BOSCETTO (PdL). Signor Presidente, colleghi, questa discussione generale così interessante mi fa andare, con il pensiero e con l'occhio, ad alcuni emendamenti dichiarati improponibili per le ragioni che così bene ha spiegato il Presidente del Senato.
Questo è un provvedimento estremamente specifico per le ragioni che conosciamo; quindi, in esso non trova adeguata sede la questione di estendere la materia di osservazione e, eventualmente, di voto al problema dei piccoli Comuni o dell'unico turno per l'elezione di sindaco e Presidente di Provincia.
Siccome il sottosegretario Davico ha annunciato, come già prima di lui il ministro Maroni, che nella Carta delle autonomie andremo ad affrontare e risolvere qualcuno di questi temi, credo che la discussione in oggetto sia utile anche in questa sede. Porci i problemi serve per dare al Ministero dell'interno, al sottosegretario Davico e, prima di lui, al ministro Maroni qualche logica in relazione a queste problematiche.
Qui noi troviamo l'emendamento 3.0.3, che ha come primo firmatario il senatore Bianco e che - lo ribadisco - è stato dichiarato improponibile per le ragioni che ho spiegato (ma che tanto meglio di me ha spiegato il Presidente del Senato), dove si consente il terzo mandato consecutivo nei Comuni con popolazione pari o inferiore a 5.000 abitanti. Abbiamo poi l'emendamento 3.0.100, a firma del senatore Zanetta, dove invece si consente il terzo mandato consecutivo nei Comuni con popolazione pari o inferiore a 3.000 abitanti.
Bisogna porsi il problema, in questo momento, con un puro intento speculativo, come dicevo (intendendo ovviamente il dato intellettuale e non un atto di speculazione), perché si rimanga fermi su determinati numeri e non si pensi invece ad altri. Noi sappiamo che i Comuni fino a 5.000 abitanti sono più di 5.000, quindi l'inserimento di un terzo mandato per i sindaci di tutti questi Comuni avrebbe un peso notevole sul contesto elettorale in generale. Si metterebbe in difficoltà anche un principio di razionalità, perché i Comuni fino a 5.000 abitanti hanno già una certa consistenza, oltre ad essere tantissimi, come ho ricordato.
Una proposta che non è contenuta nel testo, ma che fa parte del nostro bagaglio di nozioni, è quella di limitare la possibilità di un terzo mandato ai sindaci di Comuni sotto i 1.000 abitanti, con il ragionamento che in questi Comuni così piccoli il ricambio amministrativo è estremamente difficile. Pertanto, limitando a due mandati la possibilità per un buon sindaco di ricandidarsi, si provocano situazioni spesso negative, addirittura al limite del comico o del cattivo gusto. Quando il sindaco, dopo due mandati, fa candidare la moglie, la cugina, un figlio o un parente prossimo, probabilmente riesce lo stesso a vincere le elezioni, ma sostituisce a se stesso persone che non hanno capacità amministrativa, che non sono in grado di reggere il confronto diretto che il sindaco deve avere con la società intesa nel senso più ampio. Quindi, se quel sindaco, dopo aver completato due mandati, pensa di governare attraverso i parenti (intendendo il concetto in senso lato), ciò finisce per danneggiare l'ente, soprattutto se è di piccole dimensioni.
Pertanto, sottosegretario Davico, nel caso di Comuni fino a 1.000 abitanti, credo che sia necessario prevedere la possibilità di un terzo mandato per il sindaco.
Peraltro, il discorso del terzo mandato in sé non ha un grande significato. Si potrebbe stabilire che, come avveniva una volta, è possibile ricandidarsi più volte, anche fino a cinque. Infatti, nei casi in cui la scelta amministrativa è molto limitata, se c'è un buon sindaco, la sua amministrazione dovrebbe poter andare avanti fino a quando le forze lo reggono e finché continua ad essere eletto grazie al consenso dei suoi compaesani.
Potremo poi trasferire questi concetti anche in situazioni più ampie. La ratio del divieto per un sindaco di andare oltre i due mandati era quella di evitare - così si diceva - l'incrostazione di potere. Infatti, esagerare con gli anni di sindacatura poteva creare una situazione per cui il sindaco finiva per abusare del suo successo e mettere in difficoltà l'ente.
Abbiamo visto che in fondo non è così: chi vuole abusare della situazione del proprio ente può farlo anche al primo mandato o al secondo, perciò la limitazione sta diventando, alla luce dell'esperienza, irrazionale.
Anche su questo, dunque, signor Sottosegretario, la invito a meditare. Passare da due a tre mandati è molto semplicistico, nel momento in cui si finisce per non comprendere più bene la ratio - della quale parlavo - del divieto di andare oltre i due mandati. Se un sindaco ha successo, forse è inutile limitarne il mandato, indipendentemente dalla popolazione del Comune.
Quello che poi non capisco - me lo spiegherà il collega Zanetta, tanto amico e tanto stimato - è come mai si voglia abolire il doppio turno per l'elezione del sindaco nei Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti, e non in quelli con popolazione inferiore. In questo modo, infatti, si eviterebbe ad esempio il ballottaggio nel Comune di Milano, mentre in qualche Comune con popolazione al di sotto dei 15.000 abitanti, esso continuerebbe ad esistere.
Sono d'accordo con la sua linea di evitare i ballottaggi che, anche per i presidenti di Provincia, vedono un afflusso alle urne percentualmente molto più basso rispetto a quello del primo turno: sono momenti elettorali faticosi ed ovviamente raddoppiano i costi della consultazione elettorale. Le stesse ragioni che hanno dogmaticamente sorretto l'esigenza teorica del ballottaggio, alla luce della verifica fattuale negli anni, non hanno più particolari ragioni per esistere: anche su questo punto, quindi, signor Sottosegretario, occorre riflettere. Il nostro non è un Paese da ballottaggi: oltretutto da noi il ballottaggio è sottratto a quelle tradizioni che possono esserci per esempio in Francia, dove sappiamo che il sistema del doppio turno a ballottaggio è consolidato anche alle elezioni politiche, è ben accettato dai cittadini ed è ben considerato dalla classe politica. Abbiamo dunque bisogno, in tempi brevi, di porre in essere meccanismi che non portino le elezioni a durare quasi un mese.
PRESIDENTE. Senatore Boscetto, la invito a concludere.
BOSCETTO (PdL). Le chiedo scusa, signor Presidente, ma questa problematica mi stimola, anche perché sono stato presidente di Provincia, consigliere comunale, per cui ho vissuto queste problematiche settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno.
Accetto comunque il suo cordiale e cortese richiamo, sottolineando come questi pochi concetti che ho espresso - tante altre cose si potevano dire! - siano propedeutici a quella Carta delle autonomie che in tempi brevi sarà esaminata in Commissione, e poi in Aula, ed alla quale dobbiamo tentare di dare un apporto preventivo, affinché il testo sul quale andremo a lavorare sia già molto ben meditato, possibilmente distaccandoci dalle incrostazioni che si sono create nel tempo. (Applausi dai Gruppi PdL, LNP e IdV).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.