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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 136 del 28/01/2009


D'ALIA (UDC-SVP-Aut). Signora Presidente, signor Ministro, siamo convinti che la giustizia nel nostro Paese abbia bisogno di cambiamenti sostanziali; ne siamo convinti quanto lei, signor Ministro, e abbiamo apprezzato molto la sua relazione, che non poteva che essere contenuta e realistica, considerato che questo è il primo anno del suo difficile incarico ministeriale.

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,40)

 

(Segue D'ALIA). Le sue preoccupazioni per una crisi del sistema che sta andando ormai oltre il limite della tollerabilità sono anche le nostre. Lo ha detto anche lei oggi: l'obiettivo primario deve essere quello di rendere la giustizia, a tutti gli effetti, un servizio per i cittadini, facendole recuperare credibilità agli occhi della gente.

È noto infatti che la giustizia oggi non solo funziona male, ma, fatto altrettanto grave, risente di un'impopolarità diffusa. Da molti italiani essa è infatti vista ormai come ostile, distante, incapace di risolvere i problemi, anzi capace di crearne di ulteriori, con sentenze creative, con rinvii e ricorsi che allungano i processi all'inverosimile, con prescrizioni per reati particolarmente gravi e odiosi, con ribaltamenti di sentenze che riabilitano persone, ad esempio, a distanza di tanti anni.

Credo tutti siamo convinti che se viene a mancare la fiducia dei cittadini nei confronti dell'esercizio della giurisdizione significa che è venuto davvero il momento di interventi profondi e radicali. E poiché siamo convinti di tutto ciò, signor Ministro, le diciamo subito con grande franchezza che il nostro è un atteggiamento di confronto costruttivo su questo tema, perché riteniamo che, sgomberato il campo dalla controversia tra la politica e la magistratura, così come si è andata delineando in questi anni, cosa che lei molto opportunamente ha fatto nella sua relazione, restino tutti in piedi i problemi che i cittadini italiani soffrono nel momento in cui si trovano a dover chiedere l'attuazione di diritti costituzionalmente garantiti.

Mi riferisco ai diritti che attengono non solo a beni fondamentali, alla proprietà, ai rapporti, all'adempimento di obblighi contrattuali e quant'altro, ma soprattutto alla garanzia della libertà personale, cioè quando l'attività della giustizia interviene - o dovrebbe intervenire - in maniera intrusiva, nei limiti previsti dalla Costituzione, incidendo su diritti fondamentali degli individui.

Per tale ragione, signor Ministro, abbiamo inserito nella nostra risoluzione, ancorché per sommi capi, come impone l'attività parlamentare, i punti che pensiamo possano essere utili a un confronto costruttivo. Tale confronto si sta arricchendo del dibattito che avviene nelle Aule parlamentari e che, per la verità, sta avvenendo in tante sedi qualificate di partito, in tante fondazioni, con iniziative che cercano di dare un contributo a un tema che obiettivamente rappresenta una priorità. Infatti, il livello di civiltà di un Paese si misura dalla velocità con la quale i cittadini ottengono piena soddisfazione dei propri diritti: quanto più il sistema è veloce ed equo sotto questo profilo, tanto più è competitivo ed aiuta anche il sistema economico e sociale a crescere e a progredire.

Dal nostro punto di vista è evidente che una riforma della giustizia debba garantire giudizi più rapidi e rendere maggiormente prevedibili le conseguenze giuridiche dei comportamenti dei cittadini, a cominciare dal settore civile; non a caso questa è, a nostro parere, un'importante priorità.

Nel settore civile riteniamo indispensabile che la riforma incida in primo luogo sulla pluralità dei riti. Non crediamo che sia più possibile immaginare un sistema che tutela i diritti con tanti processi diversi quanti sono i diritti che il nostro codice civile riconosce e garantisce. Peraltro, tale diversità di rito determina appesantimenti a volte non necessari e che non sono tagliati e misurati sulle peculiarità e sulla natura del diritto oggetto di controversia.

A tutto ciò aggiungiamo l'ovvia considerazione che oggi dovrebbe essere possibile e dovrebbe essere la regola l'introduzione del giudice monocratico per tutto il primo grado del processo civile. Questo consentirebbe di dare vita a un unico rito ordinario di cognizione e consentirebbe non solo di recuperare risorse umane professionali da destinare ad altre incombenze e a coprire gli organici, ma anche di avere un'attività giurisdizionale in materia molto più snella ed efficiente, così come l'assunzione della prova in contraddittorio davanti a un giudice diverso, così come la deflazione del contenzioso giudiziale e la possibilità di ampliare la sfera della risoluzione extragiudiziale delle controversie, mutuando, ad esempio, il sistema previsto per gli arbitrati nel giudizio del lavoro.

Ancora, auspichiamo una revisione dell'attuale sistema dell'impugnazione e strumenti più snelli e più selettivi, sempre nel rispetto della garanzia dei diritti costituzionalmente garantiti, anche di ciò che la nostra Costituzione prevede sui gradi di giudizio, strumenti che sul piano della celebrazione del giudizio per Cassazione consentano una maggiore possibilità che la Corte di cassazione si occupi di quei giudizi che hanno un rilievo e un valore per il Paese e non anche di questioni marginali.

Altro terreno di confronto, secondo la nostra opinione, è quello che riguarda il settore penale. Un primo elemento di confronto riguarda la riforma degli istituti della contumacia e delle notifiche (sulle quali segnalo peraltro un nostro disegno di legge, che è stato presentato qui al Senato) e la possibilità di valutare l'introduzione di un doppio termine di prescrizione: l'uno oggettivo, decorrente dal fatto-reato, e l'altro soggettivo, decorrente dall'iscrizione nel registro degli indagati del soggetto, (quindi molto più ristretto). Inoltre, occorre che, ad esempio, i provvedimenti cautelari, fortemente intrusivi della libertà personale, siano oggetto di valutazione da parte di un giudice collegiale.

Credo che questo possa essere un tema su cui maggioranza e opposizione possano avere un confronto sereno, depurato dai soliti stereotipi, ormai desueti, in forza dei quali ogni volta che si affronta il tema della riforma della giustizia c'è sempre un contenzioso politico che si interpone ed ostacola soluzioni eque ed efficienti per l'intero sistema.

Lei, nella sua relazione, signor Ministro, ha trattato il tema delle intercettazioni telefoniche. Anche in questo caso riteniamo che sia opportuno che le intercettazioni siano disposte attraverso la valutazione di un organo collegiale e riteniamo che sia positiva, ad esempio, la proposta che abbiamo fatto alla Camera, di definizione di un budget annuale di massima per ciascuna procura per l'utilizzo delle intercettazioni, determinato ovviamente d'intesa con il Consiglio superiore della magistratura.

Vorrei, a questo riguardo, soffermarmi su alcune questioni che credo sia giusto in questa sede precisare, anche perché comprendo le polemiche di questi giorni. Noi abbiamo chiesto che, ad esempio, sul cosiddetto archivio Genchi, sulla sua esistenza o inesistenza, vi sia un approfondimento da parte del Parlamento (che, in realtà, sta già provvedendo attraverso il COPASIR). Ritengo opportuno cercare di definire esattamente i contorni e il contenuto di ogni questione in merito.

Noi dobbiamo occuparci - e il Parlamento lo sta facendo alla Camera - della disciplina delle intercettazioni, della loro utilizzabilità, del loro uso nel processo e, soprattutto, fuori dal processo, anche attraverso l'uso distorto e mediatico della pubblicazione arbitraria delle stesse. Su questo tema c'è un confronto; tutti ci stiamo sforzando di dare un contributo. Al di là dell'utilizzabilità e della strumentalità delle intercettazioni come mezzo di acquisizione della prova, il tema centrale è l'uso che di questi atti, tutti attinenti al processo e all'esercizio dell'azione penale in quanto tale, se ne fa sui giornali per altri fini.

L'idea di ripercorrere il tentativo della preservazione del divieto della pubblicazione credo sia una strada che fino ad oggi non ha prodotto i risultati sperati. Noi riteniamo, viceversa, che sia necessario introdurre degli elementi che, nel rispetto della libertà di informazione, contrastino la pubblicazione arbitraria di documenti giudiziari che sono coperti da segreto, anche con l'applicazione di sanzioni pecuniarie interdittive quali quelle previste dal decreto legislativo n. 231 del 2001 sulla responsabilità delle persone giuridiche. Solo così si può evitare che il contenuto di intercettazioni, peraltro coperte da segreto istruttorio, possa essere oggetto di un tribunale mediatico che non solo reca - e già questo di per sé sembra sufficiente - nocumento alle indagini e alle attività della magistratura, ma sposta il tiro e l'attenzione dell'opinione pubblica, più che sul processo e sul fatto, su ciò che ciascuno immagina che di quel processo e di quel fatto sia avvenuto.

Signor Ministro, l'altra questione che credo debba essere oggetto di particolare attenzione (lo dico perché è un tema legato alle questioni che sono state sollevate sul cosiddetto archivio Genchi) è la disponibilità di dati sensibili che sono acquisiti attraverso indagini di polizia giudiziaria. Questo è il caso dell'archivio Genchi, nel senso che, qualora vi fosse un archivio di così grandi dimensioni, che non può essere autorizzato fuori da una struttura quale una procura o un tribunale, obiettivamente si solleverebbe una questione preoccupante.

Ma questo è solo l'ultimo (o forse il secondo) degli eventi. Sembra passata un'eternità, ma sono trascorsi meno di tre anni da quando siamo stati chiamati ad occuparci della vicenda Telecom e, segnatamente, utilizzando un linguaggio ormai demodé, dell'uso che alcuni uffici o servizi deviati della Telecom hanno fatto dei tabulati telefonici e delle cosiddette schedature.

Voglio sottolineare questo aspetto perché il problema, altrimenti, viene spostato. Infatti, un conto è la disciplina delle intercettazioni legali e del loro uso, un altro conto è la circostanza che il nostro ordinamento, per tutelare la sicurezza dello Stato, attraverso l'uso legittimo di strumenti di acquisizione probatoria come le intercettazioni, che con questa scusa non possono essere compromesse, utilizzi queste stesse intercettazioni per altri fini, cioè per costruire banche dati in cui politici, imprenditori, calciatori, lavoratori di un'impresa possano essere in qualche modo schedati, con un conseguente utilizzo improprio di tali dati.

Su questo tema e in questa materia il livello della nostra legislazione è carente e i poteri dell'Autorità garante della privacy sono, con tutto il rispetto, risibili. L'Autorità interviene sempre dopo che un fatto è accaduto, mai prima; non ha alcun potere sanzionatorio particolarmente efficace, non ha gli strumenti e le risorse per svolgere a pieno un compito che oggi più di ieri è importante. Ogni qualvolta si parlerà di Telecom oppure di Genchi, questo tema tornerà sempre a galla.

In questo Paese, signor Ministro, non è possibile che esistano tanti soggetti che trafficano legittimamente in dati sensibili che siano fuori controllo. Infatti, il dato che emerge dalla polemica di questi giorni non riguarda tanto l'attività di questo consulente, che sarà oggetto di verifica da parte degli organi della magistratura; ciò che emerge - e che non si vuole far emergere, come non si è voluto far emergere nell'ambito della vicenda Telecom, che è una vicenda assolutamente scandalosa per un Paese civile - è che vi possano essere soggetti che manipolano dati acquisiti nel corso di attività lecite o legittime e il cui utilizzo invece sia improprio e illecito. Questo non è più tollerabile, perché alimenta quel tritacarne nel quale a volte ci troviamo.

Vi è un'altra questione che credo sia necessario sottolineare, signora Presidente. Noi apprezziamo molto lo sforzo che il Governo sta facendo in materia di legislazione antimafia. Vi è un confronto aperto e noi abbiamo avanzato una serie di proposte, ma riteniamo sia necessario porre mano (ad esempio, quando si introducono tante e nuove figure di reato) a una valutazione di coerenza del sistema, altrimenti anche il processo di sovraffollamento delle carceri potrà dipendere dall'introduzione di sanzioni penali che sono bei manifesti ideologici, ma non portano da nessuna parte. Il caso a cui mi riferisco è l'introduzione del reato di immigrazione clandestina.

La nostra risoluzione contiene questi aspetti. La integriamo con una richiesta dei colleghi autonomisti trentini in riferimento alla corte di appello di Bolzano, che è stata citata come esempio di buona pratica. Sollecitiamo l'esame dell'Atto Senato n. 820, che credo possa essere utile, e ci riserviamo di dichiarare il nostro voto all'esito del dibattito. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lumia. Ne ha facoltà.