Discussione delle mozioni nn. 29, 32 (testo 3) (Procedimento abbreviato, ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento), 33, 35 (testo 2), 36 (testo 2) (Procedimento abbreviato, ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento) e 90 sulla crisi dei mercati finanziari (ore 16,06)
Approvazione delle mozioni nn. 29 (testo 2), 33 (testo 2), 35 (testo 3), 36 (testo 2) e 90 (testo 2). Reiezione della mozione n. 32 (testo 3)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni 1-00029, presentata dal senatore Peterlini e da altri senatori; 1-00032 (testo 3), presentata dal senatore Morando e da altri senatori, con procedimento abbreviato ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento; 1-00033, presentata dal senatore Lannutti e da altri senatori; 1-00035 (testo 2), presentata dal senatore Bricolo e da altri senatori; 1-00036 (testo 2), presentata dal senatore Baldassarri e da altri senatori, con procedimento abbreviato ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento; 1-00090, presentata dalla senatrice Bonino e da altri senatori, sulla crisi dei mercati finanziari.
Ricordo che ciascun Gruppo ha disposizione 30 minuti, comprensivi di illustrazione, interventi in discussione e dichiarazioni di voto.
Ha facoltà di parlare il senatore Peterlini per illustrare la mozione n. 29.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut). Signora Presidente, onorevoli colleghi, onorevole sottosegretario Casero, la più bella delle figlie di Priamo, re di Troia, e di Ecuba, Cassandra, non era un uccello del malaugurio, come ritengono erroneamente alcuni che usano a sproposito i fatti e i personaggi della mitologia, bensì una profetessa inascoltata, cioè una persona capace di prevedere chiaramente la verità, ma condannata a non essere creduta. Se Priamo le avesse creduto quando sosteneva che il cavallo di legno lasciato dagli Achei sulla spiaggia era pieno di soldati nemici, sarebbe stata raccontata un'altra storia.
Per quanto mi riguarda, non sono una Cassandra per vocazione: sono soltanto molto preoccupato, non solo da oggi. È dal 2002 - lo sottolineo, dal 2002 - che mettiamo in guardia sui rischi inerenti ad un mercato finanziario privo di regole certe e di trasparenza. La prima mozione da me presentata è infatti datata 27 febbraio 2002; già in essa puntavo il dito sulle bolle finanziarie e i sui rischi che comporta un liberismo sfrenato.
Tutti ricordiamo le crisi bancarie del 1997 in Asia, quelle in Russia, quella dell'America Latina e, nello specifico, il crollo della new economy negli Stati Uniti, la gigantesca crisi bancaria giapponese del 2002 e la bancarotta dell'Argentina. I nostri appelli e quelli di molti autorevoli esperti del settore, come quello dell'economista americano Lyndon LaRouche e dei suoi seguaci, come allora in Italia Paolo Raimondi, sono purtroppo rimasti inascoltati. E anche adesso chiedo al Sottosegretario di dare un po' di attenzione al dibattito.
Il risultato è che oggi ci troviamo dinanzi ad una crisi che rischia di diventare peggiore di quella del 1929. Noi abbiamo avvertito il Senato nel 2002, presentando un documento che non è mai stato trattato.
Oggi tutti chiedono una nuova Bretton Woods, incluso il ministro dell'economia Tremonti. Ribadisco quanto detto prima: se qualcuno avesse ascoltato i nostri appelli negli anni passati, avremmo potuto evitare questo disastroso crollo economico-finanziario. Ricordiamo tutti che la grande crisi del 1929 portò la comunità internazionale a stringere gli accordi di Bretton Woods al fine di darsi regole precise per i mercati valutari e finanziari; inoltre, agli Stati fu chiesto di sorvegliare e regolamentare il mercato.
Perché, allora, il sistema è andato in crisi? Per il credo assoluto in un liberismo totale dei mercati, soprattutto sulla scia del liberismo americano, a partire dagli anni Settanta, con Reagan e Thatcher, si è seguito il principio del laissez faire et laissez passer. Il messaggio era che i mercati erano capaci di regolarsi da sé, senza interventi da parte dello Stato, il cui ruolo avrebbe dovuto essere ridotto al minimo. Ciò che ha causato la crisi odierna è stata dunque la mancanza di un controllo rigoroso e l'assenza di trasparenza nei bilanci delle società finanziarie e degli istituti di credito.
L'economia mondiale, che in passato si basava sul lavoro effettivo, sugli investimenti in infrastrutture, su prodotti e servizi reali, dunque su una ricchezza concreta, si è trasformata sempre più in un'economia del debito, basata sulle speculazioni finanziarie e sulla crescita dei valori fittizi. Si è fatto abuso dei contratti derivati; parlo di abuso perché lo strumento è nato per tutelare l'agricoltura, ed era utile in tal senso, ma con il tempo è diventato un mostro per speculazioni ad altissimo rischio.
In aggiunta a ciò, vi è stata - lo ribadisco - la totale assenza di controlli sui grandi istituti finanziari, ma anche sulle imprese. I crolli dei giganti produttivi americani (ricordiamo Enron e WorldCom) manifestarono i primi sintomi di questa malattia, ma anche l'Italia, pur sotto la supervisione sui mercati svolta dalla Banca d'Italia, non è stata così virtuosa come si vuol far credere. Prova di ciò furono i grandi crack di Cirio e Parmalat. Ci tengo a ricordare questo aspetto perché il ministro Tremonti, mesi fa, ha elogiato il sistema finanziario italiano, con la battuta - e di una battuta si trattava - che la nostra fortuna era quella di non saper parlare inglese.
Capisco l'ironia e ciò a cui si riferiva il Ministro, ossia il fatto che nel nostro sistema non vi è stato un abuso di strumenti cosiddetti sofisticati come nell'economia anglosassone; tuttavia, onorevole Presidente, colleghi, non nascondiamoci dietro un dito: anche in Italia, purtroppo, il sistema finanziario ha fatto uso di strumenti speculativi, scaricando spesso sulle spalle degli investitori le perdite causate da un sistema divenuto marcio. Ricordo, in tal senso, un'analisi de «Il Sole-24 ORE» sui bond argentini e sui titoli Parmalat e Cirio, in cui si richiamava l'attenzione sul fatto che questi titoli, già in fase di svalutazione e dunque ad altissimo rischio, furono ugualmente - e oserei dire di proposito - venduti dagli istituti di credito (entro un anno, scriveva «Il Sole-24 ORE» dimostrandolo con delle cifre) ai loro stessi risparmiatori, aprendo così una crepa profonda nel rapporto di fiducia tra le banche ed i loro clienti.
Ciò che ha determinato la crisi che oggi ci troviamo a dover fronteggiare, la famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso, sono stati i mutui subprime, cioè quei mutui concessi a chiunque, anche a chi non ha la capacità di onorare il debito. Con lo scopo di attirare clienti che chiaramente non avevano le risorse per soddisfare i termini dei contratti l'industria del credito subprime ha messo in atto pratiche predatorie, e le conseguenze le abbiamo viste. Anziché assumersi il rischio connesso a questo tipo di credito (normalmente una banca locale presta il denaro, si fida delle persone o controlla i propri clienti e loro possibilità di pagamento), gli istituti finanziari hanno impacchettato queste posizioni creditorie con strumenti finanziari sofisticati vendendoli in giro per il mondo. Così facendo si è perso il legame diretto di responsabilità tra chi aveva aperto il mutuo e la banca che lo aveva concesso. Questi titoli dall'incerta liquidità, definiti "tossici", sono finiti nei nostri fondi pensione, nei fondi d'investimento e nella pancia delle banche.
Ora occorre porre le basi affinché in futuro non riaccada ciò che sta avvenendo, affinché non si cada più nella trappola dell'emergenzialità. Siamo in ritardo, ma oggi più che mai è necessario riorganizzare il sistema creditizio e finanziario, e questa è la richiesta comune che trapela da tutte le mozioni presentate. Personalmente, chiedo al Governo di salvare almeno l'essenziale di questo comune appello per contribuire ad un riassetto internazionale del sistema bancario, finanziario e del credito.
Il buco creato dalla speculazione, però, non può essere colmato con i soldi dei contribuenti, né soltanto con misure d'urgenza. Occorre piuttosto puntare alla salvaguardia dei piccoli risparmiatori, non limitandosi ai loro depositi, ma anche tutelando i loro investimenti nei fondi pensione e nei fondi d'investimento non speculativi, ovviamente fino ad un certo limite, lasciando che il mercato ripulisca, anche in modo drammatico, il sistema finanziario dai cosiddetti strumenti tossici.
Non condividiamo, dunque, quanto hanno intrapreso le autorità americane, le quali hanno utilizzato i fondi dello Stato per coprire non i bisogni delle famiglie, ma le perdite provocate dai titoli ipotecari MBS (Mortgage Backed Securities) e dagli strumenti derivati, che, utilizzando artificiose leve finanziarie, hanno moltiplicato i valori speculativi oltre l'immaginabile.
Per fare un esempio, basti pensare che lo scopo dichiarato del salvataggio della AIG, il colosso assicurativo americano numero uno nel mondo, e di altri istituti è stato quello di garantire la copertura dei titoli derivati legati alla speculazione nel settore dei mutui subprime, piuttosto che - è questa la nostra principale richiesta al Governo, alla comunità internazionale e ai responsabili dei mercati mondiali ed è su questo che siamo concordi con il Governo italiano - proteggere le attività economiche ordinarie, cioè quelle che si basano sull'effettiva economia reale.
I titoli tossici vanno eliminati, ma, come sostenuto recentemente dallo stesso ministro Tremonti (e su questo lo appoggiamo pienamente), respingiamo l'ipotesi che lo Stato, con i soldi dei contribuenti, si faccia carico di queste perdite. In parole povere, lasciamoli fallire. È stato questo, tra l'altro, il metodo impiegato nella ricostruzione postbellica in Europa e dal New Deal attuato dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt durante la Grande Depressione, che permise il superamento della crisi e la ricostruzione dell'economia sia americana che europea.
Signora Presidente, colleghi, le richieste contenute nella nostra mozione, che si trovano anche nella mozione di cui è primo firmatario il senatore Baldassarri (il quale ha seguito il dibattito con grande attenzione, e per questo gli rivolgo i miei complimenti) così come nella mozione n. 33, presentata dal senatore Lannutti e da altri senatori, puntano a sollecitare un impegno da parte del Governo italiano ad agire in sede internazionale per promuovere una nuova riorganizzazione del sistema monetario e finanziario internazionale, cooperando con le principali potenze mondiali e con quelle emergenti al fine di stabilire un nuovo sistema. Il modello che proponiamo si basa su quello adottato per superare la grande crisi del 1929, ovvero il modello di Bretton Woods, come tra l'altro propongono il grande economista americano Lyndon LaRouche e molti studiosi come Andrew Spannaus.
Per uscire da questa crisi e far ripartire la ruota dell'economia dobbiamo innanzitutto ripristinare la fiducia nei mercati finanziari, e questa fiducia si ripristina con regole certe e trasparenza (condizioni imprescindibili per dare credibilità al sistema) e con un'amministrazione controllata del sistema bancario, diversificando e separando i debiti speculativi da quelli di investimento.
I debiti speculativi rappresentano purtroppo la stragrande maggioranza dei valori che gravano sui bilanci delle principali banche commerciali e di investimento, e, come giustamente sottolineato dal ministro Tremonti, persino sui bilanci di certi enti locali italiani. La fiducia non si ottiene se questi debiti speculativi vengono salvati con i soldi dei contribuenti. La fiducia si ottiene se c'è giustizia, se pagano coloro che li hanno messi in circolazione.
Il salvataggio, dunque, deve concentrarsi sulla garanzia degli investimenti dei piccoli risparmiatori. Questa garanzia non si deve limitare ai depositi bancari, ma deve comprendere - fino ad un certo limite - anche i fondi pensione e i fondi comuni d'investimento non speculativi. Prendiamo nuovamente l'esempio americano: piuttosto che comprare i titoli tossici dei mutui subprime, il Governo americano avrebbe potuto utilizzare i propri fondi per comprare gli immobili stessi, proteggendo così i piccoli risparmiatori e le famiglie indebitate. Anche l'Italia deve differenziare: non si può salvare con i soldi pubblici il marcio, con il rischio di non avere più fondi per aiutare i nostri risparmiatori, le nostre famiglie, le nostre imprese.
Il sistema riconquista credibilità se al bene comune, al general welfare, viene data precedenza assoluta rispetto agli obblighi creati per foraggiare la bolla speculativa e per ottenere in breve tempo facili e cospicui guadagni.
Ancora, la fiducia si ottiene se si garantisce più stabilità alla produzione e al commercio internazionale. Sono dunque necessari cambi valutari più stabili e non lasciati al mercato, ma decisi con accordi tra le nazioni evitando le oscillazioni speculative dei mercati. Apro una parentesi. Un imprenditore italiano che vende i suoi prodotti in America non dovrebbe essere esposto, come purtroppo è stato in questi anni, alle fluttuazioni del dollaro, pagando così i debiti contratti dagli Stati Uniti per finanziare le loro guerre. Con l'immissione di liquidità gli americani mirano ad una ulteriore svalutazione del dollaro (anche in questi giorni), facendo così pagare nuovamente all'economia europea in generale e agli esportatori in particolare il loro debito.
Per dare stabilità è infine necessario aumentare i controlli sui trasferimenti di capitali a fini speculativi, ovvero ripristinare il capital control, privilegiando gli investimenti a lungo termine nell'economia produttiva. Condividiamo, a tal fine, quanto detto dal ministro Tremonti, ossia privilegiare, nel sistema creditizio, con un basso tasso di interesse e a lungo termine, gli investimenti in infrastrutture, industria ed alta tecnologia, piuttosto che incoraggiare la ricerca del profitto facile a scapito dell'attività produttiva.
La fiducia si ottiene se il sistema creditizio diviene effettivo e non puramente monetario. Questa è stata, tra l'altro, l'idea ispiratrice del modello di Bretton Woods.
Dalla crisi usciamo se si trova un accordo non solo con le principali potenze mondiali del G8, ma anche con le nuove potenze economiche come Cina, India e Brasile, coinvolgendo le potenze emergenti. La partenza del G7 è stata importante, come lo è la preparazione del G20, ma chiedo di allargare da subito ai Paesi che stanno crescendo ora un accordo che, come Bretton Woods, speriamo tenga almeno altri 40-50 anni.
Per questo nella nostra mozione chiediamo al Governo italiano di esercitare pressioni sulla comunità internazionale e di farsi nobile promotore affinché si pongano le basi per una cooperazione internazionale capace di realizzare gli obiettivi proposti.
Concludo. Riteniamo non sia sufficiente curare soltanto i sintomi della malattia, ma ciò che l'ha causata (per questo ho cercato di motivarla), ossia il sistema finanziario internazionale nel suo complesso. Chiediamo di tenere sott'occhio l'obiettivo di investire i mezzi pubblici, non per salvare i debiti speculativi, ma per proteggere i piccoli risparmiatori, le nostre imprese, le famiglie e i posti di lavoro.
Chiediamo, insomma, che non sia il contribuente, la famiglia italiana a pagare due volte: una volta con la perdita dei propri risparmi o la loro svalutazione, un'altra volta con le tasse e il debito prodotto da speculazioni finanziarie.
Auspico, infine, e mi rivolgo direttamente alla maggioranza, che questa sia anche un'occasione per dimostrare al Paese che riusciamo a trovare una convergenza sui temi grandi ed importanti che hanno ispirato tutte le mozioni presentate, senza approvare solo quelle della maggioranza rigettando le altre. Mi pare che la richiesta centrale sia la stessa per tutte; chiedo pertanto un confronto e un positivo accoglimento delle mozioni presentate. In tal modo, l'Italia potrà uscire rafforzata anche da questa discussione e si potrà dare un sostegno al ministro Tremonti nei suoi sforzi per dare più stabilità e più credibilità ai mercati finanziari. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut, IdV e della senatrice Negri).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Barbolini per illustrare la mozione n. 32 (testo 3).
BARBOLINI (PD). Signora Presidente, siamo in presenza della più grave crisi economica del dopoguerra e di giorno in giorno le notizie, anche quelle di ieri e di oggi, acuiscono le preoccupazioni. Non a caso la si paragona con la grande crisi del 1929, che causò un impoverimento globale durato diversi anni, con costi sociali e conseguenze di portata storica rilevantissimi.
Di quella crisi allora le autorità non colsero per molto tempo la portata; oggi, invece, tutti i Governi e le varie autorità preposte sono pienamente consapevoli di trovarsi in un momento di gravissima crisi: semmai, non ne sa valutare fino in fondo la profondità e non si sa nemmeno se e quando entreranno in crisi altri pezzi del sistema finanziario come, ad esempio, le carte di credito e, più in generale, gli strumenti del credito al consumo.
La caratteristica inquietante e drammatica del momento che viviamo è proprio l'incertezza assoluta sulle sue dimensioni quantitative: nessuno sa fin dove effettivamente si estenda e fin dove possa spingere i suoi esiti dirompenti.
Alla base di questa situazione vi sono grandi responsabilità, in ragione delle scelte di politica economica e monetaria compiute innanzitutto dal Governo degli Stati Uniti e dalla Federal Reserve, che hanno mantenuto i tassi di interesse artificialmente troppo bassi per lungo tempo, al fine di sostenere l'economia e spingere i consumi, e a ciò non a caso aggiungendo la diminuzione dei controlli sul funzionamento dei mercati finanziari e l'introduzione di nuove regole, come quelle che hanno abbattuto il muro che opportunamente divideva le banche d'affari dalle banche di credito ordinario.
L'eccesso di liquidità che così si è indotto si è indirizzato alla ricerca di guadagni di breve periodo, dando luogo ad una serie continuativa di bolle speculative in tanti settori. Così l'innovazione finanziaria è stata usata spregiudicatamente per distribuire gran parte del rischio sulle masse degli investitori ignari, producendo così, insieme ai danni diretti su quei milioni di persone, la più grande crisi di fiducia degli ultimi decenni e un fortissimo aumento del rischio per l'intera economia mondiale.
Questo è, in sintesi, quanto è avvenuto e quanto sta avvenendo. Ma come si può rimediare e porre un argine ai danni che sono stati provocati? Molti Governi, quello americano soprattutto, in questi mesi hanno operato massicci interventi di breve periodo per evitare che la crisi peggiorasse e si diffondesse sempre più il panico, ma c'è e ci sarà soprattutto bisogno di interventi con una visione di lungo periodo.
Un mondo globalizzato ha bisogno di istituzioni internazionali forti, sia per gli aspetti più legati alla politica, sia per quelli propri dell'economia, perché mercati globali hanno bisogno di regole globali che i singoli Paesi potranno poi adattare alle varie specificità di ciascuno, restando tuttavia legati a una base comune.
Se siamo precipitati in una crisi di cui ancora non conosciamo gli aspetti quantitativi né la durata è proprio perché negli ultimi dieci anni sono state allentate le regole e i controlli. Ciò a dispetto del fatto che in molti Paesi le autorità di controllo si sono moltiplicate, ma proprio queste moltiplicazioni hanno reso i controlli meno efficaci, isolando e dividendo i vari mercati; sono controlli che hanno soprattutto mantenuto un carattere nazionale, mentre i mercati finanziari sono diventati mondiali. È quindi interesse di tutti operare per regole e sorveglianze più severe a livello internazionale. Non sarà una battaglia facile: vediamo quanta fatica facciano le dichiarazioni d'intenti a tradursi in proposte e norme concrete.
Per questo nella nostra mozione noi chiediamo che il Governo si adoperi per un nuovo disegno di regolazione dei mercati finanziari, per una riforma delle principali istituzioni di livello internazionale, per nuovi strumenti di governo dell'economia e delle società globali, a partire dalla proposta di istituire in sede ONU un nuovo Consiglio per lo sviluppo sostenibile in cui siedano permanentemente i rappresentanti delle grandi macroaree protagoniste dell'economia mondiale, e - non meno importante - di adoperarsi perché siano applicate sanzioni a carico dei paradisi fiscali, che perturbano ed inquinano i mercati.
Così pure bisogna resistere alle tentazioni di chiusura e protezionismo. Questo è un aspetto di grandissima importanza perché, nell'impatto drammatico della crisi sulle economie reali, con i riflessi pesanti di recessione e aumento della disoccupazione, il rischio di risposte di tipo prettamente difensivo potrebbe imporsi, come se tutte le cause della crisi economica fossero in qualche modo riconducibili all'apertura dei mercati internazionali. E d'altra parte, se è un errore demonizzare la globalizzazione, bisogna però agire per contenerne gli eccessi e proteggere chi si trova nelle posizioni più deboli.
Per questo, in coerenza con le conclusioni del recente G7 di Roma, nella mozione sollecitiamo una ricapitalizzazione su scala europea del settore bancario, una nuova regolamentazione dei mercati finanziari e un ruolo più incisivo della Banca centrale europea, un coordinamento su scala europea della gestione dell'emissione dei titoli del debito pubblico dei Paesi dell'Eurogruppo, nonché l'emissione di eurobond sul merito di credito dell'Unione per piani straordinari di investimenti infrastrutturali.
Queste azioni si debbono aggiungere alle decisioni che la maggior parte dei Governi ha già intrapreso per immettere risorse pubbliche per la stabilizzazione del credito e del sistema economico. La mozione che presentiamo esprime però anche una forte richiesta per l'adozione di iniziative che siano di sostegno per l'economia reale per contrastare una crisi davvero pensantissima per i lavoratori, le imprese e le famiglie del nostro Paese.
La nostra mozione, tra l'altro, richiama la necessità di adottare, concordando con i partner europei le modificazioni al Patto di stabilità e crescita che sono necessarie, una serie di iniziative volte a garantire l'accesso al credito (in particolare per le piccole e medie imprese), a salvaguardare i piccoli risparmiatori, a sviluppare una nuova manovra finanziaria aggiuntiva con la contemporanea adozione di riforme strutturali per la riduzione della spesa corrente.
Nel dibattito sull'economia delle ultime settimane si parla sempre più di «ritorno alla produzione», intendendo con questo un ritorno di importanza della produzione sia agricola che industriale. Il «ritorno alla produzione» non sarà privo di conseguenze politiche anche nei Paesi occidentali, in primo luogo negli Stati Uniti, ma anche in Europa e negli altri Paesi ad alto livello di sviluppo, oltre che nel rapporto con le economie dei Paesi emergenti. Cambieranno gerarchie planetarie, modelli di consumo, stili di vita. In Europa questo sforzo di ritorno all'industria, un'industria molto più attenta ai problemi dell'energia e dell'inquinamento e alla domanda in continuo aumento nei settori della salute e delle scienze della vita, sarà diversa da Paese a Paese, perché estremamente diverso è già oggi il ruolo dell'industria dei differenti Paesi europei.
Dunque, si pone anche per l'Italia, in questo quadro, in questo scenario, in questa proiezione, il tema di come rispondere alle criticità del momento e impostare quelle riforme di sistema che siano utili a farci trovare preparati quando la crisi invertirà la tendenza e le economie dei diversi Paesi riprenderanno slancio. Ci saranno opportunità e rischi che produrranno nuovi posizionamenti nel quadro dell'economia globale e che saranno anche la conseguenza di come sarà stata affrontata la fase più acuta della crisi che oggi stiamo conoscendo e attraversando.
Per queste ragioni insistiamo sulla inadeguatezza delle misure finora adottate da parte del Governo e sulla necessità indifferibile di tutelare le posizioni sociali più deboli, nonché di adottare con urgenza le iniziative volte a garantire l'accesso al credito per le imprese, nel quadro di una manovra finanziaria aggiuntiva da assumere entro questi primi mesi del 2009 nei termini e con le modalità che abbiamo a più riprese sostenuto nel corso di questi mesi come Partito Democratico.
Su questo speriamo che l'occasione del confronto di oggi ci permetta di fare un passo in avanti e aprire una prospettiva seria di intervento e di azioni concrete. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore De Toni).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Lannutti per illustrare la mozione n. 33.
LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, signori membri del Governo, onorevoli senatori, dopo tante sollecitazioni dibattiamo finalmente oggi le mozioni su una nuova Bretton Woods, depositate da tutti i Gruppi politici al Senato, per discutere gli effetti di una crisi lunga e difficile, più grave per intensità e durata della Grande Depressione del 1929, che ha devastato l'economia reale, distrutto il risparmio delle famiglie, falcidiato i posti di lavoro ed ipotecato il futuro dei giovani, specie dei precari che guadagnano 700-800 euro al mese ed invecchiano senza un futuro, senza una speranza e soprattutto senza gli ammortizzatori sociali.
Una crisi durissima, provocata dagli stessi banchieri di affari che hanno gestito i destini del mondo, come Paulson che, dopo 27 anni passati alla Goldman Sachs (una delle più note banche d'affari, che ha elargito nel 2007 ben 600.000 dollari ad ognuno dei suoi dipendenti ed almeno 7 milioni di dollari all'anno ai suoi manager), approda alla corte di George Bush come segretario del Tesoro, con il compito di salvare la finanza dal crac che lui stesso ha contributo a produrre, sempre a spese dei contribuenti.
Da tempo, nella usuale indifferenza riservata dai mass media alle voci fuori dal coro, avevamo denunciato l'istigazione al debito e lo scandalo dei derivati. Cito ancora una volta in quest'Aula i prodotti derivati, che sono dodici volte il PIL del mondo: solo quelli fuori bilancio sono 700.000 miliardi di dollari, contro un PIL (l'economia reale prodotta dalla fatica degli uomini) pari a 55.000 miliardi. Avevamo denunciato, ancora, il conflitto di interessi delle tre sorelle del rating (Moody's, Standard & Poor's e Fitch), che emettevano giudizi di massima affidabilità su prodotti finanziari già all'origine avariati, vere e proprie montagne di patacche perché, più cresceva la massa monetaria virtuale, più aumentavano guadagni, profitti privati, prebende e montagne di stock option.
La crisi finanziaria che sta mangiando l'economia reale ha molti responsabili, primo tra tutti Alan Greenspan, l'ex governatore della Federal Reserve che, dopo l'attacco alle Torri Gemelle, fondò il rilancio dell'economia sul debito, regalando il denaro al tasso dell'1 per cento a milioni di americani che non avrebbero mai potuto permettersi una casa con il proprio reddito: cittadini con uno stipendio mensile di 2.000 euro, istigati a contrarre mutui per 2.500 euro al mese.
Ma la colpa principale è certamente ascrivibile a quell'oligarchia finanziaria alla quale sono attribuiti poteri enormi (privi di responsabilità) che non sono assegnati neppure ai Governi legittimati dalla volontà popolare. Questa cupola, composta da banchieri centrali, banche di affari ed agenzie di rating, che opera al di fuori di qualsiasi regola, svincolata dai relativi controlli democratici in rapporti spesso incestuosi, governa i destini del mondo, attenta alla sovranità degli Stati e alla ricchezza delle Nazioni, dissemina macerie sull'altare dei profitti privati e dei lauti guadagni di pochi adepti al di fuori dei principi etici e della responsabilità sociale delle imprese. Se il mercato globalizzato si fosse dotato di regole certe e di un tribunale internazionale, analogo a quello che regola i crimini di guerra, posto a giudicare i comportamenti dei suoi principali attori, la cricca finanziaria delle banche di affari, delle agenzie di rating e di queste distratte autorità vigilanti dovrebbe essere chiamata alla sbarra per crimini economici contro l'umanità.
Questi signori agiscono basandosi sul meccanismo delle piramidi finanziarie, inventato da un italiano, Carlo Ponzi, il quale morì nel 1949 in un ospedale di Rio de Janeiro, completamente povero, dopo aver ideato lo schema piramidale ed aver cambiato in dollari negli Stati Uniti francobolli internazionali prepagati, che gli avevano inviato i suoi familiari dall'Italia e che erano stati comprati in Spagna. In quell'epoca, il costo della vita a Madrid era molto basso, per la debolezza della peseta, e il prezzo d'acquisto di un francobollo equivaleva ad un centesimo di dollaro.
A questo schema piramidale aderirono dapprima i suoi amici, poi una fila di persone che volevano diventare ricche. Era tanto il denaro che aveva raccolto che avrebbe potuto comprare 200 milioni di francobolli prepagati, una quantità che neppure esisteva sul mercato, ma Ponzi non cercò di avviare il commercio. Si limitò ad utilizzare parte del denaro che entrava quotidianamente per pagare quanto pattuito ai primi investitori, aumentando così la sua credibilità. Visse vari mesi in modo lussuoso, fino a quando le risorse in entrata non riuscirono più a coprire gli impegni presi: l'ammontare di interessi da pagare superò le entrate da nuovi finanziamenti.
Dopo la crisi del mercato immobiliare, dei subprime e dei derivati, scoppierà anche la bolla delle carte di credito. Dice Zygmunt Bauman: «L'odierna crisi finanziaria non è il risultato del fallimento delle banche, al contrario è il frutto del tutto prevedibile del loro successo che consiste nell'aver trasformato milioni di persone in debitori cronici». Ne consegue che le vere vittime della finanza siamo noi, poveri pagatori in contanti, puntuali estinguitori di rate e mutui, consumatori che comprano solo quello che si possono permettere. L'odierna stretta creditizia non è il risultato del fallimento delle banche; è al contrario il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare un'enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori.
Conosciamo a quanto è arrivato il debito medio delle famiglie negli Stati Uniti, com'è cresciuto l'ammontare totale dei prestiti su carta di credito. Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Per fortuna che in Italia siamo un po' allergici a fare la vita a debito.
Il pianeta bancario è a corto di terre vergini, avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile. Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest'occasione è che l'uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere; dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà. Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa.
Oggi ci viene proposta una via d'uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere (con auspicabile regolarità) la fornitura di droga. Andare alle radici del problema non significa risolverlo all'istante; è però l'unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all'enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi, sofferenze delle crisi di astinenza. La filosofia di vite a debito, a rate, al di fuori delle proprie possibilità, è foriera di gravi disastri che paghiamo e pagheremo tutti.
Ci sono gravi responsabilità: quelle delle tre sorelle del rating (che ho già citato), di chi doveva controllare e non ha controllato; delle banche di affari; di chi ha costruito piramidi finanziarie di carta straccia fondate sulle sabbie mobili; di chi ha conseguito ingenti profitti sulle rovine degli uomini. Mi riferisco all'ultimo magnate texano, Robert Allen Stanford, e a tre delle sue società: la Stanford International Bank, con base nell'isola caraibica di Antigua, lo Stanford Group di Houston, e lo Stanford Capital Management.
La frode riguarderebbe uno schema di investimento sui certificati di deposito di oltre 9 miliardi di dollari. Stanford, che si trova al 205° posto nella classifica di "Forbes" dei più ricchi del mondo, con un patrimonio netto personale di 2,2 miliardi di dollari, è conosciuto anche per le sue attività di sponsor nel golf, nel tennis, nel cricket e nella vela e per la sua vita da nababbo. Ha un castello di 57 stanze da 10 milioni di dollari in Florida, una flotta di quattro jet privati per un valore di 100 milioni di dollari, conti fino a 75.000 dollari solo per i regali di Natale e per le vacanze dei bambini, uno yacht affittato a un prezzo di 100.000 dollari a settimana. La piramide crollò, bruciando il risparmio di 40.000 vittime e Ponzi finì in carcere, perché in America i banchieri ci vanno, mentre in Italia sono tutti a piede libero. Questo è stato l'ultimo personaggio caduto nella rete, dopo aver realizzato un crack di 9 miliardi di dollari, mentre Madoff ne aveva realizzato uno di 50 miliardi di dollari.
Io non userò tutti i minuti che mi sono assegnati e vado ad illustrare la nostra mozione, auspicando che la mozione del presidente Baldassarri, quella dei senatori Morando e Barbolini, quella del senatore Peterlini, quella del senatore Bricolo, quella della senatrice Bonino possano trovare una sintesi in un'unica mozione. Infatti, in questa situazione non entrano le differenze tra destra o sinistra ma i diritti e la possibilità di uscire dalle macerie dove questi signori banchieri ci hanno trascinato. Illustro, allora, i punti salienti della mozione.
Questi punti consistono in alcune proposte, fra le quali una riforma del sistema monetario, reintroducendo, tra l'altro: la stabilità di un sistema moderno di cambi fissi, modificabili solamente nel contesto di accordi sottoscritti dalle parti e agganciati agli andamenti delle economie reali; l'ancoraggio ad un sistema di riserve auree oppure a un paniere di materie prime e/o di monete da stabilire; la definizione di una nuova moneta o di un paniere di monete (quindi, non più solamente il dollaro) accettato nel sistema dei pagamenti internazionali; controlli contro la speculazione sui cambi; controlli sui movimenti di capitali; definizione dei nuovi compiti delle organizzazioni internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, il cui ruolo è stato stravolto nelle crisi recenti.
Un'altra nostra proposta concerne una riforma del sistema finanziario attraverso, tra l'altro: il congelamento dei prodotti derivati esistenti; l'introduzione per il futuro di regole più stringenti per gli accordi di questi derivati fuori controllo, per prosciugare la bolla dei derivati stessi e per definire il loro funzionamento futuro; l'obbligo di negoziazione in borsa dei derivati, di standardizzazione, di autorizzazione da parte di un'autorità di controllo; la non detraibilità fiscale delle attività svolte nei centri off-shore; l'interdizione delle attività speculative degli hedge fund, e delle operazioni di cartolarizzazione; l'adeguata tassazione sia sulle operazioni finanziarie speculative che sui redditi provenienti dalle suddette operazioni; il sostegno del settore bancario e creditizio pubblico e privato, necessario e indispensabile alla politica di investimenti reali e produttivi.
Proponiamo, altresì, una riforma del sistema commerciale, attraverso, tra l'altro: la revisione dell'accordo istitutivo dell'Organizzazione del commercio mondiale; la promozione e il sostegno di grandi investimenti infrastrutturali a livello continentale nei settori dei trasporti, dell'energia e delle comunicazioni; la creazione di organismi di finanziamento (bond produttivi) di simili progetti, come previsto ad esempio dal Piano Delors; riforme fiscali favorevoli agli investimenti e al riutilizzo virtuoso dei profitti nel sistema produttivo; definizione di principi doganali di protezioni sociali e di garanzie ambientali in un nuovo trattato di unione commerciale globale.
Concludo, signora Presidente, e ringrazio anche i colleghi per l'attenzione. Ogni giorno, infatti, quando si leggono i giornali, si assiste ad un crac senza fine dei mercati: ieri abbiamo visto quello di Citigroup per 150 miliardi di dollari e il Governo americano che dovrà nazionalizzarla; oggi abbiamo visto quello di AIG per 60 miliardi di dollari, dopo tutti i soldi che sono stati stanziati. Abbiamo visto l'Europa in calo e le Borse europee che oggi sono andate male. Nel mercato globalizzato ci sono interdipendenze e, quindi, tutte le economie trascinano nel loro tracollo il sudore e la fatica degli uomini, dei lavoratori, dei pensionati, di chi ha risparmiato.
Per questo, signora Presidente, onorevoli colleghi, signor Sottosegretario, al di là del colore dei Governi, esorto a fare una mozione la più possibile unitaria per dare il segnale, anche a questi signori, che al di fuori della volontà popolare non possono continuare a governare i nostri destini e quelli del mondo. (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Peterlini. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Franco Paolo per illustrare la mozione n. 35 (testo 2).
FRANCO Paolo (LNP). Signora Presidente, i pochi minuti che mi sono concessi voglio investirli per spiegare i due livelli su cui la Lega Nord ha fondato la sua mozione. Da un lato, il livello internazionale, relativo al comportamento del nostro Governo nei confronti sia degli altri Governi sia delle organizzazioni internazionali di regolazione politica, economica e finanziaria, dall'altro, il livello nazionale. Non dobbiamo infatti dimenticare che questa crisi, come è già stato ricordato da altri colleghi, ha una valenza interna molto, molto importante e che, probabilmente e purtroppo, non ha ancora mostrato tutti i suoi effetti.
Credo che parlare in generale di regolazione dei mercati finanziari sia onnicomprensivo. Ci rendiamo conto che la tanto decantata globalizzazione, che solo fino a pochi mesi fa veniva enunciata come la panacea di tutti i mali per sconfiggere la povertà nel mondo, a livello finanziario, incontrollata, senza regole, ha condotto tutto il sistema finanziario mondiale nella situazione che conosciamo.
Mi viene un esempio di scuola antica: perché un tempo fu introdotta nel sistema bancario la riserva obbligatoria? Sappiamo il perché: si voleva sia regolare la liquidità sia calmierare gli interventi finanziari degli istituti di credito che avevano e avrebbero ancora provocato gravi danni alla nuova economia nazionale che si era costituita alla fine dell'Ottocento. È ovvio, rispetto agli strumenti che è necessario mettere in funzione oggi, assolutamente più complicati di un tempo, parlare della riserva obbligatoria è come parlare del Commodore 64 quando serve un computer ad altissima potenza e capacità. Però una globalizzazione così com'era stata decantata da tante forze politiche, senza regole, non poteva che portare alla moltiplicazione degli effetti finanziari e degli scambi con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.
Si invita dunque il Governo ad intervenire, perché indispensabile, sotto questo profilo, anche se è evidente che i tempi non saranno brevi. I motivi sono due. Perché il protezionismo, nonostante il grande dibattito contro di esso, è applicato in alcuni Stati, con l'acquisizione delle banche e con i finanziamenti a grossi gruppi in perdita. Quindi, abbiamo enunciato dei principi che non hanno corrispondenza nella realtà quotidiana; potremmo essere d'accordo, ma parliamo di qualcosa che non succede. E perché concretamente la globalizzazione dei mercati, così come è stata attuata sotto il profilo finanziario, non è l'unica causa di una crisi che adesso manifesta i suoi effetti sotto il profilo finanziario, ma che aveva già cominciato, per le aziende manifatturiere, di cui l'Italia è particolarmente ricca, a mostrare le sue tragiche e difficili conseguenze già negli anni scorsi. Quindi, non c'è bisogno solo di un intervento nei confronti dei mercati finanziari e delle regole internazionali.
La Lega intende mettere in discussione anche l'attuale funzione dell'Organizzazione mondiale del commercio, che, ripeto, nelle adesioni, nell'ampiezza, nella mancanza di regole, basate solo sul prezzo e sul contraddittorio con le azioni di dumping, e dimentica delle questioni ambientali e dello sfruttamento del lavoro, non ha portato i benefici che ci si aspettava. Anzi, ha ridotto in grave crisi il nostro sistema produttivo, che allora ha subìto questo grande colpo e che oggi, con la crisi internazionale dei mercati finanziari, ne sta subendo un altro.
Il secondo livello su cui si fonda la nostra mozione fa riferimento alla situazione nazionale, perché poi al cittadino che ha subìto queste conseguenze - non le subisce solamente con il crollo del valore dei propri risparmi se non, peggio, con la loro scomparsa - interessano le cose più minute. La regolazione dei mercati finanziari richiede tempo. Mi sembra che l'Unione europea abbia impiegato ben sei mesi da quando è esplosa la crisi per capire che un'azione coordinata è possibile. È il secondo esempio di incapacità di organizzarsi. Il primo, a livello mondiale, in materia di regolazione dei mercati finanziari; il secondo, a livello europeo, in materia di contrasto agli effetti negativi o di proposta di soluzioni alternative. Solo in queste ore pare che anche l'Unione europea stia davvero pensando di agire all'unisono per proporre delle soluzioni concrete, e questo è il secondo punto dolente. Ebbene, anche l'Unione europea dovrà intervenire per dare il proprio contributo sotto i profili della propria importante competenza.
Veniamo all'altro aspetto che riguarda le politiche interne. Non è sufficiente pensare di risolvere le cause - come dicevo, ci vorrà del tempo - ma bisogna rapidamente eliminare le conseguenze che riguardano l'occupazione, l'impresa e gli enti pubblici; conseguenze gravissime sulle quali dobbiamo intervenire (l'occupazione) con gli strumenti che il Governo ritiene opportuno: quelli che riguardano la cassa integrazione e l'assistenza sono già stati avviati. Restano gli altri, sull'impresa e sugli studi di settore, sulla pubblica amministrazione in rapporto al benedetto, o maledetto, Patto di stabilità. Se non usiamo quegli strumenti potremmo discutere e attendere a lungo soluzioni internazionali che sfuggono anche alla nostra portata, alle quali il Governo ovviamente darà il proprio contributo, ma ci troveremmo probabilmente dopo con una situazione che beneficerà di nuove regole senza avere più il mercato interno, la capacità produttiva interna pronta a cogliere le occasioni che, una volta che la ripresa, la risoluzione di queste contraddizioni sarà attuata, ci troveremo di fronte.
Porto un esempio e concludo l'intervento, signora Presidente: oggi la Danimarca ha annunciato una consistente riduzione fiscale dal 2010 in poi. Ci siamo dimenticati qual è il problema di rispondere alla concorrenza internazionale delle nostre aziende, oltre alla questione della disponibilità del credito, anche sul lato che riguarda la pressione fiscale? Qualcuno pensa ancora a queste soluzioni.
Credo, quindi, signora Presidente, signor rappresentante del Governo, che se affronteremo la questione su due piani potremo avere successo: quello della coabitazione con tutti i Paesi dell'Unione europea e del mondo e quello nostro interno, che non può essere assolutamente dimenticato o tralasciato o, in maniera superficiale o ideologicizzata, allontanato pensando che non possa essere importante. Ai nostri cittadini - penso sia evidente a tutti - interessa molto più oggi questo secondo aspetto rispetto al primo. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Peterlini).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Baldassarri per illustrare la mozione n. 36 (testo 2).
BALDASSARRI (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, rappresentante del Governo, se fossi masochista dovrei quasi esprimere soddisfazione rispetto alla crisi pesantissima finanziaria e reale nell'economia mondiale, avendo dedicato molti anni per avvertire della sua ineluttabilità. Purtroppo, invece, non esprimo questa soddisfazione; semmai la preoccupazione di non vedere ancora, nel mondo, in Europa e, francamente, anche in questo dibattito molto costruttivo che si è appena aperto, espresso in modo chiaro e netto qual è la radice reale dello squilibrio nell'economia mondiale.
La crisi finanziaria è soltanto la punta dell'iceberg dell'esplosione delle bolle finanziarie che sono state utilizzate per coprire la radice reale dello squilibrio nell'economia mondiale.
Di questo, purtroppo, anche nei recenti incontri internazionali poco si è discusso. Qual è la radice reale dello squilibrio? Giace, in primo luogo, sull'economia americana, che da dieci anni consuma il 6-7 per cento in più di ciò che produce. Questo dato di partenza della più grande economia del mondo che consuma più di quello che produce non ha niente a che vedere con il problema della finanza, ma con l'economia reale.
Per nascondere questa radice, l'America ha costruito bolle finanziarie per illudere gli stessi americani che potevano continuare all'infinito a vivere al di sopra delle proprie potenzialità produttive. Tutto questo è stato occultato con la connivenza cinese che, molto furbescamente, ha prodotto una forte compressione di domanda interna e del tenore di vita dei cinesi, per acquisire un forte avanzo commerciale con il resto del mondo e invaderne i mercati. Con questo finanziamento la Cina ha consentito un apparente equilibrio perché finanziava il debito estero americano.
In mezzo vi era l'Europa, la "bella addormentata nel bosco", che ha accettato una crescita modesta per dieci anni e ultimamente ha accettato il «supereuro» a 1,60. Ancora oggi che siamo leggermente sotto l'1,30 stiamo regalando all'economia cinese un dazio negativo (a favore della Cina) del 50 per cento che si somma al dumping sociale cinese. Nel gennaio del 2002, il cambio dollaro-euro era pari a 0,85; se oggi, nonostante quello che dicono giornali e televisioni, l'euro si è indebolito, perché dalla punta di 1,57 è sceso appena sotto 1,30, vuol dire che per le nostre imprese c'è un 50 per cento di competitività persa attraverso il cambio.
Come seconda considerazione, occorre che la collettività internazionale, con in testa gli Stati Uniti, sgombri il campo e il cervello dalla pericolosa illusione che una iper-svalutazione del dollaro possa riequilibrare l'economia reale americana. Non lo sostiene solo il sottoscritto, ma lo ha affermato molto più autorevolmente, quattro anni fa, il Fondo monetario internazionale, stimando che, per riequilibrare l'economia americana in termini dideficit corrente con l'estero, per assurdo sarebbe occorso un cambio dollaro-euro di 1,90. A 1,90 l'economia mondiale sarebbe implosa, Stati Uniti compresi, ben al di là del -3, -4 o -5 per cento di crescita del reddito mondiale. Lo sosteneva - ripeto - il Fondo monetario internazionale quattro anni fa.
Se così è, il primo tema da porre al centro delle istituzioni internazionali, comprese quelle europee, è una strategia di equilibrio reale nell'economia mondiale che non può prescindere dalle seguenti considerazioni: l'economia americana deve riequilibrarsi in termini di consumi e produzione, ma se lo facesse frenando fortemente l'economia interna, vi sarebbe un'implosione nel mondo. Allora, occorre che vi sia un coordinamento tale da consentire all'America di ricorrere a quello che veniva chiamato - ricorderete, cari colleghi - l'atterraggio morbido, ma contemporaneamente è necessaria una forte spinta di domanda interna in Asia (con in testa la Cina) e in Europa.
È responsabilità europea e asiatica prendere il testimone della crescita per consentire agli Stati Uniti il riequilibrio reale in termini di atterraggio morbido: questo ci pare il tema centrale da affrontare ed è il punto di partenza della nostra mozione, ovviamente riformulata e aggiornata in un nuovo testo rispetto alla versione dello scorso mese di ottobre. Se questo è il tema centrale, allora è evidente che occorre una nuova governance internazionale e una ridefinizione di una qualche entità che sia compresa fra il G8 e il G20. Il G8 appare ridicolo in questo momento, perché esclude due terzi dell'economia mondiale; il G20 appare una riunione di condominio, nella quale si discute senza decidere. La responsabilità sta nel trovare un punto di equilibrio, tale per cui nel nuovo G8 (o G10 o G12 che sia) siano presenti l'Europa, il Nord America, l'Asia e - se permettete - l'Africa e l'America latina.
Sulla base di questo, quindi, occorre una rifondazione (sul modello di Bretton Woods) del Fondo monetario internazionale, dell'Organizzazione mondiale del commercio e della Banca mondiale. Il Fondo monetario internazionale deve includere a pieno titolo questi Paesi, ai quali - come nel caso della Cina - non si può concedere di entrare liberamente nell'Organizzazione mondiale del commercio e decidere politicamente il cambio, ad esempio del renminbi, agganciandosi alla svalutazione del dollaro e acquisendo per l'economia cinese una competitività impropria, derivante appunto dalla svalutazione del cambio. Sono falliti non il mercato, ma il suk, l'assenza di regole del mercato e la non presenza degli Stati nel determinarne le regole.
D'ora in poi, non si può consentire di comprare un pezzo di mercato (come il WTO) perché interessa per le proprie merci, senza assumere la responsabilità nel Fondo monetario internazionale della fluttuazione della propria moneta. Il renminbi cinese, se fosse stato lasciato libero di fluttuare nei mercati, oggi sarebbe apprezzato del 40-50 per cento, il che implicherebbe all'interno della Cina la necessità - che prima si asseconda, meglio è per loro e per noi - di spostare il modello di sviluppo dal traino esclusivo delle esportazioni all'impulso della domanda interna, migliorando lo standard del tenore di vita della popolazione.
E allora, se questa è la base di riferimento, il nuovo Fondo monetario internazionale - legittimato dalla presenza di tutte le aree importanti del mondo - deve assumersi la responsabilità del controllo della liquidità nell'ambito di un nuovo sistema di cambi. (Richiami del Presidente). Signora Presidente, sono cinque mesi - lo sottolineo - che aspettiamo in Aula questo dibattito. (Applausi dei senatori Astore e Peterlini).
Quindi, la preoccupazione sta nel fatto che chiaramente occorre tamponare la crisi finanziaria e valutaria, ma facendo una distinzione alla Fra' Luca Pacioli, perché stiamo pensando a centinaia di miliardi di intervento pubblico, che però sono destinati a salvaguardare lo stato patrimoniale, l'asset delle liabilities e a sostituire le perdite patrimoniali con i soldi dei contribuenti. Ma sarebbe un'illusione, se non ci fossero altrettante risorse per sostenere l'economia reale e produttiva, perché prima di tutto, per salvare le banche, occorre salvare i loro clienti, che sono le famiglie e le imprese, altrimenti ci avvitiamo. (Applausi dei senatori Peterlini e De Toni).
E per chiudere, signora Presidente, vengo al ruolo dell'Unione europea e del nostro Paese, mentre il resto lo lascio ad una lettura più attenta del testo della nostra mozione. In questo contesto, mancano gli Stati Uniti d'Europa e le istituzioni conseguenti: in attesa, occorre prendere atto che, con la crisi in corso, i parametri di Maastricht sono saltati, per cui è necessario passare rapidamente ad una Maastricht 2, in cui il rigore della finanza pubblica sia verificato nella parte corrente del bilancio (azzeramento del saldo corrente e, possibilmente, produzione di avanzi), per lasciare agli investimenti la possibilità forte di sostenere l'economia europea.
Alla Banca centrale europea abbassino pure i tassi ulteriormente (anche se auspico che finalmente si capisca che l'abbassamento dei tassi non si fa a pezzi e bocconi, rendendo inutile la manovra, ma con decisioni forti, che sorprendano i mercati), ma occorre che, in questo momento, poiché il mercato interbancario è bloccato, proprio la Banca centrale europea intervenga temporaneamente a fornire una garanzia su tale mercato. È paradossale, infatti, che il Presidente della BCE parli di credit crunch e non guardi alla liquidity trap: la BCE, infatti, inietta liquidità alle banche che, però, non si fidano tra loro e la ridepositano presso la stessa Banca centrale europea, lasciando a secco le imprese, la produzione e le famiglie.
Vorrei ora fare un'ultima considerazione sull'Italia.
Signora Presidente, checché se ne dica e per ragioni forse paradossali, il sistema bancario italiano si è dimostrato più solido e più al riparo degli altri sistemi, perché ha una quota di titoli tossici molto più modesta, che la Commissione finanze del Senato, nell'indagine conoscitiva sulla crisi finanziaria internazionale e sui suoi effetti sull'economia italiana, ha potuto quantificare in circa 5 miliardi di euro, un'entità modesta se confrontata con quella di altri sistemi bancari. Tuttavia, dobbiamo evitare il paradosso che la crisi dell'economia reale trasformi in elementi tossici crediti solidi e sani di famiglie ed imprese italiane sane, che saranno messe in condizioni di non poter far fronte ai propri impegni e quindi ciò che oggi è sano potrebbe diventare sofferenza.
Pertanto, lancio una sfida che è un invito al Governo affinché vari finalmente i regolamenti di attuazione che consentano alla SACE di dare una garanzia per il pagamento di 40 miliardi di crediti delle imprese italiane nei confronti di tutte le pubbliche amministrazioni, rendendo liquidabile quell'enorme entità di pagamenti. Inoltre, è opportuna una manovra forte che riguardi direttamente le famiglie e le imprese e che sia diversa dalla proposta del Partito Democratico, demagogica e pericolosissima, basata su un aumento del deficit per quest'anno da recuperare negli anni futuri. Una manovra che non determini un euro in più di deficit pubblico comporta il coraggio e la necessità di intervenire su 40-50 miliardi di spesa corrente che rappresentano sprechi e in qualche caso anche finanziamenti di malaffare.
Aiutando il ciclo reale, il sostegno alle famiglie e alle imprese consentirà di evitare la prospettiva di avere 1,5 milioni di disoccupati per i quali, giustamente, dovremmo provvedere con gli ammortizzatori sociali. L'iniziativa più intelligente e politicamente più responsabile è dunque sostenere la produzione, le famiglie e le imprese, affinché non ci siano 1,5 milioni di disoccupati in più, atteso che se si riuscisse a contenerli entro i 200.000-300.000 avremmo le risorse serie per approntare anche gli ammortizzatori sociali.
In conclusione, auspico un confronto su una manovra forte e seria che non determini un euro in più di deficit pubblico, tagliando la spesa corrente laddove ci sono sprechi e malaffare. In questo modo si otterrebbe un risultato: invece di preoccuparci tutti, giustamente, di approntare risorse per ammortizzatori sociali per 1,5 milioni di nuovi disoccupati, è meglio spendere risorse prima per sostenere il ciclo della produzione, in modo che quello scenario non si avveri e, piuttosto che una crescita negativa del 2-3 per cento, con quelle prospettive di disoccupazione, si determini un'attività economica più forte. Ciò magari avrà effetti sulla disoccupazione, ma molto più contenuti e con ammortizzatori sociali molto più efficaci, perché limitati a 200.000 persone e non a 1,5 milioni di disoccupati. (Applausi dai Gruppi PdL, LNP e del senatore Peterlini).