Testo integrale della dichiarazione di voto del senatore Pedica sulle mozioni 1-00073 (testo 2), 1-00136 e 1-00138
Signor Presidente, cari colleghi, la convergenza di tutti gruppi parlamentari sull'impegno per dare giustizia e democrazia alla Birmania è ammirevole. Non capita spesso che le nostre forze politiche siano concordi all'unisono sulla linea che il Governo deve tenere, che sia in politica interna o in politica estera. Questo è uno di quei miracoli e certamente se si è potuto compiere è anche grazie al lavoro, incessante da vent'anni, che un personaggio eccezionale come Aung San Suu Kyi ha condotto. Un lavoro di denuncia, di impegno politico, di strenua resistenza civile e culturale alle spire della dittatura, che ha portato ad assegnare a San Suu Kyi il premio Nobel per la pace nel 1991 e che ha portato alla presa di posizione comune di tutta l'Assemblea.
Non mi stanco di ripeterlo: la Birmania è retta da un governo dittatoriale che soggioga la popolazione tramite una strategia di violenza e brutalità. Una lista dolorosa ne include:
- stupri come arma di guerra interna, con la diffusione dell'HIV a livello epidemico;
- deportazione per lavoro forzato, come nell'ultimo progetto di costruzione del muro che divide la Birmania dal Bangladesh, nel quale sono attualmente impiegati 250 diversi lavoratori ogni 3 giorni, sotto costrizione e senza paga né cibo;
- utilizzo dei soldati bambino nelle guerre contro i gruppi in rivolta;
- pulizia etnica contro le minoranze etniche come quella dei Karen, che ha causato la fuga dei cittadini dentro il paese e qualcosa come 100.000 rifugiati solo in Thailandia;
- divieto di costituire ogni forma democratica di gestione della sovranità popolare, come i partiti e i sindacati;
- bando della testate giornalistiche e dei mezzi informatici di comunicazione;
- connivenza con l'economia criminale, tanto che la Birmania si colloca come il secondo produttore di oppio al mondo, e come primo produttore di anfetamine in tutta l'Asia.
Fra tutti gli aspetti raccapriccianti di questo sistema di terrore, quello che mi ha colpito di più è stato l'utilizzo che viene fatto dalla giunta militare delle mine antiuomo. Soltanto due governi - il birmano e il russo - e una manciata di gruppi armati non governativi, hanno fatto uso di queste armi in anni recenti. Ma nel caso birmano è l'incomprensibilità della violenza che rende ancora peggiore quello che è un crimine contro l'umanità.
Si legge nel rapporto dell'associazione per la promozione dei diritti umani, Human Rights Watch (HRW), redatto sulla base delle denunce raccolte fra i superstiti delle popolazioni birmane che continuano a vivere in villaggi situati nelle zone remote del Paese (come i villaggi Mon o Karen), che la situazione è precipitata nel novembre scorso, stagione del raccolto del riso, principale fonte di sostentamento della popolazione locale. I militari hanno voluto impedire agli abitanti dei villaggi di raccogliere il riso, al fine di indebolire ancora di più la popolazione, e per raggiungere lo scopo non solo hanno minano strade e viali che portano ai campi, ma hanno anche piazzato mine antiuomo intorno ai campi e di fronte alle abitazioni private.
La giustificazione che il Governo dà a questa terribile campagna è quella di separare i gruppi armati dalla popolazione civile, ma le mine e gli altri esplosivi uccidono solo persone innocenti.
I militari, per evitare "inutili" perdite, si avvalgono poi della pratica di utilizzare civili per accertare la presenza di mine nelle strade: profughi o persone strappate con la forza dai propri villaggi vengono costrette ad anticipare il passaggio dei militari in una operazione definita "filtraggio del cammino". Ma la barbarie non finisce qua. La giunta militare ha infatti previsto una sorta di "multa" nel caso un civile in avanscoperta faccia scoppiare una mina: in caso di morte, le famiglie sono costrette a pagare una imposta che corrisponde a circa 10 dollari, una somma molto rilevante in Birmania, considerato che un operaio guadagna al mese 3,5 dollari. Il livello di perversione che risiede nel far pagare alle famiglie le ingiustizie che subiscono è la peggiore delle atrocità, ricorda i crimini nazisti e la propaganda del terrore di Goebbels.
E l'ipocrisia dei militari lascia poche speranze: soltanto lo scorso 26 ottobre 2006 all'Assemblea generale delle Nazioni Unite il delegato birmano aveva dichiarato: "Ci opponiamo all'uso indiscriminato di mine antiuomo che causano la morte e il ferimento di persone innocenti in tutto il mondo". Per poi aggiungere che è legittimo l'uso per la difesa personale. Difesa personale? Difesa dei militari dai contadini disarmati? Si capisce allora che i governanti hanno bisogno di difendersi dai loro governati, perché tanta e tale sono la loro rabbia e le loro sofferenze che un cedimento del governo potrebbe portare a scontri sanguinosi.
Questo è il meccanismo, in sintesi, su cui si costruisce una dittatura: la guerra civile fra il potere e la popolazione. Non possiamo quindi che condannare il sistema ed adoprarci per una transizione democratica dello stesso, a partire dalla totale sospensione di ogni rapporto economico e politico con il governo, fino al sostegno, anche finanziario, alle associazioni che lottano per la libertà del paese asiatico.
Per tutti questi motivi, cari colleghi, vi chiedo di votare positivamente alla mozione, superando in modo ammirevole le divisioni partitiche, così come l'Italia dei Valori si è impegnata a fare considerando positivamente le altre mozioni all'ordine del giorno. Su temi internazionali così delicati come questo non debbono esistere frammentazioni, in quanto il nostro Paese ha l'obbligo morale di proporre al resto del mondo una azione compatta, che possa avere, proprio per il sostegno totale, una possibilità di credito e di riuscita.
Con questo auspicio chiudo, cari colleghi, e mi auguro che la Birmania possa essere governata non più da un partito che si chiama ufficialmente Consiglio per la Pace e la Democrazia, ma che poi, neanche troppo ufficiosamente, mette in pratica la guerra e il sottosviluppo. La Birmania e la sua popolazione coraggiosa si meritano un partito che viene da un ventennio di lotte per l'affermazione della democrazia: Lega nazionale per la democrazia in Birmania, alla cui leader, pacifista, premio Nobel ed icona della resistenza non violenta, Aung San Suu Kyi, esprimo ancora una volta tutta la mia solidarietà e il mio invito a non arrendersi a lottare ancora.
La nostra mozione, doverosa, insieme alle altre spero contribuisca ad un cambiamento troppo a lungo negato in Birmania.