Discussione del disegno di legge:
(1360) Modifiche alla legge 24 gennaio 1979, n. 18, concernente l'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia (Approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Zeller ed altri; Cicu ed altri; Palomba; Gozi e Zaccaria; Bocchino ed altri; Soro ed altri; Lo Monte ed altri; Zeller ed altri; Melis ed altri) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento)(ore 17,38)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 1360, già approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Zeller ed altri; Cicu ed altri; Palomba; Gozi e Zaccaria; Bocchino ed altri; Soro ed altri; Lo Monte ed altri; Zeller ed altri; Melis ed altri.
La relazione è stata stampata e distribuita.
Irelatori, senatori Malan e Ceccanti, hanno chiesto di poterla integrare.
Ha pertanto facoltà di parlare il relatore, senatore Ceccanti. (Brusìo). Colleghi, vi pregherei di assumere un atteggiamento più consono alla delicatezza del tema. Chi non è interessato è invitato a lasciare l'Aula. (Brusìo).
Un attimo, senatore Ceccanti, anche per rispetto alla sua persona e a quella del senatore Malan. È giusto che la relazione si svolga in un'Aula quanto meno silenziosa, se non attenta. (Brusìo).
I colleghi non interessati ad ascoltare la relazione sono pregati di lasciare l'Aula. (Brusìo). Posso chiedere un maggior silenzio?
Prego, senatore Ceccanti.
CECCANTI, relatore. Signor Presidente, volevo richiamare solo un aspetto che è contenuto nella relazione. Sappiamo bene che questa riforma, la prima condivisa dopo molti anni - in particolar modo, in ambito elettorale, l'ultima occasione di riforma condivisa fu quella del 1995 per le regionali -, è condivisa su una piattaforma limitata, cioè quella dell'inserimento di una clausola di sbarramento, che è analoga a quella presente nelle principali democrazie e identica a quella esistente nella legislazione elettorale per la Camera dei deputati fin dal 1993.
Sappiamo bene che ci sono altre esigenze di riforme, che non era però possibile affrontare in questa sede perché il consenso tra le forze politiche non era ancora sufficiente. Per cui noi, anche dopo averne discusso in Commissione affari costituzionali, invitiamo a riaffrontare subito dopo il voto, con freddezza e con calma, la vicenda. Sappiamo bene che la dimensione delle circoscrizioni non consente un buon rapporto tra eletti ed elettori; in particolar modo ci sono alcune aree sistematicamente sottorappresentate, come la Sardegna. Sappiamo che la formula elettorale è tale da provocare uno slittamento di seggi a danno delle circoscrizioni meridionali e a favore delle altre. Sappiamo che c'è il nodo della passata modifica dell'articolo 51 della Costituzione, perché la misura varata per la penalizzazione sui rimborsi elettorali per chi candida persone in un rapporto squilibrato tra i generi ha dimostrato di non funzionare. Tutti questi temi, che non ci sfuggono, dovranno essere affrontati con calma all'indomani del voto, valutando, anche con esperti, il rendimento del nuovo sistema elettorale, i pregi ed i limiti che esso ha denunziato. L'importante nel frattempo, visto che l'ottimo è nemico del bene, è che conduciamo in porto questa riforma condivisa.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Malan.
MALAN, relatore. Signor Presidente, mi rimetto alla relazione scritta.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, avverto che sono da ritenersi improponibili per estraneità alla materia oggetto del provvedimento in esame emendamenti ed ordini del giorno che non abbiano a riferimento modifiche all'articolo 21 della legge 24 gennaio 1979, n. 18, relative all'introduzione di una soglia di sbarramento per l'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia. In particolare, risultano estranei alla materia gli emendamenti e gli ordini del giorno concernenti il divieto del terzo mandato consecutivo per i sindaci, il meccanismo di accesso ai contributi elettorali, la ridefinizione delle circoscrizioni elettorali, le firme a sostegno delle candidature, la modifica del sistema delle preferenze, la modifica della legge elettorale dei due rami del Parlamento, l'introduzione di un meccanismo di alternanza delle candidature tra donne e uomini nella composizione delle liste, le minoranze linguistiche.
Pertanto, ai sensi dell'articolo 97, comma 1, del Regolamento, sono improponibili i seguenti emendamenti: 1.101, 1.102, 1.103, 1.104, 1.108, 1.109, 1.110, 1.114, 1.115, 1.116, 1.117, 1.200, 1.131, 1.135a, 1.221, 1.0.100, 1.0.101, 1.0.102 e gli ordini del giorno G101 e G102.
Colleghi, a questo punto, mancando il parere della 5a Commissione sui pochi emendamenti residuali, propongo di iniziare la discussione generale ed autorizzare la 5a Commissione ad esprimere il parere su tali emendamenti, al fine di consentire all'Assemblea di esitare in serata il provvedimento e quindi di organizzare compiutamente i lavori.
Poiché non si fanno osservazioni, così resta stabilito.
Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritta a parlare la senatrice Marinaro. Ne ha facoltà.
MARINARO (PD). Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, colleghi, avremmo francamente preferito discutere qui oggi una proposta organica di riforma del sistema elettorale europeo per l'Italia. Così non è. Continuiamo a rilevare un certo strabismo nell'operato di questo Governo, che non riesce mai a presentarci progetti organici di riforma. Avrei, inoltre, auspicato un dibattito più ampio e proficuo, che ci consentisse di approfondire il ruolo che l'Italia può e deve svolgere in Europa, nell'interesse nazionale e nel più generale interesse europeo.
Per quanto attiene strettamente a questo disegno di legge, va innanzitutto rilevato che, come al solito, i tempi sono strozzati, tempi che impediscono a questo Parlamento di produrre un lavoro proficuo. Questo anche per sottolineare che alzare la soglia di sbarramento è certamente opportuno per non frammentare in modo eccessivo la rappresentanza della Delegazione nazionale ed avere conseguentemente un maggior peso in Europa, e per dire anche che è vero che non dobbiamo votare per esprimere un Governo in senso stretto, ma è anche vero che, nel corso degli ultimi trent'anni, il peso del Parlamento europeo è enormemente cresciuto e si configura oggi come un vero e proprio legislatore, unitamente al Consiglio dei ministri. In quanto tale, incide su materie che rivestono la più grande rilevanza nella vita interna di ciascun Paese. Ciò anche alla luce delle regole interne di funzionamento del Parlamento europeo: infatti, il cosiddetto metodo d'Hondt è quello in uso per attribuire secondo un criterio proporzionale le cariche ai Gruppi ed alle Delegazioni nazionali.
Ciò significa che quanto più è ridotta la presenza italiana a causa della frammentazione, tanto più l'Italia diminuisce il proprio peso specifico. Siamo quindi in presenza di un sistema che avvantaggia i Gruppi più grandi, così come, all'interno dei Gruppi, avvantaggia le Delegazioni più numerose. È anche questa la ragione della maggiore influenza di altri Paesi europei, che pure hanno lo stesso numero di parlamentari eletti.
Ho voluto dire ciò, in premessa, per sottolineare il nostro accordo sulla soluzione trovata alla Camera dei deputati. La valutazione positiva su tale accordo non può esimerci, però, da alcune ulteriori valutazioni.
In primo luogo, sarebbe stato opportuno procedere verso una più adeguata distribuzione dei collegi elettorali, per garantire una migliore rappresentanza territoriale e quindi la vicinanza dei cittadini alle istituzioni europee; in secondo luogo, per prevedere, così come ratificato in sede europea, clausole di riequilibrio della rappresentanza di genere. Non si tratta certamente di dettagli tecnici, ma della revisione di un sistema che tenga conto dei fondamentali criteri democratici della rappresentanza: partecipazione dei cittadini, non discriminazione per le donne e le minoranze, considerazione e valorizzazione dei territori.
Inoltre, credo non dovremmo dimenticare, né sottovalutare il ruolo dei Parlamenti nazionali e le procedure previste in materia di controllo dell'applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità. In tal senso, penso che dovremmo meglio organizzare il raccordo con la Delegazione nazionale al Parlamento europeo, riprendendo con più forza, dato il mutato quadro legislativo europeo, la regola degli incontri a cadenza regolare, tra i parlamentari europei e le istituzioni italiane, in particolare la pertinente Commissione di questo Senato.
In questo quadro, il Protocollo sul ruolo dei Parlamenti nazionali stabilisce una serie di obblighi di informazione e misure di trasparenza che dovrebbero mettere le Assemblee dei Paesi membri in grado di esercitare pienamente la propria funzione di controllo sui rispettivi Governi.
Rispetto al Trattato costituzionale si è, infatti, convenuto di estendere i tempi previsti per l'esame dei progetti di atti legislativi da parte dei Parlamenti nazionali, prima che gli stessi vengano iscritti all'ordine del giorno del Consiglio nell'ambito di una procedura legislativa.
Sul piano del controllo della proporzionalità e sussidiarietà, oltre al meccanismo di controllo politico ex ante già previsto dal Trattato costituzionale in favore dei Parlamenti degli Stati membri, il Trattato di Lisbona aggiunge un'ulteriore procedura che prevede che qualora una maggioranza semplice dei voti espressi dai Parlamenti nazionali contesti la proposta della Commissione per mancato rispetto del principio di sussidiarietà, tale proposta possa essere mantenuta, modificata o ritirata. Qualora scelga di mantenerla, la Commissione deve spiegare in un parere motivato perché ritiene la proposta conforme al principio di sussidiarietà.
I pareri motivati dei Parlamenti nazionali e della Commissione sono sottoposti al legislatore dell'Unione che potrà bloccare la proposta con il voto della maggioranza dei voti del Parlamento europeo e del 55 per cento dei membri del Consiglio.
Allo stesso tempo si dovrà affrontare la frammentazione a livello dell'Esecutivo e lo scarso consolidamento del quadro istituzionale relativo alle competenze in materia europea che hanno reso più ardua l'identificazione ex ante e la difesa di una coerente strategia nazionale nell'arena comunitaria.
Bisogna essere consapevoli che tale stile reattivo non aiuta la condivisione delle scelte europee da parte dei Parlamenti nazionali prevista nel Trattato di Lisbona ed in particolare nuoce alla trasparenza e al coinvolgimento dell'opinione pubblica.
Non siamo forse i soli in Europa a dimostrare un profilo politico-amministrativo dai contorni non ben definiti, ma certo esso costituisce un handicap democratico non indifferente.
Per tutti questi motivi, pur non negando il nostro assenso a questa unica modifica della legge elettorale, riteniamo improcrastinabile, come da impegno assunto in Commissione affari costituzionali e come ricordato dal collega Ceccanti, ritornare sulla questione per definire compiutamente le modifiche necessarie a rendere il sistema elettorale europeo e il raccordo dell'Italia con l'Unione europea più equo, rappresentativo, partecipato e rispondente ai criteri fondamentali della democrazia in Italia e in Europa. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pistorio. Ne ha facoltà.
PISTORIO (Misto-MPA). Signor Presidente, colleghi, come ho già detto in Commissione affari costituzionali ho la piena consapevolezza della solitudine, in questo caso non certo splendida, nella quale mi trovo contrastando questo provvedimento che gode di una maggioranza amplissima e la forte volontà delle forze politiche più importanti del nostro Paese di portare a compimento un disegno di semplificazione dura, direi brutale della rappresentanza politica nel nostro Paese.
Che si tratti di una volontà testarda, indisponibile ad alcuna riflessione aggiuntiva, totalmente chiusa a qualsiasi contributo emendativo è stato testimoniato non soltanto da quanto è accaduto alla Camera dei deputati qualche giorno fa, ma anche dalla stringatezza della relazione del senatore Ceccanti e dal silenzio quasi annoiato dell'altro relatore che non ha ritenuto quest'Aula meritevole di alcuna riflessione su un tema tanto delicato. (Applausi del senatore Perduca). Ancor di più lo è per l'ammissione, resa pubblicamente qualche minuto fa, di come vi sia la consapevolezza del fatto che questo provvedimento contiene tante manchevolezze, tante risposte non date e tante incongruenze che ledono il diritto alla rappresentanza dei territori e, quindi, il principio democratico fondamentale, ma che il Parlamento non può intervenire su un accordo blindato e definito sostanzialmente fuori dal Parlamento stesso e che esso si limita semplicemente a ratificarlo.
Ho partecipato al primo giro d'orizzonte formale e sbrigativo, per quanto cortese, che il Ministro per i rapporti con il Parlamento, onorevole Vito, ha compiuto per verificare il grado di disponibilità delle forze politiche attorno al testo in esame. C'era tutta la possibilità di una riflessione aperta e di un'integrazione, la possibilità concreta di giungere a un testo più rispettoso delle esigenze di rappresentanza dei territori. Mi è stata però opposta in modo categorico l'affermazione che questo testo è blindato, perché i partiti hanno chiuso un accordo che non consente la possibilità di emendare il testo.
Il vincolo non è di maggioranza: magari fosse tale! È un vincolo che impegna la quasi totalità dei parlamentari italiani che, essendo notoriamente disciplinati (anche per i meccanismi che sovrintendono all'elezione) non hanno alcuna possibilità, anche qualora ne avessero la volontà, di intervenire in questo passaggio legislativo.
Tutto ciò ci è stato puntualmente confermato da quanto è accaduto alla Camera dei deputati, dove il nostro manipolo di volenterosi aveva conquistato faticosamente le firme necessarie ad ottenere il voto segreto su una serie di emendamenti che potevano liberare le coscienze e anche la fantasia dei parlamentari. Per questo alla Camera occorrevano 30 firme e noi ne avevamo raccolte 31 (al Senato non ci è data questa possibilità, perché i Regolamenti di questo ramo del Parlamento sono improntati a un rigore e a un'efficienza straordinaria della macchina, per cui questa risorsa democratica ci è negata.). In quella sede, quando si è aperto questo spazio per tentare di inserire qualche granellino di sabbia nell'ingranaggio perfetto che avete costruito, i leader dei Gruppi parlamentari più importanti (e immagino anche dei partiti) sono intervenuti con una durezza senza precedenti, pretendendo dai parlamentari del PdL e del PD, firmatari di quegli emendamenti, il ritiro della firma con un atto che ne ha mortificato anche la dignità di parlamentari. (Applausi del senatore Perduca). Si è trattato infatti di un atto formale e molto imbarazzante per gli stessi.
Ho usato - mi è stato chiesto da un mio autorevole collega in Commissione - l'espressione «aggressività democratica» per definire questo comportamento, perché qualche volta la forza dei numeri, assolutamente rispettosa delle regole della democrazia, può essere utilizzata in modo brutale per soffocare anche quegli spazi minimi che si aprono in Parlamento all'iniziativa dei singoli parlamentari.
Che tale accordo blindato faccia torto al buonsenso lo dimostra la consapevolezza che hanno i relatori del fatto che questa legge elettorale deprime la rappresentanza parlamentare delle aree meridionali, perché i meccanismi di attribuzione dei seggi, privilegiando, nel caso dell'attribuzione dei resti, il valore assoluto degli stessi e non quello percentuale, determinano costantemente lo spostamento di una quota di seggi di spettanza della circoscrizione Sud e isole, all'area del Centro e del Nord del Paese, determinando un impoverimento della rappresentanza politica di quei territori.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18)
(Segue PISTORIO). Inoltre, tale accordo fa torto alla Regione Sardegna per l'ennesima volta, inserita nella circoscrizione insulare insieme alla Regione Sicilia, anche per le carenze di intelligenza politica di questi grandi partiti nazionali che non sanno garantire nel meccanismo delle preferenze agli elettori la possibilità di premiare rappresentanti di quel territorio, come facevano i grandi partiti nazionali un tempo; così accadeva per la DC, per la quale ho militato, che garantiva sempre l'elezione ad un rappresentante della Sardegna. Oggi così non accade; ormai sono svariate volte che in Sardegna non sono eletti europarlamentari all'interno delle liste di partito.
Bastava qualche piccolo accorgimento, predisporre una modifica nel sistema di computo dei resti, accettare la proposta che ho sottoscritto di separare la Sardegna dalla circoscrizione insulare per garantirle una dignitosa rappresentanza; bastava intervenire sulle circoscrizioni, riducendo queste enormi circoscrizioni e portandole a dimensione umana, regionale o al massimo di più Regioni omogenee dal punto di vista della cultura e della contiguità territoriale. Non è stato possibile.
È stato possibile soltanto inserire una soglia di sbarramento durissima, quale quella del 4 per cento, che ovviamente è costruita in modo tale da penalizzare le forze minori già assenti dal Parlamento nazionale in ragione del meccanismo di elezione per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica e che vedono privarsi anche della possibilità di accedere ad una sorta di diritto di tribuna - perché di questo si tratta - nel Parlamento europeo. Si tratta di uno sbarramento così duro che non è assistito da una logica di efficienza dell'azione di Governo: può essere accettabile che i meccanismi di attribuzione dei seggi per il Parlamento nazionale debbano assicurare stabilità alla maggioranza e garanzia al Governo, ma il Parlamento europeo non assolve alcuna funzione come organo parlamentare che condivide la responsabilità con un Governo di chicchessia: è organo di pura rappresentanza di territori, di esperienze politiche e culturale, che ha sempre consentito la partecipazione a forze minoritarie ma espressione di culture e di territori significativi.
Ho tradotto queste riflessioni in emendamenti: quelli sopravvissuti consentiranno ai miei colleghi di poterne valutarne l'appropriatezza.
Ma c'è di più. Il meccanismo derivato dallo sbarramento e che riguarda l'accesso ai rimborsi elettorali determina un altro vulnus alla democrazia del nostro Paese. Infatti, non lo condivido, ma posso comprendere le ragioni politiche generali di semplificazione che hanno determinato lo sbarramento al 4 per cento: ridurre la frammentazione ed accompagnare ulteriormente questo processo bipolare che incoraggi l'aggregazione attorno ai partiti più grandi; ma impedire l'accesso al finanziamento pubblico per le forze politiche che concorrono alle elezioni e che raggiungono una quota di consenso dignitosa impedisce perfino le condizioni minime della competizione, perché l'accesso al finanziamento pubblico è garanzia di trasparenza nel finanziamento dell'attività politica e di democrazia.
È una legge liberticida, una legge partorita contro le minoranze, una legge che semplifica le forze politiche e semplifica la democrazia, per quanto mi riguarda riducendone la portata.
Signora Presidente, in conclusione, noi abbiamo una proposta che consentirebbe di mantenere intatti i princìpi, salvaguardando i meccanismi di rappresentanza territoriale, in linea con il processo federalista; a tal fine abbiamo proposto un emendamento, che sarà presentato all'Aula e che credo possa costituire una clausola di salvaguardia per garantire che anche le esperienze legate al territorio, ove siano caratterizzate da un'autentica capacità di rappresentanza, possano avere accesso al Parlamento europeo e contribuire a costruire l'anima europea. (Applausi dal Gruppo Misto-MpA e dei senatori Cintola e Perduca).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signora Presidente, non me ne voglia il senatore Pistorio, ma la delegazione radicale scalfirà il suo splendido isolamento nella lotta di opposizione a questa riforma (con rispetto parlando) della legge elettorale. Utilizzerò molto spesso la relazione (che non c'è stata riproposta perché quella che è stata chiamata un'integrazione era soltanto un paragrafo della relazione) con la quale è stato presentato questo disegno di legge, proprio perché ritengo che codifichi ciò che è già stato, e giustamente, denunciato dal senatore Pistorio, e cioè decisioni prese altrove sottoposte alla ratifica delle Aule parlamentari (ringrazio, ancora una volta, il senatore Pistorio per aver fatto la cronaca di quanto avvenuto alla Camera dei deputati).
La conclusione della relazione cita l'articolo 49 della nostra Costituzione, dove si dice che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». La citazione di questo articolo viene a seguito di questo ragionamento, più volte ricordato, soprattutto prima che si arrivasse alla necessità di questa riforma (con rispetto parlando) della legge elettorale (riforma che era nell'aria non da Natale ma almeno dall'inizio di questa legislatura, visto e considerato che la scadenza delle elezioni per il Parlamento europeo è fissa ogni cinque anni): «Ridurre la frammentazione» - si legge nella relazione - «al di là di obiettivi di governabilità ed efficienza». La nostra legislatura passerà alla storia per essere stata la legislatura dell'efficienza, che è la peggior nemica dell'efficacia. L'altro giorno, a proposito di sicurezza, c'è stata imposta tutta una serie di misure, perché naturalmente si fa prima a gestire un problema senza affrontarlo alla radice.
Ridurre la frammentazione - continua la relazione - «è un requisito fondamentale affinché i partiti possano svolgere quel ruolo di sintesi degli interessi (a tutti i livelli), che la Costituzione assegna loro, non solo quando c'è da scegliere un Governo, perché tale requisito rende possibile quel ruolo di cerniera fra Stato e società che i partiti sono chiamati a svolgere e riduce i micro-personalismi che spingono invece a lasciare da parte la tutela degli interessi generali».
Devo però rilevare che il senatore Ceccanti, quando ha integrato la sua relazione, ha affermato che bisognerà valutare quali e quanti aggiustamenti dovranno essere apportati a questa riforma (con rispetto parlando) della legge elettorale per il Parlamento europeo, a seguito della valutazione del suo "rendimento". Termine più appropriato credo non potesse essere utilizzato: il rendimento - è già stato più volte ricordato - deriva dal finanziamento pubblico dei partiti, un finanziamento, tanto per dirne una, che rimarrà di un determinato ammontare, ma che, in virtù della soglia o dello sbarramento al 4 per cento, verrà ridistribuito fra i soggetti minori.
Io auguro di cuore (ammesso e non concesso che si facciano queste cose, specie di martedì 17), a tutti coloro i quali insistono quotidianamente nell'affermare di essere l'unica opposizione a questo Governo, di raggiungere questo 4 per cento, perché, come si dice in alcune Regioni molto ben rappresentate nel nostro Parlamento, c'è il rischio che possiate uscire dalle tornate elettorali "cornuti e mazziati". Infatti, dopo aver denunciato questo Governo come quello peggiore e che ci vessa quotidianamente, cari colleghi dell'Italia dei Valori, avete acconsentito a che si arrivasse a questo cambiamento in corso d'opera della legge elettorale per le prossime europee. (Applausi della senatrice Sbarbati).
Il 4 per cento sicuramente poi potrete raggiungerlo, perché sarete tutte le sere a «Porta a Porta», a «Ballarò», ad «Annozero», o in tutti i TG, urlando contro questo Governo - con il quale vi siete messi d'accordo per cambiare la legge - che è il peggiore possibile, e contro il quale solo voi, cancellando i Radicali (come forse stava cercando di fare anche il senatore Pistorio), siete l'unica opposizione. Complimenti! Sarebbe bene che questi dibattiti avvenissero a reti unificate, proprio perché così si saprebbe che si verifica quanto accadeva ai tempi dei ladri di Pisa, per cui di giorno si litiga, ma la notte ci si mette sempre e comunque d'accordo, perché il bottino è importante spartirselo e portarselo a casa.
Ma torniamo alla relazione dei senatori Ceccanti e Malan. Si dice - e lo ha ripetuto poco fa il senatore Ceccanti - che raramente si era arrivati a conclusioni condivise relativamente a modifiche delle legge elettorali. È scritto nella relazione: «In tutti quei casi» - riferendosi ad alcuni casi citati nella relazione stessa e di nuovo elencati poco fa dal senatore Ceccanti - «come quello odierno, furono anche la necessità e l'urgenza delle riforme a favorire la larga condivisione, con tempi ristretti rispetto alla corretta operatività, che in astratto sarebbero da evitare, ma che talora in concreto appaiono preferibili, purché vi sia largo consenso, ad uno status quo negativo»; ed infatti il largo consenso lo avete tranquillamente trovato. Ciò che non si desume da questa relazione è quale sia la necessità e l'urgenza, a tre mesi - anzi, a due mesi e mezzo - dalla chiusura delle liste per il Parlamento europeo, di apportare tutte queste modifiche.
Ebbene, già che c'eravate, considerato che la stragrande maggioranza dei colleghi qui presenti, e di quelli della Camera, era d'accordo, non si capisce perché non sia stato possibile ridisegnare i collegi. Allora sì che con 72-73 collegi sareste riusciti ad andare contro quei partiti politici che voi ritenete essere quelli dell'articolo 49 della Costituzione, ma che invece sono quelli della consociazione e della spartizione quotidiana del maltolto agli italiani. Tra l'altro, non c'è neanche il pudore di chiamare questo col suo nome: non si tratta, infatti, di un rimborso elettorale (ciliegina sulla torta, poi, è il fatto che sono stati esclusi dalla votazione tutti gli emendamenti che di questo parlavano), ma è un finanziamento per i partiti politici.
Avviandomi a concludere, signora Presidente, il tempo a disposizione per fare queste modifiche non è sembrato opportuno per apportare altri tipi di cambiamenti, che sarebbero stati quelli per legare - e questo sarebbe stato l'unico modo di mandare finalmente degli europarlamentari dalla Sardegna - l'eletto al territorio.
Annuncio quindi un voto assolutamente, categoricamente e pienamente negativo su questo provvedimento, e spero che la coscienza di molti, appartenenti tanto alla maggioranza quanto all'opposizione, si svegli al momento del voto (non tanto sugli emendamenti che poco cambiano, ma sul provvedimento nel suo complesso), perché all'interno di questo disegno di legge c'è sicuramente la riduzione della frammentazione.
Vi invito ad andare a vedere quali sono i parlamentari più attivi all'interno del Parlamento europeo: sono i Verdi, i Comunisti e i Radicali, e non sono certo coloro che appartengono alle grandi famiglie alle quali voi del PD, voi Liberali e Socialisti o, dall'altra parte, voi del PdL, dell'Europa delle Nazioni e del Partito popolare europeo appartenete, volete o vorreste appartenere in futuro. Quindi, tutta l'argomentazione relativa alla possibilità di rappresentare meglio gli interessi del nostro Paese a Bruxelles o a Strasburgo, la potete mettere da parte.
Ciò certifica ancora una volta il ratto: non soltanto avete portato via soldi, ma porterete via diritti civili e politici a 40 milioni di italiani. Vedremo poi il rendimento - e questo lo dico in termini di quattrini - per chi supererà il 4 per cento e per chi magari non supererà questa soglia, ma con i brogli arriverà al 3,95 per cento, riuscendo, come già successo per la spartizione della legge elettorale per le politiche nazionali, a essere classificato comunque come 4 per cento, perché la folla, convocata dalla RAI e da Mediaset, lo invoca. Di certo sarà utile, quando vorrete degnarci di riprendere in mano la riforma (con rispetto parlando), valutare sotto tutti i punti di vista - primo fra tutti quello della Costituzione - il rendimento di questa pessima riforma di legge elettorale. (Applausi delle senatrici Poretti e Sbarbati).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Negri. Ne ha facoltà.
NEGRI (PD). Signora Presidente, naturalmente vi sarebbero altri aspetti di rilievo su cui sarebbe importante intervenire, come ha detto anche il senatore Pistorio, con particolare riferimento alla formula elettorale, al «ritaglio» delle circoscrizioni e all'espressione del numero di preferenze sino a tre, che avvantaggiano le Regioni e le zone all'interno di esse più popolose a discapito di quelle meno abitate. Questa è un'osservazione del tutto personale e ritengo che non rappresenti l'opinione prevalente del mio Gruppo. Ad esempio, io ritengo che il sistema delle preferenze su circoscrizioni grandi come Stati sia accettabile solo perché non abbiamo una legge migliore, che riformi l'articolo 49 della Costituzione e introduca le primarie per legge per le selezioni delle candidature.
Aggiungo che mi dispiace che un emendamento di cui sono cofirmataria sul rimborso delle spese delle forze politiche che non raggiungono il 4 per cento sia stato per ora accantonato. Spero che possa in seguito diventare intervento fattivo. Quindi, c'è un ulteriore problema che contrasta la possibilità materiale di far valere le proprie idee e di concorrere anche se non si raggiunge il 4 per cento (ritengo che anche questa sia un'opinione abbastanza personale).
Ciò nondimeno, fatti salvi questi grandi problemi che residuano nonostante tali questioni che vanno ulteriormente precisate e che dobbiamo impegnarci a precisare nel futuro, la norma in esame, colleghi, è fortemente motivata. Non soltanto perché la soglia del 4 per cento ed oltre, come soglia implicita, è presente in tutti i grandi Paesi europei (mentre i Paesi più piccoli hanno apparentemente soglie minori perché eleggono meno rappresentanti, ma hanno soglie effettive maggiori), ma per un motivo sostanziale che è esattamente il contrario di quanto diceva adesso il senatore Perduca (e mi dispiace di non convenire con lui per una delle poche volte).
Perché è importante raggruppare, mettere una soglia, fortificare la rappresentanza politica dei parlamentari italiani al Parlamento europeo? Perché il Parlamento europeo, diversamente da quanto si pensi, è un'istituzione cruciale nella politica comunitaria e lo è divenuto sempre di più; perché, esattamente al contrario di quanto si pensi, il Parlamento europeo ha poteri di codecisione, insieme al Consiglio dei ministri, per importanti politiche pubbliche (ad esempio, per il finanziamento del mercato comune), e gli esiti di queste codecisioni e di questa dimensione di Governo sono la legislazione europea attuale che determina, così potentemente e in grande misura, la legislazione dei singoli Stati.
Quindi, la prima obiezione dei molti che, anche in questa sede, dicono no alla soglia, perché un Parlamento che rappresenta è sufficiente, è un'obiezione storicamente e contingentemente infondata e, permettetemi di dirlo, maggiormente infondata oggi in questa crisi così pesante e a causa della quale le istituzioni comunitarie dovranno essere forti, riconoscibili, organizzate.
Quindi, diventa essenziale avere, all'interno dei principali partiti parlamentari europei (perché sono partiti parlamentari), influenti rappresentanze nazionali. Infatti, o i parlamentari italiani fanno massa critica dentro i partiti parlamentari europei oppure l'inevitabile marginalità decisionale dei partiti italiani, come è ora e come è stata negli ultimi decenni in Italia, sarà ancora più evidente. Nel Parlamento europeo esistono tre grandi Gruppi: il PPE, il PSE e l'ALDE; vi è poi un gruppo di deputati non iscritti ad alcun partito e vi sono rappresentanti di partiti molto minori. Un grande Paese come l'Italia ha bisogno di far massa critica e rendere incisiva la rappresentanza del suo Parlamento nazionale.
È poi importante avere - questo non lo dice la legge, lo dico io - una classe di parlamentari europei che abbiano vocazione europea, che non considerino le candidature europee come degli autobus per transitare negli incarichi italiani o per consentire a microrappresentanze di avere consolidati e pianificati finanziamenti.
Secondo me (e so di non rappresentare l'opinione prevalente del mio Gruppo), tenendo conto di tutte le insufficienze, noi non possiamo selezionare solo per censo le forze politiche. Posso non raggiungere la soglia del 4 per cento ma devo, ciò nondimeno, sapere di poter avere le risorse per concorrere, per presentare i miei candidati, le mie idee, i miei progetti. Questo è un punto da sanare perché, in caso contrario, esso rappresenta un vulnus democratico e, a tal proposito, sono d'accordo con il senatore Perduca.
In ogni caso, la sostanza del provvedimento poggia sul filo della storia, sul filo della riorganizzazione delle funzioni parlamentari e guai a noi se pensassimo sensato polverizzare la rappresentanza italiana, oggi che siamo nel cuore di una crisi economica e politica di inaudita grandezza. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Luca. Ne ha facoltà.
DE LUCA (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi e colleghe, la riforma del sistema elettorale per le elezioni europee, che introduce la soglia di sbarramento al 4 per cento, consentirà innanzitutto di allineare il nostro sistema di voto a quello di molti Paesi europei. Ma, accanto a questo, c'è un altro obiettivo da centrare: mi riferisco all'evoluzione del sistema politico del nostro Paese, che da questa riforma potrà trarre la spinta necessaria per strutturarsi e finalmente compiersi.
Ai partiti, che animati dalla preoccupazione legittima di difendere l'identità, collegano alla nuova norma sullo sbarramento il rischio di essere estromessi dalla rappresentanza europea, vorrei ricordare che l'identità non è in questione perché essa resta sempre ben impressa nel codice genetico di ciascuno di noi e di ciascuna forza politica. E non deve costituire per i partiti un ostacolo alla possibilità di unire le forze, coalizzarsi per superare la soglia prevista da questa legge elettorale.
Resto convinto che la nuova norma sullo sbarramento in campo politico debba stimolare una spinta all'aggregazione piuttosto che alla divisione, in modo da favorire un sistema bipolare compiuto, strutturato su due blocchi politici di centrosinistra e centrodestra chiaramente distinguibili sulla base di proposte politiche definite ed alternative; nella consapevolezza che, esaurita la stagione dei partiti a forte connotazione ideologica, ora è il programma, l'identità, il progetto l'elemento cardine per imbastire e qualificare le alleanze politiche.
A mio avviso, è pienamente compiuta, anche se non sostenuta - avverto una certa distrazione sul piano politico-culturale - con eguale convinzione dalle forze politiche, quella che Aldo Moro definì "la terza fase", che segna l'avvio della democrazia dell'alternanza, con la possibile articolazione di due coalizioni contrapposte che hanno a cuore gli interessi generali del Paese e non i propri egosimi, gli interessi particolari, volti a mantenere immobile ed inerme la società e a non dare una risposta alla situazione politica che vive il Paese.
Qualcuno lo potrebbe definire un traguardo ambizioso, ma comunque fondamentale per la vita democratica del Paese, da consolidare al più presto. Per farlo occorre una semplificazione del sistema politico e la riforma per le elezioni europee può essere utile ad innestare la marcia giusta per arrivare a definire, sulla strada delle riforme da attuare, una nuova legge elettorale a livello nazionale e locale, con le quali, mediante il voto di preferenza, il cittadino elettore rivendichi una partecipazione attiva alla selezione dei propri rappresentanti.
È la rappresentanza negata, infatti, la questione vera da affrontare, una domanda che si leva dalla società ma che non trova risposta nell'attuale legge elettorale nazionale, che prevede liste bloccate formate da cooptati e che, dunque, creano dannose rendite di posizione.
È un sistema che ha contribuito e contribuisce ad acuire la perdita di credibilità della politica e ad aumentare la distanza tra elettori ed eletti, dei cittadini dalla politica e dalle istituzioni, distanza che scaturisce dalla crescente difficoltà a sentirsi rappresentati ed ascoltati.
In considerazione di ciò, l'attuale momento di crisi economica, politica, istituzionale e civile, segnato in campo politico da un trasformismo che ricorda i primi del Novecento e l'era giolittiana e in campo economico e sociale da un forte degrado, obbliga ad una riflessione che non sia solo una mera presa d'atto, ma si traduca in una spinta a fare, ad intervenire per cominciare ad invertire la rotta, soprattutto in riferimento alla frammentarietà del quadro politico, alla quale, proprio focalizzando l'attenzione sulla necessità di recuperare il rapporto tra elettori ed eletti, tra eletti e territorio, vanno posti degli argini. Certo, restituendo alla politica il compito, il valore di farsi interprete delle istanze della collettività e non di gruppi di potere, e ai partiti il loro ruolo definito mirabilmente dalla nostra Carta costituzionale nell'articolo 49, ma stando bene attenti a non disperdere le energie in mille rivoli, in partiti e partitini che circoscrivano la loro esistenza alla difesa di piccole sigle rappresentative dello "zero virgola per cento".
Certo, battere Berlusconi è importante, ma la priorità oggi, anche per uscire dalla balcanizzazione del quadro politico, è la difesa di principi fondamentali della democrazia che vengono minacciati ogni giorno. Ed è su questo che, facendo leva sui valori fondanti, sulla storia culturale e politica del Paese, può costruirsi un blocco politico alternativo a quello di destra sovente populista e, mi sia consentito, ancor più spesso irresponsabile rispetto alla salvaguardia della democrazia e degli equilibri istituzionali previsti dalla Costituzione.
In questo senso la crisi può, anzi deve, servirci come opportunità per operare il ripensamento di un sistema che, a mio avviso, se tarato sulle esigenze vere del Paese, ha già mostrato la corda. È il momento di gettare le basi per attuare le riforme costituzionali.
La riforma della legge elettorale europea - ed è questo il motivo per cui il mio voto sarà favorevole - deve rappresentare la prima tappa di un viaggio impegnativo, ma senza dubbio affascinante.
Colgo infine l'occasione, rivolgendomi a chi ascolta, ma soprattutto agli studenti che stanno assistendo ai nostri lavori, per ricordare che la partecipazione attiva in politica dei cittadini deve presupporre un alto senso di responsabilità. Ricordo il monito di uno degli attuali filosofi del pensiero sociologico, Krippendorff, il quale afferma che la politica è troppo importante per essere lasciata solo nelle mani dei politici. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbarbati. Ne ha facoltà.
*SBARBATI (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, siamo di fronte ad una pseudo riforma della legge elettorale europea poiché il termine riforma, nella sua autentica accezione, avrebbe significato mettere mano con coscienza e consapevolezza ad un sistema elettorale delicato e complesso, qual è quello che riguarda appunto le elezioni per il Parlamento europeo, tenendo presenti alcune delle questioni che da tempo non sono state risolte dai nostri legislatori nazionali.
Ma, guarda caso, in questo momento è stato molto più produttivo e naturalmente più efficace, per certe finalità e per certi scopi, arrivare ad una modifica della legge elettorale introducendo semplicemente, sic et simpliciter, una soglia di sbarramento al quattro per cento. Come ci siamo arrivati, signora Presidente? Ci siamo arrivati per la volontà di due leader, uno di centro destra e uno di centro sinistra, che hanno fatto un accordo che non ha assolutamente preso in considerazione la volontà non solo delle forze presenti in questo Parlamento, ma anche e soprattutto di quelle che in questo Parlamento non sono potute entrare per una legge elettorale, fatta anche quella a colpi di mano, all'ultimo momento, che ha visto scomparire dal Parlamento la Sinistra radicale, i Verdi e altri.
Noi Repubblicani europei, come i Radicali, siamo presenti all'interno del Partito Democratico, ma non siamo Partito Democratico: siamo forze alleate del Partito Democratico e su questo punto non siamo stati consultati, così come non lo sono stati i cittadini italiani.
Ci troviamo una soglia di sbarramento al quattro per cento, si dice, perché è necessario lottare contro la frantumazione delle forze politiche e si confonde pluralismo con frantumazione.
Pluralismo non è frantumazione secondo quanto recita la nostra Costituzione repubblicana. Voglio ricordare che i pilastri essenziali della nostra Costituzione liberaldemocratica sono contenuti innanzitutto nelle prescrizioni secondo cui è riconosciuto a tutti, e dico a tutti, il diritto di esprimere le proprie opinioni e di confrontarsi; è riconosciuta a tutti, e dico a tutti, la garanzia di poter esercitare i diritti di libertà ed è riconosciuta a tutti l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge senza alcuna eccezione. Questa, Presidente, è legalità costituzionale.
Nel Parlamento europeo, peraltro, non è importante, né necessario costituire grandi coalizione. Esse, di fatto, nel nostro Paese, non significano soltanto bipolarismo perché denotano, a mio avviso, uno scivolamento costante e sempre più preoccupante verso un bipartitismo che significa "pensiero unico": sia a destra, che a sinistra.
Per forze che appartengono alla mia tradizione, quella democratica repubblicana (come - penso - a quella dei radicali), per forze che sono libertarie e hanno questo concetto di libertà nel loro DNA (libertà repubblicana, intendo naturalmente), è assolutamente impossibile aderire a progetti che significano reductio ad unum a destra o a sinistra dentro il partito maggioritario, rinunciando alla propria identità, alla propria vocazione, ai propri princìpi, ai propri valori di riferimento. Io credo che nel nostro Paese la libertà per tutti e per ciascuno di poter esprimere i valori, i propri convincimenti, posizioni non partitocratiche, ma culturali, perché afferenti a dei valori democratici, debba essere assolutamente garantita.
Questo è un colpo di mano, naturalmente per fini molto poco nobili, che non sono né la governabilità (perché non c'è un Governo da sostenere in Europa), né altro, ma sono semplicemente la possibilità di lucrare alle spalle dei cosiddetti piccoli, dei cosiddetti frammenti, dello "zero virgola" (come qualcuno diceva). Io sono ben orgogliosa di essere uno "zero virgola" e intendo restare uno "zero virgola" in questo Paese se significa essere persona libera. La possibilità di esprimere un pensiero divergente noi la dobbiamo difendere, perché questa è lotta contro l'assuefazione, contro l'omologazione, contro il qualunquismo becero anticulturale e antidemocratico che ha ridotto questo Paese in ginocchio.
In Italia, signora Presidente, c'è un avviamento costante e progressivo verso una deriva che noi abbiamo definito più volte populista e peronista, sotto la spinta di forze che sono nichiliste e quantomeno qualunquiste che, sotto l'egida di un vergognoso incontro o matrimonio (se lo vogliamo definire in termini più prosaici) tra il trono e l'altare, stanno trascinando il Paese fuori dal contesto di quegli Stati liberi tra l'indifferenza generale. Contro questa indifferenza, che si basa soprattutto e fonda il suo successo sull'ignoranza, sull'incultura, dobbiamo continuare a lottare.
Nel nostro Paese c'è peraltro un intreccio che tutti denunciano ma poi quando fa comodo mettiamo in disparte; un intreccio vergognoso tra la politica e i mass media, per cui tutti coloro che saranno esclusi grazie a questo quattro per cento non avranno più voce, non avranno più alcuna possibilità di partecipare ad una trasmissione televisiva, di avere una riga su un giornale, non avranno quindi possibilità di esprimere quelle opinioni che la Costituzione garantisce a tutti ed a ciascuno. Allora, resta il silenzio dovuto al fatto che uno si tappa la bocca o c'è il silenzio dovuto al fatto che qualcuno te la "tappa"; in questo caso c'è l'hanno "tappata" o vogliono "tapparcela".
Nel nostro Parlamento ci sono forze che hanno dietro le loro spalle una storia fatta di valori, che non sono frutto di un retaggio economico, né possono essere ascritte a partiti azienda o a partiti francobollo che nascono all'ultimo minuto, perché ci sono battaglie storiche che stanno alle nostre spalle fatte della condivisione di valori democratici e repubblicani ai quali non possiamo naturalmente non fare più riferimento. Noi vogliamo continuare ad essere noi stessi, vogliamo partecipare con le nostre forze, con le nostre idee. Se poi la legge non ce lo consente perché non raggiungiamo un quorum, va bene; ma, cara Presidente, per eleggere un parlamentare europeo la soglia di sbarramento è già stata fatta, perché i seggi sono stati portati a 72 e per eleggere un Parlamento europeo ci vogliono 370.000-380.000 voti.
Quando qui dentro si invocano in modo molto superficiale i modelli europei, lo sanno questi colleghi parlamentari che per esempio il Lussemburgo elegge un parlamentare su 40.000 elettori? Lo sanno che noi eleggiamo un parlamentare su 15 milioni di elettori? Abbiamo capito allora qual è la differenza? Spero di sì.
Se l'abbiamo capita, il problema non è che nel nostro Paese ci sia un bipolarismo perfetto che garantisca la governabilità, che non c'entra niente con l'Europa, ma la difesa della garanzia che per tutti e per ciascuno ci sia la possibilità di scelta di un progetto per l'Europa, di un'idea di Europa che per noi deve essere l'Europa dei popoli e l'Europa naturalmente fondata su un concetto di federalismo che è ben diverso da quello che si sta introducendo nel nostro Paese.
Vogliamo un'Europa che sia in grado di tenere la testa alta, di competere a livello mondiale in termini politici, perché compete come continente. Questa è l'Europa che vogliamo come Repubblicani Europei. È la stessa Europa che vuole il Partito Democratico? È la stessa Europa che vuole il partito di Berlusconi? Non lo so. Voglio poter dire la mia e voglio che il popolo italiano ascolti anche una voce divergente. (Applausi dei senatori Perduca e Poretti).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sanna. Ne ha facoltà.
SANNA (PD). Signora Presidente, credo che stasera non possa sfuggire alla nostra Assemblea che stiamo discutendo della credibilità istituzionale del Parlamento europeo, un consesso che non sempre è stato eletto dal popolo, visto che nel suo esercizio originario veniva nominato dai Parlamenti nazionali.
Credo nel Parlamento europeo eletto dal popolo e nella sua credibilità. Sono conscio, però, come molti di noi, che questa credibilità il Parlamento europeo la stia lentamente perdendo anche per le modalità della sua elezione con suffragio universale. È difficile la rendicontazione politica del parlamentare europeo; è difficile la sua elezione; è difficile il rapporto con il collegio; è difficile, a volte, una identificazione degli interessi legittimi che porta.
Avevo presentato, insieme ad altri colleghi, un emendamento - poi ritenuto inammissibile - che, proprio in funzione di ridare credibilità all'espressione nazionale del Parlamento europeo, mirava a tirare fuori dalla circoscrizione insulare l'isola di Sardegna. La chiamo così perché lo stato particolare di isola è riconosciuto dal Trattato di Amsterdam, perché la Sardegna è un'isola vera, circondata dal mare, molto distante dal continente italiano e dal resto dell'Europa e, a differenza di altri territori insulari, come la Sicilia, per la sua collocazione dentro un'infelice constituency elettorale, normalmente non riesce ad esprimere parlamentari europei.
La prossima legislatura sarà la quarta di seguito in cui non si riuscirà, in prima battuta, ad eleggere un parlamentare europeo. L'isola di Malta, che ha 395.000 abitanti, esprime di diritto cinque parlamentari europei. Io mi rammarico per la dichiarazione di inammissibilità dell'emendamento, che non consente di portare alla delibera del Senato la nostra questione.
Concludendo, le dico, Presidente, consapevole che le decisioni della Presidenza sono inappellabili su questo punto, che quel modo restrittivo di applicare l'articolo 97 del nostro Regolamento rende praticamente vana questa discussione. Alla Camera hanno discusso per poi concentrare la decisione su nove disegni di legge. Noi non possiamo applicare il nostro Regolamento fingendo e - mi consenta di dire - simulando che siamo impossibilitati a discutere su nient'altro che l'articolo 21 di una legge di trent'anni fa.
Non è questo il modo di legiferare, assumendoci pienamente le nostre responsabilità. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vita. Ne ha facoltà.
VITA (PD). Signora Presidente, colleghe e colleghi, stiamo dibattendo di un argomento molto delicato (riguarda le libertà di espressione), che non è una mera pratica burocratica. Certo, capisco, accordi politici più generali hanno influenzato eccome questa materia, però è bene che io sottolinei qui con molta amarezza il fatto che forse questo argomento avrebbe meritato ben altro approfondimento e, soprattutto, ben altro tempo. Il tempo è una variabile sempre essenziale nella politica, così come nelle cose della vita.
Questo stesso tema, qualche mese fa, avrebbe avuto un sapore assai diverso; ora, così ravvicinato è il termine della scadenza elettorale cui fa riferimento il disegno di legge atto Senato n. 1360, che ogni iniziativa emendativa della normativa in vigore sembra una sorta di cambio delle regole all'ultimo momento. (Applausi del senatore Perduca). Questo offende una sensibilità democratica che prescinde - anche questa volta è bene sottolinearlo - persino dai soggetti o dagli oggetti della ipotetica tutela delle proposte che avremmo voluto discutere, emendamenti rigettati dalla Presidenza.
Non mi interessa qui - anche se lo potrei fare, naturalmente, per contiguità storica - andare a riflettere, come ha detto anche la senatrice Sbarbati, sulla opportunità, sulla natura, sulla soggettività di questa o quell'altra forza esclusa dalle Assemblee parlamentari: certo è che, all'ultimo, è difficile supporre che vi possa essere una consapevolezza adeguata del rischio che la nostra stessa struttura democratica corre. Tra l'altro, in una estemporaneità della nostra normativa elettorale, fosse questo un risanamento omologante rispetto alle altre leggi! Ma ogni legge fa storia a sé, in questo Arlecchino che è il nostro Paese, sotto il profilo anche elettorale.
Due emendamenti, signora Presidente, colleghe e colleghi, sono stati dichiarati inammissibili dalla Presidenza (e capisco che la Presidenza non è appellabile): l'emendamento 1.102 e l'emendamento 1.0.102, vale a dire la diminuzione del numero delle firme necessarie per presentarsi, ovvero il finanziamento per chi, concorrendo anche senza raggiungere il quoziente, arriva almeno alla soglia non così banale del 2 per cento. Formulo quindi una protesta: non voterò, Presidente, colleghe e colleghi, questo provvedimento, perché mi pare profondamente sbagliato per il suo tempo e anche per quello che dice.
Come ho detto, qualche mese fa, avrei voluto partecipare ad una discussione assai diversa, oggi mi sento in dovere di fare questo richiamo, che non è solo un richiamo di coscienza: è un richiamo rispetto ad una regola democratica, e cioè il fatto che vanno rispettate le diverse forze in campo e va permesso che anche chi non ha raggiunto in elezioni recenti la soglia per entrare nelle Assemblee nazionali possa, voglia concorrere per le elezioni europee, se è vero, come ha detto la senatrice Marinaro, che oggi il contesto europeo è quello di riferimento per tutti noi.
Ecco il perché del mio disagio e anche una protesta: è un modo di riflettere su temi così delicati quanto meno incerto, non degno, insomma, dalla grande tradizione che le nostre Assemblee hanno, anche sotto il profilo della regolazione della nostra vita elettorale. (Applausi dai senatori Perduca e Poretti).
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signora Presidente, le elezioni europee di giugno 2009 rappresentano, a livello quantitativo, un momento di grandiosa celebrazione della democrazia. 495 milioni di cittadini e cittadine saranno chiamati ad eleggere i propri rappresentanti e 27 Paesi saranno interessati alla consultazione. Sono le prime elezioni a cui Romania e Bulgaria partecipano insieme agli altri Stati membri e 736 eurodeputati verranno eletti. Un momento elettorale che per i numeri risulta secondo, nel panorama delle democrazie compiute, soltanto all'India.
L'imponenza dei numeri, tuttavia, non può servire da schermo alle problematiche che ancora rimangono vive in questa tornata elettorale, la quale si svolge a distanza di trent'anni dal primo suffragio elettorale diretto del 1979. Mi riferisco, tra le altre, all'assenza dei veri partiti paneuropei, al calo della partecipazione elettorale, alla difformità dei sistemi elettorali tra i vari Paesi membri, nonché alla sensazione diffusa che, nonostante si vada ad eleggere la più grande Assemblea paneuropea, la competizione rimanga ancorata a strette logiche nazionali.
È in tale ottica, cari colleghi, che mi appresto a discutere il disegno di legge n. 1360, privilegiando gli aspetti europei del disegno di legge stesso e posponendo ad un secondo momento la discussione sui rilievi nazionali dei quali comunque riconosco l'importanza.
Inizio con una considerazione amara: negli ultimi sedici anni l'affluenza alle urne europee è a dir poco precipitata, ma nessuno se ne accorge o se ne vuole accorgere: dal 63 per cento del 1979 arriviamo fino al 45, 6 per cento del 2004. Perché questo disincantamento dell'elettorato? Perché questa disaffezione del cittadino europeo verso un evento che, come dicevo, potrebbe rappresentare il massimo fulgore del più importante processo democratico sorto dalle ceneri di un conflitto e arrivato ad una comunione di finalità, principi e meccanismi istituzionali? Parte della ragione consiste certamente nella debolezza della comunicazione, visto che di Europa e di Parlamento europeo si parla poco e, purtroppo, male.
L'altra causa risiede nell'architettura costituzionale dell'Europa, caratterizzata da deficit di democrazia. Oggi, infatti, il Parlamento non ha poteri forti e non esprime un Governo, in quanto la Commissione viene formata su designazione dei Governi nazionali e il Consiglio è diretta appendice degli stessi. Hanno, infine, influito la frammentazione delle campagne elettorali, la differenziazione delle procedure elettorali e l'assenza di liste comuni su tutto il territorio comunitario.
Mi chiedo allora come potrà la modifica che il disegno di legge n. 1360 apporta alla nostra legge elettorale cambiare questo quadro. Cosa si dovrebbe fare in futuro per costruire non l'Europa dei vertici, delle burocrazie, degli interessi nazionali, ma l'Europa dei popoli che crede fermamente nella possibilità per i Paesi europei di unirsi e svolgere una crescente funzione nel quadro della comunità mondiale? La prima necessità sarebbe quella di arrivare ad una procedura elettorale uniforme per l'elezione del Parlamento europeo.
L'articolo 138 del Trattato CE ha conferito all'assise il potere di elaborare un progetto di procedura elettorale uniforme, ma i vari tentativi si sono inesorabilmente scontrati con il Consiglio dei ministri e, in particolare, con il suo paralizzante voto all'unanimità. Per il momento, pertanto, si è proceduto ad un semplice ravvicinamento dei sistemi nazionali sulla base di principi comuni quali elezione a scrutinio di lista, uninominale preferenziale, carattere proporzionale del voto, possibilità di prevedere una soglia minima per l'attribuzione dei seggi non superiore al 5 per cento.
Con il disegno di legge n. 1360 si è mantenuto un sistema di tipo proporzionale, si è lasciato impregiudicato il sistema delle preferenze, la cui modifica ci ha visti nella discussione alla Camera risolutamente contrari, ed é stata introdotta la soglia di sbarramento al 4 per cento. Questa soglia avvicina l'Italia alla maggioranza degli altri Paesi membri; avremmo preferito una soglia più dolce, ma nel merito della misura siamo d'accordo, in quanto ha un effetto di aggregazione partitica, semplificazione del quadro dei Gruppi parlamentari e riduzione di micropersonalismi.
Tale parere positivo va letto anche in un'ottica più generale; questa non può essere considerata un'operazione limitata a indicare esclusivamente determinati meccanismi e procedure legate all'espressione tecnica del voto, né può prescindere dalla natura e dalla finalità del sistema politico e del processo di integrazione comunitaria. È evidente, cari colleghi, che esiste una relazione intima tra l'esigenza dell'elezione diretta dell'assise con procedura uniforme e una maggiore attribuzione di competenze al Parlamento europeo.
Con il Trattato di Lisbona, la cui entrata in vigore ci si auspica possa avvenire nel 2009, il Parlamento europeo vedrà rafforzata il suo ruolo di colegislatore. Ad esso si aggiungeranno due funzioni politiche cruciali: il Presidente della Commissione dovrà essere designato tenendo conto del risultato delle elezioni europee e il potere costituente sarà esercitato anche dall'Assemblea, oltre che dai Governi e dalla Commissione europea.
All'interno delle famiglie politiche europee (popolari, socialisti, liberal-democratici, verdi, comunisti) la capacità di influenza dei Partiti nazionali è poi legata alla loro coesione politica e la frammentazione è inversamente proporzionale all'esercizio di questa influenza.
Inoltre, al centro di ogni democrazia rappresentativa si colloca il potere del popolo di scegliere, attraverso l'esercizio del voto, il Governo e tale potere si esercita, non solo in entrata, ma anche in uscita.
Una maggiore razionalizzazione delle forze politiche in Parlamento e l'aver legato la nomina del Presidente della Commissione al risultato delle elezioni europee permettono di ottenere quella che in inglese si chiama political accountability. In vista del voto che avrà luogo nel giugno del 2009 sarebbe importante che coalizioni di partiti europei proponessero agli elettori i loro candidati alla Presidenza della Commissione, associando a questa proposta quella di un programma per la legislatura, in modo da permettere agli elettori di esprimere con consapevolezza la loro scelta e al nuovo Presidente di rispondere nella sua opera ai cittadini che lo hanno indirettamente eletto.
In conclusione di quanto detto sinora, ritengo che la proposta di introdurre una soglia di sbarramento possa risultare positiva nel merito. Cari colleghi, rimangono tuttavia considerazioni critiche, che esulano dalla misura sin qui discussa (quella della soglia di sbarramento) e che toccano maggiormente tematiche di interesse nazionale. Con il disegno di legge n. 1360 si è normato esclusivamente sull'introduzione della soglia del 4 per cento, ma si sono lasciate impregiudicate le altre parti della legge n. 18 del 1979, poi novellata dalla legge 27 marzo 2004, n. 78: la definizione delle circoscrizioni elettorali, le modalità di presentazione delle candidature, la presenza di candidature femminili nelle liste, nonché la tutela di liste rappresentative di minoranze (il rapporto tra le stesse potrebbe sotto alcuni aspetti rivelarsi problematico).
Già sul primo punto - quello relativo alle circoscrizioni elettorali - si rileva come la divisione delle stesse in cinque maxiaree non consenta un rapporto fiduciario stretto tra elettori ed eletti e neghi quindi quella accountability di cui si diceva sopra. In particolare - mi rivolgo anche alle preoccupazioni espresse dai colleghi - si potrebbe citare, come già hanno fatto alcuni senatori, la sottorappresentanza della Sardegna, la quale non ha espresso neppure un eurodeputato in occasione delle elezioni del 2004. Sarebbe pertanto auspicabile in futuro una riforma seria del sistema delle circoscrizioni. (Richiami del Presidente). Concludo, signora Presidente. Diceva bene il collega Vita: noi abbiamo lavorato di fretta, come sempre con questo Governo.
In secondo luogo, vi è la questione di genere. Ricordo che il Trattato europeo ha valenza costituzionale, al pari della Carta del 1948, e sancisce la parità di rappresentanza nelle elezioni europee. Nella nostra legislazione tale principio è ripreso, ma, come solitamente avviene per le questioni di genere, soltanto in linea teorica.
In conclusione, rimangono ancora dei punti controversi su cui, a seguito di questa prima parziale riforma della legge elettorale, le nostre Camere potrebbero e dovrebbero tornare a discutere in futuro, perché la rappresentanza politica costituisce l'elemento chiave del futuro di un'effettiva comunità dei popoli e deve essere regolata e attuata in modo tale da non perdere di vista il fine ultimo dell'integrazione europea, pur consentendo di rispecchiare le esigenze di ciascuno Stato membro. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bodega. Ne ha facoltà.
BODEGA (LNP). Signora Presidente, noi siamo chiamati a razionalizzare la rappresentanza dei cittadini, come è nello spirito delle modifiche apportate alla legge n. 18 del 1979. Una forza popolare per eccellenza, qual è la Lega Nord, non può esimersi dal soppesare con un'attenzione del tutto particolare (direi con autentico scrupolo democratico) la portata di questo cambiamento.
Nel considerare le correzioni al vigente sistema elettorale delle consultazioni europee, neppure per un attimo abbiamo inteso sottovalutare, tanto meno sottacere, l'effetto di ridimensionamento della rappresentanza partitica già implicito nel testo licenziato dalla Camera dei deputati. Al contrario, come movimento di popolo abbiamo affrontato la questione di democrazia posta dalla soglia di sbarramento fissata al 4 per cento. La risposta è che questa apparente limitazione dell'espressione democratica costituisce invece, a differenza di quanto hanno sostenuto i colleghi che mi hanno preceduto, un modo superiore di adempiere alla più larga e manifesta volontà popolare.
L'archiviazione dell'eccessiva frammentazione politica, con i costi e guasti che quest'ultima produce, è infatti una delle istanze più diffuse tra la popolazione, come ampiamente ribadito da tutti gli osservatori della cosa pubblica e come confermato da unanimi sondaggi, che concordano nell'attribuire un consenso semplicemente plebiscitario all'introduzione della soglia di sbarramento. Si tratta di una diga che peraltro detta le regole del pluralismo nei maggiori Paesi europei. Penso alla barriera del 5 per cento posta in Francia, in Germania e in Polonia e a quella del 4 per cento di Austria e Svezia, mentre in altri Paesi, come la Gran Bretagna, i meccanismi del sistema elettorale stabiliscono una soglia effettiva che gli esperti quantificano intorno al 10 per cento.
Nella vita parlamentare delle suddette Nazioni non avrebbero diritto di cittadinanza tutti i cosiddetti partitini, i cui rappresentanti in questi giorni hanno manifestato davanti ai palazzi romani della politica, gridando alla congiura e al complotto consumato ai loro danni. Alcuni tra questi - penso a certi esponenti di Rifondazione Comunista - in tempi di maggiore seguito elettorale avevano dato il proprio assenso all'introduzione della soglia di sbarramento, magari nella speranza di estromettere dalle Aule parlamentari proprio il nostro movimento. Non è andata così, ma non è certo della sconfitta e dell'emarginazione altrui che ci rallegriamo.
Oggi, piuttosto, abbiamo la possibilità di esprimere la nostra soddisfazione per una vittoria dei cittadini sul Palazzo. Da mezzo secolo, infatti, un popolo assisteva impotente e attonito a quelle che venivano definite alchimie delle segreterie di partito.
Il cittadino che, esaurite le lusinghe della campagna elettorale, riacquista puntualmente i panni del vessato contribuente, ha sempre pagato i costi di certe scandalose rappresentazioni del malinteso pluralismo politico.
Il confronto fra partiti, così sovente scaduto a guerra per bande, ha troppo a lungo visto i più piccoli fare la voce grossa tenendo in ostaggio il Governo. L'Esecutivo, invece, distolto dalle sue priorità, per troppo tempo è stato impegnato in estenuanti bracci di ferro con chi ogni giorno accampava nuove pretese per sé e per le proprie clientele - come si suol dire - da Prima Repubblica. Ma il tanto atteso avvento della Seconda, più volte evocato in maniera ingannevole, solo ora comincia a manifestarsi seriamente con i segni di un cambiamento, che troverà nell'attuazione della riforma federalista il suo pieno compimento.
Concludo, signor Presidente, evidenziando che, in questo senso, anche l'archiviazione del partitismo selvaggio, dei ricatti e del malcostume che gli sono propri vuole indicare come sia stato concretamente intrapreso quel cammino di rinnovamento che tante generazioni di padani e di italiani avevano appena potuto sognare. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Procacci. Ne ha facoltà.
PROCACCI (PD). Signora Presidente, mi appassionerebbe di più, in realtà, un dibattito sul futuro dell'Europa che non sulle future elezioni europee, ma dobbiamo occuparci di legge elettorale, visto che, mentre ci accingiamo a modificarla, l'Europa continua a morire nel silenzio di tutti, inclusi coloro che l'hanno sempre solennemente sostenuta; ci stiamo accostando, però, a questo tema - va detto - con idee e sensibilità che attengono più alla politica nazionale che non ad una politica europea.
Sappiamo che, con la complicità della stampa, che praticamente ignora le vicende politiche europee, i nostri partiti non aiutano i cittadini italiani a seguire o a leggere la politica europea. Quando si vota per il Parlamento europeo - ce lo dobbiamo dire con molta serenità ed onestà - i cittadini si accostano al voto con valutazioni e giudizi che attengono alla politica nazionale.
Bisogna ammettere che questa legge è stata dettata da logiche di politica nazionale. È vero, non c'è dubbio; è così perché è questo il modo in cui viviamo la politica europea. Tuttora i leader dei partiti dicono: alle europee vedremo il risultato e quel che accadrà nel nostro partito e, nella politica italiana. Nessuno si interessa di quello che avverrà in Europa dopo. Tutt'al più, se vi è un problema di collocazione, è perché esso ha una ricaduta interna. Questo dobbiamo condividerlo. Votiamo in massa per l'Europa, ma la politica europea non ha diritto di cittadinanza nell'opinione pubblica italiana.
Naturalmente è vero che la legge europea permette - e non impone - uno sbarramento fino al 5 per cento. È stato introdotto uno sbarramento del 4 per cento perché è oggettiva la necessità di semplificare la politica italiana.
Nella scorsa competizione elettorale nazionale, i partiti della sinistra antagonista non hanno raggiunto il 4 per cento. Però, vorrei far notare che vi erano altri due partiti della sinistra antagonista che insieme hanno ottenuto su un consenso dell'1, 3 per cento. L'uno ha ottenuto lo 0,7 e l'altro lo 0,6. Se ci fosse stata unità, lo sbarramento del 4 per cento sarebbe stato superato.
Dunque, possiamo continuare ad avere tre, quattro partiti che addirittura hanno lo stesso nome? Possiamo continuare ad alimentare personalismi che all'estero e guardati dall'estero fanno soltanto ridere?
Ecco la ragione per cui sono favorevole a questa legge. Comprendo che l'iter che ha portato all'approvazione poteva essere più coinvolgente, più condiviso. Questa è una nota sicuramente negativa, ma l'impianto della legge mi convince, anche perché non esclude, ma impone l'aggregazione e lo stare insieme.
Mi meraviglio che qualcuno che ha tuonato contro di essa ha poi firmato il referendum sulla legge elettorale italiana proposta dal senatore Ceccanti. È vero che non era facile ridisegnare le circoscrizioni rendendole più piccole, ma si poteva risolvere il problema della Sardegna, ad esempio, prevedendo la preferenza unica. Se anziché con tre preferenze si votasse con la preferenza unica, sarebbe stato già un modo per garantire le piccole Regioni che si trovano in circoscrizioni più ampie, come la Sardegna.
È comunque il risultato di una collaborazione sulle regole che va apprezzata, che in qualche modo abbiamo già sperimentato con la legge sul federalismo fiscale e che ci accingiamo a vivere nell'iter di approvazione della legge sulle autonomie e, speriamo, anche in quelle che si preannunziano come modifiche costituzionali.
Mi sia consentita, però, signora Presidente, una breve considerazione in merito al fatto che, nonostante il Presidente di quest'Assemblea abbia ricordato poco fa come ... (Brusìo). Chiedo scusa ai colleghi, ma non riesco a concentrarmi.
PRESIDENTE. Per favore, consentite al senatore Procacci di terminare il suo intervento.
PROCACCI (PD). Dicevo che nonostante non siano proponibili proposte, emendamenti ed ordini del giorno che attengono alla legge elettorale italiana, ci troviamo dinanzi a tre voti regionali, dei Consigli regionali del Lazio, della Basilicata e della Sardegna, che, fra le altre cose, chiedono di introdurre le preferenze o comunque di introdurre una possibilità di scelta dei rappresentanti parlamentari da parte dei cittadini. Ora, se non sono ammissibili emendamenti ed ordini del giorno, la parola può ancora rimanere libera.
Colgo quindi l'occasione per dire a quest'Aula che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani chiedono una legge elettorale diversa con cui possano eleggere i propri rappresentanti. Altrimenti si determina una ferita gravissima, non solo alla democrazia del nostro Paese, ma allo spirito della Costituzione, perché la centralità del Parlamento, nel momento in cui lo stesso è nominato da tre o quattro personaggi, sia pure autorevoli, cessa di essere tale.
In occasione dell'approvazione di questa legge di modifica non possiamo allora non ricordare come questo Paese ha una grande ferita, che siamo chiamati tutti, nessun escluso, a risanare. Il cesarismo, di cui autorevoli esponenti della maggioranza, anche di rilievo istituzionale, hanno fatto menzione nelle ultime settimane, è infatti fondato sulla scarsa autonomia del Parlamento che, quando è nominato, finisce per essere esclusivamente fedele, non ai cittadini, non ai territori, ma soltanto alle figure che hanno indicato i parlamentari.
Non voglio fare come Catone che cominciava tutti i suoi discorsi con delenda Cartago, ma occorre che qualcuno di noi, come ha fatto il senatore Perduca per altre questioni, ricordi all'inizio di ogni seduta che questa è una ferita che va sanata. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Germontani. Ne ha facoltà.
GERMONTANI (PdL). Signora Presidente, vorrei dividere il mio intervento in due parti: una parte generale ed una più propriamente focalizzata su un tema che a me, come ad altre colleghe presenti in questa Aula, sta particolarmente a cuore: quello della rappresentanza femminile.
Le elezioni europee del prossimo giugno si terranno anzitutto sulla base del Trattato di Nizza, che ha ridotto il numero di deputati europei da 785 a 736; ciò comporta alcuni adattamenti automatici da parte dei Paesi membri, non ultima la necessità di ridurre la frammentazione della rappresentanza, indirizzando i partiti politici a dar vita a Gruppi parlamentari più coesi e rappresentativi. Attualmente l'Italia è rappresentata da 18 delegazioni parlamentari, contro le 6 della Germania, 7 della Francia e del Regno Unito. La nostra presenza, di conseguenza, avviene in modo disorganico e disordinato. È anche per questi motivi che si è posta la necessità di una semplificazione nella nuova legge elettorale.
Il ricorso allo sbarramento del 4 per cento è stato necessario per consentire un adeguamento dell'Italia agli altri Stati membri dell'Unione. Gli Stati membri possono stabilire a livello nazionale la soglia di voti necessaria per ottenere un seggio, non oltre il 5 per cento dei suffragi espressi; undici Stati già praticano questa soglia, anche se con delle varianti.
In altri termini, la tendenza ormai consolidata è quella di garantire una rappresentanza chiara e netta, senza indulgere a quella frammentazione politica e parlamentare, che in Italia per molti anni ha condizionato il nostro sistema democratico. Ciò che conta è la capacità di riformare e cambiare, stabilendo una prospettiva di progresso e di evoluzione politica, non solo nell'ambito nazionale, ma anche e soprattutto europeo. A questo si aggiunge la crisi economica che colpisce indiscriminatamente i singoli partiti e interi continenti, e che sta a dimostrare che, in piena globalizzazione, occorre fronteggiare uniti gli effetti devastanti della crisi finanziaria.
Il Parlamento europeo, pertanto, è chiamato a svolgere una funzione legislativa ed un ruolo di crescente importanza in una logica innovativa della rappresentanza popolare. Il semplice meccanismo elettorale dello sbarramento imprime una spinta all'aggregazione del consenso politico su un fronte dello schieramento o sull'altro, cioè quello opposto. Si dà vita, in questo modo, ad un processo positivo che può indurre i partiti più piccoli a ricondurre la loro funzione nell'ambito degli schieramenti più grandi, esprimendo e interpretando le nuove istanze popolari e quel dissenso che è vitale per la democrazia all'interno dei due schieramenti principali. Allora, anziché contestare l'accordo, si prenda l'occasione delle elezioni europee per dar vita ad una rinnovata espressione di partecipazione democratica.
Vorrei ricordare un recentissimo sondaggio dell'IPSOS su questa materia e su questo disegno di legge: da esso emerge che il 70 per cento degli italiani è favorevole all'introduzione dello sbarramento del quattro per cento e che oltre il 40 per cento lo vorrebbe ancora più elevato. Ciò significa che i cittadini vogliono modernità, semplicità, ed assomigliare ogni giorno di più alle grandi democrazie europee alle quali oggi ci ispiriamo.
Devo dire che per contrastare l'approvazione di questa legge elettorale si è fatto spesso ricorso ad argomenti discutibili e sproporzionati: si è tentato di demonizzare lo sbarramento del quattro per cento, cercando di stabilire confronti inaccettabili con la cosiddetta legge truffa di democristiana memoria, o addirittura con la legge Acerbo, che doveva servire a Mussolini per mettere fuori gioco il Parlamento italiano. Non si tiene conto che il ricorso allo sbarramento, con perfetto equilibrio delle forze politiche, in alternanza tra loro al governo del Paese, è funzionale alla creazione di un bipartitismo stabile e duraturo. Il ricorso a questa tecnica elettorale non avviene a discapito del nostro consolidamento democratico nel contesto europeo, ma, al contrario, serve al nostro Paese per recuperare quell'evoluzione democratica che i nostri partner europei e le più grandi Nazioni del mondo occidentale hanno avuto prima di noi.
Se questo disegno di legge scaturisce da un'intesa politica tra l'attuale maggioranza e l'opposizione, ciò non può comportare l'implicito sospetto di un inconfessabile accordo sotterraneo. Al contrario, di fronte ad una politica come la nostra, l'intesa sulla nuova legge elettorale per le elezioni europee dovrebbe rappresentare una pietra miliare nella costruzione della democrazia italiana: sarà lo strumento tecnico e legislativo che potrà conferire nuova stabilità politica al nostro sistema.
Il valore del bipartitismo oggi in Italia e in Europa è soprattutto quello di conferire stabilità politica alla moderna democrazia, di garantire l'espressione del consenso popolare, senza minimizzare il dissenso, che può oscillare, una volta a destra e una a sinistra, in occasione delle consultazioni elettorali. Con questa premessa, ci accingiamo ad affrontare le elezioni europee, consapevoli anche delle lacune istituzionali e dei ritardi dovuti ad una transizione interminabile, ma decisi ad imprimere una forte accelerazione al nostro sistema politico.
Passando ora alla questione della rappresentanza femminile; con la senatrice Leddi abbiamo presentato un emendamento al riguardo. Sappiamo che qualche anno fa, nel 2002, è stato modificato l'articolo 51 della Costituzione, una modifica predisposta al fine di dare copertura costituzionale a tutti quei provvedimenti legislativi ed amministrativi con i quali si volessero garantire forme di paritaria partecipazione tra donne e uomini, in particolare nella designazione di cariche elettive.
Successivamente, nel 2004, con il ministro Prestigiacomo è stata introdotta nella legge elettorale per le elezioni europee una norma di garanzia del 30 per cento a favore del sesso meno rappresentato nelle liste elettorali, a pena di sanzione finanziaria per le formazioni politiche inadempienti. Nonostante ciò, attualmente l'Italia è al ventiduesimo posto in Europa per numero di donne elette al Parlamento europeo con una percentuale pari al 19,2 per cento. Dunque, esiste ben evidente una situazione di sottorappresentazione politica femminile.
Se, infatti, l'attuale legge per le elezioni nazionali introducendo le liste bloccate ha di fatto permesso di aumentare decisamente la rappresentanza femminile all'interno del Parlamento italiano, ciò non è avvenuto con le elezioni europee. L'idea forte di un riequilibrio rappresenta quindi un elemento di qualità e di compiutezza del sistema democratico, ponendo termine ad un'anomalia della società italiana, dove le donne si affermano assumendo ruoli di responsabilità sempre maggiori ma continuano ad essere estranee alle assemblee elettive. Abbiamo migliorato, ma non dobbiamo abbassare la guardia su questo argomento e spetta, a mio giudizio, proprio a noi donne, e proprio in queste Aula, tenerlo alto. Dobbiamo farlo tutte insieme, perché è evidente che è un tema trasversale sul quale c'è un ampio consenso visto che quando si parla di pari opportunità si parla ormai di diritti civili e di libertà individuali.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 19,13)
(Segue GERMONTANI). Realizzare tutto ciò non è un'impresa semplice, ma un'impresa sulla quale dobbiamo continuare ad affermarci e a combattere anche in queste Aule.
L'emendamento 1.221 prevedeva che le liste elettorali dovessero essere composte per il 50 per cento di donne e per il 50 per cento di uomini, prevedendo anche sanzioni pecuniarie in caso di inadempienza. Esso è stato dichiarato improponibile, ma io credo che il forte dibattito all'interno di queste Aule sia sempre proficuo, soprattutto se condiviso da tutti: da uomini e donne.
Mi piace ricordare, in conclusione, un passo tratto dalla Repubblica di Platone, dove è scritto che non c'è un'occupazione che sia propria di una donna in quanto donna né di un uomo in quanto uomo, perché le attitudini naturali sono parimenti conferite ad entrambi e natura vuole che tutte le occupazioni siano accessibili alle donne e tutte anche all'uomo.
Concludo dicendo che con le elezioni del 13 e 14 aprile in quest'Aula i Gruppi parlamentari rispetto alla scorsa legislatura si sono ridotti da 14 a sei: a questo noi dobbiamo puntare anche nel nuovo Parlamento europeo. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.
MALAN, relatore. Signor Presidente, cinque anni fa, quando furono introdotte alcune modifiche alla legge per le elezioni dei rappresentanti italiani al Parlamento europeo, si individuarono alcuni problemi e alcune questioni da risolvere. Non si poterono risolvere in quella circostanza e si auspicò di ritornare sull'argomento negli anni seguenti, prima delle successive elezioni europee, che si svolgeranno tra pochi mesi.
Le vicende politiche e parlamentari di quei cinque anni hanno impedito, come sappiamo, che questi interventi si svolgessero. Vi sono state due elezioni politiche, vi è stata la fine della XIV legislatura (nel corso della quale ci si è particolarmente impegnati sulla riforma della legge elettorale nazionale), vi sono state due anni molto tormentati nel corso della scorsa legislatura. Ora, in questo breve periodo della legislatura in corso, è stato possibile solo questo intervento, un intervento importante sul quale si è concentrata l'attività della Camera dei deputati con la proposta di legge che è stata approvata; di conseguenza, su di essa si concentra il Senato.
Gli altri problemi, effettivamente, andranno riesaminati e io spero che nei prossimi anni vi sia davvero la possibilità di affrontare in modo efficace, ad esempio, il problema dello slittamento dei seggi dalle circoscrizioni più piccole verso quelle più grandi. Questo problema, per la verità, tocca soprattutto i partiti piccoli perché nei partiti più grandi tale situazione si può verificare ma non è così probabile, a livello statistico, come per i partiti piccoli.
Ricordo poi il problema della rappresentanza delle Regioni, e della Sardegna in particolare, che va sicuramente affrontato e che nel 1994 è già stato oggetto di discussione.
Ricordo altresì la questione della rappresentanza femminile di cui ha parlato la senatrice Germontani, anche se ricordo che dal 2004 è in vigore una norma che impone, direi con efficacia, almeno un 30 per cento di candidati del sesso meno rappresentato che, nella gran parte dei casi, è quello femminile. Ha funzionato a livello di candidature ma non ancora a livello di eletti, anche se credo che una maturazione del genere potrà intervenire successivamente.
Con riferimento alle motivazioni positive contenute nelle norme che ci si accinge ad esaminare, mi rifaccio agli interventi svolti da alcuni colleghi, in particolare i senatori Pedica, Bodega, Procacci e Germontani, che ne hanno sottolineato aspetti positivi. Credo che vada ricordato che la soglia del 4 per cento, data la rappresentanza totale del Parlamento europeo, corrisponde circa allo 0, 5 per cento dei voti a livello europeo.
È bene ricordare che si parla di elezioni europee, per cui unarappresentanza al di sotto dell'1 per cento, per quanto possa essere ritenuta da alcuni altamentedesiderabile, non è desiderabile nel nostro Paese. La senatrice Germontani ricordava che l'Italia nel Parlamento europeo tuttora in carica è presente con 18 rappresentanze di partiti, mentre altri grandi Paesi ne hanno sei o sette. Anche l'Italia, alle prossime elezioni europee, si troverà con una rappresentanza di partiti analoga a quella di altri Paesi europei, uno strumento attraverso il quale l'Italia potrà contare di più.
Credo sia necessario un forte impegno da parte di tutti. Diversi interventi hanno toccato la questione dell'importanza di essere presenti in modo tale da rendere le istituzioni europee più efficaci, ma anche la nostra rappresentanza presso le istituzioni europee, a cominciare dal Parlamento di cui ci si sta occupando in questo momento, deve essere più efficace: il nostro Paese deve pesare di più. Ovviamente non è l'unica questione da affrontare, ma certamente è uno dei modi attraverso i quali ci si può arrivare.
Altri argomenti che sono stati suscitati non vengono esaminati nell'ambito di questo disegno di legge. Con riferimento alla questione del rimborso elettorale, si è ritenuto di evitare che alcuni partiti, sapendo di non poter avere una rappresentanza politica presso il Parlamento europeo, si presentassero al solo fine di percepire un rimborso elettorale ove la soglia per il rimborso letterale fosse sensibilmente più bassa rispetto a quella per la rappresentanza politica. Anche in questo senso si tratta di una norma positiva che, pur non toccando direttamente la questione dei rimborsi elettorali, lo fa indirettamente elevando la soglia per avere diritto ad almeno un eletto.
Vorrei, infine, fare un breve riferimento agli interventi dei senatori De Luca e Procacci con riferimento alla legge elettorale nazionale, argomento non trattato in questo disegno di legge. Ricordo che le liste bloccate sono quelle attraverso le quali quasi tutti gli altri Paesi europei eleggeranno i loro rappresentanti al Parlamento europeo. Noi li eleggeremo sulla base delle preferenze di lista. Se si considera che in base alla legge elettorale nazionale già si prevedono le liste bloccate e che la maggior parte degli altri Paesi europei manderà al Parlamento europeo una rappresentanza eletta sulla base di liste bloccate, non si può continuare a dipingere la situazione italiana come un'anomalia.
In ultima analisi, si è trattato di un dibattito positivo che può avviare il Parlamento ad una rapida approvazione del disegno di legge in esame, anche in considerazione del fatto che è volto soltanto ad introdurre una soglia di sbarramento del 4 per cento per partecipare alla ripartizione dei seggi spettanti all'Italia per l'elezione dei membri del Parlamento europeo. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Ceccanti.
CECCANTI, relatore. Rinuncio ad intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
CALDEROLI, ministro per la semplificazione normativa. Rinuncio alla replica.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a dar lettura del parere della 5a Commissione sugli emendamenti al disegno di legge.
MONGIELLO, segretario. «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminati gli emendamenti relativi al disegno di legge in titolo trasmessi dall'Assemblea, esprime, per quanto di propria competenza, parere non ostativo».
PRESIDENTE. Colleghi, alla luce dei criteri prima ricordati da questa Presidenza, sono inoltre improponibili, ai sensi dell'articolo 97, comma 1, del Regolamento gli emendamenti 1.111, 1.106 e 1.112.
Passiamo all'esame dell'ordine del giorno G100, che si intende illustrato e su cui invito il relatore e il rappresentante del Governo a pronunziarsi.
CECCANTI, relatore. Signor Presidente, il parere è positivo perché l'ordine del giorno chiarisce l'applicazione dello sbarramento alle liste espressione di minoranze linguistiche che possono apparentarsi: lo sbarramento è previsto per l'insieme delle liste apparentate e non per le liste prese isolatamente. Dunque è un chiarimento; secondo me il concetto era già chiaro, ma è bene che ci sia un'ulteriore spiegazione.
CALDEROLI, ministro per la semplificazione normativa. Signor Presidente, il Governo accoglie l'ordine del giorno G100.
PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l'ordine del giorno G100 non verrà posto in votazione.
Ricordo che gli ordini del giorno G101 e G102 sono stati dichiarati improponibili.
PISTORIO (Misto-MPA). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PISTORIO (Misto-MPA). Signor Presidente, lei ora, se non sbaglio, ha integrato le sue precedenti dichiarazioni sulla improponibilità aggiungendo degli altri emendamenti dichiarati improponibili?
PRESIDENTE. Sì, alla luce degli stessi criteri.
PISTORIO (Misto-MPA). Oltre l'emendamento 1.111, quali altri sono stati dichiarati inammissibili?
PRESIDENTE. Li ripeto. Risultano improponibili gli emendamenti 1.111, 1.112 e 1.106.
PISTORIO (Misto-MPA). Non voglio essere indiscreto, ma la ragione di questa pronuncia successiva a cosa deve essere attribuita?
PRESIDENTE. Senatore Pistorio, è stata effettuata un'ulteriore verifica e si è accertata l'estraneità di tali emendamenti alla materia. Non vi è alcun motivo particolare.
PISTORIO (Misto-MPA). Va bene, Presidente.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge, sul quale sono stati presentati emendamenti che invito i presentatori ad illustrare.
SBARBATI (PD). Signor Presidente, come già anticipato nel corso della discussione generale, come Repubblicani europei abbiamo presentato degli emendamenti e siamo fermamente contrari a questa modifica del testo di legge che regola le elezioni dei deputati italiani al Parlamento europeo.
Lo siamo con convinzione perché riteniamo che una riforma di questa legge elettorale avrebbe dovuto prevedere più incisivi accorgimenti democratici e, soprattutto, avrebbe avuto bisogno di un consenso popolare acquisito non ex post, ma ex ante. Avrebbe dovuto presupporre un dibattito che all'interno degli stessi Gruppi parlamentari doveva essere centrato sulla qualità delle riforme che si proponevano in funzione di un progetto di Europa, di quella Europa che vogliamo, di quella Europa politica che stenta a realizzarsi, che stenta ad alzare il capo a fronte di una politica globale dentro la quale conta poca o nulla, perché non compete come Continente, ma con le volontà di singoli Stati che, di volta in volta, si affacciano con prepotenza sulla scena politica mondiale dicendo la loro in maniera spesso scoordinata. È un dato di fatto che abbiamo sotto gli occhi tutti quanti ogni giorno e che avrebbe dovuto indurre ad un comportamento più serio da ambo le parti.
Riteniamo sia stata una volontà di vertice da parte del centrodestra e del centrosinistra che ha portato, per altri fini e per altri obiettivi, ad una riforma che riguarda soltanto la soglia e che penalizza le voci alternative, le voci originali che attraverso una cultura storica si sono sempre cimentate a livello democratico nel nostro Paese combattendo le più grandi battaglie per la democrazia e che riteniamo debbono continuare a vivere nel Parlamento italiano, come in quello europeo.
Parliamo tanto di tutela delle minoranze, di pari opportunità e di altre questioni analoghe, ma non ci rendiamo conto di cosa stiamo facendo. Stiamo semplicemente realizzando un'operazione che si traduce in una sorta di reductio ad unum tanto nel centrodestra, quanto nel centrosinistra che la mia cultura laica e libertaria mi consente di rifiutare totalmente.
Non è possibile accettare una volontà così marcatamente antidemocratica qual è quella che ha espresso questa riforma con l'introduzione di una soglia di sbarramento che viene contrabbandata... (Brusìo in Aula).
PRESIDENTE. Colleghi, posso pregarvi di fare maggiore silenzio? La senatrice Sbarbati sta facendo un intervento su un tema delicatissimo qual è quello della riforma della legge elettorale europea e sta svolgendo delle considerazioni interessanti, condivisibili o meno, ma che hanno una loro logica, per cui vi pregherei di ascoltare, oppure invito i colleghi che non sono interessati a lasciare l'Aula; altrimenti sospendo la seduta.
Stiamo discutendo della riforma di una legge elettorale; stiamo discutendo di regole e credo che quantomeno quando si parla di regole una maggiore attenzione dovrebbe essere meritata da parte di tutti noi.
SBARBATI (PD). La ringrazio per la sua fine cortesia, Presidente.
Riprendendo il discorso poco fa interrotto, dicevo che non è possibile pensare che tutte le volte ci si scalda l'animo nella difesa di minoranze e non capire cosa questo provvedimento possa significare e comportare. Credo che in una realtà democratica come quella del nostro Paese e come quella europea le voci minoritarie, che spesso sono voci singolari anche con particolari caratteristiche dal punto di vista storico e culturale, siano il sale della democrazia, perché spesso portano avanti un pensiero divergente che non è un pensiero antagonista, ma è un pensiero su cui si può discutere democraticamente facendo un confronto culturalmente alto ed elevato per trovare le soluzioni migliori.
Se ci impediamo questo tipo di confronto perché vogliamo comunque la reductio ad unum, vogliamo la sparizione dei piccoli partiti, quelli che qualcuno definisce con sprezzante ironia quelli dello 0,5 per cento. L'ho detto prima e lo ripeto, Presidente: sono contenta di essere uno 0,5 per cento, perché non ho mai venduto la mia storia, non ho mai venduto la mia cultura a nessuno. Ho fatto alleanze, ma sono rimasta quella che ero; sono repubblicana, voglio continuare ad esserlo, voglio il rispetto di tutti come rispetto chiunque la pensi diversamente da me. (Commenti dal Gruppo PdL). Non ho paura di nessun tipo di barbara e solleticante - da un certo punto di vista - derisione, che in questo Parlamento si può avere di fronte alle mie parole. Le dico con fermezza, le dico con orgoglio, le dico anche con la coscienza che probabilmente non sortiranno alcun effetto, perché le decisioni sono state già prese; ma le dico perché è necessario che qualcuno qui dentro le esprima, perché restino agli atti, nella memoria del Parlamento e nella memoria del Paese. Non è una cosa accettabile quello che stiamo facendo ed è per questo motivo che i nostri emendamenti propongono la soppressione dell'articolo 1 e tendono anche a contenere la soglia del 4 per cento.
Come dicevo in precedenza, le circoscrizioni elettorali del Lussemburgo sono ben diverse da quelle dell'Italia; 15 milioni di persone votano in una nostra circoscrizione e 40.000 persone votano in una circoscrizione lussemburghese. Quando si parla di Europa bisogna sapere cosa si dice; bisogna esserci stati e capire. Io sono stata nove anni nel Parlamento europeo e so di cosa parlo. (Commenti dai Gruppi della maggioranza). So anche che quando parliamo di rappresentanza, di rappresentatività e di altre questioni, spesso dobbiamo farci un bell'esame di coscienza, perché - andatelo a verificare - i partiti cosiddetti più grandi sono quelli che hanno il maggior numero di assenze rispetto a quelli che hanno magari un solo rappresentante o sono molto più piccoli. Questo a garanzia della rappresentatività degli interessi del nostro Paese e di un concetto di Europa all'interno di quel Parlamento che noi vogliamo o diciamo di voler difendere.
Quindi, il mio voto è a favore degli emendamenti presentati e li sostengo assieme a chi la pensa come me. (Congratulazioni).
VITA (PD). Signor Presidente, l'emendamento 1.102 era stato dichiarato improponibile precedentemente?
PRESIDENTE. È stato dichiarato improponibile, ma lei ha diritto ugualmente all'illustrazione.
VITA (PD). Pensavo che, essendo stato da lei dichiarato improponibile...
PRESIDENTE. In quest'Aula il diritto di parola è sacrosanto.
VITA (PD). La ringrazio perché è importante.
La ratio di questo emendamento è piuttosto evidente, vale a dire la necessità, a causa dell'approssimarsi della scadenza elettorale, di ridurre il numero delle firme necessarie per poter presentare delle liste. È del tutto evidente che in un'altra contingenza, cioè qualche mese fa, questa stessa normativa avrebbe avuto una prosecuzione più ovvia poi nella pratica. A ridosso del voto, evidentemente, chi intende presentarsi, avendo come base di riferimento la precedente normativa, non ha più il tempo tecnico per potersi attrezzare e raccogliere le firme dovute.
Questo emendamento, che francamente io avrei ritenuto proponibile, lo dico con rispetto, perché molto attinente alla materia, era finalizzato a facilitare quella doverosa rappresentazione del pluralismo, che altrimenti questa normativa rischia di cancellare.
SANNA (PD). Signor Presidente, durante la Presidenza della senatrice Bonino, intervenendo in discussione generale, ho contestato anch'io la lettura dell'articolo 97 per cui l'emendamento 1.101 è stato ritenuto improponibile, perché non ritengo che esso verta su argomenti estranei all'oggetto della nostra discussione.
La nostra discussione è sulla legge elettorale europea nel suo complesso e deriva da nove disegni di legge presentati alla Camera, ridotti certamente ad un intervento chirurgico dall'approvazione della Camera stessa. Ma il monocameralismo, cioè la decisione in sequenza oggettiva a quanto stabilito dalla Camera dei deputati, se vogliamo lo introduciamo con norma costituzionale e non per prassi regolamentare con interpretazioni così restrittive come quella che abbiamo visto questa sera.
L'emendamento riguarda la disarticolazione della circoscrizione isole per le elezioni europee. Mi rifaccio all'argomento della discussione generale: non è possibile sganciare completamente da un rapporto reale tra un territorio realmente isolato, realmente diverso da quello al quale è artificialmente collegato, il tema della rappresentanza politica nel Parlamento europeo. La devitalizzazione di questa rappresentanza ha comportato per la Sardegna 15 anni di difficoltà e di negazione di rappresentanza nel Parlamento europeo. Io ne prevedo altri cinque, per arrivare complessivamente a venti. Non basta dire che siamo pronti a discutere di questo tema dopo le elezioni europee. Bisognava farlo adesso.
Registro, e voglio dire a questa Camera, che tra gli impegni presi da molti senatori all'atto delle elezioni, compreso da chi vi parla, c'era quello di modificare la legge europea in tempo per questa fase di rinnovo del Parlamento europeo. A questo proposito, sono firmatario, insieme al collega Zanda, di un disegno di legge che è assolutamente analogo a questo emendamento. (Applausi dal Gruppo PD).
INCOSTANTE (PD). Signor Presidente, naturalmente mi rammarico della improponibilità dell'emendamento 1.103, come di altri emendamenti che portavano all'attenzione dell'Aula un tema già sottolineato dalla collega Germontani e che credo sarà sottolineato da altri interventi che seguiranno, cioè quello della rappresentanza femminile. Sembra che in questo Paese si sia dimenticato che l'articolo 51 della Costituzione ha cambiato anche i parametri cui dovrebbero attenersi le leggi elettorali. Anzi, sembra che questo sia quasi un elemento da derubricare dagli accordi politici e dalle Aule parlamentari.
Credo che sia stato davvero un grave errore non aver pensato che in questa occasione si potesse dare un segnale, come Paese - ripeto come Paese non come schieramento politico o come Governo di essere almeno verosimilmente un po' più vicini agli altri Paesi europei, ai nostri partner europei. Noi non solo siamo indietro rispetto all'Europa. Siamo indietro rispetto a moltissimi Paesi in via di sviluppo e a moltissimi paesi che hanno raggiunto molto più tardi noi le soglie della democrazia parlamentare.
I dati della rappresentanza italiana per quanto riguarda le donne nelle Assemblee elettive sono davvero molto bassi; ma con ciò non miglioriamo la qualità della rappresentanza, né miglioriamo la qualità della politica, perché abbiamo visto che quando le donne sono impegnate, soprattutto nelle amministrazioni locali, esse sanno farsi interpreti di una politica più vicina alle persone e più aderente alla realtà. Credo che anche questo sia un contributo di innovazione e qualità alla politica stessa.
C'è poi una questione profondamente democratica, quella cioè della rappresentanza della popolazione italiana, dell'elettorato italiano. Certo, non possiamo nascondere gli sforzi che, ad esempio, il Partito Democratico ha fatto per portare una forte rappresentanza di donne nelle Aule parlamentari, tuttavia in questo Parlamento, in quest'Aula, registriamo una presenza femminile ancora molto bassa, elemento presente anche negli altri partiti.
Si poteva quindi, sia con gli emendamenti sull'ammissibilità delle liste, sia su quelli della preferenza di genere, fare un passo avanti in questa direzione: è stata un'occasione mancata, ed è stata un'occasione mancata anche non poterne discutere in quest'Aula e verificare la convergenza, che credo ci sarebbe stata, di altre parlamentari e parlamentari sulla questione. (Applausi dal Gruppo PD).
FRANCO Vittoria (PD). Signor Presidente, anch'io credo che abbiamo perso un'occasione per introdurre importanti novità e cambiamenti nella nostra legislazione. Voglio partire da un numero, perché sia chiaro a tutti che non ha funzionato quello che è stato fatto finora: la delegazione italiana al Parlamento europeo è composta da 78 parlamentari; le donne sono soltanto 16, cioè il 12 per cento, e voglio aggiungere che molte di queste donne sono entrate grazie al fatto che alcuni uomini si sono dimessi, quindi in prima elezione erano state escluse. Dunque portiamo la maglia nera in Europa.
Abbiamo cambiato la Costituzione aggiungendo un comma all'articolo 51, proprio per dare copertura costituzionale a leggi che prevedessero misure a sostegno delle pari opportunità tra uomini e donne nell'accesso alle istituzioni: poco e niente è successo. Sono difficili i cambiamenti in questo settore e lo sappiamo tutti. La cittadella della politica è difficilmente espugnabile da parte delle donne: voglio usare questa immagine militare che non mi si addice, ma che corrisponde alla realtà.
Ma perché questo? Lo voglio chiedere e ne voglio discutere interloquendo anche con i colleghi rappresentanti del genere maschile: perché tanta resistenza ad adottare misure che introducano reali pari opportunità tra uomini e donne nella rappresentanza istituzionale? La risposta non è difficile; qui c'è un conflitto oggettivo: se una donna viene eletta, un uomo deve andare a casa. Ma è anche perché la politica rappresenta ancora il luogo del potere per eccellenza, il luogo in cui si stabiliscono le regole e si può stabilire anche la regola di escludere, come quella che abbiamo discusso in occasione della legge sulle quote, quando il centrodestra ha cambiato la legge per il Parlamento nazionale.
Oggi non vogliamo più parlare di quote. Colleghi, colleghe, non parliamo di quote (so che questa parola non piace a molte donne e a molti uomini, ovviamente), ma di democrazia paritaria. E la democrazia paritaria esige, richiede, la partecipazione di donne e uomini alla costruzione delle sue istituzioni; richiede una condivisione dello spazio pubblico e una eguale responsabilità degli uomini e delle donne. Siamo convinti e convinte che una democrazia paritaria sia più ricca, più piena e più coesa. Il problema, quindi, non è più essere considerati o sentirsi dei panda, una specie da proteggere; il problema vero è la capacità rappresentativa della democrazia nel suo complesso.
Signor Presidente, il senso dell'emendamento 1.104 consiste nel volere dare uno strumento in più per fare un passo avanti verso questa democrazia paritaria. Dobbiamo prendere atto ‑ lo dico al senatore Malan ‑ che la presenza nelle liste di una quota del 30 per cento di donne, che magari sono messe agli ultimi posti di modo che la preferenza conta poco, anche se sul piano simbolico ha grande valore, senza sanzioni efficaci - come potrebbe essere, ad esempio, l'inammissibilità della lista che non rispetta le leggi - ha portato a 16 parlamentari elette su 78.
Diciamo, allora, che non ha funzionato e che se vogliamo davvero risolvere questo problema e lo abbiamo a cuore dobbiamo introdurre norme diverse. La norma che noi proponiamo ‑ e concludo ‑ è prevedere che sia obbligatorio dare almeno una delle preferenze a un candidato di genere diverso da quello delle altre preferenze espresse. Questa previsione in genere è a vantaggio della donna, che altrimenti resterebbe esclusa. Non è un rivendicazionismo corporativo perché noi mettiamo al centro la qualità della nostra democrazia e della sua capacità di rappresentanza.
Noi vogliamo costruire una democrazia più moderna, capace di tener conto anche dei desideri di rappresentanza e di protagonismo delle donne. Mi dispiace che questo emendamento sia stato dichiarato improponibile. Mi auguro che questa Aula, per iniziativa delle parlamentari e dei parlamentari, possa in un altro momento discutere e prendere in considerazione una proposta di legge che preveda questo. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Astore).
PISTORIO (Misto-MPA). Signor Presidente, avendo insieme al collega Oliva presentato numerosi emendamenti, per quanto ne siano sopravvissuti solo una parte, mi riservo di illustrarli utilizzando la dichiarazione di voto singolarmente.
Signor Presidente, mi permetta però non di contestare, ma di esprimerle la mia non condivisione sulla decisione di considerare improponibile l'emendamento 1.106. Presidente, comprendo che questo è un provvedimento blindato, ma se non in questa sede in quale sede si pone rimedio a questa definizione delle circoscrizioni elettorali che mortifica la rappresentanza? (Applausi del senatore Perduca).
In sede di Commissione affari costituzionali avevo offerto di sottoscrivere l'emendamento del collega Sanna per affrontare il tema relativo alla Sardegna; anche quella però è una soluzione inadeguata perché risolve un problema. Il tema delle circoscrizioni per le elezioni europee, nella loro ingestibilità politica sul piano del rapporto eletto/elettore, è sotto gli occhi di tutti. Il tema delle preferenze, che a noi è tanto caro, insieme a quello delle spese relative alla campagna elettorale diventano dei problemi politici seri con circoscrizioni così ampie.
Non è assicurato alcun collegamento tra eletto ed elettore e si impongono spese elettorali eccessive che o fanno soggiacere il candidato alle regole di partito in modo eccessivamente vessatorio oppure lo costringono a prelievi forzosi sul suo capitale personale, sperando solo su quello. Il tema delle circoscrizioni in questo caso è un tema di democrazia chiarissimo: dobbiamo costruire soluzioni che siano razionali e garantiscano la rappresentanza.
Signor Presidente, credo che consentire il voto di questo emendamento sarebbe stato un atto chiaro di assunzione di responsabilità con cui i miei colleghi parlamentari, per quanto vincolati alle regole di partito, potevano esprimere un'opinione che poteva essere importante simbolicamente. Anche se non avesse raggiunto la maggioranza dei consensi di questa Aula, era un'occasione per porre questo tema al centro del dibattito politico.
PRESIDENTE. Colleghi, vorrei intervenire brevemente per un chiarimento che ritengo dovuto nei confronti dei senatori firmatari di emendamenti dichiarati improponibili.
Su questo punto la Presidenza è stata estremamente rigorosa, anche per una motivazione che probabilmente molti non conoscono. Alla Camera dei deputati, la Conferenza dei Capigruppo ha deliberato di porre all'ordine del giorno, sostanzialmente operando uno stralcio, il semplice articolo che riguardava la soglia di sbarramento del sistema elettorale europeo. Con procedura accelerata è pertanto giunta all'esame dell'Aula questa normativa e soltanto questa.
L'attenzione dell'Aula si è di conseguenza concentrata su quel tema, perché la Conferenza dei Capigruppo alla Camera ha deciso all'unanimità di sottoporre all'esame dell'Assemblea quell'argomento e soltanto quello, anche se titolato tecnicamente con il riferimento a modifiche alla legge 24 gennaio 1979, n. 18. Non vi è quindi alcun dubbio che, nel momento in cui il Senato dovesse introdurre delle norme che vadano al di là di quello specifico tema, vi sarebbe il concreto rischio, secondo la Presidenza del Senato, che la Camera possa espungerle nuovamente in quanto fuori dal deliberato di quella Conferenza dei Capigruppo.
Nella logica e nella sinergia di un leale rapporto di collaborazione tra Camera e Senato e nella logica della buona legiferazione e della gestione del processo legislativo, questa Presidenza non poteva ignorare quel deliberato, che - ripeto e concludo - concentrava la propria attenzione sull'esigenza e sull'inderogabilità di dare attenzione e priorità soltanto al tema della soglia.
Da qui è discesa la scelta di questa Presidenza, per evitare che eventuali inserimenti, operati in questa sede, potessero poi essere nuovamente espunti e restituiti al Senato.
Mi sembrava doveroso dare questa spiegazione ai colleghi perché avevano il diritto ad una motivazione aggiuntiva rispetto alla semplice dichiarazione di estraneità di materia.
Ciò detto, proseguiamo nell'illustrazione degli emendamenti.
BIANCO (PD). Signor Presidente, intervengo molto brevemente comprendendo perfettamente lo spirito della decisione della Presidenza del Senato.
Con l'emendamento 1.0.100 abbiamo voluto segnalare ai colleghi l'opportunità di rivedere il divieto del terzo mandato consecutivo dei sindaci limitatamente ai piccoli Comuni. Naturalmente per i Comuni di maggiori dimensioni il problema assume delle valenze e dei significati particolari e su questo vi sono opinioni molto diverse.
Per quanto riguarda i Comuni sotto i 5.000 abitanti, il problema si pone invece con una peculiarità che va considerata. Svolgere la funzione di sindaco in un piccolissimo o piccolo Comune è spesso esclusivamente un fatto che avviene per spirito di servizio e molto spesso le piccole comunità insistono perché un buon sindaco possa restare ad espletare quel ruolo anche oltre il secondo mandato.
L'esigenza è ampiamente condivisa e il ministro Maroni, nel corso di un'audizione in Commissione affari costituzionali, ha detto di condividerla pienamente. Non è stato possibile affrontare la questione in questo sede ed è chiaro che essa potrà essere affrontata nella sede propria, che probabilmente è la Carta delle autonomie, che ha cominciato tra l'altro a essere esaminata nei disegni di legge già presentati in Commissione affari costituzionali. Ripeto: questa è l'esigenza che abbiamo voluto segnalare all'Aula attraverso la presentazione di questo emendamento.
BRUNO (PD). Signor Presidente, intervengo solo per dire che, considerate le sue parole, riconosco che forse ci sono dei tratti di improponibilità nell'emendamento 1.0.100. Pertanto, rinuncio ad illustrarlo. (Applausi dai banchi del Governo).
BONINO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BONINO (PD). Signor Presidente, colleghi, interverrò sull'insieme degli emendamenti, annunciando che la delegazione radicale li sosterrà quasi tutti. Mi sia consentito di motivare brevemente la ragione.
Onorevoli colleghi, voi potete ammantare questa legge di grandi e nobili motivazioni, ma ciò che è indubbio è che essa risponde a convenienze italiane, di tutti i partiti politici qui rappresentati, dei maggiori, dei due più grandi, dell'Italia dei Valori e dell'UDC, e che è anche forse frutto di una stagione che, alla luce magari di quest'ultima giornata, non è più molto di attualità.
Dico questo perché non mi iscrivo tra coloro che pensano che mettere uno sbarramento del 4 per cento sia un attentato alla democrazia; né penso e pensiamo noi radicali che la reintroduzione delle preferenze sia di per sé un dato di democrazia. Sono parlamentare di lungo corso e so come funzionano e come funzionavano le preferenze. So perfettamente che non è così. Le preferenze funzionano o per censo o per cordata o anche per voto di scambio, quindi non mi inserisco in questo dibattito.
Mi inserisco invece su una questione ben più grave. Non è che questa legge ammazzi la democrazia: noi riteniamo che lo Stato di diritto nel nostro Paese sia da lungo tempo moribondo, se per Stato di diritto si intende quel sistema che ha la certezza delle regole, i paletti, i limiti e tutti gli istituti di controllo funzionanti. Questo nel nostro Paese non c'è più da tanto tempo e penso quindi che si fanno prevalere convenienze ed espedienti di brevissimo respiro, francamente.
La debolezza italiana nelle istituzioni europee - fatevelo dire da chi le ha frequentate da tanto tempo - non è dovuta alla frammentazione, si fa per dire, della delegazione italiana al Parlamento europeo, bensì ad altre e più profonde ragioni, ivi compreso il fatto che poco ci vanno i nostri parlamentari, poco ci sono e poco si fanno sentire. Nella nostra e vostra cultura il Parlamento europeo è ancora il cimitero degli elefanti, é una specie di esilio da cui si vuole tornare velocemente ed appena possibile. Forse è anche per questo che la situazione e lo stato dell'arte dell'Europa in generale non è brillante, e quanto ne avremmo bisogno in questo momento di crisi economica!
Come dicevo, non si tratta di questa legge, che è solo un ulteriore colpo rispetto a una situazione in cui la certezza delle regole non c'è nel nostro Paese, a partire dalla certezza della pena. Continuiamo e continuate a funzionare per leggi e leggine di emergenza. Soprattutto, voglio ricordare che c'è una regola base della democrazia, di stampo degasperiano e quindi certamente non estremista, che è il conoscere per deliberare. In questo Paese l'utilizzo spesso consociativo degli strumenti di informazione, pubblici e privati, fa sì che l'espulsione di forze politiche e di temi dall'agenda dei media italiani ha raggiunto livelli che dovrebbero preoccupare non solo noi, ma penso tutti e anche tutti voi.
Conoscere per deliberare non è dato e dispiace che forze politiche, che oggi urlano al golpe per l'introduzione dello sbarramento del 4 per cento, di tutti questi processi non si siano mai occupati. Spiace altresì che non ci siano i paletti che fanno sì, come in altri Paesi, che il potere non sia senza freni e senza inibizioni, e che la maggioranza sia forte non solo dei numeri, ma quando rispetta le regole che si è data.
Questo non avviene più e, badate, credo che gli esempi di questi ultimi giorni, in tema elettorale e non solo, dovrebbero preoccupare molti, perché la politica è quella cosa fragile in cui la ruota gira. Ciò che ci dovrebbe accomunare è esattamente il rispetto verso l'opinione pubblica, che deve essere messa in condizione di scegliere e non di essere scelta, perché essa si forma sul contraddittorio, non sul lavaggio del cervello. Questo può funzionare e funziona ovviamente, ma ha il respiro molto corto. È questo ciò che oggi vogliamo sottolineare.
Non apprezziamo questa legge non perché sia un nuovo corso antidemocratico ma perché è un tassello in più di uno slabbramento delle regole democratiche del nostro Paese, che non nasce oggi ma viene da molto più lontano. Avete bloccato per mesi, insieme, la Commissione di vigilanza RAI. Le delibere dell'Autorità garante non hanno alcun effetto. Le denunce presentate e ritenute fondate non avranno effetto su una RAI lottizzata e che vi apprestate a rilottizzare tranquillamente mercoledì sera.
Tutto questo ci pone ad essere francamente alternativi a questo modo di procedere ed al modo di considerare le leggi elettorali ed i cambiamenti delle stesse come espedienti di convenienza immediata, che poco hanno a che vedere rispetto a quella che dovrebbe essere l'unica riforma seria che dovremmo fare: il sistema uninominale a collegi piccoli, in cui i candidati sono conosciuti da tutti e tutti gli elettori ne conoscono vita, morte e miracoli. Questo è il modo di scegliere in una democrazia adulta e matura! (Applausi dal Gruppo PD). Ma questo non si è voluto e si continua con un dato francamente esasperante, quando non rivoltante, di accordi più o meno inaccettabili.
Per questi motivi sosterremo quasi tutti gli emendamenti, ma vi diciamo anche che non è la vittoria di un giorno, di un momento, di uno spezzone di legge che può rendere più forti le istituzioni del nostro Paese. Al contrario! (Applausi dal Gruppo PD).
PISANU (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PISANU (PdL). Signor Presidente, apprezzo e rispetto le considerazioni che lei ha svolto poc'anzi. Mi permetto, tuttavia, di osservare che la sacrosanta esigenza di armonizzare i lavori tra le due Camere non si può spingere fino al punto di soffocare l'essenza stessa del bicameralismo ammutolendo di fatto uno dei due rami del Parlamento. (Applausi dal Gruppo PD).
Se l'emendamento dei senatori Sanna, Passoni ed altri fosse stato, come mi auguravo, ammesso, ne avrei chiesto la votazione per parti separate, con particolare riferimento alla lettera a), che prevede la suddivisione della circoscrizione insulare nelle due parti principali dell'isola di Sardegna e dell'isola di Sicilia. Ciò a motivo del fatto che, come è noto, a causa della sproporzione di popolazione esistente tra le due isole, da 15 anni alla Sardegna non è consentito di esprimere un rappresentante nel Parlamento europeo.
Mi permetto di ricordare che da almeno tre secoli, tutte le leggi elettorali hanno fatto valere quello che nella tradizione anglosassone si chiama il naturale interesse del candidato a rappresentare il proprio territorio. Questo naturale interesse è tanto più accentuato quando si tratti di un territorio così nettamente definito come quello di un'isola. Nei fatti, la norma elettorale ora in vigore nega ai sardi non teoricamente, ma di fatto la possibilità di rappresentare la Sardegna nel Parlamento europeo. Se mi consente, questo è uno schiaffo alla regola democratica ed all'Europa delle Regioni. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pistorio).
PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.