DISEGNO DI LEGGE
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 209, recante proroga della partecipazione italiana a missioni internazionali (1334)
ORDINI DEL GIORNO
Non posto in votazione (*)
Il Senato,
premesso che:
si osserva con crescente preoccupazione l'evolversi della crisi in atto nella provincia orientale del Congo nota come Kivu settentrionale, dove si sta sviluppando una nuova fase del conflitto regionale in atto da quindici anni tra milizie hutu e tutsi, le une sostenute dal Governo centrale di Kinshasa, le altre da formazioni ribelli variamente collegate a soggetti politico-militari operanti nel confinante Ruanda;
è da sottolineare l'inefficacia dimostrata finora dalla missione Onu, nota come Monuc, che pure dispone di oltre 16.500 effettivi, ma che risulta paralizzata dal fatto di non essere distribuita bene sul territorio;
come denunciato dall'organizzazione umanitaria «Medici senza frontiere», nel suo rapporto annuale, la tragedia del Congo ha il triste primato di una delle crisi più ignorate del globo, di fronte alla quale la comunità internazionale appare impotente;
Amnesty International ha chiesto un impegno più forte del Consiglio di Sicurezza Onu per porre fine alle violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario nella Repubblica Democratica del Congo;
è reale il rischio che la già drammatica situazione della regione orientale della Repubblica Democratica del Congo si trasformi in una catastrofe umanitaria se la forza di peacekeeping delle Nazioni Unite (Monuc) non riceverà rinforzi adeguati per la protezione dei civili;
da tempo si registrano gravi atti di violenza, saccheggi, stupri, omicidi e violazioni dei diritti umani da parte dei soldati dell'esercito a danno del civili. E negli ultimi tempi la situazione è peggiorata ulteriormente,
impegna il Governo:
a prendere parte attiva agli sforzi della diplomazia internazionale volti a fermare i massacri in atto nel Kivu settentrionale, anche in vista di un eventuale intervento promosso dai Paesi dell'Unione europea, autorizzando a tal fine una spesa adeguata nell'ambito degli stanziamenti previsti per gli interventi di cooperazione allo sviluppo.
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(*) Accolto dal Governo
Il Senato,
considerata la prossima partecipazione italiana alla Missione Atalanta che ha lo scopo di proteggere le navi del programma alimentare mondiale (PAM) destinate agli sfollati in Somalia;
considerato che la Somalia non presenta alcuna garanzia dal punto di vista delle istituzioni con continue lotte intestine fra le fazioni che erano riuscite a riportare un minimo di stabilità il Paese, nonché improvvisi cambi di Governo senza il ricorso a dinamiche assimilabili alla pratica democratica;
considerato altresì che dall'indipendenza la regione nord-occidentale del Somaliland è riuscita a non cadere vittima della deriva di «stato fallito» (failed State) che ha caratterizzato la Somalia dall'inizio degli anni Novanta, e a sviluppare e rafforzare istituzioni dove i governanti sono sottoposti a un controllo popolare attivo e dove nel mese di marzo sono previste elezioni per il rinnovo delle cariche di Governo;
considerato che nel mese di settembre 2008, proprio per consentire una maggiore e rapida penetrazione nella zona, la Francia ha avviato contatti per l'utilizzazione del porto di Berbera, in Somaliland;
considerato che nel mese di luglio 2008, e ancora in autunno dello stesso anno, le forze del Somaliland hanno, dì propria iniziativa, lanciato una serie di incursioni di terra e di mare per liberare alcuni degli ostaggi tedeschi rapiti in giugno nonché per contrastare il fenomeno della pirateria nelle acque territoriali somale,
impegna il Governo
a prendere il considerazione il Somaliland come partner nel contrasto alla pirateria e nella ricerca della stabilizzazione della Somalia impegnandosi anche nel sostegno dell'esercizio democratico praticato il quella regione.
Il Senato,
considerate le difficili condizioni in cui le missioni militari italiane all'estero si trovano a operare, spesso in zone a permanente rischio di conflitto a fuoco;
tenute presenti le regole d'ingaggio che, di teatro in teatro, determinano il modus operandi delle missioni come articolate dai mandati conferiti dalle deliberazioni degli organi internazionali o regionali che le hanno lanciate;
consideralo che in alcuni casi, come in Iraq e Sudan, i contingenti italiani si trovano ad agire in aree dove sono, o possono essere in atto, attività estrattive volte all'approvvigionamento di materie prime e fonti energetiche;
considerato che l'Italia non fa parte del gruppo di paese che hanno sviluppato i cosiddetti «Voluntary Principles on Security and Human Rights» (princìpi volontari sulla sicurezza e i diritti umani), elaborati e sottoscritti da Paesi bassi, Norvegia, Regno unito e Stati uniti, che fissano una serie di parametri per Governi e settore privato presenti e attivi in zone dove sono presenti le summenzionate attività,
impegna il Governo:
a non subappaltare, in nessun caso, alcuna delle funzioni militari e logistiche inerenti alle missioni internazionali, nonché al massimo rispetto del diritto umanitario internazionale dei propri militari quanto di quelli degli altri paesi partecipanti a missioni decretate da risoluzioni di organizzazioni internazionali o regionali.
Il Senato,
viste le stime «Oppio in Afghanistan» dell'UNODC 2006, 2007, 2008, 2009;
vista la relazione annuale 2008 dell'UNODC;
viste le risoluzioni del Parlamento europeo sull'Afghanistan, tra cui quella del 25 ottobre 2007 e quella del 18 gennaio 2006,
visto l'Ordine del Giorno 9/2193/4 della Camera del 7 marzo 2007;
vista la mozione 1/00014 approvata dalla Camera il 19 luglio 2006;
vista la proposta di raccomandazione destinata al Consiglio europeo presentata a nome del gruppo ALDE sulla produzione di oppio a fini terapeutici in Afghanistan (B6-0187/2007);
vista la relazione 2006 dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC)/Banca mondiale su «L'industria della droga in Afghanistan»;
viste la risoluzione 2005/25 del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC), del 22 luglio 2005, sul trattamento del dolore mediante analgesici oppiacei, in cui si discute la fattibilità di un eventuale meccanismo di assistenza che faciliterebbe tale trattamento, la risoluzione 2004/40 dell'ECOSOC, del 21 luglio 2004, su linee direttrici in materia di trattamento farmacologico, assistito sotto il profilo psicosociale, delle persone dipendenti dagli oppiacei, la risoluzione 2005/26 dell'ECOSOC, del 22 luglio 2005, sulla domanda e l'offerta di oppiacei utilizzati per soddisfare bisogni terapeutici e scientifici, la risoluzione 58.22 dell'Assemblea mondiale della sanità (AMS), del 25 maggio 2005, sulla prevenzione e il controllo del cancro, la risoluzione 55.14 dell'AMS, del 18 maggio 2002, sull'accessibilità ai farmaci essenziali e le raccomandazioni finali della 12ª Conferenza internazionale delle autorità di regolamentazione del settore farmacologico, svoltasi a Seoul dal 3 al 6 aprile 2006, che sollecitano i regolatori ad adoperarsi per migliorare l'accesso agli analgesici narcotici;
considerando che le politiche internazionali in materia di stupefacenti emanato dalle Convenzioni delle Nazioni Unite del 1961, 1971 e 1988, le quali vietano, in particolare, la produzione, il traffico, la vendita e il consumo di una vasta gamma di sostanze, salvo a fini terapeutici o scientifici;
considerando che la relazione dell'UNODC intitolata «Afghanistan: Opium Survey 2006» sottolinea che nel 2006, nell'area destinata alla coltivazione illegale di oppio è stato prodotto un volume record di circa 6100 tonnellate, il che significa un incremento di quasi il 50% delle cifre relative al 2004;
considerando che le conclusioni contenute nel documento nel gennaio 2009 dall'UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), titolata Afghanistan Opium Winter Rapid Assessment, hanno messo in evidenza una riduzione della superficie territoriale dedicata alla produzione di oppio in Afghanistan pari al 19 per cento nel 2008, a fronte di una diminuzione del raccolto del 6 per cento dovuta principalmente alle avverse condizioni climatiche e alla ripresa dei combattimenti. Nonostante ciò le sette province afgane (Day Kundi, Farah, Hilmand, Kandhar, Ninuoz, Uluzgan, Zabukl) che nel 2008 hanno prodotto il 98% della produzione totale di oppio afgano, secondo l'UNODC nel 2009 ne produrranno circa il 90%. Infatti, tali province sono considerate dalle Nazioni unite come «high and very high expected cultivation»;
considerando che la Strategia nazionale afgana di lotta contro la droga, adottata nel gennaio 2006, prevede la riduzione sia dell'offerta che della domanda, fonti alternative di sostentamento e il rafforzamento delle istituzioni governative; considerando inoltre che il ministero per la Lotta alla droga («Ministry of Counter-Narcotics»), istituito grazie al sostegno finanziario dell'Unione europea, è la principale agenzia incaricata dell'attuazione di tale strategia;
considerando che il governo afgano ha istituito la Commissione per la regolamentazione degli stupefacenti, composta di funzionari dei ministeri competenti in materia di lotta alla droga, sanità e finanze, allo scopo di disciplinare nel paese la concessione di licenze, la vendita, la distribuzione, l'importazione e l'esportazione di tutti gli stupefacenti a fini leciti;
considerando che, secondo le stime della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, circa il 40% del PIL dell'Afghanistan è imputabile all'oppio e che, secondo le stime dell'UNODC, il settore del papavero impiega 3,3 milioni di persone (su una popolazione di più di 31 milioni di persone), con un reddito annuo per famiglia pari a 1965 dollari USA;
considerando che nel 2007 il valore alla produzione del raccolto di oppio è stato di un miliardo di dollari USA, ovvero il 13% del PIL legale dell'Afghanistan pari a 7,5 miliardi di dollari USA, e che il valore complessivo potenziale del raccolto di oppio nazionale 2007 per i coltivatori, i proprietari di laboratori e i trafficanti afgani ha raggiunto 3, l miliardi di dollari USA, cifra che rappresenta quasi la metà del PIL legale del paese, ovvero il 32% dell'economia globale, settore dell'oppio incluso;
considerando che per gli agricoltori afgani l'incentivo a produrre oppiacei è in ampia misura finanziario e che, per essere attraenti sotto il profilo economico, gli oppiacei autorizzati dovranno generare profitti più elevati di quelli derivanti dagli oppiacei illegali;
richiamando l'attenzione sul fatto che la Commissione europea ha riconosciuto, come risulta dal documento della Commissione di strategia nazionale per l'Afghanistan (2007-2013), che l'economia dell'oppio in crescita e il pericolo di una «presa in ostaggio» dello Stato da parte degli interessi del narcotraffico rappresentano una minaccia cruciale per lo sviluppo, la costruzione di uno Stato e la sicurezza in Afghanistan;
considerando che, secondo affermazioni circostanziate, la maggior parte del finanziamento degli insorti, dei signori della guerra, dei talebani e dei gruppi terroristici proviene dal traffico di stupefacenti illegali;
ricordando gli studi condotti dal Senlis Council fin dal 2005, che promuovono il progetto chiamato Poppy for Medicine, e che prevede la coltivazione controllata del papavero per la produzione legale regolamentata di farmaci essenziali derivati dall'oppio, come la morfina e la codeina, che non sono soggette a brevetto. Una strategia che garantirebbe all'Afghanistan che le entrate derivanti dalla coltivazione di papavero legalmente autorizzate vadano a beneficio dei contadini, migliorando l'economia dei loro villaggi nonché quella del Paese il cui PIL è per circa la metà derivato dal traffico di oppio, e assicurando a milioni di persone una sicurezza economica, in contesti dove spesso questo tipo di produzione costituisce l'unica fonte di reddito;
considerando che, secondo le indicazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dieci paesi consumano 1'80 per cento degli oppiacei legalmente disponibili nel mondo e che tra i restanti 180 rientra la maggior parte dei paesi in via di sviluppo, che rappresentano 1'80 per cento della popolazione mondiale; considerando altresì che l'Organo internazionale per il controllo degli stupefacenti (INCB) ha chiesto alla comunità internazionale di promuovere la prescrizione di fam1ªci analgesici soprattutto nel paesi poveri, dal momento che, per quanto risulta, in più di 150 paesi le cure prestate sono ampiamente insufficienti, considerato che quasi nessuna delle persone che ne avrebbe bisogno le riceve, e che in altri 30 paesi l'insufficienza di cure è ancor più grave o non sono disponibili dati;
considerando che l'articolo 23 della Convenzione delle Nazioni Unite del 1961 stabilisce le condizioni che disciplinano la coltura, la produzione e la distribuzione di oppio sotto la supervisione di un organismo pubblico e reiterando che il governo afgano deve soddisfare dette condizioni, in particolare per quanto riguarda le province meridionali del paese in cui la coltura di oppio è eccessiva;
aggiungendo che la strategia della coltivazione autorizzata di papaveri è stata testata negli anni 70 in Turchia con il sostegno degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite, allo scopo di spezzare il legame tra gli agricoltori locali e il traffico internazionale di eroina senza ricorrere alla sradicazione forzata;
considerando che l'INCB sostiene che a livello mondiale si registra un'eccedenza di oppiacei per usi medici, anche se tale valutazione non prende in considerazione la domanda potenziale;
considerando la relazione dell'Organo internazionale per il controllo degli stupefacenti, in cui si sostiene che esiste un eccesso di offerta mondiale di oppiacei a fini medici dato che la produzione di oppio in Afghanistan eccede di molto detta domanda, anche tenendo in conto i paesi meno sviluppati;
considerando che la Costituzione afgana afferma che «lo Stato farà in modo di impedire tutti i tipi di coltivazione e traffico di stupefacenti; considerando inoltre che la legge afgana per la lotta agli stupefacenti del 2005 ammette, se del caso, la produzione e la distribuzione in Afghanistan su licenza di sostanze controllate;
esprimendo la convinzione che, per promuovere e rafforzare la pace e la sicurezza in Afghanistan, occorre integrare la presenza internazionale con una maggiore cooperazione civile, intesa ad incoraggiare il progresso socio-politico e lo sviluppo economico, nonché a vincere «i cuori e le menti» della popolazione locale;
considerando, ancora una volta, i costi estremamente elevati e le gravi carenze in termini di efficacia di una strategia di lotta contro la droga che, al momento dell'elaborazione e della messa in atto di misure relative a mezzi di sussistenza alternativi, non tiene conto della diversità regionale, sociale ed economica dell'Afghanistan rurale, e di una strategia basata unicamente sull'estirpazione;
considerando che sarà possibile promuovere un processo di creazione istituzionale, di democratizzazione e affermazione dello Stato di diritto, un sistema giudiziario equo e il rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali soltanto attraverso politiche che non impongono soluzioni violente, come l'estirpazione delle colture, a prassi che di per sé sono non violente;
considerando che la lotta contro la produzione di stupefacenti in Afghanistan dovrebbe riflettere un approccio differenziato in base alla località; considerando inoltre che gli sforzi intrapresi nel settore della lotta contro gli stupefacenti e diretti contro i produttori devono essere attentamente limitati alle zone in cui sono possibili mezzi di sussistenza leciti (aree in cui l'accesso alla terra e alle risorse idriche è migliore o aree in prossimità dei mercati e in cui il rapporto terra/abitante è più elevato); considerando altresì che i programmi relativi a mezzi di sussistenza alternativi devono concentrarsi soprattutto sulle regioni più povere che dispongono di risorse limitate e che peraltro, sono quelle che dipendono maggiormente dall'oppio;
considerando che il documento di strategia nazionale afgana per il periodo 2007-2013 è opportunamente incentrato sullo sviluppo rurale e sulla sua gestione, ma che occorre mettere maggiormente l'accento sulla riforma dei ministeri afgani incaricati del controllo della produzione di stupefacenti, in particolare il Ministero degli interni;
considerati infine i contenuti delle strategie per la lotta al narcotraffico riportati nella nota di analisi La produzione di oppio in Afghanistan, a cura dell'ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) del febbraio 2008, che prevedono l'estirpazione, incentivi a coltivazioni alternative, e utilizzo del papavero per la produzione di medicinali,
impegna il Governo;
a prendere in considerazione fattivamente le raccomandazioni avanzate dal Parlamento europeo nell'ottobre 2007 circa la possibilità di lanciare progetti pilota di coltivazione di papavero per la produzione di analgesici;
a perseguire politiche che, tenendo conto del contesto non avviino l'estirpazione forzata delle colture per non contribuire a creare ulteriori situazioni di conflitto con la popolazione civile, in particolare con le migliaia di contadini che lavorano nel settore della produzione di papavero.
Il Senato,
premesso che:
dall'inizio del conflitto in Afghanistan nel 2001 si è registrato, in particolare negli ultimi anni, un costante aumento delle morti nella popolazione civile a seguito dell'aggravarsi del conflitto in varie regioni del Paese e in particolare nella zona sud che confina con il Pakistan;
la costruzione di un regime democratico in Afghanistan è legata indissolubilmente all'affermazione della pace attraverso la giustizia e alla creazione di istituzioni responsabili delle loro azioni di fronte a una popolazione martoriata da decenni di guerre e conflitti e vessata dai «signori della guerra»;
il numero delle morti civili è triplicato dal 2006 al 2007 e, per quanto riguarda i primi mesi del 2008, si va confermando un trend di aumento delle vittime;
l'Alto Commissario ONU per i diritti umani stima in 1445 le vittime civili nel periodo compreso tra il lE gennaio e il 31 agosto 2008, un numero che rappresenta un aumento del 39 per cento rispetto allo stesso periodo del 2007;
la maggioranza delle morti che colpiscono la popolazione civile è da attribuirsi all'aumento degli attacchi suicidi da parte dei talebani e degli altri gruppi che si oppongono al Governo Karzai e, al tempo stesso, a un notevole aumento degli attacchi aerei da parte delle forze armate ISAF e NATO nel corso degli ultimi due anni;
il Presidente Karzai ha più volte stigmatizzato e denunciato gli attacchi condotti dalla NATO e dall'ISAF che hanno colpito la popolazione civile, dichiarando ad esempio lo scorso aprile al New York Times che le morti civili «mettono seriamente a rischio i nostri sforzi per avere una campagna efficace contro il terrorismo»;
il Presidente Karzai ha più volte aperto delle indagini sugli attacchi militari condotti dalle forze alleate e dall'esercito afgano che hanno causato morti civili e, per quanto di sua competenza, ha ad esempio deposto due responsabili dell'esercito afgano dopo l'uccisione di molte decine di civili lo scorso 22 agosto;
i responsabili delle operazioni militari della NATO e dell'ISAF hanno più volte minimizzato o negato responsabilità per l'uccisione di vittime civili a seguito di scontri armati;
il Rapporto commissionato dall'Unione Europea «Una dottrina europea per la sicurezza umana»;
considera la protezione dei civili nei conflitti armati una condizione essenziale e irrinunciabile per il successo delle operazioni militari che si prefiggono la costruzione di una società aperta e democratica;
occorre che i responsabili delle forze NATO e ISAF comunichino immediatamente all'opinione pubblica afgana e internazionale l'avvio di indagini indipendenti in caso di nuovi attacchi militari che colpiscano la popolazione civile afgana, quale strumento necessario a riacquistare la fiducia dei cittadini afgani nei confrontI di un'operazione che dura da oltre 7 anni e che non è destinata a finire presto,
impegna il Governo:
ad agire in tutte le sedi competenti, a partire dal Consiglio Nato, per ottenere che i massimi responsabili delle operazioni militari condotte in Afghanistan esercitino il massimo controllo possibile per evitare il coinvolgimento della popolazione civile nel conflitto e provvedano come regola, laddove siano occorsi o accorrano incidenti con vittime civili, alla sospensione immediata dei responsabili di tali operazioni, in attesa del compimento di indagini sui fatti che coinvolgano, oltre al Governo afgano, anche le agenzie delle Nazioni Unite presenti in Afghanistan.