Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (543 KB)

Versione HTML base



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 188 del 08/04/2009


PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulla questione di fiducia secondo i tempi riparti dalla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi.

È iscritto a parlare il senatore D'Ubaldo. Ne ha facoltà.

D'UBALDO (PD). Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi senatori, la notizia che adesso il Governo ha ufficializzato, circa la volontà di porre la questione di fiducia a questo disegno di legge, riduce chiaramente lo spazio e la virtuosità del nostro dibattito. Ciascuno di noi è chiamato a questo punto a fissare alcune posizioni che servano a rendere chiaro il quadro delle responsabilità e il senso degli indirizzi generali.

Questo provvedimento, che nasce per rispondere all'emergenza relativa al settore automobilistico e a quello degli elettrodomestici, è diventato, come spesso avviene nell'iter parlamentare, qualcosa di molto diverso: è ormai un assemblaggio di diverse proposte, indicazioni, suggestioni, incentivi ed altro.

Ci dobbiamo porre il problema se deve essere questo il modo in cui il sistema Paese guarda alle istituzioni con fiducia e serenità e se è questo il modo per uscire dalla crisi in cui si attanaglia non solo la nostra ma, come è noto, l'intera economia mondiale.

All'orizzonte vi sono segnali di relativo ottimismo, come accennato da alcuni, tra cui di recente anche il Governatore della Banca d'Italia. Eppure, è proprio di queste ore una notizia che rappresenta un piccolo campanello d'allarme. Mi riferisco al fatto che nel Regno Unito le obbligazioni della Corona che dovevano essere collocate sul mercato, non sono state compiutamente ed integralmente sottoscritte dallo stesso. Evidentemente, siamo ancora lontani dal ripristinare la fiducia di cui l'economia ha bisogno.

Signori del Governo, colleghi senatori, quando la crisi diventa acuta e quando il sistema si "imballa", in genere si pensa di riattivarlo attraverso un'incentivazione del ruolo, della funzione e della responsabilità degli enti locali. Recentemente, un grande commentatore, lucido come sempre, Eugenio Scalfari, l'ha ricordato a noi tutti e credo che sia giusto rammentarlo perché non è una questione che possa dividere il Parlamento tra chi è favorevole e chi è contrario, ma è una scelta che in genere corrisponde all'interesse generale del Paese. Cosa c'è per riattivare il volano dell'economia locale secondo una funzione attiva degli enti locali? Pochissimo, veramente poco.

Recentemente l'Associazione nazionale dei Comuni italiani ha ricordato che sono impigliati nei bilanci comunali circa tre miliardi di avanzi di amministrazione e circa 15 miliardi di residui passivi. Sono risorse che potrebbero essere destinate ad un processo necessario, quello della riattivazione della nostra economia, operando più investimenti, realizzando più opere pubbliche, riattivando e rilanciando la macchina della nostra attività produttiva locale.

Eppure, nel provvedimento in questione - il relatore ne ha accennato fugacemente ed in maniera poco chiara - c'è davvero una misura che contraddice questo spirito e questa volontà. È vero, si stabilisce che i Comuni virtuosi possono riaprire parzialmente i cordoni della spesa, e derogare parzialmente al Patto di stabilità. Questa opportunità, però, è circondata da un eccesso di cautele e, soprattutto, cari colleghi, si accompagna ad una misura che suona come una beffa. Infatti, nel giro di pochi giorni, entro il mese di maggio, quando le Regioni già avranno chiuso i loro bilanci, si dovrebbe procedere ad un'operazione rocambolesca: i Comuni virtuosi dovrebbero aprire e dilatare la propria spesa e, contestualmente, le Regioni dovrebbero rimodulare il loro Patto di stabilità al ribasso. Si capisce perfettamente che questa è un'operazione inagibile. Quindi, è davvero non tanto una beffa, ma qualcosa che francamente umilia anche noi stessi che sinceramente stiamo discutendo del nulla. Credo che dobbiamo interrogarci sulle ragioni di tanta rigidità.

Vorrei aggiungere molte altre osservazioni, ma concludo ricordando solo che noi stiamo pagando i frutti e gli esiti della finanza creativa. Il ministro Tremonti sostiene di avere sempre previsto tutto. Quando era Ministro del tesoro nel 2001 ha lasciato che si aprisse questo nuovo corso della finanza creativa; i Comuni hanno dilatato i loro investimenti, hanno prolungato ed allungato il proprio debito, hanno fatto ricorso a tutti i nuovi sistemi di finanziamento. Oggi ci accorgiamo che il debito - poca cosa rispetto a quello del sistema Paese - è cresciuto troppo ed allora dobbiamo intervenire. Se fossimo intervenuti prima, mantenendo una posizione di razionalità e di coerenza, oggi non registreremmo un indebitamento eccessivo, ma avremmo l'occasione per operare virtuosamente, in modo tale da fare degli enti locali una leva sana ed utile per il rilancio della nostra economia. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nerozzi. Ne ha facoltà.

NEROZZI (PD). Signor Presidente, la discussione che stiamo svolgendo rischia di apparire, per varie ragioni, del tutto surreale. Infatti, abbiamo perso il conto dei provvedimenti adottati dal Governo per contrastare la crisi, provvedimenti parziali e sempre più inadeguati e drammaticamente in ritardo. Una politica dei coriandoli, qualcuno l'ha definita, ma i coriandoli vanno bene per le feste e qui non c'è proprio nulla da festeggiare.

È una discussione surreale perché è l'ennesima volta - ho perso il conto anche di questo - che discutiamo di un provvedimento "prendere o lasciare" e sappiamo già in partenza che questo sarà un dibattito che non porterà a nessuna modifica della situazione.

Noi ci siamo e non rinunciamo a dire le nostre ragioni perché abbiamo la presunzione di parlare ad una parte grande del Paese.

I dati a nostra disposizione mostrano una realtà ogni giorno più drammatica.

Alcuni istituti di ricerca hanno elaborato delle analisi che prevedono entro il 2010 oltre un milione di posti di lavoro persi nel triennio, mentre alla fine di questo anno i disoccupati in più sarebbero circa 500.000, con un tasso di disoccupazione che dovrebbe salire a oltre il 9 per cento, e al 10 per cento nel 2010, a fronte del 7,4 per cento del 2008. Più di questi numeri parlano le file dei cittadini comuni, per lo più anziani, davanti alle mense della Caritas e addirittura gli aumenti dei furti di alimenti nei supermercati.

È bene ricordare che, anche per quei lavoratori che sono in cassa integrazione, il rischio di trovarsi nella fascia della povertà è sempre più reale. Gli ultimi dati della cassa integrazione mostrano un aumento superiore al 200 per cento, con picchi del 300 per cento per alcuni comparti produttivi. Le peggiori situazioni investono il metalmeccanico (più 782 per cento), il metallurgico (più 768 per cento), il chimico (più 591 per cento) e i trasporti e la comunicazione (con più dell'851 per cento). Sono sostanzialmente colpite tutte le Regioni italiane. Le 52 settimane di cassa integrazione stanno per esaurirsi; da più parti viene richiesto al Governo di raddoppiarle: sarebbe una cosa giusta e necessaria.

Se alcune misure presenti nel decreto sono condivisibili - penso al settore dell'auto - ci domandiamo perché non siano state introdotte prima, in tempo per provare ad interrompere questo disastro. Una misura come quella relativa ai LSU della scuola, che è positiva e di cui apprezziamo l'inserimento in questo decreto, è però scritta in un modo che si presta a molte interpretazioni.

Sabato scorso si è svolta a Roma una grande manifestazione di lavoratori, di un pezzo del nostro Paese che soffre quotidianamente in prima persona questa crisi. Da quella manifestazione è arrivato un invito al Governo: apriamo un tavolo di confronto, uniamo le forze. A questa richiesta, tutt'altro che evasiva, si è risposto parlando di scampagnate e di tavolini rivoltati. Siamo - lasciatemelo dire - all'irresponsabilità, siamo al contrario di ciò che un Governo dovrebbe fare in questa situazione.

Noi, come PD, abbiamo avanzato delle proposte concrete e sostenibili finanziariamente. Penso all'estensione della cassa integrazione, all'assegno di disoccupazione e ancora alla proposta di una moratoria contro il licenziamento per tutto il 2009 dei precari della pubblica amministrazione. Si tratta di una proposta che coglie un dramma reale che rischia di investire circa 400.000 lavoratori. Inoltre, abbiamo proposto una tassazione straordinaria per i redditi più alti, a cominciare da quelli dei parlamentari.

Abbiamo promosso una battaglia parlamentare che alla Camera ha dato luogo all'approvazione, con il consenso della maggioranza, di una mozione per rendere meno stringente il Patto di stabilità degli enti locali, anche se il giorno dopo tale proposta è stata messa in discussione.

Ora ci aspettiamo i fatti. Centinaia di imprese rischiano di chiudere a causa dei mancati pagamenti degli enti locali e dell'inasprimento delle linee di credito degli istituti bancari. Facciamo in modo di evitare di spendere soldi pubblici in ammortizzatori sociali nei casi in cui è lo Stato a chiudere le aziende; e comunque evitiamo che queste aziende chiudano. Il nostro è un pacchetto di proposte concrete, semplici e sostenibili finanziariamente.

Il ministro Sacconi ha più volte detto che esistono 32 miliardi per gli ammortizzatori sociali, tra fondi ordinari e straordinari. Non si comprende allora la reticenza del Governo ad assumere le nostre proposte che, tra l'altro, non arriverebbero a costare queste cifre. Se il problema è la copertura, anche a rischio di essere tacciato di demagogia, non posso non ricordarvi che in questo Paese esiste una sacca enorme di evasione fiscale. Sarà il caso di far pagare in Italia solamente i 200.000 contribuenti che dichiarano più di 120.000 euro lordi annui; sarà il caso di far pagare quei signori prima o poi.

Lo so, è facile demagogia, ma certo la battaglia all'evasione senza più controllo sugli assegni e la cancellazione dall'elenco dei fornitori oggi sarà più difficile di ieri. Certamente l'aver voluto premiare i produttori di latte che non hanno rispettato le regole, a scapito dei tanti che le hanno rispettate pagando in proprio, non è il modo migliore per inviare un messaggio di serietà al Paese.

Alle nostre proposte avete risposto con misure parziali, inadeguate, tardive. Credo che avesse ragione il ministro Tremonti quando pochi giorni fa ha sostenuto che chi non ha saputo prevedere il disastro non può essere in grado di prevedere il futuro.

Voi non siete stati in grado di prevedere il disastro, visto che tra le prime azioni assunte dal Governo avete pensato bene di detassare gli straordinari e cancellare l'ICI per le case di lusso, e non potete quindi prevedere il futuro, né siete in grado di mettere in campo una politica adeguata per il presente di questa crisi. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Castro. Ne ha facoltà.

DE CASTRO (PD). Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, il decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5, reca misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi, nonché disposizioni in materia di produzione lattiera e rateizzazione del debito nel settore lattiero-caseario. Un provvedimento che, per volontà del Governo, nasce per sostenere i settori industriali che producono auto, mobili, elettrodomestici e per rivedere la disciplina tributaria per i distretti produttivi e l'aggregazione tra imprese, ma che non ha previsto nessuna misura per la crisi del settore agro-alimentare.

Onorevoli colleghi, a prescindere dall'incompatibilità e dalla palese forzatura regolamentare, è evidente che l'inserimento del decreto quote latte all'interno del provvedimento anticrisi (in cui è peraltro confluita la disciplina di rateizzazione del debito del settore lattiero caseario originariamente contenuta dal decreto-legge 5 febbraio 2009, n. 4, che, come è noto, è stato ritirato dal Governo), non risponde in alcun modo alle istanze di sostegno richieste a gran voce dal mondo produttivo dell'agricoltura e della pesca.

Il paradosso, signor Presidente, è che di fronte alla crisi economica internazionale le recenti manovre approvate dal Governo non hanno in nessun caso contemplato le parole «agricoltura» e «pesca». Una spiacevole novità tutta italiana, come dimostra il fatto che i principali Paesi europei hanno adottato manovre anticrisi includendo al loro interno misure specifiche per il rilancio competitivo del comparto. A titolo di esempio, cito soltanto il caso della Francia che ha visto il ministro dell'agricoltura Barnier varare un piano di circa 300 milioni di euro per sostenere i redditi degli agricoltori.

Al di là dei paragoni è importante evidenziare che l'agricoltura italiana e il settore lattiero-caseario, nello specifico, affrontano oggi uno scenario fatto di mille difficoltà amplificate dalle deficienze strutturali e organizzative e dalla crisi internazionale. I costi produttivi e gli oneri sociali sono raddoppiati; nell'ultimo anno per l'acquisto dei fattori produttivi sono stati registrati aumenti medi del 7 per cento; i prezzi all'origine, dopo una fase di rialzo della prima metà dello scorso anno, sono scesi in media del 7 per cento con punte del 35-50 per cento nel mercato dei cereali; i redditi degli agricoltori, dopo l'aumento registrato nel 2008, sono ovunque in calo; migliaia di posti di lavoro sono a rischio (penso al tabacco, ad esempio) e tantissime imprese agricole, costrette sempre più spesso all'indebitamento, stanno uscendo dal mercato.

In questa situazione, onorevoli colleghi, gli agricoltori stanno lottando per ottenere ciò che nei precedenti anni è sempre stato loro garantito. Mi riferisco alle agevolazioni previdenziali, al fondo di solidarietà nazionale, agli sgravi fiscali.

Oggi per il rilancio competitivo del comparto agro-alimentare il mantenimento dello status quo non può più bastare. È necessaria una strategia, che abbia una prospettiva di medio-lungo termine, che sappia attivare interventi strutturali profondi. È su questo che bisogna riflettere.

Venendo alle disposizioni contenute nell'articolo 8-bis del provvedimento, recante misure urgenti in materia di produzione lattiera e rateizzazione del debito nel settore lattiero-caseario, noi del Partito Democratico, come abbiamo ricordato anche ieri in Commissione, non avremmo mai modificato la legge n. 119 del 2003, che all'epoca è stata votata dalle attuali maggioranza ed opposizione e che ha prodotto buoni risultati.

Voglio ricordare, signor Presidente, che il Partito Democratico durante l'intero iter parlamentare ha voluto seguire un atteggiamento costruttivo - dato che responsabilmente siamo tutti interessati a chiudere definitivamente l'annosa vicenda delle quote latte - e condiviso anche da tutte le altre forze di opposizione presenti in Parlamento, a cui si è unito lo sforzo profuso dalla maggior parte delle organizzazioni agricole professionali scese in piazza nel corso delle precedenti settimane, per esprimere, a nome degli allevatori italiani onesti, la totale contrarietà al provvedimento del Governo.

Tutto ciò, comunque, ha prodotto dei risultati che ci sentiamo in dovere di rivendicare. Mi riferisco al fatto che oggi siamo tornati a discutere del provvedimento approvato in prima lettura dal Senato, da questa Assemblea, ed al cui interno è inserita, non per volontà del Governo ma solo in seguito ad un parere condizionante della Commissione bilancio, su invito dei senatori del PD, la rinuncia espressa ai contenziosi per i produttori che aderiscono alla rateizzazione del proprio debito.

Il ritorno al testo approvato dal Senato ha reso possibile anche la proroga al 31 dicembre 2009 delle agevolazioni contributive agricole nelle zone svantaggiate (Mezzogiorno ed aree svantaggiate del Centro-Nord). È stato infatti sventato il tentativo della Commissione agricoltura della Camera che, attraverso un emendamento, aveva ridotto i tempi di tale importantissima proroga al 30 settembre, portando allo sconcerto molte aziende agricole meridionali. Sempre alla Camera, in seguito ad alcuni emendamenti presentati dai deputati della Lega e successivamente approvati in Commissione agricoltura, si era corso concretamente il rischio di un indebolimento della rinuncia ai contenziosi. Mi riferisco alla disciplina della revoca delle quote e, in particolare, al tentativo strumentale di introdurre il termine "reiterato" nei casi di mancato pagamento delle rate. Anche in questo caso, fortunatamente, la ferma contrarietà di tutti i partiti dell'opposizione, e anche di una parte della maggioranza, e le numerose proteste delle organizzazioni agricole sono riuscite a bloccare l'approvazione del provvedimento.

Apprezziamo, infine, l'accoglimento dell'ordine del giorno presentato dai colleghi del Partito Democratico alla Camera sul rifinanziamento del Fondo di solidarietà nazionale in agricoltura, anche se siamo convinti che i 110 milioni di euro siano insufficienti e che, quantomeno, deve essere garantito da questo Governo quanto è stato fatto in precedenza. E ricordo che le precedenti due finanziarie hanno stanziato 220 milioni sia per il 2007 che per il 2008. Quindi, signor Presidente, nonostante tali aggiustamenti, restiamo del parere che il testo sia una palese ingiustizia. La maggior parte delle proposte di modifica presentate al Senato e alla Camera, sia in Commissione agricoltura sia in Aula, puntualmente non sono state approvate dal Governo. Eppure, si è sempre trattato di emendamenti condivisi dal mondo produttivo e dalla maggioranza ed a volte all'unanimità dalle Regioni italiane.

Le nostre - onorevoli colleghi - sono state proposte orientate al miglioramento del testo originario e concepite esclusivamente per tutelare i tantissimi allevatori onesti che nel corso degli anni hanno rispettato le regole ed agito nella legalità. In definitiva, signor Presidente, a coloro i quali hanno continuato a produrre latte ignorando la legge avevamo chiesto semplicemente di pagare gli arretrati delle multe e di rinunciare ai contenziosi intrapresi per l'ottenimento delle nuove quote. Proposte chiare, semplici e all'insegna dell'onestà che, tuttavia, sono state respinte dal Governo che, pur di tutelare gli interessi di pochi allevatori disonesti, ha dovuto proseguire per la sua strada ignorando le proposte dell'opposizione condivise dalle Regioni e dalle organizzazioni professionali che - come ricordavo - sono ritornate in piazza.

Sono queste le ragioni per cui oggi, grazie peraltro ad una forzatura regolamentare che rischia di creare un precedente preoccupante per la democrazia del Paese, ci troviamo a discutere di quote-latte all'interno di un provvedimento sulla crisi dei settori industriali su cui - come ci è stato detto poco fa - è stata posta l'ennesima questione di fiducia. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bugnano. Ne ha facoltà.

BUGNANO (IdV). Signor Presidente, mi sarebbe piaciuto se in questo provvedimento avessimo potuto affrontare anche la fase della discussione degli emendamenti ma, come al solito e come spesso accade con questo Governo, viene posta la questione di fiducia su temi che, come qualche altro collega ha già detto prima di me, non appartengono alla maggioranza o all'opposizione, ma appartengono al Paese e che quindi meriterebbero una discussione approfondita, non solo sulle proposte che vengono dal Governo, ma anche sulle proposte che, attraverso gli emendamenti, vengono fatte dall'opposizione.

Peccato, perché ho letto (nonostante tutto, sapendo già che comunque sarebbe stata posta la fiducia) gli emendamenti che sono stati proposti, e ve ne erano alcuni che, seppur proposti dall'opposizione a mio parere avrebbero meritato, di essere accolti. Infatti, essi sarebbero sicuramente andati a migliorare un provvedimento che, a parere dell'Italia dei Valori, del Gruppo che rappresento, è buono nelle intenzioni ma che poi, nel momento in cui è stato scritto, come spesso è accaduto in quest'anno di Governo Berlusconi, è stato scarso nelle misure concrete che si pensa di adottare.

C'è un aspetto in ordine al quale mi sarebbe piaciuto che questo provvedimento avesse potuto essere migliorato e comunque essere più coraggioso: quello delle piccole e medie imprese. Dico questo perché è indubbio che il nostro sistema imprenditoriale si è storicamente sviluppato intorno ad un gruppo nutrito di grandi imprese operanti in settori strategici e ad alta intensità di capitale, ma anche intorno ad un mondo, ad un'ampia platea di piccole e piccolissime imprese a loro volta attive soprattutto nei cosiddetti settori tradizionali delmade in Italy. L'equilibrio tra le due dimensioni aveva in passato assicurato la possibilità di mantenere ed accrescere la nostra competitività; ma alla progressiva fuoriuscita delle grandi imprese nel corso dei passati decenni ha invece corrisposto la tenuta ed il consolidamento del sistema di piccole e medie imprese. In tale scenario non è risultato marginale il ruolo dei distretti industriali. Il nostro tessuto produttivo è così riuscito anche in anni recenti a superare, senza subire impatti particolarmente devastanti, le fasi cicliche avverse.

Ricordo che in un sistema imprenditoriale europeo caratterizzato da una larga prevalenza di piccole e medie imprese, l'Italia si distingue per una particolare diffusione della dimensione micro delle imprese. Cito un dato: le oltre 3.600.000 microimprese italiane costituiscono il 94,6 per cento del totale e danno occupazione a poco più della metà degli addetti complessivi, a fronte di quote molto più contenute per tutti gli altri principali Paesi europei. Inoltre, a differenza di quanto avvenuto negli altri Paesi europei, l'Italia ha accentuato il proprio modello di specializzazione, sbilanciato versi i settori tradizionali, in cui è relativamente minore l'importanza dell'economia di scala. Quindi, lo ripeto, la prevalenza di piccole e piccolissime imprese si è consolidata a fronte di una crescita contenuta, per esempio, dei settori dell'high tech.

Ecco perché mi sarebbe piaciuto che su questo mondo, che rappresenta la maggior parte del nostro tessuto produttivo, si fosse intervenuti in maniera più incisiva. Ciò anche perché, lo ricordava il relatore Cursi, presidente della 10a Commissione, è ormai da un anno che in Commissione attività produttive discutiamo e ci interroghiamo, approvando anche documenti in modo unitario, in ordine alle piccole e medie imprese e poi ci ritroviamo ad approvare provvedimenti legislativi che in realtà incidono in misura assolutamente insufficiente su tale settore. La globalizzazione dell'economia ha contribuito ad un rapido diffondersi della crisi congiunturale. In questa fase recessiva, purtuttavia, la maggiore flessibilità delle piccole e medie imprese ha consentito ugualmente, come ho detto, di cogliere le opportunità provenienti dall'estero.

Quindi, anche in uno scenario in cui la crisi mondiale è indubbia, il settore delle piccole e medie imprese sta adeguatamente combattendo la crisi.

Voglio ricordare un tema che considero importante, ma che nel presente decreto-legge trova una risposta assolutamente inadeguata. Si tratta della questione relativa al credito alle piccole e medie imprese. Dagli ultimi dati diffusi dalla Banca d'Italia, risulta che la crescita del credito bancario proprio nel settore delle piccole e medie imprese è fortemente diminuita: si è passati dal 12 per cento della fine dell'anno 2008 all'attuale 8 per cento. Tale debolezza emerge anche in relazione alla dinamica degli incagli rispetto ai prestiti: anche in questo caso il disagio nel rimborso dei prestiti appare più gravoso proprio per le piccole e medie imprese. Inoltre, aumenta il numero delle imprese che si sono viste rifiutare la richiesta di affidamento con una restrizione che, anche in questo caso, sembra colpire soprattutto le piccole e medie imprese. Non parlo poi dell'inasprimento dei criteri applicati per l'approvazione di prestiti e l'apertura di linee di credito a favore, per l'87,5 per cento dei casi, delle piccole imprese. L'irrigidimento riguarda soprattutto l'ammontare del prestito o della linea di credito; condizioni peggiorative vengono poi applicate anche sulle scadenze e sulle garanzie richieste dalle banche.

Vorrei sollecitare il Governo - visto che fino ad oggi non è stato fatto sostanzialmente nulla - affinché venga approfondito il tema, particolarmente importante, del rapporto tra le banche e le imprese in Italia. In genere le piccole dimensioni aziendali fanno sì che l'autofinanziamento sia limitato e, quindi, vi sia una sottocapitalizzazione - come ci hanno riferito tutte le associazioni di categoria sentite dalla 10ª Commissione permanente - e dunque il finanziamento esterno, che si concentra tradizionalmente nel credito bancario, diventi sostegno vitale per le piccole e medie imprese. In particolare, appare necessario accrescere fortemente la capacità del sistema bancario di valutare il rating tecnologico delle imprese, il contenuto innovativo dei progetti e i relativi potenziali ritorni sull'economia.

Concludo il mio intervento preannunciando che il Gruppo Italia dei Valori esprimerà un voto contrario sul provvedimento in esame sul quale è stata posta la questione di fiducia, non perché - come ho già chiarito all'inizio del mio intervento - le motivazioni del provvedimento non siano valide, ma perché ancora una volta il Governo ha voluto sottrarsi ad un confronto che avrebbe potuto essere costruttivo e migliorativo, in una situazione in cui - lo voglio ricordare - l'emergenza della crisi è interesse non del centrodestra né del centrosinistra, ma degli italiani. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Filippi Marco. Ne ha facoltà.

FILIPPI Marco (PD). Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, ancora una volta - come è stato già evidenziato - ci troviamo nella situazione paradossale di una discussione avulsa da un provvedimento per il quale è stata posta la questione di fiducia, negando nuovamente le prerogative proprie del Parlamento e con esse gli spazi e le possibilità di introdurre modifiche e miglioramenti. Signor Presidente, il problema non riguarda la decorrenza dei termini di un provvedimento che ha ancora qualche giorno di vita, ma - come è del tutto evidente - la consapevolezza di aver introdotto norme che hanno poco a che fare con l'emergenza e l'urgenza e soprattutto fanno strame di princìpi legislativi e procedurali; inoltre, tali norme fanno sì che (lo affermo senza equivoci) obiettivi in linea di principio condivisibili diventino nella sostanza motivo di inevitabile divisione, anziché occasione di possibile convergenza ed auspicabile condivisione.

Mi riferisco, in particolar modo, alle norme introdotte all'articolo 7, riguardanti in maniera significativa il settore dei trasporti e delle infrastrutture. Il comma 3-bis dell'articolo 7, inserito durante l'esame del provvedimento alla Camera dei deputati, introduce alcune modifiche all'articolo 20 del decreto‑legge n. 185 del 2008, proprio recentemente convertito in legge, in materia di norme straordinarie per la velocizzazione delle procedure esecutive di progetti facenti parte del quadro strategico nazionale. In particolare, la lettera a) attribuisce al commissario i poteri sostitutivi degli organi ordinari e straordinari; a tal fine, egli può derogare ad ogni disposizione vigente, nel solo rispetto della normativa comunitaria sull'affidamento dei contratti pubblici nonché dei princìpi generali dell'ordinamento giuridico. In sostanza, la disposizione ricalca la norma relativa al cosiddetto super commissario del modello protezione civile, cui sono attribuiti i poteri connessi allo stato di emergenza, dichiarato ai sensi dell'articolo 5 della legge n. 225 del 1992, ed estesi, ai sensi dell'articolo 5-bis del decreto-legge n. 343 del 2001, ai grandi eventi. Tali poteri consentono ai commissari di agire per mezzo di ordinanze in deroga ad ogni disposizione vigente, con il solo limite del rispetto dei princìpi generali dell'ordinamento giuridico.

Insomma, con la nuova procedura viene meno il vincolo esplicito al rispetto della normativa in materia di tutela ambientale e paesaggistica, nonché di tutela del patrimonio storico, artistico e monumentale. La norma, come si comprende agilmente, tende a trasformare l'ordinario in straordinario e, di conseguenza, l'efficienza, che da tempo - verrebbe da dire, ovunque nel nostro Paese - non costituisce più una prassi, diventa esclusiva prerogativa di emergenza e poteri eccezionali. È una cultura dell'emergenza - e viene da dire - dello Stato militare, di polizia, che progressivamente state sostituendo ad uno Stato che state invece smantellando inopinatamente, senza far applicare le leggi che ci sono e, di conseguenza, farle rispettare.

Così pure il comma 3-ter dell'articolo 7 che prevede che i contratti di servizio relativi al trasporto pubblico ferroviario abbiano una durata minima non inferiore ai sei anni, rinnovabili di altri sei; "abbiano" e non "possono avere": non è più una facoltà per le Regioni. Questa norma, a noi dispiace particolarmente proprio perché l'8a Commissione del Senato - il presidente Grillo è qui presente - stava conducendo un pregevole lavoro di audizioni con i vertici di Ferrovie e con le Regioni, finalizzato proprio ad un atto di indirizzo in tal senso, ma di certo più organico e, soprattutto, direi più rispettoso e, forse, mi permetto, anche più persuasivo nei confronti delle Regioni che, lo ricordo, hanno in tale materia poteri concorrenti a quelli dello Stato.

All'articolo 7-bis avremmo preferito e sarebbe stata più giusta, anziché una nuova norma che sospende fino a dopo le elezioni l'applicazione delle ingiuste e propagandistiche norme sul servizio di autotrasporto a noleggio con conducente (le auto NCC, tra l'altro oggetto anche della recente audizione nel question time), direttamente la soppressione di queste disposizioni, che sono davvero ingiustificate e ingiustificabili.

Infine, all'articolo 7-octies si riconosce l'opportunità di una somma modesta e, peraltro anche discutibile, al risarcimento, neppure simbolico, nei confronti degli obbligazionisti di Alitalia; un risarcimento che prevede ancora una volta la copertura del fondo previsto con l'impiego improprio e sciagurato dei fondi FAS per le aree sottosviluppate. Ci sarebbero stati, invece, margini per modificare le fonti di copertura e dare maggior consistenza e differente natura a quei dovuti risarcimenti; magari sostituendo - come avremmo proposto - le vecchie obbligazioni con le nuove emissioni dei titoli di Stato e impiegando nei termini più congrui e previsti i fondi FAS. La vicenda Alitalia, colleghi, non è chiusa e meno che mai si chiude con questo atto. Ritorneremo, alla ripresa della pausa pasquale, sul tema che riguarda i lavoratori di Alitalia, quelli in cassa integrazione che non hanno ancora ricevuto l'indennizzo dovuto nonostante i mesi passati; quelli che, nonostante le tutele al reddito, rischiano comunque la perdita di abilitazione al volo; quelli che, per incapacità sostanziale dell'improvvisato management, rischiano il licenziamento dalla nuova compagine, che per quanto alleggerita e ridotta continua inesorabilmente a perdere quote significative di mercato e con esse entrate necessarie per l'equilibrio di bilancio, davvero ancora molto lontano.

Concludo, signor Presidente, ricordando le norme sulle quali le Commissioni competenti erano impegnate con il lavoro proprio e ordinario, i cui intuibili esiti lasciavano prefigurare una possibile convergenza degli obiettivi e di certo una più organica e precisa definizione della norma, ma anche un maggior rispetto dei rapporti istituzionali. Crediamo che le relazioni tra enti ed istituzioni siano ancora un bene ed una risorsa importante, sulla quale investire per trovare le migliori soluzioni nel governo dei problemi del Paese. Evidentemente, così non è avvertito da questo Governo, che utilizza il Parlamento come un proprio scendiletto e che può disporre - e lo fa - di una maggioranza plaudente e al suo servizio, pronta a ricevere acriticamente quanto il dominus chiede ed ordina.

L'alterazione sistematica e lo stravolgimento costante delle prassi e delle procedure istituzionali rendono il Parlamento nei fatti - ancor prima che nel giudizio - anziché una risorsa a disposizione del Paese, un intralcio e un ingombro da evitare finché possibile, o da saltare quando l'impatto è reso inevitabile dalle norme ancora vigenti. Così facendo e continuando, il giudizio di inutilità, di spreco delle risorse pubbliche, nonostante i nostri rutilanti affanni, sarà a breve - se già non lo è - inesorabile nell'opinione pubblica e nel giudizio prevalente del Paese. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Granaiola. Ne ha facoltà.

GRANAIOLA (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, siamo ormai al sesto provvedimento sulla crisi: ancora una volta, ci troviamo di fronte un provvedimento insufficiente a fronteggiare una crisi economica e sociale che rischia di essere devastante per il nostro Paese e alla quale si aggiunge la drammaticità degli ultimi eventi dovuti al terremoto in Abruzzo.

Ancora una volta, siamo di fronte ad un provvedimento frazionato, episodico, frettoloso e scollegato da un disegno complessivo in grado di darci una reale opportunità di ripresa. Tanta fretta da porre addirittura la questione di fiducia, mentre è ancora in discussione il disegno di legge n. 1195, che, tra l'altro, contiene alcune norme che si sovrappongono o rischiano di sovrapporsi a quelle inserite in questo decreto-legge: penso al tema dei distretti industriali e delle reti d'impresa.

Molto di più si sarebbe potuto fare, ad esempio, sul terreno degli ammortizzatori sociali e del sostegno al reddito: per quanto riguarda gli anziani e le fasce deboli della popolazione, più che le facilitazioni per il decoder sarebbero stati utili interventi di contrasto alla povertà, di sostegno al reddito e soprattutto di salvaguardia dei servizi sociali essenziali. Per quanto riguarda le prestazioni occasionali di tipo accessorio, questa poteva essere un'occasione per fare chiarezza, facendo emergere una parte di lavoro nero e dando una possibilità vera ai giovani di cominciare a entrare nel mondo del lavoro, anche utilizzando la rete del volontariato italiano e le organizzazioni sociali e culturali: anche questa norma, però, è insufficiente, confusa ed estremamente limitata.

Pur avendo apprezzato quella parte del decreto-legge che propone misure di semplificazione delle procedure relative agli ammortizzatori sociali, l'aumento del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, gli incentivi per l'auto e per i veicoli non inquinanti e gli aiuti ai settori tessile, dell'abbigliamento e calzaturiero, dobbiamo purtroppo constatare che le risorse messe a disposizione sono ancora una volta troppo poche e spesso ripagate dalle stesse imprese in termini di maggiori entrate da loro recuperate e riduzioni di spese relative a investimenti a loro favore.

È negativo anche il fatto che si continui ad attingere ai fondi FAS, sottraendo ingenti risorse finanziarie per lo sviluppo del Mezzogiorno.

Questa disattenzione per le sofferenze delle persone, per le difficoltà delle piccole e medie imprese e per le aree deboli del nostro Paese fa sì che il giudizio sul decreto-legge anticrisi non possa che essere negativo. Dopo mesi di ottimismo, il Presidente del Consiglio ha quasi ammesso nei giorni scorsi che anche l'Italia è in crisi. Fino a qualche giorno fa eravamo l'unico Paese baciato dalla fortuna: noi non avevamo problemi. Tuttavia l'economia italiana è entrata in recessione già dal secondo trimestre del 2008. Da allora, abbiamo registrato un vistosissimo calo della produzione industriale, la chiusura di molte aziende, l'aumento del ricorso alla cassa integrazione, il calo delle esportazioni, la crescita della disoccupazione; interi settori sono entrati in grave difficoltà. L'insieme di questi fattori ha avuto ripercussioni negative sulla distribuzione dei redditi, sulle buste paga; basti pensare alla perdita di posti di lavoro, all'ulteriore restrizione delle possibilità occupazionali dei giovani. I poveri si sono ulteriormente impoveriti.

Consapevoli di ciò, abbiamo presentato proposte tese a sostenere i settori più deboli della società italiana e le piccole e medie imprese. In modo particolare abbiamo cercato di porre all'attenzione del Governo la grave situazione di crisi del settore del turismo, uno dei settori ancora trainanti della nostra economia, peraltro così sottovalutato dalla maggioranza. Fra un mese circa comincia la stagione turistica estiva. I dati del 2008 e i primi dati del 2009 fanno impressione. La perdita è secca e si va ad aggiungere al continuo scivolamento verso il basso della nostra economia turistica, che dura ormai da qualche anno. In questi anni di crisi si è aperto un contenzioso tra Stato, Regioni e concessionari demaniali, i quali hanno proposto di rivedere la normativa vigente in materia di canoni concessori, ritenuti troppo pesanti vista la restrizione dei mercati turistici. Gli operatori balneari pongono con forza il problema di rivedere complessivamente una disciplina che punisce chi più investe e favorisce chi ha posizioni di maggior favore nell'ambito delle concessioni demaniali, parificando un po' tutto verso l'alto.

Le richieste dei concessionari erano confluite in un accordo tra il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al turismo, le Regioni e le categorie del settore per affrontare questo annoso problema; ma il decreto che ha accolto l'intesa non ha ancora prodotto alcun risultato, per un semplice motivo: fino ad oggi questo Governo non ha fatto altro che promettere iniziative mirabolanti anche nel settore del turismo, per distogliere in realtà l'attenzione dal fatto che intanto, con la manovra di bilancio, si tagliavano pesantemente le già esigue risorse destinate al turismo stesso. Non solo, i 48 milioni che il Governo Prodi aveva destinato al settore sono stati distolti dalle loro finalità originarie concordate con le Regioni, ovvero l'innovazione del settore turistico-alberghiero, per finanziare non meglio precisati progetti di eccellenza. Si tagliano i soldi all'ENIT e nello stesso tempo, con la scusa di ridurre il numero di consiglieri di amministrazione, si punta in realtà al commissariamento dell'Agenzia nazionale per il turismo. Infine, di fronte al nostro emendamento teso a risolvere l'eterno contenzioso tra demanio e concessionari demaniali e a prevedere misure dei canoni di concessione più contenute, una diversa e più ampia classificazione delle aree demaniali, in modo da calmierare i prezzi e facilitare l'aumento dell'afflusso di turisti, si è risposto ancora una volta no: parere contrario del relatore, Governo conforme.

Abbiamo inoltre proposto di introdurre un credito d'imposta finalizzato alla rottamazione degli arredi, della biancheria, dei tessuti degli alberghi e delle altre strutture ricettive per consentirne la riqualificazione, e un emendamento teso ad armonizzare le aliquote IVA applicate alle imprese turistiche al 7 per cento, avvicinandole a quelle europee visto che quelle italiane sono tra le più alte. Ma, anche in questo caso: parere contrario del relatore, Governo conforme. Questo ripetuto ritornello è lo specchio del tipo di collaborazione che la maggioranza ci offre.

Davvero si pensa che un settore come il turismo, che potrebbe essere rilanciato e costituire un'ancora di salvezza per la nostra economia e per l'occupazione, possa rimanere fuori da un decreto-legge che affronta proprio il problema dei settori in crisi? E in generale essere escluso da tutti i provvedimenti finora adottati? Che senso ha allora pensare al ripristino di un Ministero del turismo e fare accordi-quadro che non trovano mai una effettiva applicazione? Ancora spot, enunciazioni ad effetto, ma ben poco di concreto: tanti protocolli d'intesa inesorabilmente disattesi. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Fontana. Ne ha facoltà.

FONTANA (PD). Signor Presidente, colleghe e colleghi, nell'affrontare la discussione sulla fiducia al disegno di legge di conversione del decreto-legge oggi in esame sono tante le motivazioni che mi spingono ad esternare quel senso di disagio e di delusione che da alcuni mesi sta diventando sempre più acuto e profondo. Innanzitutto, i tempi. In una esigua manciata di ore in questa Aula - e in pochi minuti in Commissione - ci troviamo costretti a discutere ed approvare un testo che contiene interventi che coprono le tre aree più sensibili agli effetti negativi della crisi in atto: imprese, lavoratori (quindi famiglie) ed enti locali. È esattamente il contrario della serietà che il nostro ruolo imporrebbe e che il momento drammatico esigerebbe. In secondo luogo, le regole istituzionali per l'ennesima volta calpestate e sfregiate.

È impressionante osservare il cammino dei decreti-legge che il Governo ha emanato in questi mesi. Preceduti da annunci roboanti, che di volta in volta creano nel Paese aspettative fuori misura, i testi, strada facendo, raccolgono di tutto, per diventare infine una sorta di contenitore omnibus, mancando così di organicità e di chiarezza rispetto agli obiettivi che ci si pone. Stavolta però credo si sia superato il limite, con l'assorbimento nel decreto in esame di un altro decreto-legge, quello sulle quote-latte, che si stava avviando verso la non conversione in legge, grazie alla convinta battaglia delle opposizioni, delle associazioni di categoria e delle migliaia di allevatori e agricoltori che chiedevano a gran voce un ripensamento nel segno della legalità, dell'equità e del rispetto delle regole. Ci eravamo illusi che potesse esserci un sussulto di buon senso, che potessero prevalere l'ascolto e il confronto, in modo da risolvere la questione senza alimentare ulteriori tensioni e senza umiliare chi si è mosso dentro la legge. Invece no. Avete scelto la strada della forzatura, assegnando la questione delle quote-latte ad un provvedimento estraneo al settore agricolo, uscendo da ogni logica e prassi parlamentare, il tutto condizionato dalla necessità di chiudere contrasti ed esigenze divergenti in seno alla maggioranza stessa.

Nel merito, restano pertanto valide per noi tutte le argomentazioni e le critiche espresse in sede di approvazione qui al Senato di quel decreto-legge, oggi diventato maxiemendamento all'interno di qualcos'altro. Tempi e regole, quindi, ma soprattutto il motivo vero del disagio cui accennavo è il fatto che l'oggetto di questo decreto-legge è la crisi e lo è per la sesta volta in pochi mesi; è il fatto che le risposte vengono date, come tutte le altre volte, in maniera frammentata, parziale, disorganica, tardiva - quello sugli incentivi alle auto ne è un esempio - quindi inefficace, inadatta e insoddisfacente. È l'assenza di risposte al dramma di migliaia di lavoratori che vedono ridotto il proprio reddito se non addirittura la mancanza di lavoro.

Oggi i giornali ci parlano dei dati sul ricorso alla cassa integrazione ordinaria, cresciuta a marzo del 925 per cento rispetto ad un anno fa; dell'aumento del 102 per cento della cassa straordinaria e del 46 per cento della disoccupazione, con picchi di incremento da capogiro: più 7.000 per cento di cassa integrazione ordinaria nel settore metallurgico, più 1.700 per cento nel settore della lavorazione del legno, più 1.350 per cento nel chimico, più 1.300 per cento nel settore meccanico, e il raddoppio delle ore autorizzate anche nel settore edilizio. Tutti sappiamo bene che, oltre a questi dati, vi sono migliaia di persone che non ricadono in queste statistiche e sono coloro per i quali il diritto alla tutela del reddito non è previsto. In questa situazione faccio un appello: la si smetta di fare propaganda e annunci cui non seguono atti concreti rispetto ad un problema estremamente serio, rispetto a chi oggi sta pagando il prezzo più alto della crisi. È inaccettabile che in questi mesi si sia continuamente parlato in televisione e sui giornali di 9 miliardi di euro a sostegno del reddito, di estensione degli ammortizzatori sociali a chi non ha tutele previste dall'ordinamento, quando in realtà quei lavoratori non riscuotono un euro da qualche mese.

Cosa diciamo loro? Continuiamo a dire di aspettare? E intanto le norme sono sempre più confuse, pasticciate, si sovrappongono le une alle altre in maniera incoerente e incomprensibile. Si è tuttora in attesa dei provvedimenti attuativi, proprio nel momento in cui la crisi sembra stia raggiungendo il suo picco più alto. Da qui la proposta del Partito Democratico di misure immediate, secche, chiare, inclusive che assumono come orizzonte la volontà di non lasciare indietro nessuno. A questo s'intreccia la questione relativa agli enti locali. Ne ha parlato molto bene il senatore D'Ubaldo e quindi non mi soffermo sul significato di tutto il suo intervento, teso ad evidenziare come la rinegoziazione del Patto di stabilità interno possa essere veramente una leva per gli investimenti e uno strumento di rilancio per l'economia.

Voglio soffermarmi su un'altra questione. Oggi i Comuni sono in prima linea a dover far fronte all'onda d'urto dell'impoverimento incipiente di migliaia e migliaia di cittadini. È del tutto evidente che nei Comuni si sta verificando una sorta di imbuto della domanda sociale. È del tutto evidente che le famiglie che vanno in difficoltà si stanno rivolgendo ai Comuni chiedendo aiuto e sostegno e che questa domanda richiede interventi solleciti, forti e incisivi da parte delle amministrazioni pubbliche. Tanti sono i Comuni che, nonostante le gravi difficoltà economiche, hanno approvato e stanno approvando piani e pacchetti anticrisi. Ma fino a quando reggeranno? Fino a quando potranno sopportare interventi che, da una parte, stanno mettendo a dura prova la loro autonomia finanziaria e, dall'altra, hanno operato tagli pesanti sui fondi per le politiche sociali e, aggiungo, sulle politiche per la scuola, veri strumenti e opportunità per uscire dalla crisi?

Quale politica anticrisi è questa? Si pensa forse che un taglio degli organici di 4.000 posti in Lombardia non ricadrà sulle politiche che gli enti locali dovranno mettere in campo nel prossimo anno scolastico? Il malessere sta crescendo. Un movimento di protesta trasversale sta caratterizzando l'azione di tanti sindaci che si sentono traditi. Un giorno si approva all'unanimità una mozione sulla rinegoziazione del Patto di stabilità interno, il giorno dopo s'inserisce un emendamento che invece è ben lontano dalle necessità reali del Paese.

Signor Presidente, come Partito Democratico abbiamo fatto proposte serie, fattibili, concrete. In quest'Aula avremmo potuto affrontare anche la discussione su questo provvedimento con approfondimenti che credo sarebbero stati interessanti, ma, ancora una volta, ci è stato impedito dalla richiesta di fiducia da parte del Governo; ancora una volta, le nostre proposte vengono scartate a priori. Continueremo comunque con la nostra azione di opposizione determinata e responsabile che ha a cuore gli interessi generali del Paese. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mura. Ne ha facoltà.

MURA (LNP). Signor Presidente, gentili colleghi senatori, onorevole Sottosegretario, questo provvedimento ha come obiettivo quello di introdurre delle misure urgenti a favore dei settori industriali in crisi. La strada intrapresa fino ad oggi ha portato all'adozione di un pacchetto di aiuti che in prima analisi sembra avere un raggio di intervento abbastanza limitato, concentrandosi in primo luogo a risollevare le sorti delle imprese che operano nel settore dell'automobile, attraverso la concessione di incentivi per il rinnovo del parco circolante. Questo non significa assolutamente che esistono settori di serie A o di serie B, ma semplicemente che il comparto dell'automobile è forse quello che coinvolge un maggiore indotto. Ulteriori risorse andranno infatti alle imprese dei distretti del settore tessile, moda e calzature, settori che hanno sempre fatto del nostro Paese un punto di riferimento in tutto il mondo.

Grazie ad un lavoro svolto in Consiglio dei ministri e poi, durante il dibattito parlamentare, dalla Lega Nord, possiamo parlare anche di tutti questi settori che rimarcano e testimoniano la qualità dei nostri prodotti. L'articolo 2 consente, per esempio, una detrazione del 20 per cento delle spese sostenute da febbraio a dicembre 2009 per l'acquisto di mobili, elettrodomestici ad alta efficienza energetica, nonché apparecchi televisivi e computer, in favore dei contribuenti che fruiscono della detrazione IRPEF del 36 per cento per interventi di ristrutturazione edilizia effettuati a partire dal 1° luglio 2008.

Oltre alla conferma e all'ampliamento delle misure incentivanti, sono state poi inserite norme molto importanti per il sistema delle imprese. In particolare, si introduce la regolamentazione delle reti d'impresa con rilevanti benefici in tema di capacità innovativa e competitività sul mercato. Un'altra misura importante è l'avvio concreto del Fondo di garanzia per le piccole medie imprese, che rappresentano la spina dorsale del nostro sistema economico; un Fondo di garanzia che può disporre complessivamente di 1,6 miliardi di euro. Parliamo, quindi, anche di rilancio del credito all'esportazione, e proprio alla voce "estero", come rappresentanti della Lega Nord, abbiamo voluto vincolare i finanziamenti, previsti proprio da questo decreto-legge anticrisi, alle aziende che non delocalizzano. Aiuteremo quindi esclusivamente quelle imprese che decidono di rimanere sul nostro territorio impegnandosi così a sostenere l'economia del Paese anche nei momenti di crisi.

Ricordiamo poi il dibattito in materia di Patto di stabilità, in merito al quale anche in questi casi è stata la Lega Nord a chiedere che per i Comuni virtuosi vi fossero delle possibilità in più per spese di investimento per la sicurezza e per il pagamento dei fornitori.

Non si sta parlando solo di incentivi, ma anche di lavoro. Un punto importante del provvedimento riguarda appunto le procedure di erogazione dei trattamenti di cassa integrazione, mobilità e disoccupazione, e la possibilità che il Ministero disponga del pagamento diretto da parte dell'INPS del trattamento straordinario di integrazione salariale, quando per l'impresa ricorrano comprovate difficoltà di ordine finanziario accertate dall'Ispettorato provinciale del lavoro territorialmente competente. In questo caso, con la previsione che tale pagamento dovrà avvenire contestualmente all'autorizzazione al trattamento, nonché con la previsione - in via sperimentale per il periodo 2009/2010 - del pagamento anticipato da parte dell'INPS anche per la cassa in deroga. Non solo: il provvedimento pone dei requisiti ai fini dell'accesso alla cassa integrazione in deroga ed alla mobilità in deroga, disponendo che l'ammissione del lavoratore è subordinata al conseguimento di un'anzianità lavorativa presso l'impresa di almeno 90 giorni ovvero, nel caso di disoccupazione derivante da licenziamento per riduzione di personale, un'anzianità aziendale di almeno 12 mesi. Il lavoro deve però essere incentivato anche attraverso, per esempio, l'assunzione di lavoratori destinatari di ammortizzatori sociali in deroga.

Un altro grande risultato che la Lega Nord è riuscita a coronare, dopo una battaglia accesa ed annosa, riguarda le quote-latte, tema che verrà approfondito nel suo intervento dal senatore Giampaolo Vallardi.

La crisi finanziaria che sta interessando questo periodo epocale è solo una parte di una crisi più complessa che vede le sue origini non solo nel crollo dell'economia statunitense, ma anche nella parola globalizzazione. Io, così come la Lega Nord, sono sempre stato molto critico. Detto ciò, a prescindere dall'essere o no d'accordo con il concetto, certamente la globalizzazione è stata sicuramente lanciata troppo presto, nel senso che non eravamo pronti, né avevamo gli strumenti per affrontarla, tutti fattori che ci hanno esposto ad un debito troppo elevato.

L'attuale legislatura, che ci vede qui da quasi un anno, è iniziata con una pesante responsabilità: l'impegno assunto per l'applicazione del Patto di stabilità, quello che, per intenderci, ha prodotto i ritardi dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione nei confronti di aziende private, rispetto alla quali però la cifra era stata calcolata modificando solo i tendenziali di PIL e quelli del deficit, che non tendeva allo zero, ma al 3 per cento.

Inutile poi negare la forte preoccupazione generata da una pluralità di fattori che hanno inciso negativamente sul mercato. Tra questi sicuramente la mancanza di trasparenza dei bilanci delle banche, le valutazioni non tempestive delle agenzie di rating sul deterioramento delle condizioni economiche degli intermediari. A questi si aggiunge la violazione di regole prudenziali da parte delle banche nell'utilizzo di strumenti finanziari derivati. Nel settore finanziario globale, rispetto al tradizionale assetto basato sull'attività delle banche, è aumentato enormemente il peso dei mercati e degli intermediari non bancari e questo costituisce un elemento fondamentale per spiegare alcuni aspetti della crisi.

Per concludere, credo che questo provvedimento sia uno strumento efficace ed attuale per iniziare a risolvere una delle peggiori crisi che il Paese si è trovato ad affrontare.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tomaselli. Ne ha facoltà.

TOMASELLI (PD). Signor Presidente, colleghi, signor rappresentante del Governo, anch'io non posso che iniziare il mio intervento constatando l'ennesima mortificazione del Parlamento cui assistiamo in queste ore nell'Aula del Senato.

Siamo di fronte ad un provvedimento che ha un impatto molto forte su un tema così decisivo per la vita quotidiana di tanti, siano essi lavoratori, famiglie, imprenditori, imprese e, più in generale, per il sistema economico del nostro Paese. Eppure il Senato ha poche ore a disposizione per discutere di tutto ciò. La stessa maggioranza che sostiene il Governo ritiene inutile e non dignitoso intervenire in questo dibattito. Siamo di fronte all'ennesimo decreto-legge che costringe i tempi della discussione parlamentare che viene suggellata dall'ennesimo voto di fiducia.

Non so se ci sono casi nell'esperienza parlamentare degli ultimi anni, ma voglio rimarcare - così come hanno fatto già altri colleghi - che siamo davanti al paradosso di un decreto-legge che viene approvato con un voto di fiducia che assorbe un decreto-legge o almeno parti di esso decadute. Siamo davvero di fronte ad un paradosso istituzionale che credo crei un grave vulnus nell'autonomia del Parlamento.

Ci troviamo davanti, insomma, all'ennesimo contributo che questo Governo, supinamente sostenuto dalla sua maggioranza, sta dando ad un progressivo spostamento di quello che è uno dei poteri sanciti dalla Costituzione, quello legislativo, che viene vieppiù assorbito dal potere esecutivo. Su questo dovrebbero levarsi non solo le grida dell'opposizione, ma anche una riflessione attenta delle forze più responsabili del Governo, delle istituzioni, della stessa maggioranza. Se questo processo va avanti con tale velocità, così come sta accadendo in questi mesi, credo che davvero siamo di fronte ad una Costituzione che viene nei fatti mutata, determinando gravi ripercussioni sull'autonomia dei poteri in essa sanciti.

Ho voluto partire da questa osservazione perché questo mi sembra un aspetto essenziale, anche perché nei fatti abbiamo consapevolezza di come tali modalità di governo e anche di ridimensionamento del ruolo del Parlamento impediscono a noi, all'opposizione, di intervenire nel merito con un confronto sull'articolato del decreto-legge in esame. Signor rappresentante del Governo, ci viene impedito finanche di apprezzare quelle parti del provvedimento che abbiamo sostenuto nella discussione parlamentare nell'altro ramo del Parlamento, alla Camera, e che abbiamo contribuito a migliorare. Avremmo voluto andare anche oltre nella discussione svolta nelle Commissioni competenti e anche nella stessa Aula del Senato, se questo ci fosse stato consentito. Ma così non è stato.

Vorrei ricordare, entrando nel merito, che siamo di fronte ad un provvedimento che riguarda la crisi più grave che il nostro Paese sta vivendo da molti decenni a questa parte. Eppure è una crisi che viene da lontano. La recessione in cui l'economia italiana è entrata non data oggi, non data qualche mese, ma data ormai più di un anno. Era il secondo trimestre del 2008 quando i primi dati indicavano che il sistema economico del nostro Paese si avviava verso una grave recessione. Da allora abbiamo visto abbassarsi di molti punti la produzione industriale; abbiamo assistito alla chiusura di molte aziende, decine di migliaia; abbiamo visto aumentare con cifre vertiginose, richiamate poco fa dalla collega Fontana, il ricorso alla cassa integrazione, alla mobilità; abbiamo visto calare quello che negli anni passati era stato uno dei livelli di eccellenza della nostra economia, le esportazioni. Infine, cresce, arrivando pericolosamente alla doppia cifra, la percentuale di disoccupati nel nostro Paese ed intere filiere produttive sono entrate in un vorticoso giro di difficoltà.

L'insieme di questi fattori, di questi dati, ha avuto ripercussioni negative sulla distribuzione dei redditi, sulle buste paga, sulla vita quotidiana delle persone di cui a volte dimentichiamo l'esistenza, delle famiglie, dei lavoratori, di chi non ha mai conosciuto un lavoro e vede allontanarsi nel tempo la data in cui sarà possibile conoscere davvero un lavoro dignitoso. Vi è, infine, l'umiliazione del ricorso agli strumenti degli ammortizzatori sociali.

A tutto questo aggiungiamo che una delle piaghe del nostro Paese - la povertà, che da anni viene denunciata dai maggiori centri di osservazione - continua ad aumentare e che cresce la percentuale delle famiglie sotto la soglia di povertà.

Non si tratta di creare allarmismi, ma di prendere atto del quadro vero dell'economia reale, della vita quotidiana di tante famiglie, di tante imprese e di tanta parte del nostro Paese. Avere consapevolezza di ciò significa avvertirne la responsabilità e avere chiare le priorità nell'azione di Governo. Le priorità sono sostanzialmente due: sostenere chi vive con maggiori difficoltà questa crisi e aiutare chi vive tali difficoltà a superare la crisi con i minori danni possibili. Mi riferisco ai dati di cui parlavamo prima, ai lavoratori che hanno perso il posto di lavoro, ai precari, ai disoccupati, alle imprese stesse che vedono ridursi il credito, che hanno minori spazi di mercato e soffrono della più grave crisi nei consumi che ha avuto il nostro Paese da molti decenni a questa parte.

I provvedimenti avrebbero dovuto con maggior coraggio, risorse e tempestività intervenire su questo. Così non è stato, purtroppo. Parimenti, l'altro filone di intervento avrebbe dovuto essere rappresentato dal sostenere le condizioni per la fuoriuscita dalla crisi. Il tempo non è una variabile indipendente, il tempo con cui si esce dalla crisi è essenziale per il sistema Paese. Per questo, c'è bisogno di provvedimenti veloci, chiari e seri, nonché di risorse adeguate.

Voglio ricordare come l'Italia abbia messo a disposizione, mettendo insieme i vari decreti e interventi, risorse pari allo 0,3 per cento del suo prodotto interno lordo, mentre gli Stati Uniti hanno stanziato il 5,9, la Cina il 4,8, la Germania il 3,4, il Regno Unito l'1,5, il Giappone il 2,2 per cento dei rispettivi PIL. Siamo, cioè, di fronte a interventi che altri Paesi, con economie non dissimili dalla nostra, hanno voluto mettere in campo con una consapevolezza che il nostro Governo ha inteso non manifestare. C'è stata una sottovalutazione voluta e, vorrei dire, quasi ideologica e schizofrenica.

Ho sentito spesso in questi mesi richiamare il merito del ministro Tremonti; noi lo abbiamo riconosciuto quando alcuni mesi fa ebbe a denunciare il rischio di questa crisi che si sarebbe riverberata nell'economia del nostro Paese. Quel merito però è rimasto lì, come un giornale sgualcito, nel passato prossimo del nostro Paese perché, al merito di aver riconosciuto che stava arrivando uno tsunami, non hanno poi fatto seguito - ecco perché prima ho usato il termine schizofrenico - le dovute scelte.

Per chiudere, vorrei rivolgere una domanda al Governo e alla sua maggioranza. Chiediamoci tutti insieme: un lavoratore che ha perso il posto di lavoro di quali interventi messi in campo dal Governo e approvati dal Parlamento ha potuto godere? Un precario con un lavoro a tempo determinato di cosa ha potuto godere in questi mesi da questi provvedimenti? Una piccola e media impresa, che ha visto chiudersi le sue linee di credito o ostacolare la sua possibilità di crescere sui mercati internazionali o ridursi fortemente il suo mercato interno, di quale provvedimenti ha potuto godere concretamente in questi mesi? Se ci facciamo queste domande e rispondiamo onestamente, abbiamo il segno di come i pur numerosi provvedimenti che il Governo ha adottato hanno mancato di coraggio, di concretezza e di consapevolezza della gravità della crisi che il nostro Paese ha davanti.

PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.