Dichiaro aperta la discussione sul documento in esame.
È iscritto a parlare il senatore Sanna. Ne ha facoltà. (Brusìo).
Credo sia opportuno sospendere la seduta per qualche minuto per consentire al senatore Sanna di intervenire. (Commenti dal Gruppo PD).
SANNA (PD). Signor Presidente, il mio intervento sarà brevissimo.
Mi riconosco totalmente nelle conclusioni della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, che ha svolto con la massima trasparenza e regolarità il suo lavoro, riconoscendo alle parti di questo giudizio elettorale tutte le garanzie che offrono la Costituzione, la legge e il Regolamento del Senato.
In accordo con le conclusioni della Giunta all'esito della seduta pubblica, ritengo che non sussistano i requisiti di titolarità del collega Di Girolamo a senatore della Repubblica. (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, se si continua così sospendo la seduta per cinque minuti. (Proteste dal Gruppo PD).
Invito i senatori che sono interessati alla discussione a tornare al proprio posto o ad uscire dall'Aula se non sono interessati, per poi rientrare al momento del voto se ci sarà una votazione, perché non è certo.
È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.
COMPAGNA (PdL). Signor Presidente, colleghi senatori, mi ero astenuto nelle considerazioni precedenti dall'affrontare i temi della relazione perché la discussione mi era parsa incentrata sulla questione dell'ammissibilità della proposta del collega Gasparri. Per quanto mi riguarda, prego la Presidenza di registrare la mia firma, qualora altri 19 colleghi volessero presentare assieme a me un ordine del giorno recante un'opinione diversa da quella prospettataci dai relatori Augello e Li Gotti.
Colleghi senatori, per la prima volta nella storia d'Italia... (Proteste dal Gruppo PD). Colleghi, parlo piano perché ho diritto alla stessa attenzione con la quale ho sempre ascoltato chiunque e mi sono sempre comportato in quest'Aula. (Applausi dal Gruppo PdL. Commenti dal Gruppo PD).
Non volevo alzare la voce, perché questo è un argomento ampiamente riconosciuto e sottolineato dalla relazione dei senatori Augello e Li Gotti. Gliene do atto e li ringrazio, perché anche loro segnalano alla nostra attenzione che, per la prima volta nella storia d'Italia (non nella storia d'Italia repubblicana, ma nella storia d'Italia tout court), viene all'attenzione del Parlamento una questione di ineleggibilità legata alla residenza.
Dal 1865 al 2001 la residenza, con argomenti forti e motivati, è sempre e comunque stata ritenuta estranea alla nostra legislazione elettorale. È stata sistematicamente negata la sua rilevanza sia in termini di incapacità elettorale passiva, sia in termini di mera ineleggibilità in Parlamento. Il requisito della residenza è stato introdotto dalla legge n. 459 del 2001 e vi si è a suo modo adeguata l'opinione della Giunta.
Devo dire però, onorevoli colleghi, che nella stessa relazione dei senatori Augello e Li Gotti, da me non condivisa, sia pure incidentalmente e alla fine di una nota (la nota 47, a pagina 36 del documento), si riconosce come - cito i senatori Augello e Li Gotti - nella legge n. 459 nel 2001 (la cosiddetta legge Tremaglia) non solo non vi siano indicazioni riguardo all'accertamento del requisito della residenza, ma viene del tutto ignorato il problema del contenzioso. Questo dicono i senatori Augello e Li Gotti nella loro relazione. (Brusìo).
Signor Presidente, mi scuso, ma ieri mattina sono stato rimproverato per essermi rimesso alla relazione scritta...
PRESIDENTE. Senatore Compagna, lei ha il diritto di svolgere il suo intervento in un'Aula che l'ascolti o che quantomeno, anche se semivuota, ospiti i colleghi che la ascoltano. Le restituirò la parola non appena saremo riusciti a ricondurre l'Aula a un momento di compostezza. (Commenti dai Gruppi PD e IdV).
CARLINO (IdV). Signor Presidente, sono loro! (Commenti del senatore Morando).
PRESIDENTE. Naturalmente il mio riferimento è all'Aula nel suo insieme. La Presidenza è tenuta a non fare mai distinzioni in questi casi.
Prego, senatore Compagna, le restituisco la parola.
COMPAGNA (PdL). Signor Presidente, ritorno alla compostezza della mia citazione. Alla pagina 36 la relazione dice che nella legge n. 459 del 2001 non solo non ci sono indicazioni riguardo all'accertamento del requisito della residenza, ma viene del tutto ignorato il problema del contenzioso.
Allora, con tutto il rispetto che non nego al presidente Follini, alla Giunta per le elezioni, ai relatori, alla maggioranza, all'unanimità e a quant'altro, mi domando come la Giunta, senza un passaggio in Aula, anzi con un passaggio in Aula del tipo di quello evocato questa mattina dal collega Gasparri, possa scegliere di costituirsi in Comitato inquirente sull'ineleggibilità del senatore Di Girolamo, ai sensi dell'articolo 10, comma 3, del Regolamento per la verifica dei poteri.
Ho apprezzato, proprio perché non condividevo la sua relazione, che il collega Augello, con una dignità e una compostezza che lo onorano, in sede di questione sospensiva abbia detto che non solo ha condiviso la decisione della Giunta, ma ne è stato in qualche modo il protagonista avendo presieduto un Comitato inquirente per la verifica dei poteri. Ecco, allora, che i profili di verifica dei poteri si sono sovrapposti ai profili di autorizzazione a procedere.
Ho troppo rispetto di questa Aula, di ognuno di noi e del collega Di Girolamo e non voglio neanche evocare le implicazioni che l'accoglimento della relazione presentata dai senatori Li Gotti e Augello può produrre. A differenza di quanti ci richiamano alla sostanza a discapito della forma, io vi dico qualcosa che è di forma ma anche di sostanza. Il cosiddetto istituto dell'immunità (e, di conseguenza, dell'autorizzazione a procedere) non è né un privilegio, né una prerogativa, né un diritto del singolo parlamentare: è dell'Assemblea, per essere essa e soltanto essa arbitra (non giudice, me lo consenta il collega Sanna) della propria composizione. È stato in sede di verifica dei poteri che è iniziata una vicenda molto articolata, quella che dall'abate Sieyès ha portato il parlamentarismo medievale a farsi parlamentarismo moderno.
Allora perché, senza un passaggio in Aula di tipo diverso da quello di settembre, la Giunta insiste con tanta caparbietà, nella relazione dei colleghi, su una propria sovranità di interpretazione della norma costituzionale rispetto all'Aula? Ma che l'Assemblea perda la propria sovranità a favore di una Giunta o di una Commissione non è interesse di nessuno, ed era questo il senso della questione sospensiva, per la quale rimpiango non si sia registrato qualche consenso in più.
Allora,onorevoli colleghi, rischiamo che la sovrapposizione delle prerogative del Parlamento in sede di autorizzazione a procedere sulle prerogative del Parlamento in sede di verifica dei poteri ci privi, quali che siano, delle virtù del subentrante Fantetti al resistente Di Girolamo.
Inoltre non mi è piaciuto un altro aspetto riguardante la Giunta, anche se posso condividere le ragioni dal punto di vista parlamentare: una volta che ci sono un richiedente e un resistente, perché negare quel giudizio di costituzionalità che avrebbe fatto ordine sulle norme che portano poi i senatori Augello e Li Gotti a titolare il paragrafo 4.3 della loro relazione: «Il giudizio di verifica dei poteri come giudizio sul fatto»? In tale veste, giudizio sul fatto, la relazione alle pagine 34 e 35 afferma il loro dubbio interpretativo. (Brusìo).
Se ho ancora diritto alla compostezza di chi mi ascolta, leggo con altrettanta compostezza alcune righe della relazione dei senatori Augello e Li Gotti: «L'appartenenza ad un corpo politico elettivo come una Camera del Parlamento non può quindi essere pregiudicata dalla venuta meno del requisito della residenza in corso di mandato». Però, loro dicono, in questo caso non è in corso di mandato, ma prima, quindi va considerato in sede di verifica dei poteri. Benissimo, chi porta allora la Giunta a proporre all'Aula, con arrembante passo di giacobinismo, una conclusione nella quale si stabilisce che «La Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari (...) preso atto dell'istruttoria svolta dal Comitato inquirente», presieduto dal senatore Augello, «ascoltate le parti ed i loro difensori, letti gli articoli» della Costituzione, «ritenuta manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale» sollevata dal resistente, «propone al Senato (...) l'annullamento dell'elezione del senatore Nicola Paolo Di Girolamo»?
Signor Presidente, con tutto il rispetto per il signor Fantetti, penso di avere pieno diritto, almeno a titolo personale, di dire una volta anch'io in quest'Aula «non ci sto». Grazie dell'attenzione che qualcuno mi ha riservato. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Micheloni. Ne ha facoltà.
MICHELONI (PD). Signor Presidente, rinuncio ad intervenire. Ho parlato in precedenza.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Orsi. Ne ha facoltà.
ORSI (PdL). Signor Presidente, colleghi, manifesto il mio imbarazzo per l'esito della votazione sulla questione sospensiva, soprattutto come membro della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, che ha concorso a questa decisione, che non rinnega il percorso procedimentale e decisionale con il quale si è giunti alla stessa, ma che oggi, tra altri colleghi, aveva sollecitato la Presidenza del Gruppo del Popolo della Libertà a richiedere la sospensiva su questo pronunciamento.
Magari scendendo più nello specifico delle molte ragioni per le quali questa sospensiva era dovuta e necessaria, dovremmo ricordare ora, nel manifestare imbarazzo, che cosa rischia di accadere in seguito ad un voto erroneamente colorato di connotazioni politiche ed erroneamente presentato come una contrapposizione tra chi voleva confermare l'istruttoria della Giunta e chi invece la voleva modificare.
La vicenda in questione si basa su un presupposto di fatto, cioè se Di Girolamo era o no residente in Belgio al momento dell'accettazione della sua candidatura. Su questo medesimo fatto, che non rappresenta, nella sua valutazione e caratterizzazione giuridica, oggetto della competenza esclusiva della Giunta delle elezioni, il giudice ordinario è chiamato ad esprimersi. Il procedimento penale, che è in corso, dirà se Di Girolamo era residente o no in Belgio in quanto, se non lo era, a lui è da imputarsi il reato di falsa dichiarazione.
La Giunta delle elezioni ha esaminato questo tema nello specifico, valutando un certificato di residenza, prodotto dal senatore Di Girolamo, proveniente dal consolato, che successivamente è stato revocato, ma che esisteva. Ha valutato l'esistenza di un contratto di affitto ed ha ritenuto, di fronte a fondate ragioni, che quel certificato di residenza non fosse valido e che il requisito soggettivo mancasse. Però, signor Presidente e colleghi, la valutazione sui requisiti di stato civile è rimessa alla giurisdizione esclusiva del giudice ordinario e la Giunta delle elezioni oggi si trova ad avere definito, come conseguenza della propria decisione, la qualificazione giuridica di un fatto che un giudice domani potrebbe confutare. Nel nostro ordinamento non esiste la possibilità di revisione e noi potremmo correre il rischio che la magistratura ordinaria, che valuterà se Di Girolamo era o no residente in Belgio, emetta un giudizio diverso da quello pronunciato dalla Giunta delle elezioni.
Per questa ragione hanno fatto bene il Presidente del Gruppo PdL e i colleghi che lo hanno sostenuto a ritenere che bisognasse attendere che il giudice ordinario, che ha competenza esclusiva, qualificasse il requisito della residenza. Non sfugge a nessuno che cosa capiterebbe in quest'Aula se domani venisse detto che quel certificato di residenza, rilasciato da un consolato e poi revocato, era comunque costitutivo del requisito necessario per la partecipazione alle elezioni nella circoscrizione Estero: avremmo fatto decadere un collega e non avremmo la possibilità di recuperare in revisione l'accertamento di un fatto che abbiamo assunto come presupposto nella Giunta delle elezioni, ma che non era di competenza della Giunta delle elezioni medesima. (Applausi dal Gruppo PdL).
Dico questo, colleghi, perché la Giunta delle elezioni, nell'applicare in maniera correttamente analogica le procedure del diritto penale e del diritto civile, non ha potuto valutare tale questione, o forse distrattamente non ha potuto eccepire d'ufficio la valutazione che andava presentata una pregiudiziale in attesa che il giudice ordinario verificasse l'esistenza del requisito della residenza, perché il difensore di Di Girolamo, avvocato Taormina, in sede di decisione revocò la pregiudiziale, e poiché la revocò, tale pregiudiziale non poté essere sollevata d'ufficio. E dal momento che la revocò ritenendo, in coerenza con l'ordinamento e le procedure civili e penali, che le pregiudiziali sono iniziativa di parte, nessuno la poté sollevare. Però non dimentichiamo, onorevoli colleghi - ed è la ragione per la quale il Senato ha sbagliato a non sospendere la decisione in attesa che il giudice ordinario si pronuncia su una materia di sua esclusiva competenza - che noi non abbiamo nessun meccanismo di revisione delle nostre decisioni. A noi non è consentito, neppure di fronte alla dimostrata insussistenza di un fatto che andava preso a presupposto di una decisione, di poter rivedere la decisione della decadenza.
Qui davvero si crea un vulnus particolarmente grave, anche - e bene ha fatto il Presidente del mio Gruppo a farlo presente - rispetto alla relazione tra questa votazione e quella che negò l'arresto. Chi lesse quella relazione - devo dare per scontato che tutti i colleghi l'abbiano letta - vedeva nella richiesta di arresto due elementi. Il primo: che esisteva un fondato motivo di commissione del reato di falso rispetto alla residenza. Il secondo: che Di Girolamo stava inquinando le prove perché stava producendo e ricercando la documentazione per far valere la propria residenza. Siccome questa seconda circostanza era palesemente vera, cioè era vero che Di Girolamo stava acquisendo i documenti per dimostrare la propria residenza, l'unica ragione per la quale il Senato non ha proceduto all'autorizzazione dell'arresto è perché nutriva dei dubbi sul fatto che la residenza non vi fosse. E questi dubbi erano fondati, perché al giorno dell'accettazione della candidatura, Di Girolamo aveva - giusto o sbagliato che fosse - un certificato proveniente dal consolato che attestava il fatto che era cittadino residente all'estero.
Per queste ragioni esprimo particolare fastidio per il fatto che la discussione si sia sviluppata sul terreno più facile, come contrapposizione fra chi sembra difendere un compagno di partito e chi, per vocazione, magari lo guarda con aggressività, e non si sia voluto o saputo - mi riferisco soprattutto a coloro che nel mio Gruppo non hanno ritenuto di partecipare al voto, e di questo mi dispiace - entrare nel merito delle importanti, giuste ragioni che, per la dignità del Senato e per l'impossibilità di recuperare le nostre decisioni, stavano a fondamento della richiesta di sospensiva.
Noi oggi - e mi avvio a concludere, onorevoli colleghi - votiamo la decadenza di un collega non sapendo e non avendo titolo per stabilire se il presupposto sul quale tale decadenza viene riconosciuta sia fondato o no perché avremo domani un giudice che entrerà nel merito di tale questione.
Per queste ragioni, se 20 colleghi presenteranno un ordine del giorno io, a malincuore, dichiaro fin d'ora che voterò contro la deliberazione della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, che peraltro ha avuto il mio sostegno. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.
MALAN (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il voto con cui si è respinta la proposta di rinviare la discussione del punto all'ordine del giorno è stato, alla fine, un voto per parti; anche se su questi argomenti ciascuno risponde esclusivamente alla propria coscienza, è abbastanza palese che la coscienza si è ripartita a secondo degli schieramenti.
Credo - per passare immediatamente all'argomento e non rinviarlo - che almeno gran parte di coloro che hanno votato lo hanno fatto parecchio convinti di ciò di cui si discuteva, convinti cioè che il senatore Di Girolamo avesse imbrogliato, avesse dichiarato ciò che non corrispondeva alla realtà e, in particolare, avesse dichiarato di possedere un requisito indispensabile alla candidatura e, di conseguenza, all'elezione nella circoscrizione Estero quando invece non ce l'aveva. Se così fosse, il voto non avrebbe dovuto avere il margine di un solo senatore, ma piuttosto un margine schiacciante, perché è evidente che nessuno ritiene che ci debba essere in Senato un membro di quest'Assemblea che non ne abbia diritto fin dall'inizio, fin da prima di candidarsi.
La relazione del Comitato inquirente, alla quale si è richiamato il senatore Augello è stata redatta con grande cura e precisione. Tale relazione ricostruisce con esattezza i fatti e i fatti derivano tutti da un passaggio iniziale, al quale però mi pare non sia stata prestata la dovuta attenzione, tanto che alla maggior parte dei colleghi con i quali mi è capitato di parlare è sostanzialmente sfuggito.
I fatti sono questi. La norma della legge elettorale, sulla quale peraltro sono stati sollevati dubbi di costituzionalità (ma, d'altra parte, la proposta di portare la questione di fronte alla Corte costituzionale è stata respinta anche nella Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari: pertanto i dubbi sono superati), prevede che al momento di presentare la candidatura si debba essere residenti all'estero.
Molti pensano che il trasferimento della residenza dall'Italia all'estero funzioni come un trasferimento di residenza da un Comune italiano ad un altro, per cui se un cittadino vuole trasferire la propria residenza da Roma a Milano dovrà recarsi al Comune di Milano e dichiarare di risiedere in una certa unità abitativa; il Comune provvederà quindi agli accertamenti necessari per verificare l'effettiva residenza al proprio interno e sarà sempre il Comune di Milano a richiedere al Comune di Roma il trasferimento dei relativi documenti. In quel momento - ma mi risulta, peraltro, giuridicamente dal momento in cui la richiesta è stata presentata - quel cittadino sarà effettivamente residente a Milano se prima era residente a Roma.
All'estero non funziona allo stesso modo. Io sono stato iscritto all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero perché mi ero trasferito per un certo periodo all'estero; non ho mai avuto dal comune estero dove risiedevo alcuna certificazione, o meglio ce l'ho avuta ma non l'ho mai presentata né al Comune italiano presso cui ero iscritto all'Anagrafe dei residenti all'estero né al consolato, che era peraltro a 1.000 chilometri da dove abitavo io e che, se era a conoscenza della mia residenza in quell'area, era stato informato dal mio Comune di provenienza. Il mio anno e mezzo di residenza all'estero è stato pertanto certificato unicamente da una mia dichiarazione presso il Comune nel quale risiedevo precedentemente in Italia e da nulla altro. Le norme sono state modificate in seguito, ma solo negli aspetti procedurali e non negli aspetti sostanziali.
In questo caso, l'attuale senatore Nicola Di Girolamo, all'epoca evidentemente non ancora senatore, intendeva presentarsi all'estero, per avere evidentemente lavorato all'estero. D'altra parte, l'evidenza sta nel fatto che il senatore Di Girolamo ha preso 24.000 preferenze all'estero, segno, senatore Micheloni, che qualche presenza all'estero ce l'aveva e rappresenta l'estero esattamente quanto lei. (Commenti del senatore Micheloni). Mi meraviglio che lei, senatore, che fa parte dello schieramento che ha saputo esprimere grande sdegno per una battuta del Presidente del Consiglio sulla questione della violenza sessuale (che non aveva a mio parere nulla di offensivo) pensi di paragonare quanto è accaduto, che vado a descrivere, allo stupro. (Applausi dal Gruppo PdL).
MICHELONI (PD). Sì. Allo stupro.
MALAN (PdL). Direi che se c'è qualcosa di offensivo è paragonare una cosa tremenda com'è lo stupro ad una questione legata ad un numero civico. (Commenti del senatore Micheloni).
Il senatore Nicola Di Girolamo, all'epoca, in tempi più che regolari, ha chiesto di trasferire la propria residenza in un certo indirizzo, che era assolutamente quello corretto, all'interno dell'area urbana di Bruxelles. Ma in Belgio, in particolare nell'area di Bruxelles, la residenza non si prende in un Comune, come in Italia, ma all'interno di una municipalità. Coloro che vivevano nell'appartamento presso cui Nicola Di Girolamo ha chiesto di trasferirsi non sapevano che a quella via, a quel numero civico, non corrispondeva quel certo municipio, bensì quello accanto. In altre parole, l'appartamento è quello lì, la via è quella lì, ma, contrariamente a quanto coloro che hanno dato ospitalità a Nicola Di Girolamo ritenevano, il Comune è quello accanto e non quello lì. Questo è ciò che il senatore Micheloni ha paragonato allo stupro, e ciò è veramente fuori luogo (e non voglio a mia volta usare parole al di là della decenza).
A questo punto, fatta questa domanda presso il Municipio sbagliato (ma riguardo l'unità abitativa, il luogo fisico giusto), il senatore Di Girolamo si è recato al consolato dicendo di aver fatto quello che esattamente aveva fatto, e cioè di avere preso residenza ad un certo indirizzo, che è reale, ma errato perché non corrispondeva alla municipalità corretta. Da qui si è generato quanto è accaduto in seguito, ossia che il consolato ha comunicato il trasferimento di residenza, dando luogo agli eventi successivi: la candidatura è stata accettata, Nicola Di Girolamo ha ottenuto 24.000 preferenze ed è stato quindi proclamato eletto e fa parte di questa Assemblea.
La questione è la seguente: è sufficiente la dichiarazione fatta dall'interessato o ci vuole una verifica ulteriore? Nell'anno e mezzo in cui io sono stato residente all'estero ho ricevuto il certificato elettorale presso il mio indirizzo all'estero, senza che ci fosse stata alcuna certificazione da parte del Comune estero in cui io risiedevo, senza che ci fosse stata una certificazione e senza che io neppure sapessi esattamente dove si trovasse il consolato. Ma - ripeto - io fui regolarmente residente lì, al punto che il certificato elettorale mi giunse a quell'indirizzo. È allora corretta la procedura che si segue in quei casi, oppure è obbligatorio avere un'ulteriore prova?
C'è un ulteriore argomento che sostiene che Nicola Di Girolamo, dopo aver fatto questa domanda e aver avviato la pratica presso il Municipio (purtroppo per lui, quello sbagliato) e dopo essersi recato al consolato italiano, si sarebbe fatto vedere in quell'appartamento forse una volta o due, o poco più. Io però rivolgo una domanda ai colleghi: chi si candida da qualche parte (ad esempio in un collegio di 200.000 abitanti, come quelli che c'erano fino al 2001) quanto tempo passa a casa propria durante la campagna elettorale? (Commenti dei senatori Legnini e Micheloni). Quanto tempo passa a casa chi si candida come il senatore Di Girolamo o il senatore Micheloni? Senatore Micheloni, quanto tempo lei ha passato a casa sua, dovendo andare a cercare le preferenze (che ha trovato) in tutta l'Europa?
MICHELONI (PD). Una vita!
MALAN (PdL). Io non credo molto. Quando in elezioni precedenti sono stato candidato sul collegio, io passavo a casa - quando ci tornavo - per poche ore.
È questo ciò di cui stiamo parlando e, di conseguenza, non è la verità assoluta contro il falso assoluto. C'è chi ha dato un'interpretazione, secondo cui è indispensabile avere una documentazione completa ed essere registrati presso la municipalità straniera nella quale si intende prendere la residenza - nel qual caso il senatore Di Girolamo non aveva i titoli per candidarsi - e c'è un'altra interpretazione in forza della quale questo non è necessario.
Io vi ripeto che nella mia esperienza di italiano residente all'estero (ho risieduto talmente tanto all'estero che i miei figli non sono nati in Italia) questo non si è mai verificato. Ripeto: non si è mai verificato. Non mi è mai stato chiesto di portare alcun tipo di certificato di residenza in questa località; non mi sono mai recato al consolato.
Il senatore Di Girolamo per certificare la sua residenza all'estero ha fatto molto di più di quello che ho fatto io, solo che si è recato nell'ufficio sbagliato perché tutti noi sappiamo dov'è Bruxelles, ma credo che nessuno sappia dove si trova Etterbeek o Woluwe-Saint-Pierre. Credo che nessuno di noi lo sappia. Non lo sapeva esattamente neanche lui, pensava che il confine fosse un numero civico accanto. Questo è ciò di cui stiamo parlando. Ora, per quanto poco possa essere un numero civico fa pur sempre la differenza in quanto si passa da un Comune ad un altro. La sostanza qual è? Che lui ha segnalato di risiedere in un appartamento che esiste, ad numero che esiste ed in una via che esiste, solo che né lui né le persone che gli hanno dato ospitalità sapevano che quell'appartamento apparteneva ad una certa municipalità piuttosto che ad un'altra.
Stiamo parlando di una cosa di sostanza o di un vizio di forma? La sostanza è che Nicola Di Girolamo ha chiesto e segnalato di aver trasferito la sua residenza in un concreto luogo - di cui non si sa con certezza se si trova a Etterbeek o a Woluwe-Saint-Pierre - che sicuramente è all'estero. Di questo stiamo discutendo. Suggerirei, pertanto, una valutazione più equilibrata e di evitare paragoni totalmente fuori luogo.
La decisione che il Senato assumerà, per presa d'atto o attraverso il voto, verterà su questo: ciò che determina la nostra decisione è il fatto che ho descritto, che corrisponde a quanto accertato dal Comitato inquirente. Se la decisione del Senato, indipendentemente dal fatto se avverrà per presa d'atto o attraverso un voto, sarà di dichiarare decaduto il senatore Di Girolamo dalla sua carica di parlamentare, osservo che per questo gravissimo fatto - e cioè per aver segnalato il numero civico giusto, della via giusta e della casa giusta ma al municipio sbagliato - il senatore Di Girolamo non sarà più senatore e sarà soggetto all'arresto, che questo Senato all'unanimità ha respinto pochi mesi fa. Questo è quello che stiamo giudicando. Io, membro della Giunta, ho partecipato alle votazioni. Ricordo che la votazione non ha avuto un esito unanime, contrariamente a quanto probabilmente nella fretta è stato ritenuto, ma questo è ciò di cui stiamo parlando. Questa è la responsabilità che ci si assume nel prendere questa decisione e direi che da questo episodio allo stupro e alla violenza del Parlamento c'è una bella differenza.
Ricordo che qualche anno fa, con un voto a maggioranza, accertato che un certo candidato avesse preso meno voti di un altro - e non c'erano fatti opinabili - si decise con un voto a maggioranza che quello che aveva preso meno voti restava membro del Parlamento e che quello che ne aveva presi di più restava fuori dal Parlamento. Per la cronaca, il candidato che restò in Parlamento prendendo meno voti apparteneva alla sinistra, di cui è tuttora prestigioso esponente in quanto Presidente di una grande Regione. Vorrei pertanto invitare i colleghi ad esprimere il loro voto sulla base di ciò di cui stiamo parlando, possibilmente non sulla base di schieramenti o sulla base della prospettazione della persona della quale stiamo trattando come fosse un pericoloso delinquente, ma considerando che si tratta di qualcuno che ha sbagliato il numero civico, pur ottemperando a ciò che la legge dispone. E la legge, nello specifico, richiede che la residenza sia fissata all'estero.
Certamente la legge poteva essere meglio disegnata. Forse sarebbe stato opportuno prevedere che la residenza all'estero risalisse a parecchio tempo prima (ma la legge non lo prevede), oppure non stabilire alcun requisito, visto che oggi chiunque risieda in Italia può candidarsi in una qualunque Regione, Provincia o Comune d'Italia. Visto però che nella legge è indicato che si deve essere residenti all'estero nel momento in cui si presenta la propria candidatura, a quella legge ci dobbiamo attenere rammentando le procedure con le quali ordinariamente un cittadino italiano si trasferisce all'estero.
Quando l'ho fatto io, ho fatto molto meno di quanto ha fatto Nicola Di Girolamo per attestare il suo trasferimento all'estero. Tuttavia, di fatto ero residente all'estero, lo ero di diritto, e mi è stato riconosciuto il diritto di votare e di godere dello sconto previsto per il treno che utilizzavo per recarmi dall'aeroporto alla mia abitazione, nel caso avessi voluto votare. A tutti gli effetti ero, dunque, residente all'estero.
Mi pare che questo sia l'argomento. Invito quindi ancora una volta i colleghi a votare basandosi sui fatti e secondo coscienza, non secondo pregiudizi o schieramento politico. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Onorevoli collegi, prima di consentire altri interventi, voglio fornire alcune informazioni all'Aula per disciplinare e regolamentare i nostri lavori. Posto che su questo tema la Conferenza dei Capigruppo non aveva contingentato i tempi, ritengo di doverlo fare io per indicare un percorso minimo per la gestione dei lavori.
Affinché i Gruppi sappiano regolarsi, comunico che prevedo la chiusura della discussione per le ore 13. Nel caso in cui siano presentati ordini del giorno, seguiranno le illustrazioni e le eventuali dichiarazioni di voto. In ogni caso la Presidenza entro la chiusura della seduta, prevista per le ore 14, intende definire la trattazione dell'argomento.
È iscritto a parlare il senatore Pastore. Ne ha facoltà.
PASTORE (PdL). Signor Presidente, non è facile affrontare l'odierna discussione perché occorrerebbe liberarsi dai veleni che non da oggi circolano intorno a questa vicenda. È a tutti noto che vi sono state una serie di iniziative pro o contro variamente qualificate, o squalificate, che hanno tentato di interferire con la decisione sovrana di questa Aula del Parlamento.
Purtroppo, temo che anche a causa di tali pressioni si sia fatto un pasticcio in termini procedurali e di sostanza, che mal deporrebbe a favore di una accettazione sic et simpliciter della decisione della Giunta. Anche se molti sono distratti, invito i colleghi a riflettere su quello che da ultimo ha indicato il collega Orsi quando ricordava che la decisione dell'Aula è una decisione inappellabile, incensurabile, non soggetta a nessun gravame e che quindi quello che stabiliremo con il voto è qualcosa di definitivo. E il carattere definito non riguarda i presupposti che dovrebbero giustificare un voto corrispondente a quello della Giunta, ma riguarda le conseguenze di un voto conforme a quello della Giunta, cioè l'estromissione definitiva di un parlamentare che, badate bene, non ha preso un voto meno di un altro e che è stato mal conteggiato. Ha preso, invece, più voti di un altro - tra l'altro appartenente al nostro stesso schieramento politico, per cui non facciamo questioni di interesse di bandiera - e in base a ciò è stato riconosciuto e proclamato senatore della Repubblica.
Questi presupposti, cari colleghi, sui quali vi invito a svolgere un esame approfondito, sono tutti discutibili, tutti opinabili tanto che la Giunta ha dovuto ripercorrere più strade prima di arrivare ad una decisione definitiva. Quali sono le due strade? Scontato che le questioni di eventuale eleggibilità riguardino la Giunta, si è prima percorsa la strada formalista, quella dell'esistenza dell'iscrizione all'AIRE, come prevede la legge attuativa del voto degli italiani all'estero, e non si è potuto negare che formalisticamente quella norma fosse stata salvaguardata. Se questi documenti sono stati formati in maniera illecita, non corrispondente al vero, ci sono altri soggetti, altre autorità, altre magistrature e non certamente la magistratura rappresentata in questo momento da noi senatori che possono eccepire, contestare o verificare questi dati. Formalmente la documentazione c'era e, ancorché revocata, nel momento in cui si sono presentate le liste elettorali e si è ammessa la lista al voto, non vi era nulla da discutere sul fatto formale della residenza anagrafica.
Allora, la Giunta ha percorso l'altra strada, quella della residenza effettiva, agganciandosi alle norme del codice civile, in qualche modo contestando se stessa: se le leggi elettorali valorizzano il dato formale è chiaro che il dato sostanziale passa in secondo piano, come passa in secondo piano anche nel corso e nel corpo delle nostre elezioni nazionali. Guai se si aprisse per ogni questione di elettorato passivo o attivo una vicenda giudiziaria vertente sul fatto che l'elettore o il candidato risiedesse o meno in quel territorio, in quel Comune!
Devo dare atto alla Giunta, al Presidente e a tutti i componenti di aver fatto un grande lavoro, anche utilizzando strumenti che non sono gli strumenti tipici della Giunta, perché essa ha dovuto svolgere una sorta di processo, le cui conclusioni oggi ci portano in Aula; ma un processo - lo ricordo ai colleghi - che non dà le stesse garanzie dei procedimenti dinanzi al giudice penale o di fronte al giudice civile. Sono diverse le garanzie, sono diversi gli accertamenti, i poteri ispettivi, il contesto. Considero questa conseguenza una condanna a morte di un cittadino dal punto di vista della propria dignità politico-istituzionale perché, in base ad una strada in buona fede percorsa, abbiamo tratto la convinzione che probabilmente quel presupposto non ci fosse, senza tener conto che la Giunta non poteva e non può gestire queste vicende, come si possono gestire dinanzi ad un giudice civile, penale o amministrativo. Credo che questo sia un elemento fondamentale.
Vi è un'altra questione, colleghi, che la Giunta ha risolto in maniera che non ritengo soddisfacente, pur rispettando naturalmente la sua decisione: quella della manifesta infondatezza della questione costituzionale. Presidente, riconosco le mie colpe e le mie responsabilità. Sono stato relatore al Senato sulla legge di attuazione e purtroppo, come molte leggi bipartisan - non tutte per fortuna - ma qualche volta...
PRESIDENTE. Mi scusi, senatore Pastore, se la interrompo, ma vorrei informare l'Assemblea che è stato presentato l'ordine del giorno G1, che adesso trasmetteremo ai senatori.
PASTORE (PdL). Qualche volta accade che le leggi bipartisan privilegino l'accordo politico e magari sorvolino su qualche aspetto di tenuta costituzionale. È indubitabile che un problema costituzionale esista e posso testimoniare che si ritenne in quel momento prevalente, senza aver approfondito il dato costituzionale, il dato politico di un riconoscimento più forte ai cittadini residenti all'estero. Ma il dato costituzionale c'è e c'è tutto.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 12,45)
(Segue PASTORE). La stessa Giunta, quando ritiene la questione manifestamente infondata, in realtà indica una serie di norme che hanno il loro aggancio negli Statuti speciali regionali, che sono fonti di diritto pariordinate rispetto alla Carta costituzionale, e richiama leggi che hanno vigore in quei territori per dare attuazione a dei princìpi che comunque possono essere sostenuti da norme pariordinate alla Costituzione, in merito alle quali, fino a quel momento, non si sono mai sollevate questioni di costituzionalità.
Ebbene, la Giunta ha svolto un giudizio preclusivo dichiarando, non la manifesta infondatezza ma l'assoluta fondatezza della costituzionalità del testo all'esame della Giunta stessa. Quindi, questo è un altro passaggio che dovrebbe essere tenuto presente, perché è evidente che per quanto riguarda l'elettorato passivo non esiste alcuna norma nei testi delle disposizioni costituzionali, introdotte nella Carta costituzionale con due separate decisioni del Parlamento, sulla quale possa poggiare il principio che l'elettorato passivo nelle circoscrizioni estere possa essere negato a chi è cittadino italiano, come recita invece l'articolo 51 della nostra Carta costituzionale. E su questi punti devo dire che la valutazione della Giunta è lacunosa sotto tanti profili.
Allora, in considerazione dell'incertezza che esiste su tali questioni, quando sono intervenuto nella discussione sulla questione sospensiva ho invitato i colleghi a fare veramente uno sforzo di lettura della relazione della Giunta (che penso molti o quasi tutti avranno fatto). La relazione della Giunta per ogni questione apre dei bivi, sceglie una strada piuttosto che un'altra e poi, quando su questa stessa strada si apre un altro bivio, sceglie una strada diversa e così via. Cioè, si arriva ad una decisione per scelte, opinabili, discutibili, rispettabili, ma come tali suscettibili di essere considerate esattamente all'opposto di quanto la Giunta può aver ritenuto. E noi, in presenza di questa situazione, vogliamo decidere in via definitiva l'esclusione di un collega da quest'Aula?
In passato ho vissuto qualche vicenda nella Giunta delle elezioni (oggi non ne faccio più parte). Ricordo che nella passata legislatura vi sono state situazioni relative alla circoscrizione Estero, che oggi il collega Micheloni ritiene in qualche modo violentata da questa situazione, nelle quali la violenza fu ancora più grave: per tabulas, una collega, che adesso siede su questi banchi, aveva più voti di un altro collega, ma questa vicenda fu inserita e confusa in tutta la vicenda della circoscrizione ed, alla fine, si sapeva che prima della scadenza naturale di quella legislatura non se ne sarebbe cavato un ragno dal buco. Questa è la realtà e lì si trattava di contare dei voti, non di stabilire se Tizio o Caio risiedesse o non risiedesse in quella circoscrizione o in quel Comune estero.
Da ultimo, voglio svolgere una considerazione sul contesto giurisdizionale di tale questione. A settembre abbiamo deliberato di non concedere l'autorizzazione agli arresti del senatore Di Girolamo, e chiunque abbia letto l'ordinanza del pubblico ministero, autorizzata naturalmente dal GIP, ha ricavato una netta sensazione; anche se in questa Aula i toni sono stati dimessi, e probabilmente giustamente, ritengo che tale sensazione la dobbiamo far rivivere in questo momento. È sembrato che quell'intervento fosse sopra le righe, forse per raggiungere qualche altro obiettivo.
Credo che se l'Aula dovesse votare conformemente al parere della Giunta, ferma restando l'assoluta buona fede e trasparenza del lavoro della Giunta, il Parlamento si presterebbe a realizzare quegli obiettivi non dichiarati nella procedura di riconoscimento dell'elezione del collega Di Girolamo. Questo è l'altro motivo per cui non voterò a favore della decisione assunta dalla Giunta.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Casson. Ne ha facoltà.
CASSON (PD). Signora Presidente, colleghi senatori, è arrivato in questo momento un ordine del giorno motivato, attraverso il quale si chiede di rinviare la proposta all'esame della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari affinché sia sospesa l'attività di verifica. Viene quindi sostanzialmente riproposta la questione pregiudiziale penale, già ampiamente predisposta, studiata ed affrontata all'interno della Giunta in questione. Credo che in questa sede, a seguito degli interventi dei colleghi di maggioranza, si stia generando una grande confusione in fatto e in diritto. Si sta cercando di creare una sovrapposizione tra il giudizio penale ed il giudizio che il Senato e l'Aula devono esprimere su una determinata situazione di fatto ai sensi dell'articolo 66 della Costituzione.
Quest'ultimo prevede una procedura in materia elettorale extra ordinem, del tutto specifica, secondo determinate tappe e fasi. Quindi, all'esito di una decisione di quel tipo da parte della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, non abbiamo molte scelte, secondo quanto indicato dall'articolo 135-ter del Regolamento.
Pertanto, è bene affrontare tali questioni sia da un punto di vista di fatto che di stretto diritto. Per quanto riguarda la questione pregiudiziale penale, va innanzitutto ricordato che davanti alla Giunta - e tutti abbiamo ritenuto molto correttamente - l'avvocato Taormina, difensore del senatore Di Girolamo, rinunciò alla pregiudiziale penale. La Giunta, infatti, ha sconfessato il presupposto di diritto su cui riposavano le indagini all'epoca in corso da parte della Giunta, in quanto quest'ultima non ha ascritto valore autocertificatorio alla dichiarazione resa dal Di Girolamo al consolato di Bruxelles il 14 febbraio 2008.
La relazione della Giunta afferma che se l'eleggibilità riposasse sulla legittima iscrizione al registro AIRE non si potrebbe che concludere che il seggio del senatore Di Girolamo non è contestabile. In altri termini, il giudizio penale a carico del Di Girolamo non riveste alcuna influenza determinante sui risultati degli accertamenti della Giunta e non può trovare alcuna applicazione l'articolo 5, comma secondo, del Regolamento di verifica dei poteri, che correttamente, non è stato quindi applicato dalla Giunta.
Il giudizio penale riguarda tutt'altra vicenda. Vediamo a cosa attiene il giudizio penale, cui si vorrebbe ricollegare la sospensione di questa procedura. Cito testualmente la richiesta che è arrivata al Senato, ricordando che la richiesta di decadenza e in particolare di arresti domiciliari, che quest'Aula ha respinto circa quattro mesi fa, riguardava una serie di reati: false dichiarazioni al pubblico ufficiale, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, concorso in falsità ideologica, concorso in falsità in atti destinati ad operazioni elettorali, concorso in abuso di ufficio e soprattutto attentato contro i diritti politici del cittadino. Tutti questi reati, sui quali autonomamente procede l'autorità giudiziaria ordinaria, sono dipendenti dalla dichiarazione del 14 febbraio 2008 resa dal senatore Di Girolamo al consolato di Bruxelles. La stessa dichiarazione invece non rientra assolutamente nella motivazione a supporto della proposta di decadenza dal seggio per il senatore Di Girolamo.
Quindi, non è la dichiarazione al consolato belga a travolgere oggi il seggio del senatore Di Girolamo, ma è l'indagine svolta in maniera autonoma dalla Giunta in ordine alla residenza di fatto che - quale che fosse l'apparenza del diritto - come si è accertato mancava: Nicola Paolo Di Girolamo non era residente a Bruxelles il 10 marzo 2008, data di deposito delle candidature. L'articolo 8 della legge Tremaglia fissa, in maniera rigida, chiara e precisa, tra i requisiti per l'eleggibilità nella circoscrizione Estero quello della residenza. Pensiamo alla situazione di tutti i cittadini italiani che devono partecipare a un concorso e sono tenuti ad esibire dei titoli. Se i titoli non sono pervenuti alla data fissata dal bando di concorso, non vi è alcuna ragione per intervenire successivamente a sospendere o annullare il procedimento che faccia saltare la partecipazione al concorso di un ordinario cittadino italiano. Quindi, prevedere una situazione di questo tipo per il senatore Di Girolamo ci pare quantomeno assolutamente fuori dalle norme costituzionali.
Ripeto: l'accertamento della Giunta è totalmente indipendente dall'indagine penale e si poggia sulla base degli interrogatori che si sono svolti in Senato il 2 agosto e il 15 settembre 2008 davanti al Comitato inquirente, nonché su tutte le testimonianze che sono state acquisite dallo stesso. La proposta al nostro esame, che è stata votata a stragrande maggioranza - mi pare con un solo astenuto e un paio di senatori che si erano allontanati dall'Aula e non hanno partecipato al voto - deriva dall'affidabilità delle convincenti risultanze del Comitato inquirente e, pertanto, produce ex se l'effetto di annullamento dell'elezione in Senato di Di Girolamo.
Per quanto riguarda i timori che sono stati espressi in quest'Aula, in particolare dal senatore Malan, in ordine ad un presunta ipotesi di arresto, innanzitutto segnalo che il Senato si è già pronunciato, seppure con voti diversificati, contro gli arresti domiciliari che erano stati richiesti. Quell'indagine penale ha viaggiato autonomamente al di fuori di quest'Aula e da notizie giornalistiche pare ormai conclusa. Sono quindi da ritenersi definitivamente soddisfatte quelle esigenze iniziali e credo che un rischio di questo genere non sia assolutamente prospettabile. Sarà ora presentato, a norma del Regolamento, un ordine del giorno autonomo in cui si chiede di tornare indietro e sospendere l'attività di verifica della Giunta.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 12,56)
(Segue CASSON). Concludo, con una considerazione non strettamente giuridica, ma direi quasi di buonsenso popolare: come possiamo pretendere di essere credibili di fronte al cittadino e al Paese se decidiamo di non accogliere la proposta della Giunta di far decadere Di Girolamo dal seggio di senatore? È un problema di legalità. Bisogna rispettare la legge: tutti la devono rispettare, cominciando dai senatori fino ad arrivare a tutti i cittadini. Se non lo facciamo noi per primi, non possiamo pretendere che i cittadini rispettino la legge attualmente vigente. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vetrella. Ne ha facoltà, ma la prego di essere conciso, perché ho fissato per le ore 13 la chiusura della discussione.
VETRELLA (PdL). Signor Presidente, rispetterò senz'altro la sua indicazione.
Carissimi colleghi, desidero intervenire su questo argomento perché, sulla base dell'analisi della relazione trasmessaci dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, credo che oggi ognuno di noi sia chiamato a rispondere in prima persona di una valutazione importante. Rispetto a chi ha parlato prima di me voglio mettere in risalto che gli atti che ci ha consegnato la Giunta sono documenti che abbiamo dovuto studiare e sulla cui base ognuno di noi ha maturato un proprio convincimento.
Ora, il mio convincimento si basa su due argomenti di fondo. Il primo è un argomento relativo a quanto la Giunta mi ha fornito come elementi per poter valutare la relazione della Giunta stessa. Debbo dire sinceramente che, avendola letta attentamente, ho avuto una serie di ragionevoli dubbi su alcuni elementi in essa contenuti. Contemporaneamente, e sono costretto ad andare velocemente alle conclusioni per rispettare quanto il Presidente mi ha chiesto, mi sono dovuto anche interrogare, essendo un ingegnere, su un problema di sostanza e non di forma. Se avessi avuto un riscontro netto e nitido nella relazione della Giunta, io non sarei passato alla seconda fase; non avendo avuto questo convincimento netto e tenendo conto che sono in causa due persone con due interessi diversi, quello che mi sono dovuto chiedere è se vi fosse un discorso di sostanza. Il discorso di sostanza, per me, è quello relativo alla Costituzione, che dà ai cittadini il diritto-dovere di decidere dei propri rappresentanti. Nella stessa relazione sono messe in risalto le problematiche della legge Tremaglia, che quindi sono state prese in esame.
La mia valutazione è che, tenendo conto di una relazione che non mi ha convinto, rispetto ai cittadini io debba tener fede al mio fermo convincimento e oggi il mio fermo convincimento è che, non avendomi convinto la relazione e avendo i cittadini riconosciuto al senatore Di Girolamo il proprio voto, combinando le due cose, non posso essere d'accordo con le conclusioni della Giunta.
PRESIDENTE. Senatore Vetrella, la ringrazio per avere accolto il mio invito alla concisione.
Dichiaro chiusa la discussione sul documento in esame.
Onorevoli colleghi, ricordo che dal prescritto numero di senatori è stato presentato un ordine del giorno contenente proposte difformi dalle conclusioni della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari. Si tratta dell'ordine del giorno G1, presentato dal senatore De Gregorio e da altri senatori.
Invito pertanto il senatore De Gregorio, come primo firmatario, ad illustrarlo.
DE GREGORIO (PdL). Signor Presidente, il tentativo, sempre secondo le argomentazioni che illustravo qualche minuto fa a quest'Aula, è quello sostenuto da un cospicuo gruppo di senatori che ha firmato l'ordine del giorno G1. (Brusìo).
PRESIDENTE. Senatore de Gregorio, la interrompo onde consentire la cessazione del brusìo in Aula.
In occasione di questa brevissima pausa, informo i Gruppi che sull'ordine del giorno può intervenire, in dichiarazione di voto, un rappresentante per Gruppo.
Senatore De Gregorio, la invito a riprendere il suo intervento.
DE GREGORIO (PdL). Signor Presidente, noi abbiamo sviluppato molte considerazioni in quest'Aula. Io personalmente ho sviluppato quella relativa alla necessità che l'Aula si comporti in maniera garantista rispetto alla sorte del senatore Di Girolamo che, se fosse consegnato alla giustizia in questo momento, verrebbe rinchiuso agli arresti domiciliari.
Mai le Aule del Parlamento, anche in caso di richieste di magistrati che hanno riguardato senatori e deputati dell'altro schieramento, si sono pronunciate a favore dell'arresto. Quest'Aula si è attenuta allo stesso criterio, sostenendo implicitamente che i fatti non erano chiari, che bisognava approfondirli e cercare di capire quale fosse la responsabilità reale che il magistrato imputa al senatore Di Girolamo.
Noi non smentiamo, con questo ordine del giorno firmato da più di 20 senatori e che richiama il nostro precedente appello, le decisioni della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari ma chiediamo, ai sensi dell'articolo 135-ter, comma 2, del Regolamento del Senato, di rinviare nuovamente la proposta all'esame della Giunta stessa, affinché sia sospesa temporaneamente l'attività di verifica relativa all'elezione del senatore Di Girolamo fino a quando non sia stato conseguito un accertamento, con autorità di cosa giudicata, sui fatti oggetto del procedimento penale di cui citiamo il numero.
Signor Presidente e onorevoli colleghi, la questione penale relativa al senatore Di Girolamo è assai delicata. Si tratta di fatti il cui accertamento in sede penale versa in una fase meramente investigativa, in cui il senatore Di Girolamo invoca la sicura non utilizzabilità delle risultanze investigative unilateralmente acquisite dal pubblico ministero, e conosciute dalla Giunta solo in ragione della loro considerazione per il diverso profilo della citata concessione dell'autorizzazione all'arresto. Chiediamo approfondimenti su questa vicenda e vogliamo che quest'Aula sia garantista fino in fondo. Chiediamo ai colleghi di partecipare ad un voto che - lo ribadisco - possa non ribaltare le decisioni della Giunta, ma chiedere un maggiore approfondimento ai sensi di ciò che accadrà nelle aule di giustizia.
Riteniamo di avere il dovere di essere garantisti e che sia ingiusto consegnare all'arresto il senatore Di Girolamo. Chiediamo che questo approfondimento avvenga nella stessa sede della Giunta delle elezioni e delle immunità fino a quando tuttavia non sia stato conseguito un ulteriore accertamento. Mi appello alla coscienza dei colleghi, all'unità del Gruppo del PdL e ai garantisti dell'altra parte, che - lo so - sono tanti.
Voglio ricordarvi, signori, che, qualche settimana fa, alla Camera abbiamo tutti insieme respinto, com'è accaduto in quest'Aula con il senatore Di Girolamo, l'arresto di un deputato del Partito Democratico e abbiamo avuto la possibilità di sapere in breve che la scelta non era sbagliata, perché il tribunale del riesame ha respinto le ragioni per le quali il giudice chiedeva l'arresto.
Voglio ricordarvi che queste Aule si sono comportate sempre e comunque in maniera ipergarantista. Non vorrei che la vicenda del senatore Di Girolamo dovesse segnare un precedente drammatico per le sorti di ciascuno di noi. Invito i senatori a respingere compatti questa possibilità, rinviando gli atti, quindi non smentendo nella sostanza le conclusioni della Giunta, ma aspettando un giudizio dell'autorità giudiziaria. Credo sia una condivisibile aspirazione di tutti noi e chiedo all'Aula di esprimersi favorevolmente sull'ordine del giorno G1 da noi presentato. (Applausi dal Gruppo PdL).