarazioni sono tali da imporre, secondo quanto afferma la presidente in questa lettera, che venga fatta luce. La presidente chiede quindi che vi sia un incontro dell'Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica con il colonnello Gheddafi.
Credo sia molto importante che anche la Presidenza del Senato si faccia carico di questa istanza, poiché più volte in quest'Aula abbiamo discusso di mozione relative a tale tema. E' molto importante, per la sovranità e la dignità nazionale, che si faccia piena luce sulle ragioni che portarono all'abbattimento di quell'aereo e credo che questa richiesta, fatta dall'Associazione dei parenti delle vittime al Governo italiano, debba necessariamente trovare ascolto anche da parte della Presidenza del Senato, che potrebbe farsi carico di far presente il problema direttamente al Presidente del Consiglio.
PRESIDENTE. La Presidenza prende atto della sua richiesta.
PEDICA (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, quando ho letto l'agenzia sull'esito della Conferenza dei Capigruppo sono rimasto davvero esterrefatto per la grave decisione assunta. Infatti, come ha affermato il collega Perduca, far parlare una persona che rappresenta una vergogna per l'Italia, per tutti quelli che sono stati cacciati via, un dittatore che non sa nulla di diritti umani è come far parlare in Aula Totò Riina. E' la stessa cosa.
Noi, in Aula, giovedì, facciamo parlare un dittatore che ha sulle spalle tanti e tanti omicidi: ciò equivale a far parlare nell'Aula del Senato Totò Riina. È una decisione che non ha eguali in un Paese come l'Italia, considerato che noi dobbiamo difendere quelli che il dittatore Gheddafi ha espulso anni fa, e che ancora ne pagano le conseguenze: e voi lo invitate in Aula!
È una vergogna di questo Paese e lo dimostreremo, come ha detto il collega Perduca, con voce alta per sensibilizzare il Paese sul fatto che si accoglie un dittatore, una persona che non riconosce i diritti umani. Io, Totò Riina, in Aula non lo voglio! (Applausi dei senatori Carlino e Perduca).
CARLONI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARLONI (PD). Signor Presidente, anch'io non mi aspettavo questa decisione. Non ne ho compreso le motivazioni e quindi desidero chiedere alla Presidenza quali sono le ragioni per sospendere i lavori parlamentari in occasione della visita di un Capo di Stato e se esistano precedenti di questo tipo al Senato. (Applausi dei senatori Poretti, Perduca e Pedica).
PRESIDENTE. La Presidenza prende atto della sua richiesta.
DIVINA (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signor Presidente, al di là dei toni usati dal Gruppo dell'Italia dei Valori, che non solo sono non condivisibili, ma neanche opportuni, perché irresponsabili, l'obiezione che il senatore Perduca ha sollevato ha un fondamento di condivisione.
Dobbiamo essere però estremamente seri, perché in questo momento non stiamo rappresentando una parte dell'elettorato, un gruppo che ci potrebbe chiedere animosamente di fare battaglia, di impugnare e brandire armi e sciabolare, ma siamo legislatori rappresentanti di tutto il Paese e abbiamo una grande responsabilità. Se dovessimo fermarci all'affermazione secondo cui il nostro Paese deve rifiutare rapporti con Paesi esteri al cui interno c'è poca democrazia e magari governano dittature conclamate, probabilmente farei fatica a trovare in Africa un Paese che non rappresenti una forma di dittatura più o meno autoritaria.
È impensabile ritenere di non intrattenere rapporti con i Paesi africani; non solo è impensabile, ma è anche inopportuno. Una cosa però è intrattenere rapporti, altra è invitare in un Parlamento - francamente non riusciamo capire a quale titolo - un Capo di Stato estero sul quale magari qualche obiezione possiamo anche sollevarla.
Bisognerebbe capire in che modo i Capigruppo hanno optato per questa scelta, che oggettivamente lascia tanti di noi, anche da questa parte, un po' perplessi. Pertanto, semmai, per quel tanto che ormai quest'Aula può deliberare e influire, potremmo chiedere ai Capigruppo di rivedere la loro posizione, decidendo di ospitare questo Capo di Stato nelle sedi opportune, diplomatiche, dove rappresentanze tanto politiche quanto istituzionali possono intrattenere i rapporti opportuni e del caso, evitando un piccolo incidente. Proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere se qualcuno - sciaguratamente o sconsideratamente - facesse azioni che gli competono e che sono legittime in un Parlamento: ne potrebbero derivare effetti negativi su quel delicatissimo equilibrio che abbiamo provato ad instaurare con la Libia, con cui da dopo il 1979, cioè dall'insediamento di Gheddafi, abbiamo sempre avuto grandi difficoltà di relazione. Abbiamo chiuso la grande partita del colonialismo, della richiesta dei danni di guerra e abbiamo avanzato una nuova richiesta di collaborazione al fine di aiutare l'Europa, in questo caso l'Italia, a controllare l'immigrazione clandestina.
Abbiamo tentato di allacciare nuovi rapporti con Paesi africani difficili, proprio perché governati non da strutture democratiche. Non mandiamo tutto all'aria, proprio per la grande responsabilità che spetta - e che il Presidente può richiamare - tanto ad una parte politica quanto all'altra di quest'Aula. Appare però condivisibile la richiesta di rivedere le decisioni assunte dai Capigruppo.
PORETTI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PORETTI (PD). Signor Presidente, mi unisco all'appello del senatore Divina. Questa decisione è piombata in Aula, anzi l'abbiamo appresa un attimo prima dalle agenzie stampa, e davvero non si capisce come sia possibile sconvocare l'Aula di giovedì mattina, come sottolineato dalla senatrice Carloni, ed interrompere i lavori parlamentari per invitare, non si sa come e a che titolo, un dittatore. L'escamotage del Presidente dell'Unione Africana ovviamente non voglio che venga utilizzato come risposta. Ripeto, si invita qui un dittatore verso il quale neanche noi vogliamo impedire che vi siano rapporti diplomatici che, anzi, in questo senso, vanno rafforzati affinché la Libia finalmente adotti e sottoscriva quelle convenzioni internazionali sui diritti dei rifugiati, sulla tratta delle donne, e su tanti altri temi ancora.
Quindi, ben vengano i rapporti diplomatici per costringere un Paese a uscire dal regime dittatoriale e affidarsi alla democrazia. Tuttavia, invitare Gheddafi in quest'Aula, dove ci sono stati soltanto altri due precedenti, di ben altro spessore - è evidente a tutti - come re Juan Carlos e Kofi Annan, ed avere come terzo ospite d'eccezione un dittatore della statura di Gheddafi, a capo di un Paese dove si pratica la pena di morte, davvero fa venire i brividi.
Per questo mi unisco all'appello del senatore Divina affinché, per lo meno, l'Aula possa discutere della decisione dei Capigruppo: che sia l'Aula ad assumere una decisione di tale gravità, che sia motivata, e che qualcuno ci venga a spiegare l'utilità di interrompere i lavori parlamentari per dare la parola al dittatore Gheddafi.
Poi, ciascuno si assumerà la responsabilità individuale di votare in una direzione o in un'altra: meglio consentire all'Aula del Senato di fare il suo lavoro o meglio stare qui ad ascoltare un dittatore. (Applausi del senatore Perduca).
NEGRI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
NEGRI (PD). Signor Presidente, credo che il senatore Divina abbia tolto noi tutti d'imbarazzo. La sua proposta è perfetta, totalmente condivisibile: non c'è alcun motivo per esporre questo Senato - e di conseguenza la diplomazia italiana, il Governo italiano, noi stessi, noi tutti - ad imbarazzanti episodi.
Non condivido personalmente la decisione assunta; mi pare dunque che il senatore Divina ci abbia offerto una soluzione organizzativa, politica, diplomatica di grande interesse. Chiederei personalmente di riconvocare la Conferenza dei Capigruppo e di soprassedere su questa imbarazzante decisione. (Applausi del senatore Perduca).
PEDICA (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Senatore Pedica, lei è già intervenuto.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, si tratta solo di una precisazione.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà, in via eccezionale.
PEDICA (IdV). Non so se ho ascoltato male: sottolineo però che nella Conferenza dei Capigruppo c'è stato un netto dissenso da parte dell'Italia dei Valori.
PRESIDENTE Tutti i Capigruppo hanno votato a favore, tranne quello dell'Italia dei Valori.
PEDICA (IdV). Infatti, non abbiamo neanche votato a favore dell'accordo con la Libia. Sono d'accordo con il senatore Divina sul fatto che il tema andrebbe discusso in Aula, perché la decisione della Conferenza dei Capigruppo non esprime sicuramente la volontà dei nostri rappresentanti in Aula.
PRESIDENTE. La Presidenza prende atto della richiesta.
Interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza una interpellanza e interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 10 giugno 2009
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, mercoledì 10 giugno, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 19,59).