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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 157 del 24/02/2009


GIARETTA (PD). Signora Presidente, per poter predisporre rimedi occorre avere chiari i motivi della crisi. La complessità delle cause e gli elementi che si sono nel tempo sovrapposti non ci devono distogliere dalla questione fondamentale: alle radici della crisi stanno delle scelte politiche sbagliate da parte dei Governi conservatori del mondo occidentale, incoraggiati nelle loro scelte da scuole di pensiero economico iperliberiste. In seguito, i Governi di stampo riformista non hanno saputo correggere questi errori di fondo.

Il primo errore è stato lo smantellamento, negli anni Settanta, del sistema dei cambi fissi nell'illusione che i cambi flessibili avrebbero consentito, da soli, un'autoregolamentazione dei mercati degli scambi; il secondo errore è stata la totale abolizione, un decennio dopo, dei controlli sui movimenti di capitale. L'una e l'altra decisione sono state assunte, contrariamente a come avrebbe dovuto essere, senza costruire un sistema di regole e di controlli che avrebbero dovuto costituire uno spazio ben regolato per un mercato dei capitali.

A tali elementi possiamo aggiungere, sul piano interno, l'abbandono di politiche di welfare che hanno reso più fragili le società occidentali. Ai teorici dello smantellamento del welfare statunitense occorrerebbe ora chiedere quanto meno sarebbe stato oneroso, per la finanza pubblica, un piano pubblico per il diritto all'abitazione rispetto agli interventi a posteriori sui mutui subprime generati dalla domanda di casa.

Su queste basi si è sviluppata una deriva alimentata dalla disponibilità di tecnologie informatiche, che ha consentito lo spostamento istantaneo di enormi masse di capitale alla ricerca di rendimenti speculativi a breve termine.

Un enorme sviluppo di mercati secondari, in cui i titoli non sono più rappresentativi di ricchezze reali; un enorme ampliamento della leva finanziaria, che trova applicazione oltre ogni ragionevole prudenza nei titoli derivati, realizzando un paradosso, ossia che uno strumento finanziario nato per ripartire il rischio è diventato un moltiplicatore di rischio per l'impiego ultraspeculativo che ne è stato fatto. Perciò ad un sistema gestito dai Governi nazionali e da autorità multigovernative non si è sostituito un libero mercato, che ha bisogno di regolatori e controllori, ma uno spazio di anarchia tollerato dai Governi, in cui non hanno funzionato né i regolatori pubblici, dalle banche centrali alle istituzioni finanziarie internazionali, né i regolatori privati, a partire dai grandi istituti di revisione, che hanno perso ogni reputazione.

Da questa analisi occorre ripartire. Serve un pieno recupero anche in questa materia di un approccio multipolare e di innovazione del ruolo delle istituzioni politiche, finanziarie, commerciali sopranazionali, adeguato ad un mondo globalizzato, con un elevatissimo tasso di interdipendenza.

La mozione presentata dal Gruppo del Partito Democratico indica la direzione lungo la quale a nostro avviso il Governo dovrebbe agire nel consesso internazionale.

Mi limito ad evidenziare due aspetti che riguardano la responsabilità del Governo italiano in ordine alle decisioni da assumere negli organi internazionali ed alle linee di politica economica interna.

Sul primo piano sottolineo la necessità di affrontare con molta decisione la difficile situazione finanziaria di molti Paesi dell'Est europeo. La svalutazione del cambio in alcuni di questi Paesi ha superato il 40 per cento, rendendo insostenibile il rimborso dei prestiti in valuta estera che hanno largamente ottenuto. Sono aree economiche in cui vi è stata una rilevante penetrazione da parte del nostro sistema produttivo, sostenuto da primarie banche italiane.

Un default di questi Paesi avrebbe conseguenze molto pesanti per il nostro sistema produttivo e bancario. Occorre perciò intervenire in modo più deciso e credo che il Governo debba ottenere un impegno più diretto delle istituzioni europee. Dal punto di vista della politica interna dobbiamo ribadire la gravità della sottovalutazione da parte del Governo degli effetti della crisi. Si tratta di una crisi che per estensione e profondità non ha paragoni nella storia recente del nostro Paese (difatti a due anni di recessione rischia di succedere un anno di stagnazione) e che il Paese affronta senza poter utilizzare strumenti che in passato hanno ammortizzato l'effetto della crisi: da un lato, la leva della svalutazione competitiva per recuperare competitività alle imprese, dall'altro, la leva del bilancio pubblico per attenuare l'impatto sociale.

Abbiamo così ripresentato un piano che prevede una mobilitazione di risorse pari ad un punto di PIL ed abbiamo dimostrato come sia possibile finanziarlo senza aggravi insostenibili per il bilancio pubblico e senza effetti fiscali negativi.

In particolare sottolineo due aspetti essenziali in relazione al tema che stiamo trattando. Occorre sostenere la liquidità delle imprese, che stanno soffrendo il razionamento del credito.

Finora il Governo ha fatto troppo poco. Abbiamo indicato alcuni strumenti utilizzabili: un robusto rafforzamento del sistema dei consorzi fidi, estendendone l'operatività alle diverse fasi del rapporto creditizio; il pagamento immediato dei debiti della pubblica amministrazione nei confronti del sistema delle imprese, che costituisce una leva finanziaria di oltre 400 milioni di euro; l'introduzione di una normativa fiscale più favorevole alla patrimonializzazione delle imprese.

Il secondo aspetto riguarda la tutela del risparmio e la difesa del risparmiatore da truffe e raggiri. Purtroppo l'azione del Governo finora è andata in direzione opposta. Basti pensare al rinvio, di fatto sine die, dell'introduzione di una normativa efficace per la class action e a come sono stati trattati gli interessi dei piccoli azionisti in recenti vicende. Ricordo il caso Alitalia e le relative scelte del Governo, orientate a trascurare il loro effetto sui piccoli risparmiatori. Ricordo anche, è il caso più recente, la vicenda ENI. Per finanziare l'onerosissimo accordo con il Governo libico si è imposta una addizionale del 4 per cento sull'imposta del reddito per le società petrolifere quotate con capitalizzazione di borsa superiore a 20 miliardi di euro. Nel nostro Paese c'è una sola società con queste caratteristiche: l'ENI.

A parte le questioni di costituzionalità resta il fatto che si interviene a carico di una unica società quotata in borsa, con evidente danno per i risparmiatori che hanno scelto questa società. Si dovrebbe intervenire dal lato della liberalizzazione per creare vantaggio a tutti gli utenti, si interviene dal lato fiscale danneggiando i risparmiatori.

Ci sono molti strumenti per mettere le mani nelle tasche degli italiani, per usare una espressione cara al Ministro Tremonti. Il Governo le sta sperimentando tutte, dall'aumento della pressione fiscale alla mancata restituzione del fiscal drag, alla mancata revisione degli studi di settore, alla penalizzazione dei piccoli risparmiatori. E' il contrario di ciò che, secondo noi, servirebbe al Paese. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Grillo. Ne ha facoltà.