Ripresa della discussione del disegno di legge n. 1334 (ore 11,31)
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritta a parlare la senatrice Amati. Ne ha facoltà.
AMATI (PD). Signora Presidente, intervengo su questo atto nella duplice competenza di componente della Commissione difesa e della Commissione diritti umani del Senato.
È noto che la partecipazione del nostro Paese a missioni di pace non può che compiersi secondo il dettato costituzionale e secondo le direttive dell'ONU, cioè coniugando il tema della sicurezza internazionale con quello dello sviluppo e dell'autonomia dei territori oggetto del nostro impegno.
Presidenza del vice presidente CHITI (ore 11,32)
(Segue AMATI). In particolare, voglio fare riferimento alla situazione afgana, nella quale da sempre sosteniamo che il processo di pace non può che venire da un'azione congiunta che sia anche militare ma non solo militare. In questo caso è altresì necessaria una decisa iniziativa politica per affrontare le grandi priorità che rendono insostenibili le condizioni di vita della popolazione locale.
Il 53 per cento di questa vive sotto la soglia di povertà e i dati ufficiali ci dicono che il 70 per cento non ha un lavoro legale e il 60 per cento non dispone di energia elettrica. Il 70 per cento della popolazione adulta non va oltre l'istruzione elementare e il tasso di analfabetismo femminile è dell'85 per cento. È poi la popolazione civile a soffrire di più per gli insulti delle armi. Solo per citare un caso, ricordo che gli attacchi aerei della missione Enduring Freedom sono stati la causa principale, ancorché involontaria, di morti civili e danni alle proprietà. Si tratta di una situazione che ha diffuso la percezione che si sia indifferenti alle vittime civili e che non si facciano abbastanza sforzi per proteggere i cittadini e le loro proprietà durante le incursioni. Oltre sette anni dopo la fine del regime dei talebani e l'inizio dell'intervento internazionale, le notizie che giungono da quel Paese non lasciano molto spazio all'ottimismo.
Tuttavia, in questi sette anni sono stati raggiunti risultati importanti, in particolare per quanto riguarda la ricostruzione delle istituzioni, la ripresa del settore sanitario e di quello scolastico, lo sviluppo di quello dell'informazione. Molte, però, sono ancora le difficoltà, a partire dalla sicurezza in continuo deterioramento, nonostante la presenza di truppe internazionali.
C'è la lentezza della ricostruzione dello sviluppo economico, ancora non in grado di migliorare lo stato di diffusa povertà della popolazione. C'è poi la perdurante piaga della coltivazione e del traffico di oppio arrivati, in questi anni, a livelli mai raggiunti in passato. Coltivazione e traffico di droga andrebbero finalmente contrastati, essendo il bacino afgano il più grande del mondo.
Nei nuovi livelli di governo delle istituzioni appare resistere inoltre, a giudizio degli esperti, la cultura dell'impunità: la corruzione dicono dilaghi, sommergendo le stesse strutture preposte a combatterla; basterà pensare al segnale inequivocabile dato dal calo della partecipazione al voto, che in occasione delle elezioni presidenziali del 2004, era stata allora del 70 per cento, laddove le elezioni politiche, hanno visto una partecipazione del 50 per cento. Quel Paese manifesta il bisogno di una strategia di lungo periodo, che affronti i nodi trascurati di una governance inefficace e priva di visione, che adotti tutte le misure utili a punire i responsabili dei fenomeni di corruzione, a partire da quelli del narcotraffico. Al tempo stesso, è urgente favorire l'emersione di una società civile e politica che possa consentire il ricambio; si tratta di una società civile e politica che ora appare schiacciata da dinamiche economiche e di potere fortemente legate alla guerra.
Tra l'altro, secondo una serie di recenti studi, i principali donatori della comunità internazionale portano la responsabilità dei fallimenti attuali sulla ricostruzione. Questo sia perché manca una visione coordinata degli interventi, sia perché solo il 40 per cento delle risorse rimane in Afghanistan, mentre il 60 torna ai Paesi donatori attraverso le loro ONG e le agenzie private per lo sviluppo. Per quanto riguarda l'impegno fin qui sostenuto dall'Italia in Afghanistan, questo è stato principalmente dettato dalle scelte di solidarietà transatlantica, piuttosto che da un sentimento di reale interesse nazionale. Sin qui l'Italia, in linea con quanto facevano gli Stati Uniti, ha devoluto il 90 per cento dei propri finanziamenti all'Afghanistan alla sfera militare, con ciò lasciando molto poco all'impegno della cooperazione internazionale.
Voglio dare credito a quanto il sottosegretario Scotti ci ha detto nell'ultima audizione in Commissione diritti umani. Scotti ha sostenuto che l'impegno del Governo italiano a favore dei diritti umani è una componente trasversale della nostra azione internazionale; il Parlamento ed il Governo dichiarano di condividere, infatti, una politica di promozione dei diritti umani fondamentali della persona, tanto che esiste - a detta di Scotti - una sensibilità sempre più diffusa secondo cui la democrazia e i diritti umani sono componenti essenziali della nostra azione nel mondo, al punto da tracciare una via italiana all'impegno in politica estera.
Per questi motivi, cosi velocemente e sinteticamente enunciati, sono rimasta negativamente colpita dal fatto che la maggioranza e il Governo abbiano bocciato in Commissione tutti i nostri emendamenti, che avevano principalmente il fine di integrare, peraltro assai modestamente, ma almeno simbolicamente, le risorse sul fronte degli aiuti alla popolazione civile afgana; quella popolazione verso la quale dovremmo rivolgere il massimo della nostra attenzione, anche perché essa, troppe volte, è risultata vittima innocente degli insulti delle armi. In particolare, devo dichiarare di essere sconcertata dalla bocciatura dell'emendamento 3.2, che prevedeva la spesa di un milione di euro per la ricerca e la disattivazione degli ordigni inesplosi e per l'attività di rieducazione al rischio mine a favore della popolazione civile.
Il 3 marzo si celebreranno nel mondo i dieci anni della Convenzione di Ottawa per la messa al bando delle mine antipersona. Il 3 dicembre scorso, proprio il sottosegretario Scotti ha firmato ad Oslo la Convenzione per la messa al bando delle bombe a grappolo. Abbiamo presentato oggi una mozione su questi temi: allora perché in questo atto non c'è neanche un euro per iniziare un'opera di prevenzione vera delle mutilazioni dalle mine e dalle cluster bomb? Perché oggi in quest'atto non c'è neanche un euro per la restituzione ai civili di un territorio sanato?
Credo che se vorremo essere coerenti e credibili con il mondo, oltre che con la nostra coscienza - bene prezioso e sempre più raro, ma irrinunciabile - dovremo pretendere un impegno diverso e maggiormente caratterizzato sul fronte della politica e della cooperazione internazionale. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pegorer. Ne ha facoltà.
PEGORER (PD). Signor Presidente, il dibattito che ha accompagnato fin qui l'esame del provvedimento alla nostra attenzione ha messo in evidenza, tra l'altro, l'opportunità di stabilire un percorso parlamentare tale da consentire un approfondimento sulle linee politiche fondamentali in materia di partecipazione italiana alle missioni internazionali. Lo ricordava il relatore, senatore Ramponi, e a questo proposito voglio citare l'intervento svolto davanti alle Commissioni 3ª e 4ª riunite dal sottosegretario Mantica, che si è mostrato particolarmente sensibile a questo tema.
Si tratta quindi, a ben vedere, di un'opportunità da perseguire con convinzione e decisione, anche per evitare il rischio, sempre presente, che l'approvazione di così importanti provvedimenti si trasformi in un semplice adempimento burocratico. D'altra parte, così non è né dovrà essere in futuro.
Mentre discutiamo, infatti, circa 8.500 uomini e donne sono impegnati, anche a rischio della propria vita, nei diversi scacchieri internazionali, caratterizzati da condizioni sempre critiche e particolarmente difficili. Si tratta di ufficiali e militari di truppa che in questo momento sono lì a rappresentare con coraggio e dignità il nostro Paese.
Nel riaffermare con forza ai nostri connazionali impegnati nei diversi scenari di crisi tutta la nostra stima e tutto il nostro sostegno, non possiamo però evitare di sottolineare il carattere tutto politico sotteso all'assorbimento di questi gravosi impegni da parte del nostro Paese.
Garantire il contributo dell'Italia alla comunità internazionale per la stabilizzazione e la ricostruzione di aree di crisi non può essere affidato, infatti, unicamente alla presenza militare, al cosiddetto impegno operativo. Si deve agire contemporaneamente con la messa in campo di strumenti, risorse e politiche che sappiano aiutare le comunità interessate a costruire le migliori condizioni per la realizzazione di una transizione sicura e stabile.
Così penso possiamo davvero proiettare nello scenario internazionale il ruolo del nostro Paese sul fronte di un multilateralismo concreto ed efficace.
Se questo può risultare un asse condiviso di ragionamento e di conseguente azione di politica internazionale, appare del tutto evidente che il Parlamento non può limitarsi ‑ credo ‑ ad affrontare così delicate questioni in una discussione che si limiti ad approvare un decreto‑legge di rifinanziamento delle missioni. Vi è bisogno, invece, di un confronto di merito più profondo, che interessi in modo compiuto tutti gli aspetti politici riguardanti il nostro impegno internazionale, anche al fine di promuovere una solida coesione su temi così delicati, che riguardano l'interesse generale del nostro Paese nel contesto internazionale.
Gli argomenti di approfondimento e di confronto politico di merito, certo, non mancano: penso, ad esempio, alle questioni più delicate, che afferiscono al nostro impegno, quali l'Afghanistan o lo scacchiere mediorientale. È necessario, quindi, che la procedura sia rivista, individuando altre modalità, non limitando il confronto parlamentare all'esame delle singole, specifiche autorizzazioni di spesa. Ed è proprio su questo argomento che vorrei, infine, svolgere alcune considerazioni, relativamente alla congruità delle risorse messe a disposizione dal provvedimento.
In primo luogo, si osserva che il provvedimento al nostro esame ripropone ‑ come già sperimentato nella XIV legislatura ‑ un rifinanziamento per un solo semestre, da rinnovare a metà dell'anno per un periodo della stessa durata. Questo afferma il Governo per dare maggiore flessibilità all'impiego delle risorse. Nel merito delle cifre e dell'entità del finanziamento, così com'è stato modificato nel corso dell'esame da parte della Camera, la maggioranza sostiene di avere dato risposta alla necessità di destinare appropriate risorse finanziarie alle nostre missioni internazionali, presentando il quadro complessivo dei fondi destinati incrementato di circa il 30 per cento rispetto al precedente finanziamento.
In realtà, come detto, l'intervento finanziario riguarda il primo semestre del 2009 e introduce tra l'altro nuovi impegni, nuove missioni, rispetto all'anno precedente. Si potrà parlare, quindi, di un incremento di risorse soltanto a conclusione del periodo annuale, tenuto conto che al momento risulta messo a disposizione circa il 70 per cento dei fondi previsti per il 2009 dalla finanziaria approvata a suo tempo dall'allora Governo di centrosinistra.
Si pone perciò alla nostra attenzione il necessario reperimento di ulteriori e adeguati fondi per la partecipazione italiana alle stesse operazioni per il secondo semestre dell'anno. Anche su tale questione, che può apparire di semplice natura tecnica, credo torni alla ribalta il tema di un esame più preciso e approfondito da parte del Parlamento dei provvedimenti concernenti la nostra partecipazione alle missioni internazionali. Auspico, signor Presidente, che i prossimi mesi possano essere ben utilizzati proprio a questo scopo. (Applausi dal Gruppo PD)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, anzitutto chiedo scusa se in questi banchi non è presente nessun altro componente del mio Gruppo, il che mi farebbe pensare a qualche problema all'interno del partito o del Gruppo.
Il disegno di legge n. 1334, recante proroga della partecipazione italiana a missioni internazionali, costituisce, nel riproporsi periodicamente, ogni semestre, un atto di quelli che potremmo indicare quasi come dovuti, al pari della legge finanziaria o delle leggi di bilancio, nel nostro programma legislativo. È prassi invalsa, infatti, che ogni sei mesi, data la necessità di assicurare la continuità delle missioni internazionali, si preveda il rifinanziamento delle stesse e, sempre nella medesima ratio, dato il mutare degli scenari internazionali, si disponga parimenti l'integrazione degli impegni all'estero, ovvero la riduzione e la rimodulazione degli stessi.
Considerando allora la menzionata necessità di continuità ed il senso istituzionale che impegna l'Italia dei Valori a collaborare con la maggioranza parlamentare in questa materia, il contributo mio e del mio Gruppo alla discussione in Commissione esteri e a quella odierna in Aula non è volto a fare opposizione ma esclusivamente al miglioramento del disegno di legge di conversione.
In tal senso abbiamo presentato due ordini del giorno, che servono a mettere in luce possibili problematiche sulle quali un impegno del Governo potrebbe risultare fondamentale. Il primo attiene alla disposizione che autorizza il Ministero degli affari esteri ad affidare consulenze esterne, nonché alla relazione semestrale che lo stesso Ministero è tenuto a presentare alle Camere; il secondo riguarda la copertura finanziaria del provvedimento. Ad ogni modo, su questo tema, signor Presidente, mi riservo di intervenire, insieme al collega Caforio, nella sede specifica dell'illustrazione degli ordini del giorno.
Per quanto attiene al disegno di legge, invece, vorrei soffermarmi sugli aspetti di maggiore rilevanza per il Ministero degli affari esteri, specificamente gli articoli 01, 1 e 2.
L'articolo 01, inserito nel corso dell'esame presso la Camera, introduce nella norma un capitolo concernente gli interventi di cooperazione allo sviluppo e costituisce, a mio avviso, un importante contributo parlamentare alla disposizione governativa, dimostrando in tal modo che il Governo dovrebbe avvalersi maggiormente del contributo delle Assemblee parlamentari e non operare sempre tramite decretazione di urgenza.
Gli interventi di cooperazione allo sviluppo, potenziati da detto articolo, possono molto nei confronti delle popolazioni più svantaggiate ed hanno le potenzialità per giocare un ruolo determinante anche in quelle situazioni post conflitto, nelle quali le infrastrutture di base, i servizi pubblici minimi e la funzionalità di un sistema complessivo, sia economico sia politico, sono stati indeboliti dal protrarsi delle ostilità.
In particolare, nel disegno di legge n. 1334 si stabiliscono interventi in Afghanistan, Iraq, Libano, Sudan e Somalia, specifici per la ricostruzione e l'assistenza ai rifugiati. Si assegna per tali interventi un fondo di 45 milioni di euro che va a modificare quanto disposto nella legge finanziaria per il 2009.
Vorrei ricordare che, proprio su tale aspetto, a dicembre 2008 la discussione relativa alla manovra finanziaria mi aveva visto condurre una decisa opposizione in Commissione affari esteri. Infatti, quello che si disponeva in finanziaria, alla Tabella C allegata alla legge, era una riduzione progressiva e costante, a partire dal 2009 e fino al 2011, dell'impegno economico dell'Italia. Per essere precisi, si prevedeva una riduzione pari a 500 milioni di euro per il 2008 e di ulteriori 100 milioni nel 2011.
Non possiamo, quindi, che accogliere positivamente questa parziale inversione di rotta che riduce il taglio ignominioso stabilito a dicembre. Rifinanziare le missioni di cooperazione allo sviluppo è importante, infatti, non soltanto per non perdere di credibilità nei confronti di quelle popolazioni che fanno affidamento sul contributo italiano, nonché nei confronti dei partner stranieri con i quali cooperiamo nei teatri di Afghanistan, Iraq, Libano, Sudan e Somalia, ma è fondamentale anche per sviluppare appieno la nostra politica estera.
Le missioni all'estero, per come si configurano attualmente, coniugano sempre di più l'aspetto militare della difesa, ossia il peace keeping, a quello umanitario, cioè il peace building.
È chiaro ormai (e la débacle irachena ne è l'esempio lampante) che l'efficacia delle missioni e la conseguente possibilità di raggiungere risultati concreti sono basate non più sulla mera forza di interposizione ma sullo sviluppo di relazioni con le popolazioni autoctone, sull'instaurazione di un clima di fiducia, sul ripristino delle strutture essenziali e sulla legittimazione dei Governi locali. Sono basate, insomma, su di un'attività che riesce gradualmente a restituire l'autonomia di gestione al Paese in cui operiamo per poter sganciare la presenza straniera sul territorio e passare la consegna ad istituzioni interne forti e ad una società civile pacificata.
Per tali motivi riconoscere l'importanza della cooperazione allo sviluppo ed incentivare, come si fa al comma 2 dell'articolo 01, l'utilizzo delle risorse locali sia umane che materiali costituiscono un passo importante.
Il panorama delle attività con le quali l'Italia contribuisce al mantenimento della pace è arricchito poi dall'articolo 1, ove si stabiliscono gli interventi per le esigenze di prima necessità, come il ripristino dei servizi essenziali, della popolazione locale di Libano, Afghanistan e Balcani. Considerando che tali interventi possono essere stabiliti dai comandanti dei contingenti militari impegnati nei suddetti teatri, si deve rilevare che la disposizione permette elasticità e prontezza di azione, rispettando il principio della vicinanza dei centri decisionali alle situazioni da gestire.
Passando successivamente all'analisi dell'articolo 2, concernente gli interventi a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, si deve innanzitutto notare come lo spirito multilaterale della politica estera italiana sia rafforzato e come si vadano a privilegiare nuovamente strumenti alternativi a quelli militari per la creazione di uno spazio di pace e sicurezza: nello specifico, i fondi fiduciari NATO, la diplomazia preventiva OCSE e la partecipazione di funzionari alle missioni PESD, la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea.
I fondi fiduciari, per i quali si assegnano due milioni e mezzo di euro, sono utilizzati per sostenere le istituzioni dei Paesi partner indebolite dalle guerre, mentre il ruolo italiano in ambito OCSE si svolge su più fronti, dal controllo sul rispetto degli accordi di pace e sullo svolgimento delle consultazioni elettorali (per le quali l'Italia impegna 40 esperti) alla lotta alla criminalità internazionale e alla corruzione.
A conclusione di quanto detto sinora, il giudizio sulle missioni italiane, di carattere se vogliamo civile, non può che essere positivo ed anzi, si auspica che tale aspetto della nostra politica estera, il quale coniuga la solidarietà globale con la presenza sul territorio, possa essere sempre più di primo piano. Tale sfera della politica estera appare imprescindibile altresì come strumento per rafforzare la posizione italiana nei consessi internazionali, Europa, NATO, ONU, OCSE, e per poter offrire, in caso di recrudescenza delle conflittualità, non soltanto contingenti militari ma pieni rapporti di collaborazione politica con i governi interessati e profonda conoscenza delle condizioni dei civili.
Alle considerazioni sin qui svolte si devono poi affiancare quelle relative all'articolo 3, il quale regola in maniera specifica, attraverso gli svariati commi, la partecipazione italiana alle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia.
Senza entrare nello specifico delle singole missioni, mi soffermo nel sottolineare solo che il comma 25 dà attuazione al Trattato di amicizia con la Libia, che è stato da parte dell'Italia dei Valori fortemente contestato, in quanto manchevole delle giuste clausole di salvaguardia dei diritti umani. Lo rimarchiamo ancora oggi, perché è un interesse di parte, per quanto riguarda l'Italia dei Valori, e lo vogliamo dire forte e chiaro.
Voglio quindi rilevare la sensazione generale sorta dalla lettura dei 33 commi: mi sembra che il quadro sia caratterizzato da un'eccessiva varietà e diffusione delle missioni, e manchi spesso di consistenza delle stesse. Si legge, ad esempio che nella missione ad Haiti, la MINUSTAH, sono impegnate cinque unità della Guardia di finanza. Ora, come anche altri colleghi hanno sottolineato, il divide et impera non sempre premia l'efficacia dell'azione, nel senso che, per conseguire risultati effettivi, si sarebbe forse dovuto procedere a una razionalizzazione delle forze militari all'estero e a una riallocazione degli impegni laddove questi sono più richiesti. Questo farà parte dell'ordine del giorno che presenteremo.
Per concludere, cari colleghi, vorrei sottolineare ancora una volta come all'Italia dei Valori stia a cuore il dovere di proseguire negli accordi multilaterali presi, e di assicurare la massima sicurezza per i nostri militari impegnati all'estero. Pertanto, dimostriamo con spirito di collaborazione il nostro impegno per il rifinanziamento delle missioni. Vorrei, e concludo con questo monito, che si prestasse un'attenzione particolare alla questione, perché l'efficacia delle missioni risiede proprio nella possibilità di mantenere una continuità ed un livello di prestazioni alto nel tempo, mentre una gestione improvvida delle finanze pubbliche, senza programmaticità a lungo termine, potrebbe turbare non solo i risultati ma anche l'incolumità dei nostri uomini. (Applausi del senatore Giambrone).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marcenaro. Ne ha facoltà.
MARCENARO (PD). Signor Presidente, muovo da quelle stesse preoccupazioni che il relatore, senatore Ramponi, illustrava nel corso del suo intervento, e cioè che un atto così importante per il nostro Paese, come sono le missioni internazionali e le decisioni che le riguardano, avvenga senza un reale approfondimento delle condizioni politiche nelle quali queste missioni si svolgono, senza un bilancio e una valutazione delle diverse situazioni e dei diversi scenari nei quali i soldati italiani sono impegnati, in sostanza senza che il Parlamento svolga il ruolo che gli è proprio, di esercitare una funzione di indirizzo.
Vorrei sottolineare che questa preoccupazione è particolarmente rilevante, intanto perché siamo in una fase di profondo mutamento degli scenari e delle situazioni; in una fase nella quale è aperta, in tutti i Paesi che insieme a noi hanno la responsabilità di queste missioni, una discussione politica sulle scelte che devono essere compiute.
In secondo luogo - questo è punto che non possiamo mai dimenticare - stiamo prendendo delle decisioni che riguardano migliaia e migliaia di soldati italiani, all'incirca 10.000, in una situazione nella quale il Governo, se non sbaglio ieri per bocca del ministro della difesa La Russa, esprimeva profonda preoccupazione ed allarme sulle condizioni nelle quali i nostri soldati e le nostre forze sono impegnate. Mi pare che questo sia un problema essenziale e credo che attraverso l'odierna discussione dobbiamo contribuire a tracciare questo quadro e questo indirizzo.
Mi soffermerò, in particolare, sulla missione italiana in Afghanistan non perché sia l'unica ma perché, osservando questa missione e i problemi che ha di fronte, possiamo notare alcune problematiche più generali.
Tutti sappiamo che la situazione in Afghanistan è rischiosa. Leggo proprio adesso su un'agenzia che questa mattina a Kabul, in coincidenza con la visita del Ministro degli esteri italiano, l'ambasciata italiana ha invitato tutte le organizzazioni non governative, cioè tutte le organizzazioni di volontariato presenti sul territorio afgano, ad abbandonare l'Afghanistan dichiarando che non esistono più le condizioni per garantire i livelli di sicurezza necessari. È un'agenzia di pochi minuti fa.
Questa notizia ci segnala il livello straordinario di preoccupazione e di rischio che esiste in quell'area. Si tratta di un rischio che naturalmente riguarda le forze e le persone lì impegnate e, più in generale, il destino di questa missione e dell'intervento della comunità internazionale per riaffermare condizioni di stabilità e sicurezza in quella regione.
Signor Presidente, signori del Governo, noi sappiamo che è impossibile, quando discutiamo di missioni come quella in Afghanistan, separare l'aspetto della presenza militare da una considerazione più generale del quadro politico nel quale la missione si svolge.
Noi conosciamo ‑ ne hanno parlato colleghi del Gruppo intervenuti prima di me, come la senatrice Amati ‑ i problemi e il contesto nel quale si svolge la missione italiana; è un contesto nel quale i fenomeni di corruzione non diminuiscono, nel quale la base politico-sociale del governo Karzai, che dovrebbe garantire una crescita della stabilità politica, non si allargava, nel quale i dati ci dicono che la produzione e il traffico di stupefacenti, la coltivazione del papavero e dell'oppio e la produzione di eroina continuano a crescere in modo inarrestabile. È una situazione nella quale ‑ voglio ricordarlo ‑ nel corso di questo anno sono stati uccisi oltre 2.100 civili e di questi più di 800 sono stati uccisi non dai talebani, ma in operazioni condotte o dall'esercito afgano o direttamente dalle forze militari internazionali.
Tutto questo determina una situazione nella quale il campo fondamentale dell'azione del contingente internazionale (si diceva, la conquista dei cuori e delle menti, cioè la conquista di quelle condizioni politiche che potevano permettere un successo dell'iniziativa), appare sempre più in difficoltà.
Sottosegretario Cossiga, sottosegretario Mantica, voi sapete meglio di me che il confronto oggi avviene tra chi pensa che in Afghanistan sia possibile semplicemente una soluzione militare (e, di conseguenza, orienta in questo modo i comportamenti delle forze ivi presenti) e chi ritiene che l'azione militare debba avere un ruolo di garanzia delle condizioni di sicurezza che permettono alla politica di svilupparsi.
Ma questo è un punto sul quale il nostro Paese può esercitare un ruolo. Tutti noi dobbiamo avere il senso delle proporzioni, di quello che l'Italia è e può fare, ma in una situazione di trasformazione, nella quale nella nuova amministrazione americana è nata una riflessione sulle strategie da seguire, il nostro Paese, nel quadro delle relazioni internazionali e degli impegni internazionali che assume, può esercitare un ruolo, può spingere e premere per una politica, e lo può fare in modo più efficace costruendo, se riesce, un collegamento e una omogeneità tra i diversi Paesi europei che in quegli scenari sono impegnati.
Naturalmente, voteremo con convinzione il rinnovo del mandato e del finanziamento alle nostre missioni, però pensiamo che oggi ci sia un'azione del Governo radicalmente insufficiente dal punto di vista del nostro contributo all'elaborazione di una diversa prospettiva, di una diversa possibilità politica. (Applausi del senatore Perduca). È una questione che si pone a chiunque sappia e abbia coscienza di come sia importante non essere sconfitti in Afghanistan e di come invece questa sia una possibilità che oggi concretamente si presenta.
Infine, voglio ricordare - perché ne abbiamo discusso in Commissione affari esteri - che tale questione richiederebbe anche una nuova iniziativa sul piano dei rapporti internazionali che influiscono sulla situazione in Afghanistan. In Pakistan, come abbiamo letto in questi giorni, è stato raggiunto un accordo con i talebani ed il punto di compromesso è stato l'applicazione della sharia in una regione pakistana, mentre noi dichiariamo come nostro obiettivo la costruzione del rule of law, dello Stato di diritto. Bisogna che questi punti siano affrontati, come anche il rapporto con Paesi come l'Iran e il suo ruolo in una possibile politica di stabilizzazione della situazione afgana.
Questi pare a noi siano i problemi che il Parlamento dovrebbe affrontare oggi, nel contesto di questa discussione sulle missioni: per aiutare i nostri soldati non basta semplicemente rinnovare gli impegni presi, c'è bisogno di un Parlamento che sia in grado di dare una valutazione politica e di esprimere un indirizzo e di un Governo che permetta all'Italia... (Il microfono del senatore Marcenaro si disattiva automaticamente).
PRESIDENTE. La prego di concludere, senatore. Lei in altre sedi è abituato a parlare tre minuti, la conosco.
MARCENARO (PD). Sì, signor Presidente, ho finito. Dicevo semplicemente che vi è bisogno di un Governo che permetta all'Italia di tornare a svolgere nelle sedi internazionali la funzione che compete ad un Paese come il nostro, cosa che oggi non avviene. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Negri. Ne ha facoltà.
NEGRI (PD). Signor Presidente, come hanno già detto i colleghi che mi hanno preceduta, il provvedimento in discussione ha ad oggetto unicamente il rifinanziamento delle missioni in corso e non si presta al dibattito approfondito che il Parlamento dovrebbe invece svolgere sugli aspetti politici inerenti alle missioni internazionali e in particolare, come ha sottolineato il senatore Marcenaro, ai punti più evidenti di crisi come l'Afghanistan, ma potremmo anche dire al mantenimento della pace in Libano.
Proprio in questi giorni, dopo l'incontro con Nancy Pelosi, abbiamo letto le preoccupate affermazioni del ministro La Russa sulla necessità forse di rafforzare il nostro contingente in Afghanistan, forse di cambiare le regole di ingaggio, forse di implementare anche le missioni umanitarie e civili; leggiamo, in una dichiarazione rilasciata proprio ieri dal ministro La Russa, che forse dovrà sottoporre un ulteriore provvedimento a questo Parlamento.
Allora chiediamoci perché non siamo in grado oggi di fare quello che il senatore Ramponi chiedeva, cioè calamitare l'attenzione politica e di questo Parlamento su quello che stiamo facendo oggi. Infatti stiamo facendo un adempimento solo di routine.
I Sottosegretari sono stati attenti e partecipi della discussione avvenuta in Commissione al Senato e della loro serietà dobbiamo darne atto. E poiché sono stati attenti e partecipi non avranno sottovalutato - solo su questo intendo soffermarmi, ed è un aspetto che non dovremmo sottovalutare nella votazione degli emendamenti e nella votazione finale - il fatto che sono state avanzate almeno tre proposte per modificare l'approccio, il tipo, il senso politico di questo nostro lavoro di rifinanziamento con decreti.
Alcuni di noi hanno proposto di individuare un nuovo metodo, come quello di una legge quadro periodica, per l'approvazione degli atti legislativi di rifinanziamento, in modo che il Parlamento possa incidere più efficacemente. Alcuni, come il senatore Marcenaro ed altri, hanno proposto - mi scuso per le imprecisioni, ma cito a memoria - un rendiconto trimestrale periodico alle Commissioni affari esteri e difesa. Infine, trovo perfetto l'emendamento del generale Ramponi che propone una iniziativa assai più impegnativa: quaranta giorni prima della presentazione di queste iniziative, aprire una discussione complessiva del Parlamento sulla loro natura, la loro finalità, il loro aggiornamento, nonché il giudizio e la valutazione che se ne dà. Di tutto si discute nel Parlamento, anche partitamente: di questioni economiche, legislative, giuridiche. Ma penso che la competenza e l'interesse dei parlamentari, non solo sul rifinanziamento, ma sulla evoluzione, su ciò che si fa, su ciò che accade, sul risultato umano, politico e militare, sul portato politico delle nostre missioni siano limitatissimi, quasi come fossimo di fronte ad un atto dovuto.
Credo, cioè, che dovremo sfruttare l'occasione della discussione di oggi (mi riferisco alle recenti dichiarazioni del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di due o tre giorni fa, sulla unità partecipe che il popolo italiano, per altro così diviso, invece affida a queste missioni e sulla crescente multilateralizzazione delle nostre missioni) per arrivare ad una conclusione, che cioè questo rito di rifinanziamento ci soddisfa solo in parte.
Sottosegretario Cossiga, vorrei riflettere sul motivo della sua freddezza su questo nodo, quando lei rispose in Commissione che alterare il rapporto Esecutivo-Parlamento è problematico, che abbiamo bisogno di interattività e di flessibilità insieme. Io credo non sia così. Fatte salve le riflessioni che abbiamo sviluppato su un rafforzamento militare in Palestina (che ci dite forse non è possibile), fatte salve le considerazioni positive su cui abbiamo convenuto, credo che non dovremmo considerare banale la discussione avvenuta in Commissione difesa al Senato per cambiare il metodo di valutazione politica del coinvolgimento del Parlamento sul nodo delle missioni, così come avviene peraltro nel Parlamento americano. Questa separatezza burocratica non ha più ragion d'essere. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Del Vecchio. Ne ha facoltà.
DEL VECCHIO (PD). Signor Presidente, onorevoli senatori, la partecipazione alle missioni internazionali colloca il nostro Paese tra i maggiori contributori di forze che operano nei teatri operativi di quattro continenti diversi. Questa partecipazione è ed è stata sempre subordinata a criteri molto qualificanti: la multilateralità dell'intervento, la legittimazione del mandato, il rispetto assoluto dei costumi delle popolazioni.
Ma, soprattutto, l'impegno italiano è stato costantemente caratterizzato da una specificità: la capacità di collegare l'attività militare con l'azione umanitaria, con gli interventi di ricostruzione delle infrastrutture e del tessuto sociale e con il sostegno alle istituzioni democratiche. Oggi il decreto all'esame ci ripropone quindi l'approvazione dell'impegno finanziario di tali attività all'estero.
In realtà, sarebbe stato più utile per il rilievo della materia e più consono all'alta funzione di questa Assemblea discutere non solamente l'aspetto finanziario delle missioni, piuttosto esprimere valutazioni in merito alla loro rispondenza; verificare se sono stati compiuti progressi reali verso le condizioni che possono segnare la fine dell'impegno operativo; elaborare modifiche alla strategia delle missioni per renderle, quando necessario, più adeguate alla situazione politica e militare dell'area interessata.
In sostanza, sarebbe opportuna l'attribuzione al Parlamento della responsabilità della periodica definizione delle linee politiche ed evolutive dell'impegno dell'Italia nelle missioni all'estero. Mi auguro che questa esigenza, che da più parti è stata sollecitata, venga accolta.
Tornando all'esame dell'aspetto finanziario, registro il fatto che le risorse stanziate nel decreto coprano anche le esigenze della preparazione delle unità. Non posso, peraltro, non rilevare come quelle risorse corrispondono buona parte del totale previsto per tutto il 2009; è quindi un impegno obbligato per il Governo adeguare il fondo annuale, per assicurare, anche nel secondo semestre, la disponibilità delle stesse risorse previste per i primi sei mesi.
Lo spettro delle missioni che il decreto propone di rifinanziare è molto ampio e differenziato. Peraltro, in termini di consistenza e soprattutto di complessità, il teatro di intervento più rilevante è senza dubbio quello dell'Afghanistan. Ed è proprio sul caso dell'Afghanistan che vorrei soffermarmi brevemente.
In quel Paese, il quadro di situazione è caratterizzato, più che nel passato, da un'accentuata complessità. I risultati conseguiti negli ultimi sette anni hanno riavviato un processo di pace nella Nazione, dopo tre decenni di guerra, ma tali risultati non appaiono ancora definitivi e soprattutto non appaiono consolidati. Il processo di stabilizzazione è fortemente minacciato dall'insorgenza, dalla criminalità, dalle spinte centrifughe dei poteri regionali, dalle influenze delle Nazioni dell'area, confinanti o no.
L'Italia è chiamata a continuare la sua opera, insieme alle altre 40 Nazioni contributrici di forze. Ma l'azione militare, essenziale per rafforzare l'autorità del Governo afgano e per sostenere le forze militari e di polizia, non può, né potrà, essere risolutiva. Occorrerà affiancare all'intervento militare, ancor di più di quanto fatto finora, una forte azione per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni. In Afghanistan, più che negli altri teatri, non è pensabile ottenere i risultati a cui tende la comunità internazionale se non si riesce ad acquisire il consenso della popolazione. In questo quadro, credo che le capacità e l'approccio evidenziati dall'Italia in tutte le missioni di supporto alla pace possano costituire un riferimento importante per condurre a compimento una missione difficile e complessa come quella nel Paese asiatico; e credo che l'Italia, in virtù del forte impegno sempre profuso in quel Paese, possa e debba svolgere una funzione promotrice per una nuova e più incisiva strategia.
Tornando all'insieme delle missioni in esame, ho, infine, il convincimento che una grande riconoscenza debba essere espressa da questo Parlamento e da tutta la Nazione nei confronti dei quasi 9.000 militari e dei civili che, correndo continuamente gravi rischi per la propria incolumità, continueranno, nell'anno in corso, a rappresentare l'impegno dell'Italia per la promozione della pace e per la legalità internazionale. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caforio. Ne ha facoltà.
CAFORIO (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo per ribadire, a nome di tutto il Gruppo Italia dei Valori, che riconosciamo pienamente l'importanza della partecipazione dell'Italia alle missioni internazionali in generale. Siamo infatti convinti che non si possa prescindere da esse se si vuole perseguire una politica concreta di cooperazione in materia di affari esteri, difesa e, più in generale, di sicurezza per il nostro Paese.
Come tutti i colleghi sanno, questo fine è uno dei più importanti tra quelli che ci si pone anche a livello comunitario ma, nelle more di un maggiore, e da sempre da noi auspicato, rafforzamento della politica estera e di difesa a livello europeo, capiamo bene che il prestigio dell'Italia a livello internazionale dipende dalla sua adesione ai Trattati istitutivi di organismi internazionali o sopranazionali di cui è membro.
Per questi motivi, colleghi, sarebbe molto difficile sostenere tesi o comunque argomentare contro l'utilità di dette missioni. Siamo infatti persuasi della necessità e utilità delle missioni in cui sono impegnati attualmente i nostri militari. Così come siamo persuasi del fatto che il nostro impegno nelle Aule parlamentari debba essere sempre volto a rendere il loro ruolo il più efficace possibile e le loro missioni le più risolutive, garantendo al massimo livello la sicurezza di tutti i nostri operatori.
Ciò non toglie, però, colleghi, che il nostro Gruppo voglia dire la sua sulla modalità con la quale queste missioni vengono decise e sistematicamente proposte.
Cogliamo, infatti, con favore il fatto che i colleghi della Camera abbiano approvato una modifica all'iniziale formulazione del decreto, prevedente appunto il finanziamento di una politica quale quella della cooperazione al fine nobile dello sviluppo, importantissima per il mantenimento della pace e più in generale del miglioramento delle condizioni di vita dei civili che hanno avuto la sfortuna di nascere e vivere in scenari di guerra e di particolare disagio.
L'auspicio del nostro Gruppo è che si approvi un ulteriore aumento di fondi da destinare alla cooperazione allo sviluppo, per consentire che l'intervento militare possa svolgersi in condizioni più tranquille e più sicure soprattutto in quelle parti del mondo dove l'aiuto sarebbe più necessario. Apprezziamo, quindi, che la Camera abbia portato all'introduzione di tale voce di spesa, ma riteniamo che la cifra stabilita non sia ancora sufficiente ai fini dell'attività.
Siamo poi piuttosto preoccupati - credetemi, colleghi, lo dico senza alcuna falsa retorica - per diverse questioni che risultano, ad oggi, poco chiare.
In particolare, all'Italia dei Valori farebbe piacere sapere qual è la linea che il Governo intende seguire soprattutto in relazione alle importanti missioni in Medio Oriente a cui l'Italia partecipa (ad esempio, mi riferisco - lo avrete capito - al delicatissimo impegno in Afghanistan: non si può non essere preoccupati in merito ad una missione in cui l'Italia impegna il maggior numero di soldati), missioni al cui riguardo, lo ricorderete, si è discusso nei mesi scorsi allorquando parve necessaria una rimodulazione dei cosiddetti caveat.
Ancora, colleghi, ricorderete le forti preoccupazioni manifestate da più parti in occasione della discussione sull'ultimo decreto di rifinanziamento di dette missioni in seno a questa Assemblea, nonché dai colleghi in Commissione difesa circa l'impiego dei nostri Tornado. Preoccupazione, converrete con me, fondata e avvalorata adesso anche dal testo di questo decreto.
La situazione in Afghanistan, come tutti sappiamo, è sempre più delicata e anche dal confine pachistano le notizie più attuali non sono confortanti. Basti pensare alla recente notizia circa la richiesta, molto probabilmente a breve accordata, di riconoscere come legge dello Stato addirittura la sharia.
In questo quadro l'Italia dei Valori, non tirandosi indietro di fronte alle responsabilità riguardanti l'importantissima politica estera e di difesa da perseguire, richiede al Governo, approfittando del decreto per il rifinanziamento delle missioni internazionali, di spendere una parola chiara e definitiva su questo argomento.
Un'altra forte preoccupazione per l'Italia dei Valori è rappresentata dalla scarsezza di copertura finanziaria a cui andiamo incontro per l'anno 2009. Come molti in quest'Aula sanno, il capitolo di spesa che riguarda la copertura economica delle missioni del nostro Paese presso Stati esteri è pari a un miliardo per anno. Ebbene, colleghi, il decreto che ci accingiamo a convertire oggi prevede una spesa, solo per il primo semestre, di più di 800 milioni di euro. Va da sé che, non prevedendosi all'orizzonte grandi svolte politiche internazionali tali da poter giustificare una riduzione dei costi per le nostre missioni, sino a stare dentro - passatemi il termine - alla somma residua prevista a bilancio per l'anno in corso, allora converrete con me che qualche dubbio sorge.
Per questo, colleghi, pur certo che il Governo saprà trovare giustificazione ed adeguata copertura all'operato dei nostri ragazzi in giro per il mondo, mi chiedo e vi chiedo: non avremo quindi elevato di quasi il doppio la spesa necessaria al mantenimento in vita di dette missioni? Pur non volendo condannare tale effetto, non potremmo qui in quest'Aula, con l'aiuto del Governo che è il proponente di questi disegni di legge, approfittare dell'occasione dataci per discutere seriamente sulle modalità, sui criteri che spingono il nostro Stato a decidere di incrementare così tanto i fondi che si destineranno a tali scopi?
Badate bene, colleghi, il mio non è un processo alle intenzioni del Governo, anzi; c'è solo la mera preoccupazione, fondata, che facendo i "conti della serva" non ci staremo e quindi, per garantire l'incolumità dei nostri ragazzi, dovremo necessariamente allungare la coperta. Però la coperta - non lo dico io, lo raccomandano tutti da sempre - non è bello allungarla per decreto; sarebbe molto meglio una seria e pacata discussione, non di una mattinata come oggi, circa il metodo da voler seguire per il futuro.
Per questi motivi, colleghi, colgo l'occasione per annunciare che il Gruppo Italia dei Valori ha inteso presentare solo due ordini del giorno che con il collega senatore Pedica più innanzi vorrei illustrare e su cui spero possa giungere il parere favorevole del Governo, con i quali, appunto, chiediamo che ci sia più trasparenza sui costi delle missioni, le loro finalità, i risultati raggiunti e l'impiego - che, appunto, vorremmo davvero trasparente - di consulenze esterne, come quelle previste dal decreto che ci accingiamo a convertire.
Concludo, colleghi, sottolineando il più totale disinteresse dell'Italia dei Valori a mettere in atto pratiche ostruzionistiche di alcun tipo e manifestando la più ampia disponibilità ad affrontare la tematica in questione nelle sedi proprie, quali ad esempio le Commissioni competenti, al fine di poter meglio valutare il da farsi in un campo delicatissimo qual è quello di che trattasi, alla luce delle importanti sfide internazionali a cui il nostro Paese di continuo è chiamato a rispondere. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, credo che debba restare agli atti il fatto che questo dibattito, oltre che essere stato caratterizzato finora da interventi dell'opposizione, avviene alla scarsa presenza dei senatori della maggioranza e sicuramente in assenza dei presidenti delle Commissioni affari esteri e difesa.
Stiamo discutendo probabilmente dell'unica chiara politica internazionale del Governo Berlusconi. Infatti, se dovessimo riassumere per sommi capi quali sono le caratteristiche del nostro impegno in quello che il ministro Frattini all'inizio della legislatura chiamò «multilateralismo efficace», ci sarebbe una grossa difficoltà a non includere, nel novanta per cento degli esempi di questo multilateralismo efficace, la nostra presenza e la partecipazione alle missioni internazionali decretate da organismi regionali o internazionali.
Quello odierno è un dibattito - mi pare di capire - all'interno del Gruppo del Partito Democratico, con la presenza di un paio di senatori del Gruppo Italia dei Valori, perché nessuna voce, tranne quella dei relatori (ma, appunto, relatori), si è fino ad ora manifestata dai banchi della maggioranza.
Il voto che ci accingiamo ad esprimere credo che vada preso in considerazione sotto almeno due punti di vista, il primo relativamente al sostegno che noi dobbiamo mantenere, se possibile anche rafforzare, nella qualità del modo con cui articoliamo gli argomenti a favore della presenza dei nostri contingenti in missioni internazionali; l'altro - ripeto - inquadrandolo all'interno di una politica estera del nostro Paese.
Se non fosse stato per il recupero di 45 milioni di euro da dedicare alla cooperazione internazionale, la delegazione radicale del Gruppo del Partito Democratico al Senato si sarebbe astenuta, non perché contraria alla partecipazione degli italiani nelle missioni internazionali, ma proprio per tutti gli argomenti elencati negli interventi dei senatori del Gruppo del Partito Democratico che mi hanno preceduto.
Lamotivazione alla base della nostra presenza anche in teatri di guerra - non ci si deve infatti nascondere dietro al fatto che in Afghanistan comunque si continua a combattere quotidianamente - è di portare pace e stabilità attraverso l'affermazione dello Stato di diritto e comunque attraverso riforme di Stati o non Stati che possano consentire ai cittadini, che in molti casi non hanno mai goduto di diritti politici - e penso ancora una volta all'Afghanistan - la partecipazione attiva alle decisioni relative ai loro Paesi.
Quindi, se non fosse stato per il recupero di quegli stanziamenti destinati a progetti della cooperazione italiana, peraltro tutti già avviati e che senza un adeguato sostegno economico avrebbero comportato l'interruzione di importantissime imprese di ricostruzione di un tessuto sociale, economico e culturale in zone disastrate, il voto della componente radicale sarebbe stato di astensione che, come è noto, al Senato viene computato tra i voti contrari.
Nel merito delle missioni, da ultimo anche da parte dei senatori Ramponi e Divina che hanno accolto quest'argomento durante la discussione presso le Commissioni riunite, è stato più volte sottolineato che la parcellizzazione della nostra presenza all'interno di varie missioni non necessariamente può essere considerata una vera e propria scelta politica. Purtroppo si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, di una disattenzione, magari esclusivamente dal punto di vista burocratico, che ha fatto lasciare cinque militari ad Haiti, quattro a Cipro e altri uno o due in giro per il mondo. (Commenti del sottosegretario Mantica).
Vedo che il sottosegretario Mantica batte i pugni sul tavolo: non mi pare che in risposta, anche nel corso della discussione in Commissione, siano stati portati argomenti...
MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. È a verbale!
PERDUCA (PD). È a verbale: ne prendo atto. Leggeremo il resoconto volentieri. Non è detto però che si debba essere d'accordo con tutto ciò che viene detto. Considerato che si tratta di razionalizzare e, proprio per la qualità della partecipazione italiana, di concentrarsi laddove i teatri sono più complessi, probabilmente fare piccole economie e quindi prestare maggiore attenzione alla distribuzione dei nostri militari potrebbe andare ad ulteriore sostegno di quanto viene fatto in giro per il mondo.
Il problema, però, come è stato sottolineato più volte, da ultimo dal senatore e generale Del Vecchio, è che non si può pensare di portare la pace esclusivamente attraverso la presenza militare. In particolare, il teatro afgano è quello che presenta più problemi. Proprio per cercare di affrontare alcuni di essi ho presentato due ordini del giorno. Il primo, il G203, fa proprie le preoccupazioni più volte manifestate da parte del presidente Karzai e che la delegazione del Partito Democratico presso l'Assemblea parlamentare della NATO ha cercato di portare all'attenzione dei colleghi europei (anche se purtroppo senza successo) relativamente agli incidenti che sono occorsi in occasione di bombardamenti e che hanno avuto vittime civili. Le responsabilità di coloro che erano a capo di quelle operazioni dovrebbero essere prese in considerazione proprio per dimostrare agli afgani che si è in presenza di una legge alla quale devono sottostare i nostri militari. Nel caso di specie non si trattava di militari italiani, ma in ogni caso di militari di contingenti internazionali che partecipano a siffatti interventi militari.
Il secondo ordine del giorno, il G202, insiste ancora una volta sulle priorità da affidare ai nostri militari. Pochi minuti fa è stata data la notizia di un ingente sequestro di oppio, il cui valore è pari aquasi 50 milioni di euro, che è stato portato a buon fine da un contingente inglese e afgano; 700 militari, dopo mesi e mesi di grande lavoro di intelligence, sono riusciti a sequestrare un quantitativo che sarebbe stato destinato ai mercati della droga in Europa. Ebbene, 700 militari, nell'economia della presenza di un contingente nazionale, sono una quota rilevante che viene distolta dalla ricerca dell'affermazione di un minimo di stabilità per portare avanti iniziative di tipo economico, sociale e culturale, quindi pienamente politico destinandola alla cosiddetta guerra alla droga.
Sulla guerra alla droga al momento non ci soffermeremo, ma sicuramente, nel caso specifico dell'Afghanistan occorre ricordare che il mercato della droga rappresenta, secondo stime del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, il 40 per cento del prodotto interno lordo di quel Paese, all'interno di un contesto - quello, appunto, dell'Afghanistan - in cui (stime delle Nazioni Unite) il 90 per cento dell'economia è informale. Tale percentuale di prodotto interno lordo interessa il 12 per cento della popolazione e potrebbe, con un atto di coraggio e di attenzione alla necessità di fornire analgesici ai Paesi poveri ed in via di sviluppo, essere legalizzata, consentendo la conversione del papavero in morfina e codeina e in una quantità di altre medicine legali (tra l'altro senza neanche brevetto) che potrebbero essere distribuite, attraverso un apposito fondo delle Nazioni Unite, in Africa, in Asia centrale o anche nel Sud delle Americhe, per combattere malattie le più varie ed essere utilizzate per vari scopi, da una semplice, banale operazione alla cura del cancro, che sappiamo essere ormai diventato un flagello riconosciuto anche nel mondo povero.
A tutto questo si continuano ad opporre invece la retorica e una pratica di eradicazione forzata delle colture e credo che tutto ciò verrà confermato a marzo, alla Commissione stupefacenti dell'ONU a Vienna, mentre invece si potrebbero utilmente convertire sia gli sforzi militari, sia quelle colture su altri fronti.
Riprenderò la parola successivamente per illustrare gli altri due ordini del giorno, ma desidero riportare all'attenzione del Governo la necessità di affrontare, nei prossimi mesi, il problema della parcellizzazione, che del resto è stato sollevato dal relatore Ramponi e dal vice presidente Divina. Infatti, impegnare quattro militari per il mantenimento del cessate il fuoco nella parte nord di Cipro (di cui io sono cittadino) non credo apporti alcunché allo status del nostro Paese all'interno della comunità internazionale. Non che quei quattro militari, se dirottati sul Libano o sull'Afghanistan, possano fare la differenza, ma sicuramente può fare la differenza affrontare la questione nella pienezza del valore politico che questa attenzione maggiore, magari con sale maggiormente piene e Presidenti delle Commissioni presenti, potrebbe avere per il nostro Paese. (Applausi dei senatori Marinaro, Scanu e Pedica).
MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MANTICA (PdL). Signor Presidente, le chiedo scusa, ma vorrei far presente che in questa discussione generale vengono affrontati due argomenti che sono stati già affrontati ampiamente in Commissione e che alle domande del senatore Perduca il Ministero degli affari esteri ha risposto con 17 pagine di dattiloscritto.
Non si può sostenere in quest'Aula che vi è stato un errore amministrativo se ci sono quattro militari a Cipro, perché si dice il falso. Non solo, ma è a verbale dei lavori della Commissione la risposta del Ministero, nella quale c'è scritto che «i limitati contingenti da noi impiegati in alcune missioni, da Haiti al Congo, a Cipro, non vanno considerati come indice di dispersione, ma quale concreta disponibilità dell'Italia a dare un contributo in tutte le principali aree di crisi, secondo gli accordi multilaterali di organizzazioni di cui noi facciamo parte». E per dimostrare quanto questo fosse vero, seguono 17 pagine nelle quali vengono esposte le ragioni politiche, tecniche e militari della presenza di ogni soldato dislocato nel mondo.
Se questo non basta, il Governo è addolorato, ma si domanda: come può convincere il senatore Perduca a non dire falsità in Aula? Posso portare la fotocopia di questo documento, ma basterebbe comunque che si consultasse il resoconto delle sedute della Commissione esteri; può capitare, infatti, che non si abbia la possibilità di presenziarvi, ma proprio per questo basta leggere il resoconto il giorno dopo per essere dettagliatamente informati.
La seconda questione, anch'essa sollevata da molti, è relativa all'emendamento presentato dal senatore Ramponi, per il quale peraltro lo ringrazio. Come gli ho spiegato, anticipo che il Governo esprimerà su di esso parere contrario per un motivo di fondo: è inutile che il Parlamento continui ad invocare una norma di legge che prescriva all'Esecutivo di riferire; il Governo è chiamato dal Parlamento, che è sovrano nel disporre quando il primo deve intervenire. Anche questo punto è già stato oggetto di un ampio dibattito in Commissione.
Al momento procediamo con decreti‑legge semestrali, che portano sempre le date del 30 giugno e del 31 dicembre, e che - come sappiamo tutti - vengono discussi nei 60 giorni successivi. Ribadisco che il Ministero degli affari esteri in proposito ha risposto comunicando di essere disposto a inviare un proprio rappresentante in Senato e alla Camera a riferire un mese prima dell'assunzione dei suddetti provvedimenti, che presentano soprattutto un carattere tecnico‑amministrativo, per illustrarne le ragioni, gli obiettivi, i mutamenti e gli adeguamenti politici. In tal modo il Parlamento potrà confrontarsi con il Governo ed eventualmente fornire linee d'indirizzo che potrebbero anche modificare il decreto‑legge che da lì ad un mese ci si appresta a presentare.
All'onorevole collega Ramponi preannuncio che se riterrà opportuno trasformare il suo emendamento in un ordine del giorno, il Governo lo accoglierà, in quanto ne condivide assolutamente lo spirito e la volontà. Il Governo ricorda al Parlamento, però, che è quest'ultimo a decidere, in quanto sovrano, quando il primo deve intervenire nelle sue Aule.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gasbarri. Ne ha facoltà.
GASBARRI (PD). Signor Presidente, anche se sinceramente mi resta difficile comprendere l'inderogabile urgenza dell'onorevole Sottosegretario di rispondere interrompendo la discussione generale, riconosco che il suo contributo è pur sempre utile.
Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, negli ultimi dieci anni il Parlamento italiano è stato chiamato per ben 21 volte a votare la proroga della partecipazione italiana alle missioni internazionali. Un dato questo che da solo dimostra ormai come si ponga con forza la necessità di mettere mano a una ridefinizione dell'iter legislativo del finanziamento delle missioni stesse. Questa esigenza è avvalorata dalla constatazione che ormai, ogni sei mesi, votiamo provvedimenti legislativi che spesso contengono nulla più che singole autorizzazioni di spesa e la riproposizione di disposizioni transitorie relative al trattamento del personale militare.
Il problema sta non solo e non tanto nella ripetitività della procedura di rifinanziamento; il punto è che la discussione in Parlamento si sta incentrando sempre più su aspetti tutto sommato di dettaglio, mentre ciò di cui si avverte la necessità è che esso possa incidere in maniera più efficace sulle decisioni relative alle missioni internazionali.
Nella realtà odierna invece ‑ come ha già denunciato poco fa il senatore Marcenaro ‑ accade che apprendiamo da un'intervista radiofonica del ministro La Russa di un non meglio precisato e dettagliato aggravarsi della situazione in Afghanistan. Credo che il Parlamento abbia il diritto di poter apprendere ulteriori dettagli e di poterli discutere. E non vedo quale altra occasione per il ministro La Russa avrebbe potuto essere migliore di questa per presentarsi in Parlamento, soprattutto qui al Senato, a riferire su quanto ha preannunciato nella sua intervista radiofonica.
Nel corso della trattazione alla Camera del decreto in titolo, il Presidente della Commissione difesa ha ipotizzato una proposta di esame parlamentare delle missioni internazionali analoga a quella introdotta in materia di finanza pubblica con il DPEF. Ma la riflessione è iniziata già nella 13ª legislatura, con la risoluzione Ruffino ed è proseguita in quella precedente all'attuale, in cui si è nuovamente tentata una razionalizzazione della materia, attraverso varie proposte di legge, il cui iter è stato interrotto ‑ come sappiamo ‑ dalla fine anticipata della legislatura stessa.
Nei primi mesi di quella attualmente in corso come Gruppi del PD nei due rami del Parlamento abbiamo ripresentato specifiche proposte di legge che riprendono quella presentata dalla senatrice Pinotti alla Camera.
Credo che siano ormai politicamente maturi i tempi per colmare questo vuoto normativo rispetto alle procedure da seguire in ordine alle deliberazioni e all'autorizzazione delle missioni internazionali.
Signor Presidente, altri colleghi sono intervenuti nel dettaglio dell'ammontare dei finanziamenti, dimostrando come sia non vero che, con questo provvedimento, si è in presenza di un incremento di risorse. In verità, il comparto difesa sta incontrando seri problemi causati dalle scelte operate da questo Governo con il decreto-legge n. 112. Nel corso del mio intervento, per ovvi motivi di tempo, mi limiterò ai problemi relativi alle missioni internazionali che le scelte governative hanno originato.
È a tutti noto infatti come con il provvedimento in esame vengono finanziati i cosiddetti costi vivi e diretti e che per la copertura complessiva delle missioni internazionali si debba far ricorso al bilancio ordinario della difesa; per fare un esempio, le spese per le trasferte del personale vengono finanziate da questo decreto fino al 90 per cento.
Il vero problema è che, come ci è stato ricordato dai vertici delle nostre Forze armate nel corso delle audizioni, se abbiamo 8.500 unità impegnate in operazioni all'estero, allora dobbiamo tener conto che il numero delle unità coinvolte è almeno il triplo. Questo è dovuto al fatto che tali e tanti sono i militari impegnati nelle varie fasi di approntamento, di recupero e di riorganizzazione al ritorno dallo schieramento operativo.
Per non parlare poi della struttura logistica, scolastico-addestrativa ed amministrativa, che è la base su cui poggia tutta la componente operativa. È questa struttura che rende materialmente possibile sia la condotta delle operazioni sia la preparazione delle forze destinate a proseguire nel tempo le stesse operazioni.
Si tratta di un meccanismo estremamente complesso e delicato, il cui mantenimento può avere problemi se non adeguatamente finanziato, sia per quanto attiene al reclutamento di nuove giovani leve sia per quanto concerne il reperimento di risorse economiche necessarie a garantire il loro addestramento, la manutenzione dei mezzi e il progressivo rinnovo degli equipaggiamenti. Siamo in presenza di un impegno serio, per non dire pesante, e non solo finanziario. Uno sforzo finanziario necessario per onorare l'impegno, la responsabilità assunta dall'Italia nel contesto internazionale.
Da parte nostra come Partito Democratico confermiamo il sostegno che abbiamo votato sia quando eravamo al Governo, sia quando eravamo, come oggi, all'opposizione. Il nostro è un atteggiamento coerente che deriva da due valutazioni: la prima è, per dirla con le parole dell'allora Ministro della difesa, onorevole Parisi, che quando un Paese assume una decisione, quando formalizza un impegno, ne deriva che la capacità di portare a termine tale impegno nel corso del tempo rappresenta una condizione essenziale perché tale Paese possa essere considerato affidabile e quindi fattore di stabilità nelle relazioni internazionali.
La seconda valutazione è che le missioni internazionali sono parte di una politica estera che si è dovuta e si deve misurare con sfide difficili. Un impegno che ci vede presenti con operazioni NATO su mandato dell'ONU (come nel Kosovo), in missioni di pace dell'ONU (ISAF, UNIFIL), in missioni promosse dall'Unione europea.
Queste missioni sono coerenti con il dettato costituzionale che impone all'Italia i vincoli che ci derivano dalla nostra adesione agli organismi internazionali. Esse sono coerenti anche con la necessità di una forte assunzione di responsabilità, da cui dipende anche l'efficacia di una politica multilaterale che, se non produce pace e sicurezza, non serve a nulla. Esse sono la garanzia della difesa degli interessi nazionali, in quanto la stabilizzazione di aree pur apparentemente remote geograficamente (purtroppo divenute per tutti noi tristemente familiari) è strategicamente centrale proprio a causa della portata globale dei fenomeni destabilizzanti che in tale ambito trovano la loro origine.
La nostra presenza in Afghanistan, in Libano e nel Kosovo, è molto importante tanto che ciò ha determinato l'attribuzione al nostro Paese di responsabilità di comando a rotazione con gli altri principali partner.
Signor Presidente,concludo chiedendole l'autorizzazione a consegnare il testo integrale del mio intervento perché resti agli atti. (Applausi dal Gruppo PD)
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza in tal senso.