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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 152 del 17/02/2009


PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge, sul quale sono stati presentati emendamenti che invito i presentatori ad illustrare.

SBARBATI (PD). Signor Presidente, come già anticipato nel corso della discussione generale, come Repubblicani europei abbiamo presentato degli emendamenti e siamo fermamente contrari a questa modifica del testo di legge che regola le elezioni dei deputati italiani al Parlamento europeo.

Lo siamo con convinzione perché riteniamo che una riforma di questa legge elettorale avrebbe dovuto prevedere più incisivi accorgimenti democratici e, soprattutto, avrebbe avuto bisogno di un consenso popolare acquisito non ex post, ma ex ante. Avrebbe dovuto presupporre un dibattito che all'interno degli stessi Gruppi parlamentari doveva essere centrato sulla qualità delle riforme che si proponevano in funzione di un progetto di Europa, di quella Europa che vogliamo, di quella Europa politica che stenta a realizzarsi, che stenta ad alzare il capo a fronte di una politica globale dentro la quale conta poca o nulla, perché non compete come Continente, ma con le volontà di singoli Stati che, di volta in volta, si affacciano con prepotenza sulla scena politica mondiale dicendo la loro in maniera spesso scoordinata. È un dato di fatto che abbiamo sotto gli occhi tutti quanti ogni giorno e che avrebbe dovuto indurre ad un comportamento più serio da ambo le parti.

Riteniamo sia stata una volontà di vertice da parte del centrodestra e del centrosinistra che ha portato, per altri fini e per altri obiettivi, ad una riforma che riguarda soltanto la soglia e che penalizza le voci alternative, le voci originali che attraverso una cultura storica si sono sempre cimentate a livello democratico nel nostro Paese combattendo le più grandi battaglie per la democrazia e che riteniamo debbono continuare a vivere nel Parlamento italiano, come in quello europeo.

Parliamo tanto di tutela delle minoranze, di pari opportunità e di altre questioni analoghe, ma non ci rendiamo conto di cosa stiamo facendo. Stiamo semplicemente realizzando un'operazione che si traduce in una sorta di reductio ad unum tanto nel centrodestra, quanto nel centrosinistra che la mia cultura laica e libertaria mi consente di rifiutare totalmente.

Non è possibile accettare una volontà così marcatamente antidemocratica qual è quella che ha espresso questa riforma con l'introduzione di una soglia di sbarramento che viene contrabbandata... (Brusìo in Aula).

PRESIDENTE. Colleghi, posso pregarvi di fare maggiore silenzio? La senatrice Sbarbati sta facendo un intervento su un tema delicatissimo qual è quello della riforma della legge elettorale europea e sta svolgendo delle considerazioni interessanti, condivisibili o meno, ma che hanno una loro logica, per cui vi pregherei di ascoltare, oppure invito i colleghi che non sono interessati a lasciare l'Aula; altrimenti sospendo la seduta.

Stiamo discutendo della riforma di una legge elettorale; stiamo discutendo di regole e credo che quantomeno quando si parla di regole una maggiore attenzione dovrebbe essere meritata da parte di tutti noi.

SBARBATI (PD). La ringrazio per la sua fine cortesia, Presidente.

Riprendendo il discorso poco fa interrotto, dicevo che non è possibile pensare che tutte le volte ci si scalda l'animo nella difesa di minoranze e non capire cosa questo provvedimento possa significare e comportare. Credo che in una realtà democratica come quella del nostro Paese e come quella europea le voci minoritarie, che spesso sono voci singolari anche con particolari caratteristiche dal punto di vista storico e culturale, siano il sale della democrazia, perché spesso portano avanti un pensiero divergente che non è un pensiero antagonista, ma è un pensiero su cui si può discutere democraticamente facendo un confronto culturalmente alto ed elevato per trovare le soluzioni migliori.

Se ci impediamo questo tipo di confronto perché vogliamo comunque la reductio ad unum, vogliamo la sparizione dei piccoli partiti, quelli che qualcuno definisce con sprezzante ironia quelli dello 0,5 per cento. L'ho detto prima e lo ripeto, Presidente: sono contenta di essere uno 0,5 per cento, perché non ho mai venduto la mia storia, non ho mai venduto la mia cultura a nessuno. Ho fatto alleanze, ma sono rimasta quella che ero; sono repubblicana, voglio continuare ad esserlo, voglio il rispetto di tutti come rispetto chiunque la pensi diversamente da me. (Commenti dal Gruppo PdL). Non ho paura di nessun tipo di barbara e solleticante - da un certo punto di vista - derisione, che in questo Parlamento si può avere di fronte alle mie parole. Le dico con fermezza, le dico con orgoglio, le dico anche con la coscienza che probabilmente non sortiranno alcun effetto, perché le decisioni sono state già prese; ma le dico perché è necessario che qualcuno qui dentro le esprima, perché restino agli atti, nella memoria del Parlamento e nella memoria del Paese. Non è una cosa accettabile quello che stiamo facendo ed è per questo motivo che i nostri emendamenti propongono la soppressione dell'articolo 1 e tendono anche a contenere la soglia del 4 per cento.

Come dicevo in precedenza, le circoscrizioni elettorali del Lussemburgo sono ben diverse da quelle dell'Italia; 15 milioni di persone votano in una nostra circoscrizione e 40.000 persone votano in una circoscrizione lussemburghese. Quando si parla di Europa bisogna sapere cosa si dice; bisogna esserci stati e capire. Io sono stata nove anni nel Parlamento europeo e so di cosa parlo. (Commenti dai Gruppi della maggioranza). So anche che quando parliamo di rappresentanza, di rappresentatività e di altre questioni, spesso dobbiamo farci un bell'esame di coscienza, perché - andatelo a verificare - i partiti cosiddetti più grandi sono quelli che hanno il maggior numero di assenze rispetto a quelli che hanno magari un solo rappresentante o sono molto più piccoli. Questo a garanzia della rappresentatività degli interessi del nostro Paese e di un concetto di Europa all'interno di quel Parlamento che noi vogliamo o diciamo di voler difendere.

Quindi, il mio voto è a favore degli emendamenti presentati e li sostengo assieme a chi la pensa come me. (Congratulazioni).

VITA (PD). Signor Presidente, l'emendamento 1.102 era stato dichiarato improponibile precedentemente?

PRESIDENTE. È stato dichiarato improponibile, ma lei ha diritto ugualmente all'illustrazione.

VITA (PD). Pensavo che, essendo stato da lei dichiarato improponibile...

PRESIDENTE. In quest'Aula il diritto di parola è sacrosanto.

VITA (PD). La ringrazio perché è importante.

La ratio di questo emendamento è piuttosto evidente, vale a dire la necessità, a causa dell'approssimarsi della scadenza elettorale, di ridurre il numero delle firme necessarie per poter presentare delle liste. È del tutto evidente che in un'altra contingenza, cioè qualche mese fa, questa stessa normativa avrebbe avuto una prosecuzione più ovvia poi nella pratica. A ridosso del voto, evidentemente, chi intende presentarsi, avendo come base di riferimento la precedente normativa, non ha più il tempo tecnico per potersi attrezzare e raccogliere le firme dovute.

Questo emendamento, che francamente io avrei ritenuto proponibile, lo dico con rispetto, perché molto attinente alla materia, era finalizzato a facilitare quella doverosa rappresentazione del pluralismo, che altrimenti questa normativa rischia di cancellare.

SANNA (PD). Signor Presidente, durante la Presidenza della senatrice Bonino, intervenendo in discussione generale, ho contestato anch'io la lettura dell'articolo 97 per cui l'emendamento 1.101 è stato ritenuto improponibile, perché non ritengo che esso verta su argomenti estranei all'oggetto della nostra discussione.

La nostra discussione è sulla legge elettorale europea nel suo complesso e deriva da nove disegni di legge presentati alla Camera, ridotti certamente ad un intervento chirurgico dall'approvazione della Camera stessa. Ma il monocameralismo, cioè la decisione in sequenza oggettiva a quanto stabilito dalla Camera dei deputati, se vogliamo lo introduciamo con norma costituzionale e non per prassi regolamentare con interpretazioni così restrittive come quella che abbiamo visto questa sera.

L'emendamento riguarda la disarticolazione della circoscrizione isole per le elezioni europee. Mi rifaccio all'argomento della discussione generale: non è possibile sganciare completamente da un rapporto reale tra un territorio realmente isolato, realmente diverso da quello al quale è artificialmente collegato, il tema della rappresentanza politica nel Parlamento europeo. La devitalizzazione di questa rappresentanza ha comportato per la Sardegna 15 anni di difficoltà e di negazione di rappresentanza nel Parlamento europeo. Io ne prevedo altri cinque, per arrivare complessivamente a venti. Non basta dire che siamo pronti a discutere di questo tema dopo le elezioni europee. Bisognava farlo adesso.

Registro, e voglio dire a questa Camera, che tra gli impegni presi da molti senatori all'atto delle elezioni, compreso da chi vi parla, c'era quello di modificare la legge europea in tempo per questa fase di rinnovo del Parlamento europeo. A questo proposito, sono firmatario, insieme al collega Zanda, di un disegno di legge che è assolutamente analogo a questo emendamento. (Applausi dal Gruppo PD).

INCOSTANTE (PD). Signor Presidente, naturalmente mi rammarico della improponibilità dell'emendamento 1.103, come di altri emendamenti che portavano all'attenzione dell'Aula un tema già sottolineato dalla collega Germontani e che credo sarà sottolineato da altri interventi che seguiranno, cioè quello della rappresentanza femminile. Sembra che in questo Paese si sia dimenticato che l'articolo 51 della Costituzione ha cambiato anche i parametri cui dovrebbero attenersi le leggi elettorali. Anzi, sembra che questo sia quasi un elemento da derubricare dagli accordi politici e dalle Aule parlamentari.

Credo che sia stato davvero un grave errore non aver pensato che in questa occasione si potesse dare un segnale, come Paese - ripeto come Paese non come schieramento politico o come Governo di essere almeno verosimilmente un po' più vicini agli altri Paesi europei, ai nostri partner europei. Noi non solo siamo indietro rispetto all'Europa. Siamo indietro rispetto a moltissimi Paesi in via di sviluppo e a moltissimi paesi che hanno raggiunto molto più tardi noi le soglie della democrazia parlamentare.

I dati della rappresentanza italiana per quanto riguarda le donne nelle Assemblee elettive sono davvero molto bassi; ma con ciò non miglioriamo la qualità della rappresentanza, né miglioriamo la qualità della politica, perché abbiamo visto che quando le donne sono impegnate, soprattutto nelle amministrazioni locali, esse sanno farsi interpreti di una politica più vicina alle persone e più aderente alla realtà. Credo che anche questo sia un contributo di innovazione e qualità alla politica stessa.

C'è poi una questione profondamente democratica, quella cioè della rappresentanza della popolazione italiana, dell'elettorato italiano. Certo, non possiamo nascondere gli sforzi che, ad esempio, il Partito Democratico ha fatto per portare una forte rappresentanza di donne nelle Aule parlamentari, tuttavia in questo Parlamento, in quest'Aula, registriamo una presenza femminile ancora molto bassa, elemento presente anche negli altri partiti.

Si poteva quindi, sia con gli emendamenti sull'ammissibilità delle liste, sia su quelli della preferenza di genere, fare un passo avanti in questa direzione: è stata un'occasione mancata, ed è stata un'occasione mancata anche non poterne discutere in quest'Aula e verificare la convergenza, che credo ci sarebbe stata, di altre parlamentari e parlamentari sulla questione. (Applausi dal Gruppo PD).

FRANCO Vittoria (PD). Signor Presidente, anch'io credo che abbiamo perso un'occasione per introdurre importanti novità e cambiamenti nella nostra legislazione. Voglio partire da un numero, perché sia chiaro a tutti che non ha funzionato quello che è stato fatto finora: la delegazione italiana al Parlamento europeo è composta da 78 parlamentari; le donne sono soltanto 16, cioè il 12 per cento, e voglio aggiungere che molte di queste donne sono entrate grazie al fatto che alcuni uomini si sono dimessi, quindi in prima elezione erano state escluse. Dunque portiamo la maglia nera in Europa.

Abbiamo cambiato la Costituzione aggiungendo un comma all'articolo 51, proprio per dare copertura costituzionale a leggi che prevedessero misure a sostegno delle pari opportunità tra uomini e donne nell'accesso alle istituzioni: poco e niente è successo. Sono difficili i cambiamenti in questo settore e lo sappiamo tutti. La cittadella della politica è difficilmente espugnabile da parte delle donne: voglio usare questa immagine militare che non mi si addice, ma che corrisponde alla realtà.

Ma perché questo? Lo voglio chiedere e ne voglio discutere interloquendo anche con i colleghi rappresentanti del genere maschile: perché tanta resistenza ad adottare misure che introducano reali pari opportunità tra uomini e donne nella rappresentanza istituzionale? La risposta non è difficile; qui c'è un conflitto oggettivo: se una donna viene eletta, un uomo deve andare a casa. Ma è anche perché la politica rappresenta ancora il luogo del potere per eccellenza, il luogo in cui si stabiliscono le regole e si può stabilire anche la regola di escludere, come quella che abbiamo discusso in occasione della legge sulle quote, quando il centrodestra ha cambiato la legge per il Parlamento nazionale.

Oggi non vogliamo più parlare di quote. Colleghi, colleghe, non parliamo di quote (so che questa parola non piace a molte donne e a molti uomini, ovviamente), ma di democrazia paritaria. E la democrazia paritaria esige, richiede, la partecipazione di donne e uomini alla costruzione delle sue istituzioni; richiede una condivisione dello spazio pubblico e una eguale responsabilità degli uomini e delle donne. Siamo convinti e convinte che una democrazia paritaria sia più ricca, più piena e più coesa. Il problema, quindi, non è più essere considerati o sentirsi dei panda, una specie da proteggere; il problema vero è la capacità rappresentativa della democrazia nel suo complesso.

Signor Presidente, il senso dell'emendamento 1.104 consiste nel volere dare uno strumento in più per fare un passo avanti verso questa democrazia paritaria. Dobbiamo prendere atto ‑ lo dico al senatore Malan ‑ che la presenza nelle liste di una quota del 30 per cento di donne, che magari sono messe agli ultimi posti di modo che la preferenza conta poco, anche se sul piano simbolico ha grande valore, senza sanzioni efficaci - come potrebbe essere, ad esempio, l'inammissibilità della lista che non rispetta le leggi - ha portato a 16 parlamentari elette su 78.

Diciamo, allora, che non ha funzionato e che se vogliamo davvero risolvere questo problema e lo abbiamo a cuore dobbiamo introdurre norme diverse. La norma che noi proponiamo ‑ e concludo ‑ è prevedere che sia obbligatorio dare almeno una delle preferenze a un candidato di genere diverso da quello delle altre preferenze espresse. Questa previsione in genere è a vantaggio della donna, che altrimenti resterebbe esclusa. Non è un rivendicazionismo corporativo perché noi mettiamo al centro la qualità della nostra democrazia e della sua capacità di rappresentanza.

Noi vogliamo costruire una democrazia più moderna, capace di tener conto anche dei desideri di rappresentanza e di protagonismo delle donne. Mi dispiace che questo emendamento sia stato dichiarato improponibile. Mi auguro che questa Aula, per iniziativa delle parlamentari e dei parlamentari, possa in un altro momento discutere e prendere in considerazione una proposta di legge che preveda questo. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Astore).

PISTORIO (Misto-MPA). Signor Presidente, avendo insieme al collega Oliva presentato numerosi emendamenti, per quanto ne siano sopravvissuti solo una parte, mi riservo di illustrarli utilizzando la dichiarazione di voto singolarmente.

Signor Presidente, mi permetta però non di contestare, ma di esprimerle la mia non condivisione sulla decisione di considerare improponibile l'emendamento 1.106. Presidente, comprendo che questo è un provvedimento blindato, ma se non in questa sede in quale sede si pone rimedio a questa definizione delle circoscrizioni elettorali che mortifica la rappresentanza? (Applausi del senatore Perduca).

In sede di Commissione affari costituzionali avevo offerto di sottoscrivere l'emendamento del collega Sanna per affrontare il tema relativo alla Sardegna; anche quella però è una soluzione inadeguata perché risolve un problema. Il tema delle circoscrizioni per le elezioni europee, nella loro ingestibilità politica sul piano del rapporto eletto/elettore, è sotto gli occhi di tutti. Il tema delle preferenze, che a noi è tanto caro, insieme a quello delle spese relative alla campagna elettorale diventano dei problemi politici seri con circoscrizioni così ampie.

Non è assicurato alcun collegamento tra eletto ed elettore e si impongono spese elettorali eccessive che o fanno soggiacere il candidato alle regole di partito in modo eccessivamente vessatorio oppure lo costringono a prelievi forzosi sul suo capitale personale, sperando solo su quello. Il tema delle circoscrizioni in questo caso è un tema di democrazia chiarissimo: dobbiamo costruire soluzioni che siano razionali e garantiscano la rappresentanza.

Signor Presidente, credo che consentire il voto di questo emendamento sarebbe stato un atto chiaro di assunzione di responsabilità con cui i miei colleghi parlamentari, per quanto vincolati alle regole di partito, potevano esprimere un'opinione che poteva essere importante simbolicamente. Anche se non avesse raggiunto la maggioranza dei consensi di questa Aula, era un'occasione per porre questo tema al centro del dibattito politico.

PRESIDENTE. Colleghi, vorrei intervenire brevemente per un chiarimento che ritengo dovuto nei confronti dei senatori firmatari di emendamenti dichiarati improponibili.

Su questo punto la Presidenza è stata estremamente rigorosa, anche per una motivazione che probabilmente molti non conoscono. Alla Camera dei deputati, la Conferenza dei Capigruppo ha deliberato di porre all'ordine del giorno, sostanzialmente operando uno stralcio, il semplice articolo che riguardava la soglia di sbarramento del sistema elettorale europeo. Con procedura accelerata è pertanto giunta all'esame dell'Aula questa normativa e soltanto questa.

L'attenzione dell'Aula si è di conseguenza concentrata su quel tema, perché la Conferenza dei Capigruppo alla Camera ha deciso all'unanimità di sottoporre all'esame dell'Assemblea quell'argomento e soltanto quello, anche se titolato tecnicamente con il riferimento a modifiche alla legge 24 gennaio 1979, n. 18. Non vi è quindi alcun dubbio che, nel momento in cui il Senato dovesse introdurre delle norme che vadano al di là di quello specifico tema, vi sarebbe il concreto rischio, secondo la Presidenza del Senato, che la Camera possa espungerle nuovamente in quanto fuori dal deliberato di quella Conferenza dei Capigruppo.

Nella logica e nella sinergia di un leale rapporto di collaborazione tra Camera e Senato e nella logica della buona legiferazione e della gestione del processo legislativo, questa Presidenza non poteva ignorare quel deliberato, che - ripeto e concludo - concentrava la propria attenzione sull'esigenza e sull'inderogabilità di dare attenzione e priorità soltanto al tema della soglia.

Da qui è discesa la scelta di questa Presidenza, per evitare che eventuali inserimenti, operati in questa sede, potessero poi essere nuovamente espunti e restituiti al Senato.

Mi sembrava doveroso dare questa spiegazione ai colleghi perché avevano il diritto ad una motivazione aggiuntiva rispetto alla semplice dichiarazione di estraneità di materia.

Ciò detto, proseguiamo nell'illustrazione degli emendamenti.

BIANCO (PD). Signor Presidente, intervengo molto brevemente comprendendo perfettamente lo spirito della decisione della Presidenza del Senato.

Con l'emendamento 1.0.100 abbiamo voluto segnalare ai colleghi l'opportunità di rivedere il divieto del terzo mandato consecutivo dei sindaci limitatamente ai piccoli Comuni. Naturalmente per i Comuni di maggiori dimensioni il problema assume delle valenze e dei significati particolari e su questo vi sono opinioni molto diverse.

Per quanto riguarda i Comuni sotto i 5.000 abitanti, il problema si pone invece con una peculiarità che va considerata. Svolgere la funzione di sindaco in un piccolissimo o piccolo Comune è spesso esclusivamente un fatto che avviene per spirito di servizio e molto spesso le piccole comunità insistono perché un buon sindaco possa restare ad espletare quel ruolo anche oltre il secondo mandato.

L'esigenza è ampiamente condivisa e il ministro Maroni, nel corso di un'audizione in Commissione affari costituzionali, ha detto di condividerla pienamente. Non è stato possibile affrontare la questione in questo sede ed è chiaro che essa potrà essere affrontata nella sede propria, che probabilmente è la Carta delle autonomie, che ha cominciato tra l'altro a essere esaminata nei disegni di legge già presentati in Commissione affari costituzionali. Ripeto: questa è l'esigenza che abbiamo voluto segnalare all'Aula attraverso la presentazione di questo emendamento.

BRUNO (PD). Signor Presidente, intervengo solo per dire che, considerate le sue parole, riconosco che forse ci sono dei tratti di improponibilità nell'emendamento 1.0.100. Pertanto, rinuncio ad illustrarlo. (Applausi dai banchi del Governo).

BONINO (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BONINO (PD). Signor Presidente, colleghi, interverrò sull'insieme degli emendamenti, annunciando che la delegazione radicale li sosterrà quasi tutti. Mi sia consentito di motivare brevemente la ragione.

Onorevoli colleghi, voi potete ammantare questa legge di grandi e nobili motivazioni, ma ciò che è indubbio è che essa risponde a convenienze italiane, di tutti i partiti politici qui rappresentati, dei maggiori, dei due più grandi, dell'Italia dei Valori e dell'UDC, e che è anche forse frutto di una stagione che, alla luce magari di quest'ultima giornata, non è più molto di attualità.

Dico questo perché non mi iscrivo tra coloro che pensano che mettere uno sbarramento del 4 per cento sia un attentato alla democrazia; né penso e pensiamo noi radicali che la reintroduzione delle preferenze sia di per sé un dato di democrazia. Sono parlamentare di lungo corso e so come funzionano e come funzionavano le preferenze. So perfettamente che non è così. Le preferenze funzionano o per censo o per cordata o anche per voto di scambio, quindi non mi inserisco in questo dibattito.

Mi inserisco invece su una questione ben più grave. Non è che questa legge ammazzi la democrazia: noi riteniamo che lo Stato di diritto nel nostro Paese sia da lungo tempo moribondo, se per Stato di diritto si intende quel sistema che ha la certezza delle regole, i paletti, i limiti e tutti gli istituti di controllo funzionanti. Questo nel nostro Paese non c'è più da tanto tempo e penso quindi che si fanno prevalere convenienze ed espedienti di brevissimo respiro, francamente.

La debolezza italiana nelle istituzioni europee - fatevelo dire da chi le ha frequentate da tanto tempo - non è dovuta alla frammentazione, si fa per dire, della delegazione italiana al Parlamento europeo, bensì ad altre e più profonde ragioni, ivi compreso il fatto che poco ci vanno i nostri parlamentari, poco ci sono e poco si fanno sentire. Nella nostra e vostra cultura il Parlamento europeo è ancora il cimitero degli elefanti, é una specie di esilio da cui si vuole tornare velocemente ed appena possibile. Forse è anche per questo che la situazione e lo stato dell'arte dell'Europa in generale non è brillante, e quanto ne avremmo bisogno in questo momento di crisi economica!

Come dicevo, non si tratta di questa legge, che è solo un ulteriore colpo rispetto a una situazione in cui la certezza delle regole non c'è nel nostro Paese, a partire dalla certezza della pena. Continuiamo e continuate a funzionare per leggi e leggine di emergenza. Soprattutto, voglio ricordare che c'è una regola base della democrazia, di stampo degasperiano e quindi certamente non estremista, che è il conoscere per deliberare. In questo Paese l'utilizzo spesso consociativo degli strumenti di informazione, pubblici e privati, fa sì che l'espulsione di forze politiche e di temi dall'agenda dei media italiani ha raggiunto livelli che dovrebbero preoccupare non solo noi, ma penso tutti e anche tutti voi.

Conoscere per deliberare non è dato e dispiace che forze politiche, che oggi urlano al golpe per l'introduzione dello sbarramento del 4 per cento, di tutti questi processi non si siano mai occupati. Spiace altresì che non ci siano i paletti che fanno sì, come in altri Paesi, che il potere non sia senza freni e senza inibizioni, e che la maggioranza sia forte non solo dei numeri, ma quando rispetta le regole che si è data.

Questo non avviene più e, badate, credo che gli esempi di questi ultimi giorni, in tema elettorale e non solo, dovrebbero preoccupare molti, perché la politica è quella cosa fragile in cui la ruota gira. Ciò che ci dovrebbe accomunare è esattamente il rispetto verso l'opinione pubblica, che deve essere messa in condizione di scegliere e non di essere scelta, perché essa si forma sul contraddittorio, non sul lavaggio del cervello. Questo può funzionare e funziona ovviamente, ma ha il respiro molto corto. È questo ciò che oggi vogliamo sottolineare.

Non apprezziamo questa legge non perché sia un nuovo corso antidemocratico ma perché è un tassello in più di uno slabbramento delle regole democratiche del nostro Paese, che non nasce oggi ma viene da molto più lontano. Avete bloccato per mesi, insieme, la Commissione di vigilanza RAI. Le delibere dell'Autorità garante non hanno alcun effetto. Le denunce presentate e ritenute fondate non avranno effetto su una RAI lottizzata e che vi apprestate a rilottizzare tranquillamente mercoledì sera.

Tutto questo ci pone ad essere francamente alternativi a questo modo di procedere ed al modo di considerare le leggi elettorali ed i cambiamenti delle stesse come espedienti di convenienza immediata, che poco hanno a che vedere rispetto a quella che dovrebbe essere l'unica riforma seria che dovremmo fare: il sistema uninominale a collegi piccoli, in cui i candidati sono conosciuti da tutti e tutti gli elettori ne conoscono vita, morte e miracoli. Questo è il modo di scegliere in una democrazia adulta e matura! (Applausi dal Gruppo PD). Ma questo non si è voluto e si continua con un dato francamente esasperante, quando non rivoltante, di accordi più o meno inaccettabili.

Per questi motivi sosterremo quasi tutti gli emendamenti, ma vi diciamo anche che non è la vittoria di un giorno, di un momento, di uno spezzone di legge che può rendere più forti le istituzioni del nostro Paese. Al contrario! (Applausi dal Gruppo PD).

PISANU (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PISANU (PdL). Signor Presidente, apprezzo e rispetto le considerazioni che lei ha svolto poc'anzi. Mi permetto, tuttavia, di osservare che la sacrosanta esigenza di armonizzare i lavori tra le due Camere non si può spingere fino al punto di soffocare l'essenza stessa del bicameralismo ammutolendo di fatto uno dei due rami del Parlamento. (Applausi dal Gruppo PD).

Se l'emendamento dei senatori Sanna, Passoni ed altri fosse stato, come mi auguravo, ammesso, ne avrei chiesto la votazione per parti separate, con particolare riferimento alla lettera a), che prevede la suddivisione della circoscrizione insulare nelle due parti principali dell'isola di Sardegna e dell'isola di Sicilia. Ciò a motivo del fatto che, come è noto, a causa della sproporzione di popolazione esistente tra le due isole, da 15 anni alla Sardegna non è consentito di esprimere un rappresentante nel Parlamento europeo.

Mi permetto di ricordare che da almeno tre secoli, tutte le leggi elettorali hanno fatto valere quello che nella tradizione anglosassone si chiama il naturale interesse del candidato a rappresentare il proprio territorio. Questo naturale interesse è tanto più accentuato quando si tratti di un territorio così nettamente definito come quello di un'isola. Nei fatti, la norma elettorale ora in vigore nega ai sardi non teoricamente, ma di fatto la possibilità di rappresentare la Sardegna nel Parlamento europeo. Se mi consente, questo è uno schiaffo alla regola democratica ed all'Europa delle Regioni. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pistorio).

PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.