Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia e conseguente dibattito (ore 17,05)
Approvazione delle proposte di risoluzione nn. 1 e 2 (testo 2). Reiezione delle proposte di risoluzione nn. 3 (per le parti non precluse) e 4 (testo corretto) (per le parti non precluse)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia e conseguente dibattito».
Dopo l'intervento del ministro Alfano avrà luogo il dibattito, i cui tempi sono stati stabiliti dalla Conferenza dei Capigruppo.
Ha facoltà di parlare il ministro della giustizia, onorevole Alfano.
ALFANO, ministro della giustizia. Signor Presidente, onorevoli senatori, dopo l'intervento di ieri alla Camera dei deputati, ho il grande privilegio di presentare anche nella solennità di questa Aula la relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno appena trascorso e di esporre le linee di intervento programmate in materia dal Governo e, più specificamente, dal Dicastero che rappresento.
Anche oggi, signor Presidente, desidero rivolgere al Presidente della Repubblica un sincero ringraziamento per la costante attenzione che ha inteso riservare alle tematiche della giustizia, verso le quali ha sempre offerto un grande contributo di equilibrio e saggezza, anche nei momenti di particolare tensione, dimostrando, con la sua sensibilità, di essere sicuro custode del primario valore dell'unità nazionale. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, LNP e UDC-SVP-Aut).
Signor Presidente, prima di entrare nel merito della mia relazione devo fare una comunicazione all'Aula a seguito delle brevi fasi di dibattito che si sono svolte proprio in questa sede relativamente alla vicenda degli stupri e delle violenze sessuali poiché mi è stato riferito che ella ha chiesto al Governo, in sede di relazione sullo stato della giustizia, di offrire qualche indicazione concreta. Per questo mi pregio di riferire all'Aula l'intenzione del Governo di presentare un emendamento al disegno di legge in materia di sicurezza che preveda il patrocinio gratuito da parte dello Stato per le vittime delle violenze sessuali. (Applausi dal Gruppo PdL).
Questo è il nostro intendimento e poiché si tratta di materia che implica una necessità di copertura finanziaria, intendiamo annunciare già da ora come vogliamo coprire economicamente questo provvedimento e cioè con i risparmi e i benefici che il Governo otterrà avendo eliminato il gratuito patrocinio per i boss mafiosi condannati. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Sbarbati).
Signor Presidente, onorevoli colleghi, la giustizia italiana, sia quella penale che quella civile ha oggi messo in luce, oltre ogni limite di tollerabilità, un desolante quadro di inefficienze e ritardi.
Devo riferire a quest'Aula che il voto di oggi alla Camera dei deputati ha confortato il Governo in modo anche inaspettato, perché si è registrato un incontro di volontà, in riferimento alle necessità di riforme anche costituzionali, che è andato oltre la maggioranza parlamentare che sostiene questo Governo, aprendosi il voto parlamentare al consenso dell'UDC e della componente radicale del Partito Democratico alla Camera.
Credo che tutti possiamo riconoscere che la lentezza con cui procede la giustizia costituisce oggi il suo principale nemico. Un nemico che, però, ha un nemico a sua volta, cioè un alleato della giustizia: alla lentezza fa fronte anche uno specialissimo esercito composto da quella grandissima maggioranza di magistrati che ha vinto il concorso avendo grande passione per questo lavoro e che ogni mattina si alza e va a svolgerlo con zelo, onestà e devozione alle istituzioni repubblicane, lontano dalle ribalte mediatiche e memore di quanto già diceva San Bonaventura da Bagnoregio, quando affermava che ex silentio nutritur iustitia. Preziosi alleati di questo esercito sono anche le decine di migliaia di dipendenti dell'Amministrazione e delle forze dell'ordine.
È sotto gli occhi di tutti come la questione giustizia sia oggi diventata una vera e propria priorità nazionale, un'emergenza che riguarda sia il settore penale che quello civile e che finisce per coinvolgere negativamente anche le possibilità di sviluppo economico del nostro Paese, come, impietosamente, viene messo in rilievo anche da prestigiose istituzioni internazionali.
In questo quadro è indifferibile porre in essere ogni attività al fine di recuperare la credibilità e la fiducia del sistema giudiziario italiano da parte dei cittadini, che da utenti subiscono in prima persona l'intollerabile lentezza delle procedure e da osservatori rimangono spesso attoniti rispetto ad eventi tanto mediaticamente clamorosi, quanto discutibili sul piano istituzionale. Se questo è vero, la conservazione dell'esistente non è, dunque, più ipotizzabile e tale consapevolezza - è confortante constatarlo - ogni giorno che passa, diventa patrimonio comune di tutti i cittadini.
Per dare concretezza a questa unanime richiesta di cambiamento il popolo italiano ha attribuito all'attuale maggioranza un consenso robusto che, oggi, non soltanto ci consente, ma ci impone di tener fede agli impegni presi. Questo Governo, dunque, procederà alle riforme ordinamentali e processuali che sono necessarie per restituire dignità e credibilità al sistema Giustizia, non certo in ordine sparso ma con un preciso disegno strategico. Per tali ragioni siamo portatori di un approccio globale al tema giustizia, esattamente come fatto in questi primi mesi.
Non vi è un singolo problema che, risolto da solo, possa far beneficiare il sistema Giustizia nel suo insieme. Ci proponiamo, dunque, un'azione complessiva così articolata e che, intendo sottolinearlo, è già avviata: norme antimafia, processo civile, processo penale, riforme ordinamentali anche di rango costituzionale, misure di efficienza di rango legislativo e non legislativo, interventi sul sistema carcerario, riforma della magistratura onoraria, riforma delle professioni del comparto giuridico-economico. Questi i capisaldi cui certamente non mancheranno di aggiungersi altre importanti materie previste dal programma di Governo.
Vi sono però alcune questioni sulle quali è bene essere da subito chiari. Sarà compito dell'Esecutivo dare effettiva parità tra accusa e difesa nel processo penale e concretezza ai principi del giusto processo che, sebbene solennemente enunciati nella nostra Carta costituzionale, non sono ancora entrati a pieno titolo nel quotidiano esercizio della giurisdizione.
Lo scopo è quello di ridare con urgenza decoro alla giustizia civile, individuando le opportune soluzioni per eliminare il gigantesco macigno costituito dagli oltre 5 milioni di procedimenti arretrati e avviarsi - a regime - a costruire un sistema in grado di garantire una ragionevole durata del processo, che non può attendere oltre. L'obiettivo da centrare nella costruzione di una nuova giustizia penale passa, invece, per la previsione di un diritto processuale autenticamente giusto, che sia rispettoso al contempo delle esigenze investigative e della dignità della persona, soprattutto se estranea all'investigazione.
Fondamentale sarà, inoltre, l'introduzione di un sistema di controlli per verificare con efficacia la professionalità dei magistrati in modo da garantire che il loro operato, doverosamente autonomo ed indipendente, non si trasformi in autoreferenzialità o in mero arbitrio.
Del pari è indifferibile un sistema che sappia individuare i magistrati chiamati a dirigere gli uffici solo sulla base di accertate, specifiche, attitudini organizzative e per le autentiche capacità gestionali e non per l'appartenenza a questa o a quell'altra corrente, con un sistema di distribuzione degli incarichi direttivi che, mi si perdoni il paragone, tanto ricorda un criticatissimo manuale facente parte dell'armamentario non rimpianto della prima Repubblica. (Applausi dei senatori Giuliano e Garavaglia Massimo). Un sistema in grado di valutare, quando è il caso, anche le responsabilità del singolo magistrato con serenità e pacatezza, ma anche rifuggendo da modalità eccessivamente corporative.
Sulla base delle prerogative che mi sono conferite, desidero al riguardo evidenziare che nel corso del mio mandato ho inteso utilizzare, con il dovuto rigore, le competenze che in materia disciplinare la Costituzione mi affida promuovendo 41 azioni disciplinari nei confronti di altrettanti magistrati. Ed, ancora, ho inteso utilizzare il potere di richiedere provvedimenti cautelari al CSM con specifico riferimento all'inaccettabile scontro istituzionale insorto tra la procura della Repubblica di Salerno e la procura generale di Catanzaro, nell'intento di restituire serenità al Paese ed ai tanti cittadini sconcertati da questi episodi recuperando così, per quanto possibile, credibilità all'istituzione giudiziaria in tal modo compromessa. E il Consiglio superiore della magistratura - com'è noto - accogliendo in massima parte le mie richieste, ha confermato la bontà di questa iniziativa di essenziale ripristino delle regole così clamorosamente violate.
Ho, altresì, proposto 12 inchieste amministrative ed altrettante indagini conoscitive finalizzate ad accertare eventuali violazioni disciplinari rispetto ad alcuni clamorosi fatti di cronaca che hanno suscitato legittimo allarme e giuste preoccupazioni nei cittadini.
Ma se questo si è potuto fare con la normativa esistente deve altresì essere evidenziato con forza che il Ministro della giustizia deve riappropriarsi della funzione organizzativa che la Carta costituzionale gli affida.
Sino ad oggi sembra quasi che il Ministro della giustizia, cui ex articolo 110 della Costituzione spettano «l'organizzazione ed il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia», sia chiamato dalla norma costituzionale ad essere soltanto il fornitore di carta, penna e calamaio agli uffici giudiziari, pur essendo l'unico responsabile politico dell'organizzazione e del rendimento del servizio reso ai cittadini.
Occorre, dunque, rivitalizzare fortemente questa funzione e prevedere nuove norme che consentano al Ministro di monitorare con moderna rapidità l'andamento del servizio reso ai cittadini, affinché possano adottarsi gli opportuni correttivi per il recupero dell'efficienza.
Nessuno tema che ciò possa costituire un surrettizio strumento per una qualche forma di controllo delle attività, sia requirenti che giudicanti. Queste attività sono di esclusiva pertinenza dei giudici e dei pubblici ministeri di cui va garantita l'autonomia e l'indipendenza.
Ma il punto è, onorevoli colleghi, che l'autonomia e l'indipendenza dei giudici non possono scindersi dall'efficienza del servizio che i magistrati devono rendere ai cittadini e che questa efficienza deve essere tempestivamente monitorata, così come va garantito il diritto-dovere del Ministro di sorvegliare, senza ostacoli, le scelte di organizzazione degli uffici giudiziari.
Deve, dunque, essere ribadito che il modello organizzativo del servizio ed i mezzi materiali per garantirlo sono di esclusiva competenza del Ministro.
Occorre ripristinare cioè il binomio potere-responsabilità in riferimento al rapporto tra Governo e magistrati; ancor più specificatamente, tra il Ministro, evocato nell'articolo 110 della Costituzione, e la magistratura. Non si può chiedere al Ministro della giustizia di essere responsabile del servizio giustizia senza che lo stesso abbia potestà organizzative effettive, seppur senza mai violare il sacro recinto dell'autonomia della giurisdizione. Un potere del Governo senza una sua responsabilità sarebbe inaccettabile, ma una responsabilità senza potere sarebbe sommamente ingiusta e, alla lunga, foriera di gravissimi squilibri costituzionali.
In questa prospettiva, dopo aver preso atto del deficitario andamento dei progetti di informatizzazione e digitalizzazione, sia con riferimento alla gestione del personale, che in ordine al processo civile ed al settore della giustizia penale, il 26 novembre 2008 si è ritenuto di dover sottoscrivere un protocollo di intesa con il Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione.
In tal modo si è ritenuto di proseguire l'opera già avviata per un vero e proprio cambio di passo e di strategia operativa nello specifico settore ove, a fronte di investimenti ingentissimi, non si sono ottenuti risultati rilevanti.
Si tratta, in particolare, del Protocollo d'intesa per la realizzazione di programmi di innovazione digitale, il quale garantirà servizi più semplici per gli utenti, minori costi per il funzionamento degli uffici, infrastrutture e reti di trasmissione più razionali ed efficienti. Si renderà inoltre più efficiente anche la trasmissione delle notizie di reato dalle forze di polizia alle procure della Repubblica. E non si tratta di un generico libro dei sogni, ma di un Protocollo concreto con un cronoprogramma serrato e preciso che, a partire dal marzo del 2009, avvierà le attività con delle precise tappe di verifica nel giugno e nel dicembre del 2010.
Sempre in collaborazione con il Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, nonché con le Regioni e il Ministero del lavoro, Salute e politiche sociali, si è dato corso al progetto «Diffusione di best practices negli uffici giudiziari», con l'obiettivo di estendere l'esperienza di riorganizzazione della Procura della Repubblica di Bolzano agli uffici giudiziari, utilizzando il finanziamento del Fondo sociale europeo. La nostra ambizione è quella di trasformare le migliori pratiche - come, ad esempio, anche l'esperienza del tribunale di Torino finalizzata ad azzerare il rischio dei risarcimenti previsti dalla legge Pinto - in buone ed ordinarie abitudini in tutti gli uffici giudiziari.
Un ulteriore cambio di passo, che ha già preso l'avvio, è quello relativo al controllo della spesa, sempre più imprescindibile per la progressiva contrazione delle risorse disponibili. Per questo scopo occorre sviluppare ulteriormente il metodo della gestione per obiettivi che permette di avere benefici sull'attività amministrativa e conseguentemente su quella istituzionale, con il potenziamento dei meccanismi di controllo sulla gestione amministrativa.
L'analisi costi-benefìci sembra, infatti, in molti casi, poco considerata negli uffici giudiziari. Basti al riguardo citare l'esempio, davvero impressionante, dello spreco del denaro dei cittadini per il pagamento delle intercettazioni telefoniche ed ambientali.
L'unità di monitoraggio da me personalmente istituita nell'autunno scorso ha - per la prima volta - messo in luce l'andamento dei costi in questo delicato settore, evidenziando che i procuratori della Repubblica (anche stavolta, tranne virtuose eccezioni) non esercitano, di fatto, alcuna verifica su tale tipologia di spesa, sostanzialmente fuori controllo, sebbene si tratti di centinaia di milioni di euro l'anno.
Ciò premesso, un cospicuo recupero di risorse finanziarie ci aspettiamo dal Fondo unico giustizia che abbiamo potenziato, ampliato e modificato in modo da garantirne la funzionalità. Dopo questa prima fase di rodaggio, a regime, questo razionale sistema di utilizzo delle risorse finanziarie, che l'attività giudiziaria peraltro produce da sé, metterà finalmente a disposizione della giustizia notevoli risorse sino ad oggi ingiustificatamente non utilizzate.
Onorevoli senatori, vorrei ora sviluppare due parti della mia relazione: la prima riguarda lo stato della giustizia in Italia per quanto riguarda il 2008, la seconda concerne invece le iniziative già assunte dal Ministero.
Mi sembra importante, dal punto di vista della situazione complessiva nel nostro Paese in materia di giustizia, partire dall'analisi della realtà penitenziaria, che continua ad essere caratterizzata dal preoccupante dato del crescente sovraffollamento delle strutture detentive, cui occorre apprestare immediato rimedio.
Gli effetti dell'indulto, approvato dal Parlamento nel luglio 2006, si sono ben presto rivelati del tutto insufficienti e provvisori, se è vero che da un totale di 38.847 presenze registrato il 31 agosto 2006, si è passati alle 43.957 del 30 giugno 2007, per giungere alle 52.613 del maggio 2008.
Alla data del 25 gennaio 2009 hanno dormito nelle nostre carceri 58.692 persone - a fronte di una capienza regolamentare di 42.957 posti e di una cosiddetta di necessità di 63.443 posti - dati che indicano chiaramente come la crescita dell'andamento delle carcerazioni si sta rapidamente attestando sui livelli drammatici del periodo pre-indulto.
Il fenomeno, di così ampia portata, è all'attenzione costante del sottoscritto e dell'intero Governo. Più in particolare, le articolazioni ministeriali verificano costantemente la possibilità di un miglior utilizzo degli spazi esistenti attraverso una complessiva riorganizzazione dei circuiti penitenziari, scelta questa che produrrà grandissimi benefici sulla più razionale allocazione negli istituti degli uomini della polizia penitenziaria.
Uno degli elementi che maggiormente aggrava l'organizzazione penitenziaria è costituito dal frenetico turn over di detenuti, che costringe a fronteggiare un numero elevatissimo di ingressi in carcere destinati, nella maggioranza dei casi, a brevi, se non brevissime, permanenze.
Giova, infine, ricordare che il sistema della detenzione speciale previsto dall'articolo 41-bis nell'ultimo anno ha continuato a svolgere efficacemente la sua delicata funzione di prevenzione.
Nel corso del 2008, sono stati emessi 87 decreti ex articolo 41-bis di prima applicazione nei confronti di esponenti della criminalità organizzata, segnalati dalle competenti direzioni distrettuali antimafia; attualmente il circuito ospita un totale di 587 detenuti.
E tuttavia, nel corso del 2008, si sono registrati 68 annullamenti di provvedimenti ministeriali ex articolo 41-bis che, per quanto denotino una sostanziale stabilità giuridica del regime rispetto al numero di 587 soggetti che vi sono sottoposti, hanno da subito suscitato l'attenzione del sottoscritto e dell'intero Governo che, sin dal suo insediamento, ha posto in essere una straordinaria azione di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso.
A seguito di uno specifico monitoraggio, si è constato che, a fronte di questi annullamenti disposti dai tribunali di sorveglianza competenti, è ben scarso il numero dei ricorsi per Cassazione proposti dai procuratori generali. Per questa ragione abbiamo elaborato una riforma del regime speciale in questione (proprio in questi giorni - vorrei segnalarlo - è alla vostra attenzione tale innovazione legislativa) che lo renderà ancor più stabile ed efficace.
Inoltre, la costante ed attenta attività di vigilanza compiuta dalla competente articolazione ministeriale, unita alla pronta collaborazione offerta dalla Direzione nazionale antimafia e dalle Direzioni distrettuali antimafia, ha consentito, nei casi di maggiore rilevanza, di riapplicare detto regime ad alcuni criminali della massima pericolosità immediatamente dopo la revoca disposta dall'autorità giudiziaria.
Ciò premesso, la situazione carceraria dovuta all'imminente raggiungimento dei livelli di capienza massima sostenibile, che appare largamente prevedibile rispetto alla sopra evidenziata analisi statistica dei flussi, impone l'adozione di misure straordinarie.
Al riguardo, non risultano sufficienti, anche se utili, i progetti finalizzati alla costruzione di nuovi padiglioni detentivi all'interno di quelle strutture penitenziarie presso le quali è possibile reperire nuovi spazi. Per questo motivo, nel Consiglio dei ministri del 23 gennaio 2009 si è proposta l'adozione delle seguenti misure: il conferimento al Capo del DAP di poteri straordinari per l'adozione delle misure di accelerazione dei procedimenti amministrativi finalizzati ad ottenere un aumento della capienza delle infrastrutture penitenziarie e a garantire una migliore condizione di vita della popolazione detenuta e il conferimento al Consiglio dei ministri del potere di dimezzare i termini previsti dal punto di vista legislativo per gli atti autorizzativi al fine di accelerare le procedure per la realizzazione dei nuovi istituti penitenziari, nonché l'introduzione di disposizioni per l'individuazione di maggiori risorse economiche necessarie all'esecuzione dei medesimi investimenti.
È, tuttavia, ben noto che i compiti dell'amministrazione non si esauriscono di certo nelle attività di sola custodia del detenuto, ma riguardano anche gli essenziali interventi rieducativi intesi nella loro massima accezione, non solo quale strumento di accrescimento culturale ma anche quale punto di forza per un ritrovato e consapevole percorso esistenziale che tenda a realizzare l'inclusione sociale e la maturazione personale. Siamo infatti consapevoli che una persona può essere privata della libertà, ma mai della sua dignità di uomo.
In questa direzione si è inteso dare priorità ad un intervento che abbiamo voluto chiamare «Mai più bambini in carcere», per garantire a tutti i piccoli sotto i tre anni, che si trovano al seguito delle mamme detenute, una migliore collocazione che non abbia le caratteristiche di un luogo di detenzione, ma assomigli in tutto ad una casa di accoglienza.
Onorevoli senatori, metterò a disposizione del Senato un volume cartaceo - ne consegno anche una copia digitale che testimonia il nostro impegno nel settore della digitalizzazione - che contiene tutti i dati statistici che consentono specifiche analisi, anche per i singoli settori, sull'andamento dei servizi giudiziari.
In questa sede, però, invece di procedere con tutte le indicazioni di dettaglio, mi pare più utile fornire un quadro riassuntivo, una fotografia - spero nitida - dello stato del sistema giudiziario del quale ci stiamo occupando. Si badi, sono dati che risalgono al 30 giugno 2008, dunque a poche settimane dall'insediamento del nuovo Esecutivo. Speriamo, con la realizzazione dei nostri progetti di digitalizzazione, di poter portare il prossimo anno dati aggiornati all'ultima settimana.
È comunque impressionante la mole dei procedimenti pendenti cioè - detto in termini più diretti - dell'arretrato, o meglio ancora, del debito giudiziario dello Stato nei confronti dei cittadini. Ebbene, sono 5.425.000 i procedimenti civili pendenti e 3.262.000 quelli penali.
Ma il vero dramma è che il sistema non solo non riesce a smaltire questo spaventoso arretrato, ma arranca faticosamente senza riuscire neppure ad eliminare un numero di procedimenti almeno pari ai sopravvenuti, così alimentando ulteriormente il deficit di efficienza del sistema. Sia nel settore civile che in quello penale, il numero dei definiti rimane costantemente inferiore a quello dei sopravvenuti. Inoltre, come si vedrà, un secondo fattore che incide sull'inefficienza del sistema è quello relativo alla durata media dei processi.
Come già anticipato, il trascorrere degli anni ha segnato una tendenza di base al progressivo aumento delle sopravvenienze, che sono passate dai 3.665.479 del 2001 ai 4.577.594 del 2007. All'incremento non è corrisposta una pari tendenza alla definizione di tali sopravvenienze e a ciò si aggiunga - dato che ritengo molto importante per una visione chiara del problema - che la giacenza media dei procedimenti ordinari è pari a circa 960 giorni per il primo grado ed a 1.509 giorni per il giudizio di appello. Chiaramente i due dati tra loro si sommano, quindi è la somma che determina l'esito finale dei due gradi in termini di giacenza.
La giustizia penale registra un aumento dei procedimenti iscritti sia contro indagati noti che ignoti (rispettivamente pari a 1.534.320 e 1.831.237), mentre si mantiene sostanzialmente stabile il numero dei processi. Per la definizione del giudizio di primo grado nell'ambito penale la giacenza media dei procedimenti è pari a circa 426 giorni (per gli imputati noti) ed a 730 giorni per il grado di appello.
Un aspetto a parte riguarda la gestione del personale amministrativo, sul quale mi limito a sottolineare che un importante obiettivo è stato raggiunto alla fine di quest'anno con la stabilizzazione definitiva di 1.523 unità lavorative che prestavano servizio con rapporto di lavoro a tempo determinato ai sensi della legge n. 242 del 2000.
Inoltre, attraverso le risorse del fondo giustizia contiamo di procedere alla nuova configurazione delle aree professionali di appartenenza del personale, con la conseguente doverosa valorizzazione delle specifiche professionalità acquisite. Siamo infatti consapevoli che la riforma della giustizia passa anche per la ritrovata motivazione dei lavoratori del settore. In questo modo il Governo, dopo aver praticato dei tagli di bilancio trasversali e di identico contenuto per tutti i Dicasteri, offre una concreta opportunità di recupero di fondi alla Giustizia, confermando che lo specifico settore rappresenta una priorità vera per l'Esecutivo.
Riguardo alla giustizia minorile, devo dire che in questi ultimi anni il settore è stato chiamato a gestire non soltanto il disagio giovanile dei minori italiani, ma anche un ben più complesso fenomeno di interazione con devianze minorili poste in essere da minori stranieri, giunti in Italia in conseguenza dei ben noti flussi migratori (e questa tendenza è confermata anche dai dati più recenti). L'analisi conferma un leggero ma significativo decremento degli ingressi nelle strutture detentive ed evidenzia, in controtendenza rispetto agli scorsi anni, un incremento della popolazione italiana (nel primo semestre del 2008, infatti, il 51 per cento degli ingressi nei Centri di prima accoglienza riguardava minori italiani). Si registra, altresì, un incremento d'ingressi nelle comunità e in queste strutture aumenta anche la percentuale di collocamento degli stranieri.
La valutazione qualitativa dei dati consente di individuare almeno due fenomeni di peculiare gravità: la notevole incidenza della tossicodipendenza nei fenomeni di disagio minorile, nonché l'uso da parte della criminalità organizzata, sempre più ampiamente, di manovalanza minorile. Quanto ai minorenni stranieri, emergono spesso notevoli difficoltà trattamentali a causa dell'assenza di validi riferimenti familiari.
Come tutti voi sapete, il Ministero della giustizia ha anche un aspetto di attività internazionale e da questo punto di vista, nel corso del 2008, si è assicurata una costante partecipazione alle attività internazionali curando i rapporti con le organizzazioni internazionali e con gli altri Stati.
Nell'ambito della cooperazione giudiziaria civile e del diritto internazionale privato è proseguito il complesso negoziato relativo alla proposta del Consiglio di modifica del regolamento CE n. 2201 del 2003 allo scopo di fornire, ai coniugi di nazionalità diversa, uno strumento chiaro e completo che consenta loro di conoscere in anticipo quale sarà il giudice competente e la legge applicabile alla separazione o al divorzio. Si evita così il forum shopping, vale a dire la situazione in cui un coniuge chieda il divorzio prima dell'altro al fine di assicurarsi che il procedimento sia regolato da una legge che ne tuteli maggiormente i propri interessi rispetto a quelli del coniuge convenuto.
Riguardo al tema sensibile delle obbligazioni alimentari, negli ultimi mesi è stato finalizzato il negoziato relativo alla proposta di regolamento che ha per oggetto la competenza giurisdizionale, la legge applicabile, la cooperazione amministrativa, il riconoscimento e l'esecuzione delle decisioni in materia.
L'obiettivo di questo importante regolamento è quello di facilitare il recupero delle obbligazioni alimentari che, solitamente, vedono come creditore la parte più debole del rapporto alla quale spetta il mantenimento.
L'Italia ha fattivamente partecipato ai lavori per l'elaborazione del testo su cui è stato raggiunto l'accordo politico tra i Ministri della giustizia proprio al Consiglio della giustizia e degli affari interni dell'ottobre scorso.
Continua è, altresì, l'opera di aggiornamento dei rapporti di cooperazione giudiziaria in diritto civile tra Unione europea e Paesi terzi ed in particolare con i Paesi aderenti alla Convenzione di Lugano.
Il 23 giugno 2008 è stata poi approvata la decisione sul potenziamento della cooperazione transfrontaliera con cui sono stati recepiti nel quadro giuridico dell'Unione europea gli elementi fondamentali del Trattato di Prum.
Il 24 luglio 2008 è stata adottata la decisione quadro relativa al riconoscimento delle sentenze di condanna tra gli Stati membri dell'Unione europea (chiamata «recidiva europea»). Ed il 28 novembre 2008 è stata adottata la decisione quadro sul riconoscimento e l'esecuzione delle condanne penali e il trasferimento delle persone condannate che consentirà di alleggerire il numero dei detenuti stranieri presenti nei nostri istituti.
Riguardo al tema della riforma delle professioni, dico poi che ormai da anni esso è al centro del dibattito nazionale e penso che sia intento di tutti individuare soluzioni che garantiscano la qualità delle prestazioni rese dal professionista.
Il Ministero della giustizia ha specifiche competenze in materia di Ordini professionali ed abbiamo ritenuto opportuno puntare tutto su un accesso più efficiente e selettivo alle professioni protette, una coerente disciplina del praticantato ed un valido sistema di formazione e costante aggiornamento in linea con i migliori standard internazionali. Per questo abbiamo pensato di procedere ad un'organica riforma dell'area giuridico-economica delle professioni, coinvolgendo direttamente gli Ordini professionali degli avvocati, dei notai e dei commercialisti.
Particolare importanza, ovviamente, riveste in materia la riforma dell'ordinamento forense. È infatti chiaro che, senza la collaborazione degli avvocati, nessuna riforma della giustizia può aspirare ad un qualche risultato positivo.
L'Esecutivo intende al riguardo procedere con soluzioni largamente condivise all'unico fine di assicurare a tutti i cittadini utenti la giusta assistenza legale.
I dati statistici relativi alla magistratura onoraria confermano l'essenziale contributo che questa ha offerto alla giurisdizione. Si tratta di una preziosa risorsa che, in tempi brevi, dovrà trovare una più adeguata collocazione nell'ambito dell'ordinamento giudiziario attraverso una radicale riforma ed un riordino dei ruoli che non merita di essere ulteriormente differito.
Un riconoscimento espresso del ruolo della magistratura onoraria è costituito dalle varie ipotesi di riforma e valorizzazione che riguardano, in particolare, la giustizia di prossimità erogata dai giudici di pace. Analogamente essenziale è il ruolo che il legislatore ha riconosciuto ai giudici di tribunale ed ai vice procuratori onorari, prorogando al 31 dicembre 2009 il mandato in scadenza al 31dicembre 2008.
Onorevoli senatori, intenderei ora riferire a voi, con grande soddisfazione, e senza timore di smentita, ciò che, dopo appena otto mesi dall'insediamento del nuovo Esecutivo, posso serenamente affermare che è stato realizzato sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo. Penso di poter dire che non ci sono molti precedenti che ci raccontino quanto è stato fatto in soli otto mesi dall'avvio di una legislatura e dell'attività di un Governo.
Mi limiterò a segnalare gli interventi di maggior rilievo. Anzitutto si è varato un importante progetto di riforma della giustizia civile, approvato lo scorso 1° ottobre 2008 dalla Camera dei deputati, e ora all'esame della Commissione giustizia del Senato, che credo lo licenzierà nei prossimi giorni per l'esame dell'Aula, che prevede numerosi interventi sul processo civile, tutti finalizzati a migliorarne la qualità e ad accelerarne gli esiti.
Non meno importanti e radicali sono gli interventi nel settore penale, e di straordinario rilievo quelli specificamente diretti al contrasto delle associazioni criminali di stampo mafioso operanti su tutto il territorio nazionale e particolarmente insediate in molte zone del Sud del Paese.
Mi sia consentita, al riguardo, onorevoli senatori, una notazione personale: ho concepito questi interventi normativi da Ministro della giustizia siciliano, con tutta la passione politica e civile e l'amore per la mia terra di cui sono capace, e sono orgoglioso del lavoro fatto e straordinariamente motivato nel proseguire lungo tale percorso virtuoso. Devo anche dire, da Ministro della giustizia siciliano, che in Sicilia non mi sono sentito e non mi sento solo (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Cintola), perché è con grande fierezza che, oggi, in quest'Aula posso dire che la Sicilia sta cambiando, se è vero che la coscienza delle migliori forze, anche imprenditoriali, che operano nel territorio ha ormai maturato la scelta di rifiutare ed isolare quel sistema criminale già condannato dalle libere coscienze e dalla storia e inesorabilmente avviato ad una definitiva sconfitta.
Devo poi un particolare ringraziamento a quest'Assemblea perché nel percorso di conversione del cosiddetto decreto sicurezza ha giocato un ruolo straordinario nel migliorare, sotto il profilo della quantità e della qualità, ciò che il Governo aveva proposto al Parlamento stesso. Quindi, grazie al Senato, i testi elaborati dal Governo sono usciti più forti, più robusti e di migliore qualità. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
Nel merito, volendo sintetizzare alcuni essenziali passaggi, sono particolarmente soddisfatto degli interventi operati nella materia delle misure di prevenzione antimafia, decisiva per un efficace contrasto della criminalità organizzata. In primo luogo, l'introduzione dell'innovativo principio secondo il quale le misure di prevenzione personali e patrimoniali possono essere richieste e applicate disgiuntamente, indipendentemente, cioè dall'attuale pericolosità del soggetto titolare dei beni. In secondo luogo, la possibilità che le misure di prevenzione patrimoniale siano essere disposte anche in caso di morte del soggetto proposto per la loro applicazione, al fine di impedire che i suoi eredi possano godere dei proventi delle attività criminali. In terzo luogo, l'introduzione della possibilità di disporre la confisca per equivalente se la persona nei cui confronti è proposta la misura di prevenzione disperde, distrae, occulta o svaluta i beni al fine di eludere l'esecuzione dei provvedimenti di sequestro o di confisca. In quarto luogo, la previsione della revoca dell'assegnazione o della destinazione dei beni confiscati quando risulta che detti beni, anche per interposta persona, sono rientrati nella disponibilità o sotto il controllo del soggetto sottoposto al provvedimento di confisca. Infine - lo dicevo in premessa - l'eliminazione della possibilità di accedere al patrocinio a spese dello Stato (il cosiddetto gratuito patrocinio) ai soggetti già condannati con sentenza definitiva per i reati di associazione mafiosa.
Onorevoli senatori, ho voluto specificamente sintetizzare perché sono tutte misure finalizzate a colpire quanto è per questi criminali più caro e prezioso, memore come sono dell'antica regola mafiosa che punisce con la morte chi tocca quella che Verga chiamava la "robba". E devo dire, onorevoli colleghi, che la soddisfazione per quanto ho detto è rafforzata, lo ribadisco, dalla circostanza che tali misure sono già entrate in vigore nell'ordinamento giuridico italiano e che, quando ci è stato dato dai magistrati un riconoscimento su quanto fatto in questa materia, non si è trattato di un riconoscimento astratto, bensì di un plauso giunto dopo la materiale applicazione in casi concreti, particolarmente rilevanti, delle norme appena introdotte. La migliore riprova della loro necessità è stata, dunque, nel fatto che, appena approvate, sono subito tornate utili per l'innovativa soluzione di alcune complesse fattispecie concrete.
A ciò va aggiunta la già richiamata riforma del regime dell'articolo 41-bis, che rende impossibile ai criminali comunicare con l'esterno e quindi continuare a gestire il potere economico e criminale da loro conquistato.
Ciò premesso, tornando all'elencazione specifica degli interventi operati dal Governo, va anzitutto richiamato il cosiddetto decreto sicurezza, con cui il Governo ha dato una netta e decisa risposta all'aggressione della criminalità diffusa ed all'attività riconducibile alla criminalità organizzata. In particolare: sono state ampliate tutte le pene previste per il delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso; è stato previsto, per specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità, il concorso delle Forze armate nel controllo del territorio; si è reso obbligatorio il rito direttissimo nei confronti dell'arrestato in flagranza che abbia reso confessione, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini.
Adesso si sta proseguendo, perché strettamente collegato al cosiddetto decreto sicurezza è l'analogo disegno di legge (Atto Senato n. 733), che a giorni approderà in quest'Aula, che prevede, tra l'altro: l'ampliamento degli strumenti di tutela per gli anziani e per le persone portatrici di minorazione fisica, psichica o sensoriale, che troppo spesso costituiscono un facile bersaglio per i criminali; il rafforzamento della tutela del decoro urbano, anche attraverso modifiche che riguardano il reato di danneggiamento, il reato di deturpamento ed imbrattamento di cose altrui e l'occupazione di suolo pubblico.
Il disegno di legge contiene, altresì, numerosi interventi in materia di lotta alla criminalità organizzata, con alcune importanti innovazioni rispetto al testo già in vigore: si affidano i beni mobili registrati, in gratuita giudiziale custodia, alle Forze di polizia; si fanno confluire le competenze in materia di assegnazione e destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali mafiose al prefetto della Provincia in cui insiste il bene confiscato.
Con il disegno di legge (Atto Senato n. 995) si è recuperato anche il potere dell'autorità giudiziaria di effettuare, anche a mezzo di perizia, il prelievo coattivo di materiale biologico volto alla individuazione del profilo genetico dell'individuo (in sostanza del DNA), da raffrontare, poi, con il profilo genetico ricavato dalle tracce del reato, a fini investigativi o di prova.
Inoltre, di straordinario rilievo, a nostro avviso, è il decreto-legge n. 143 del 2008 (che voi avete già convertito in legge), relativo alle procure «di frontiera», che prevede incentivi anche economici per la copertura delle sedi non richieste dai magistrati, alle quali, specie negli uffici di procura, la legge impedisce ormai di destinare magistrati di prima nomina. Questo provvedimento offre, per la prima volta, una possibile soluzione alla sistematica scopertura delle numerose sedi giudiziarie «di frontiera» poco ambite dai magistrati (e collocate in massima parte nel Sud del Paese).
La vicenda trae origine, come ben sapete, dalla riforma ordinamentale approvata nella precedente legislatura che opportunamente, a nostro avviso, afferma il principio che per ricoprire il ruolo di pubblico ministero, di GIP e comunque di giudice monocratico nel settore penale, un magistrato debba almeno aver superato la prima valutazione di professionalità. È questo un principio condiviso da una larghissima maggioranza parlamentare e tale scelta ha validissime ragioni per essere mantenuta ferma.
Il principio della inamovibilità del giudice affida però, nella sostanza, alla buona volontà ed allo spirito di sacrificio dei magistrati più anziani la possibilità che queste sedi vengano coperte. Da qui le scoperture, per le quali abbiamo individuato un valido rimedio. Siamo fiduciosi che gli incentivi anche economici garantiti dalla nuova normativa possano stimolare adeguatamente molti magistrati ad accettare l'idea che il Paese ha necessità della loro opera nelle sedi meno ambite, ove proprio l'esperienza professionale già maturata consente di meglio affrontare le gravi emergenze di quei circondari. La nuova legge è del resto una grande occasione per ciascun magistrato e per l'intera magistratura, anche associata, di dimostrare che il principio dell'inamovibilità non è vissuto come un privilegio di casta, ma è e rimane una guarentigia al servizio dei cittadini.
Siamo, dunque, ottimisti sulla funzionalità della nuova normativa che affronterà a brevissimo termine il suo primo banco di prova non appena il CSM, su mia indicazione, pubblicherà l'elenco delle sedi disagiate.
Siamo, tuttavia, altrettanto fermi nel ribadire il principio che i magistrati meno esperti non possono esercitare le delicate funzioni monocratiche e, pertanto, ove anche tale intervento dovesse ritenersi insufficiente, in Parlamento, a nostro avviso, dovrà maturare una profonda riflessione su eventuali limitazioni, oggettive ed eccezionali, al principio di inamovibilità. Ciò al solo fine di scongiurare la paralisi degli uffici «di frontiera» in maggiore difficoltà.
In sostanza, bisogna, a nostro avviso, superare la logica secondo cui il CSM, pur in presenza di gravi difficoltà operative, debba affidarsi esclusivamente alla gentile disponibilità dei magistrati per utilizzarli là dove è necessario.
Mi avvio alla conclusione, signor Presidente, onorevoli senatori, sottolineando - e spero possa risultare chiaro da quanto ho dichiarato - che il Governo non intende sottrarsi al mandato ricevuto con così grande consenso dal popolo sovrano per consegnare, non certo ai soli elettori di questa maggioranza, un sistema giudiziario finalmente giusto, efficiente, equo, in grado di intervenire tempestivamente per distribuire i torti e le ragioni delle parti litiganti; un sistema giudiziario che ricordi Bologna, l'università di Irnerio, che è stata la culla d'Europa, e che ricordi alle coscienze di tutti e di ciascuno ciò che Beccaria, italiano insigne, ci insegnò, ossia che il processo è già una pena.
Sarà scopo principale del Governo organizzare un sistema giustizia che sappia proteggere i cittadini sia dalle grandi aggressioni della criminalità organizzata che dalle odiose, piccole, violenze quotidiane.
Ciascuno di noi, nel rispetto del ruolo istituzionale ricoperto e delle proprie attribuzioni e senza preclusioni ideologiche o di schieramento, ha il dovere di fornire il suo contributo per far sì che la giustizia sia migliore.
Lavoriamo insieme, dunque, ad un sistema che assicuri il controllo di legalità nel Paese, distinguendo le responsabilità personali e rispettando le garanzie di ciascuno. Garantiamo ai cittadini una giustizia amministrata da magistrati liberi dal potente di turno, ma sempre attenti alle regole che la soggezione alla legge impone di applicare e rispettare. Insomma, una giustizia che rispetti il cittadino e che dal cittadino venga rispettata.
In tale gravoso compito, onorevoli senatori, confido nel sostegno di quanti, partiti e singoli parlamentari, abbiano a cuore le sorti della giustizia italiana e, in definitiva, le sorti del nostro Paese. (Prolungati applausi dai Gruppi PdL, LNP, UDC-SVP-Aut e Misto-MPA).
PRESIDENTE. Avverto che le proposte di risoluzione non ancora pervenute dovranno essere presentate entro la fine della discussione.
Dichiaro aperta la discussione sulla relazione del Ministro della giustizia.
È iscritto a parlare il senatore Casson. Ne ha facoltà.
CASSON (PD). Signor Presidente del Senato, signori senatori, signori del Governo, abbiamo letto attentamente la relazione del Ministro della giustizia e lo abbiamo ascoltato ora con altrettanta attenzione. Abbiamo atteso fino alla fine di sentire qualche proposta concreta e precisa: ma invano.
Quando, nella prima parte della relazione, vengono analizzate le cause di inefficienze e disfunzioni (gravi e intollerabili) del sistema giustizia, troviamo soltanto delle frasi accettabili anche per noi, perfino condivisibili nella loro semplicità e forse nella loro banalità. Così come ampiamente noti sono i dati negativi riferiti sia al settore civile che a quello penale, citati nella seconda parte della sua relazione.
Quello che però ci sconcerta e ci lascia profondamente delusi è il vuoto che emerge dalla parte della relazione dedicata alle prospettive future, ai rimedi, ai necessari interventi.
Signor Ministro, quando, ormai circa nove mesi fa, si è presentato in quest'Aula il Presidente del Consiglio dei ministri per illustrare il suo programma di Governo, abbiamo avuto modo di sottolineare l'assenza - rimarco "l'assenza" - di qualsiasi proposta, di qualsiasi progettualità relativamente al pianeta giustizia. E ci eravamo preoccupati. Ma quando, il mese successivo, lei è venuto in Commissione giustizia, a norma di Regolamento, ad illustrare il suo programma sulla giustizia, da parte nostra c'è stata, per così dire, l'apertura di una linea di credito, sottolineata da tutti i senatori del Partito Democratico intervenuti nel dibattito. E c'è stata l'attesa di un suo passo in avanti, di una sua proposta complessiva per fare uscire la giustizia da questo stato di catalessi.
La stessa speranza abbiamo nutrito quando, come Partito Democratico, ci siamo incontrati con lei e con i suoi collaboratori, poco prima di Natale 2008 e in quella occasione le abbiamo consegnato la nostra piattaforma sulla giustizia, disegni di legge specifici, già presentati per la gran parte in questo Senato, su tutti i temi e i settori nevralgici del sistema giustizia, tra cui: processo civile; processo penale; codice penale; intercettazioni telefoniche; effettività della pena; accelerazione dei tempi processuali; criminalità organizzata di stampo mafioso; ordinamento forense; giudici di pace; giudici onorari; e, soprattutto, un disegno di legge per una sorta di rivoluzione nel mondo giudiziario: quello sull'ufficio del processo, sui manager negli uffici giudiziari, sull'informatizzazione, sulla modifica del sistema delle notifiche, sulla revisione delle circoscrizioni giudiziarie.
Presidenza della vice presidente MAURO (ore 17,48)
(Segue Casson). Ma, evidentemente la nostra fiducia sembra essere stata mal riposta: non solo perché alle nostre proposte non è stata data alcuna risposta, neanche un cenno, nemmeno oggi; ma soprattutto perché, nella sua relazione odierna, non c'è alcuna prospettiva, non c'è alcun segnale concreto di cambiamento: pare che vogliate continuare così come avete fatto dal 2001 al 2006 e come, fatta salva la breve parentesi prodiana, avete continuato a fare in questi circa nove mesi di vostro Governo, all'esito dei quali state partorendo il classico topolino (e forse neanche quello).
È per questo che noi abbiamo predisposto, per il momento e per questa sede, una risoluzione, proprio perché ci rendiamo conto dell'insoddisfazione profonda verso quanto ci avete detto e prospettato oggi. Non ci siamo limitati, e non vogliamo limitarci, a semplici critiche; crediamo in una pars construens, che in effetti riproponiamo, come Partito Democratico, a lei, al Governo e a tutto il Parlamento.
Signor Ministro, sono perfino condivisibili alcune delle sue critiche al sistema giudiziario, alla sua inefficienza, le sue critiche al correntismo in magistratura e ai suoi effetti deleteri. È condivisibile anche il suo richiamo all'articolo 110 della Carta costituzionale, così come ai princìpi della cooperazione internazionale. Ma è un discorso monco, il suo, gravemente monco. Ci siamo un po' sorpresi, infatti, nel non sentire alcun riferimento ad altri principi costituzionali fondamentali; al ruolo avuto dall'opposizione nella redazione e nell'approvazione di norme sulla criminalità organizzata di stampo mafioso, particolarmente in questo Senato; agli effetti dell'introduzione nel nostro ordinamento del cosiddetto lodo Alfano-Berlusconi, di cui forse qualcuno si vergogna o preferisce dimenticarsi; e vi siete dimenticati anche della recente vicenda del terrorista condannato e non estradato Cesare Battisti.
A quest'ultimo proposito, mi si consenta una specifica considerazione, perché è proprio il caso di dire che chi semina vento raccoglie tempesta. Per anni e anni, avete delegittimato in ogni modo, in ogni occasione, in ogni ambito, il nostro sistema giudiziario e la magistratura. E ora, con il rifiuto dell'estradizione di Cesare Battisti da parte del Brasile, vi sorprendete se qualcuno, all'estero, ha creduto alle vostre insensate accuse, alla delegittimazione e ai dubbi che avete seminato sul nostro Stato di diritto, sulla nostra Costituzione, sulle nostre istituzioni. E questo, con i casi di Marina Petrella e di Cesare Battisti, è il secondo schiaffo, in questa materia e in tempi ristretti, che è stato dato al nostro Paese: a lei, signor Ministro, al nostro Governo, ma anche, di conseguenza, a tutti noi. (Commenti dei senatori Fazzone e Mazzaracchio). È questa una grave responsabilità politica che ricade su di voi.
Noi siamo convinti che bisogna uscire da questa sorta di autodistruzione, di costante e grave peggioramento dello stato della nostra giustizia. Ma per fare ciò occorre venir fuori dalla polemica fine a se stessa e affrontare nel concreto problemi e cause. Noi, come Partito Democratico, ci crediamo e lo stiamo facendo. Noi, con la nostra proposta di risoluzione, vi proponiamo una strada e degli strumenti precisi e adeguati. E invitiamo il Governo, lei, signor Ministro, a dare seguito a quanto lei stesso ha scritto in una pagina della sua relazione, una pagina che peraltro oggi è saltata, non è stata nemmeno considerata in quest'Aula del Senato. Si tratta forse di una dimenticanza freudiana perché, in questa pagina lei parlava di un «disegno strategico», di necessarie riforme di sistema e ordinamentali, di fondamentali interventi, di un «approccio globale al tema giustizia» e indicava alcuni degli interventi che sarebbero necessari. Se ne è però dimenticato, per questo lapsus forse freudiano.
Allora, quali sono questi vostri interventi? Quali sono le vostre riforme di sistema e ordinamentali? Lei stesso scrive e dice: «Il problema è cosa fare e come farlo»; invece, ci troviamo di fronte al nulla, perché nulla ci dite. Quel vostro accenno al «disegno strategico», al vostro «approccio globale al tema giustizia» ci fa rimanere in istituzionale apprensione: che vuol dire? E in che cosa si concretizza? Poiché ricordiamo tutti i vostri disegni strategici del passato e del recente passato, volti a delegittimare il sistema giudiziario e a prolungarne l'agonia senza proporre alcun rimedio, ma privilegiando interventi sporadici a tutela dell'uno o dell'altro, mi consenta, signor Ministro, non possiamo assolutamente concordare con la prospettiva delineata dal suo Governo in tema di giustizia.
All'inizio di questa legislatura lei ci ha consegnato in Commissione giustizia un preoccupato, anzi preoccupatissimo rapporto sullo stato della macchina giudiziaria in Italia, rapporto redatto da alti dirigenti del suo Ministero. Partiamo allora da lì. Si investa in personale, in strutture, in innovazione. Ma per davvero! Non tagliando le risorse destinate al sistema giustizia e al comparto sicurezza. Si prendano in mano le riforme pensate e programmate, e che sintetizziamo nella nostra proposta di risoluzione.
Il Partito Democratico non si chiude a riccio, non sbatte la porta in faccia a nessuno, ha formulato proposte precise e concrete. Su tutto ciò ci vogliamo confrontare, su tutto ciò vogliamo dialogare. E per fare ciò ci rivolgiamo al Parlamento, che è sovrano.
Non ci resta in questa sede allora che presentare il testo della nostra proposta di risoluzione e ribadire che le comunicazioni odierne del Ministro della giustizia non forniscono soluzioni idonee a risolvere i gravi problemi della giustizia italiana e non indicano nemmeno una strada percorribile per far uscire la macchina della giustizia dal tunnel dell'inefficienza e soprattutto della negazione di diritti fondamentali di ogni cittadino. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fleres. Ne ha facoltà.
FLERES (PdL). Onorevole Presidente del Senato, onorevoli senatori, signor Ministro, desidero ringraziarla per il tono e per i contenuti della sua relazione e soprattutto per l'onestà che è riscontrabile nell'analisi coraggiosa che lei ha voluto compiere dello stato dell'amministrazione della giustizia italiana, individuando nel grande avversario di questo settore cardine del nostro Paese la lentezza, ma anche gli scarsi livelli di responsabilizzazione e in alcuni casi le strutture non del tutto adeguate che lei ha trovato nel momento in cui si è insediato al Ministero.
Signor Ministro, onorevoli colleghi, Bacone diceva che il luogo della giustizia è un luogo sacro, nel quale ciascuno deve poter interpretare una funzione, svestendosi delle appartenenze e dei condizionamenti di natura ideologica che magari gli impongono di assumere un comportamento piuttosto che un altro.
Senatore Casson, ho ascoltato il suo intervento: lei lamenta banalità ed è deluso di una relazione che finalmente traccia le linee politiche dell'azione che il Governo Berlusconi, attraverso il ministro Alfano, intende realizzare nel settore della giustizia.
Lei si lamenta del fatto che in Parlamento il Ministro non avrebbe dato atto della collaborazione che c'è stata tra le forze del centrosinistra, le forze del centro-destra e il Governo nell'approvazione delle norme che riguardano il contrasto alla criminalità e alla mafia. Io ho sentito esattamente il contrario: nella relazione del Ministro ho sentito una grande apertura verso le politiche e le scelte compiute in alcuni casi dalla sinistra, laddove esse presentavano condizioni di terzietà che sono quelle essenziali nel rapporto che deve esistere quando si costruiscono norme che disciplinano il settore della giustizia. Ma forse lei aveva l'intervento scritto e questa parte non era ricompresa e non ha avuto il tempo di rettificarla. Mi sembra di poter fare il paragone con la logica dei teoremi quando si esprimono al di là di quelli che sono i fatti.
Lei, onorevole senatore Casson (mi scusi se mi rivolgo a lei, ma ha parlato prima di me), forse avrebbe dovuto meglio ascoltare l'intervento del Ministro, laddove invece, esattamente al contrario, dà atto al centrosinistra della collaborazione che si è venuta a realizzare e anzi la auspica anche per i successivi provvedimenti. Questo non mi sembra un fatto di poco conto; credo anzi che evidenzi, esattamente al contrario, la forte esigenza di terzietà che si avverte nella costruzione del sistema giudiziario e delle modifiche che esso necessita oltre che della politica giudiziaria. Tale esigenza di terzietà non può che essere il frutto di un confronto franco, leale, sincero, deideologizzato nel momento in cui si compiono le scelte.
Per tornare al tema in questione, io credo, signor Ministro, onorevoli colleghi, che il percorso tracciato in maniera chiara nella relazione che lei, onorevole Alfano, ha reso prima alla Camera e poi al Senato, sia finalmente ben definito: riguarda tutti i settori e, complessivamente, gli aspetti legati alla giustizia civile e alla giustizia penale; individua ipotesi di soluzioni e, soprattutto, implementa le scelte di politica di contrasto nei confronti della criminalità mafiosa, della 'ndrangheta, della camorra, colpendo i patrimoni che queste organizzazioni hanno costruito nel tempo e impedendo che gli stessi patrimoni possano diventare il carburante per un loro rilancio. Proprio colpendo i patrimoni delle organizzazioni criminali si colpisce il sistema criminale.
Io credo che il percorso tracciato debba essere proseguito e debba potersi sviluppare con il massimo dell'apertura mentale, senza preconcetti, né pregiudizi. La giustizia si applica a tutti e tutti devono poter contribuire a costruirla nella maniera migliore possibile.
Ringrazio il Ministro per l'appello all'abbandono degli schieramenti quando si parla di giustizia. Lo ringrazio per l'accenno importante che egli ha voluto fare relativamente alla giustizia minorile perché, onorevoli colleghi, dobbiamo tener conto di un aspetto che spesso viene sottovalutato, magari nell'impeto della reazione all'atto criminale. Vi è una componente nell'atto criminale che riguarda la colpa che è attribuibile a chi ha commesso l'atto criminale, ma c'è un'altra componente, quella della responsabilità, che probabilmente va ricercata in settori diversi della società, che va attribuita forse anche a chi non si è accorto che esisteva la possibilità che, in futuro, venisse compiuto il reato, il crimine che è stato effettivamente compiuto.
Allora, se teniamo bene al centro il tema della colpa e della responsabilità, probabilmente riusciamo a ricostruire il modello giusto di amministrazione della giustizia: mai più bambini in carcere, mai più bambini sotto i tre anni dietro le sbarre, ma io dico anche mai più carceri nelle quali non è possibile costruire un sistema rieducativo in perfetta sintonia con il contenuto dell'articolo 27 della Costituzione. (Applausi dei senatori Perduca e Poretti). Dico anche mai più carceri in cui si possa temere, se non la tortura fisica, quella psichica legata a condizioni di inadeguatezza che sono legate, a loro volta, proprio a quel processo di sovraffollamento che lei, signor Ministro, ha coraggiosamente segnalato. (Applausi dei senatori Perduca e Poretti)
Contro tale situazione dobbiamo costruire una strategia comune che deve essere fatta di rieducazione, di scuola, di lavoro, deve essere fatta di rispetto, di quella dignità a cui lei faceva riferimento.
Io credo, signor Ministro, che dovremmo ripartire dal contenuto dell'articolo 27 della Costituzione, e comprendere che il carcere non è una vendetta della società nei confronti di chi ha compiuto un crimine ma è un'apertura di credito che la società fa nei confronti di se stessa, nel momento in cui scommette sulla sua capacità di rieducare e riportare all'onestà una persona che ha deviato.
È allora necessario che sul sistema carcerario ci si fermi a ragionare non poco, e lei l'ha fatto, signor Ministro, con una serie di ipotesi che certamente vanno approfondite ma che mi sembrano la strada più corretta per raggiungere l'obiettivo. Il problema non è quello di ridurre le pene o di avere uno Stato che sia "buonista" nei confronti di chi commette il crimine. No, noi abbiamo bisogno della certezza della pena, ma anche della certezza dell'azione di recupero ed è la seconda che spesso non viene compiuta, nonostante essa sia equiordinata rispetto alla prima.
Voglio fare soltanto una riflessione che riguarda il costo della detenzione. Non vogliamo fare un ragionamento morale o etico sull'azione di recupero? Bene, facciamone uno economico. Un detenuto costa allo Stato circa 100.000 euro l'anno; ogni detenuto recuperato è un detenuto che torna a lavorare e non costa più alla società.
Onorevoli colleghi, onorevole Ministro, vorrei parlare tanto di questo tema, ma mi rendo conto che il tempo è tiranno; allora le do soltanto alcuni dati: l'85 per cento di chi è trattato in carcere non torna a delinquere; l'85 per cento di chi non è trattato in carcere torna a delinquere; l'85 per cento dei detenuti che trovano un lavoro e cominciano a lavorare esce dal circuito criminale. Questi dati mi sembrano importanti. La sua proposta mi sembra importante, perché nuove carceri significano nuovi spazi per socializzare, per lavorare, per imparare un mestiere, per andare a scuola. (Applausi della senatrice Poretti).
Signor Ministro, la invito anche ad accertare se non sia possibile erodere il meno possibile - a parte il gioco di parole - la cassa delle ammende, perché è da lì che si recuperano le risorse non solo per costruire il carcere, ma anche per costruire una strategia occupazionale per i reclusi. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Cintola, Perduca e Poretti).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Galperti. Ne ha facoltà.
GALPERTI (PD). Signora Presidente, onorevoli senatori, signor Ministro, la nostra valutazione intorno alla relazione presentata in Senato oggi non può non essere critica. Avevamo già evidenziato all'atto della manovra finanziaria un saldo negativo per quanto attiene alla voce giustizia di 210 milioni di euro per il 2009, di 250 milioni di euro per il 2010 e, infine, per il 2011 una drastica diminuzione ammontante a ben 442 milioni di euro.
Con tali premesse, con le risorse previste in bilancio, era difficile ipotizzare che decisive questioni ‑ alle quali peraltro il Ministro ha fatto cenno ‑ concernenti la riqualificazione e la copertura della pianta organica degli operatori di giustizia, la stabilizzazione dei lavoratori a tempo determinato, nonché l'informatizzazione e la digitalizzazione dell'organizzazione giudiziaria, potessero trovare segnali di maggior concretezza nella relazione del Ministro sullo stato della giustizia nel nostro Paese.
È invece, credo - dobbiamo dirlo - di certo accoglibile favorevolmente la decisione della costruzione di nuovi istituti penitenziari, con la prevista, auspicabile e anch'essa condivisibile differenziazione per tipologia e gravità del reato, anche se a questa intenzione dovrebbero essere aggiunte alcune considerazioni ulteriori rispetto alla funzione rieducativa della pena, che abbiamo sentito dal senatore Fleres, e quindi al tema dell'attività lavorativa connessa al sistema detentivo; così come qualche parola in più ci saremmo attesi in ordine al passaggio delle competenze sulla medicina penitenziaria dal Ministero della giustizia al Ministero della salute, come previsto - ricordiamo - dal decreto attuativo firmato dal Governo Prodi in vigore dal primo aprile 2007, a ben otto anni dal decreto legislativo n. 230 del 1999. Ci sono voluti otto anni perché, in verità, così vanno le cose nel nostro Paese.
Certo, in via generale, la relazione contiene anche elementi condivisibili. Ma perché non prendere atto che a nove mesi dall'avvio della legislatura dobbiamo considerare che seppure la giustizia, come tutti ritengono (come lo stesso Ministro con i dati che oggi ci ha fornito ha confermato ed anche l'opinione pubblica pare esserne ben cosciente), viene a trovarsi in uno stato di simile emergenza a questa condizione al momento non sono state fornite risposte esaustive; neanche oggi sono pervenute notizie incoraggianti. O meglio, tutti gli interventi legislativi adottati dall'inizio della legislatura fino ad oggi - anche in questa sede il Ministro lo ha ricordato, ma secondo me è un indice di debolezza che conferma la crisi in cui versa la giustizia - sono stati volti ad affrontare questioni organizzative dettate dalla necessità e dall'urgenza. Così infatti è stato per l'ennesima proroga riguardante la magistratura ordinaria, così è stato per il provvedimento volto a risolvere la questione delle cosiddette sedi disagiate o sedi di frontiera. L'unica vera accelerazione ha riguardato la sospensione del processo penale per le alte cariche dello Stato.
Ci attendevamo quindi oggi, ma le attendiamo ancora per il futuro, proposte che abbiano forma istituzionale adeguata e definitiva, anziché il moltiplicarsi di dichiarazioni e di interviste di esponenti della maggioranza di centrodestra, tutte regolarmente modificate o smentite il giorno seguente. Ci aspettavamo e ci aspettiamo che si possano imprimere accelerazioni su temi come il giudizio civile, ma anche amministrativo, che già nella scorsa legislatura furono oggetto di iniziative peraltro importanti da parte del Governo Prodi, iniziative sulle quali si potrà raggiungere - e ciò si può ragionevolmente supporre - in tempi ragionevoli una possibile convergenza e condivisione all'interno delle Aule parlamentari.
Sono peraltro questi, quelli che interessano la vita quotidiana di molti cittadini, di molte aziende, di molti professionisti, i temi sui quali - come si è sentito anche dalla relazione rispetto ai tempi dei processi - si attendono risposte immediate e concrete. Oppure, si potrebbe partire dalla questione da tutti citata - quindi, si suppone, condivisa - che attiene alla revisione e alla riorganizzazione delle sedi giudiziarie, che libererebbe risorse, personale ed abbatterebbe sprechi ed inefficienze.
Se, insomma, si vuole e si vorrà un confronto vero istituendo un metodo praticabile, partendo da ciò che in qualche misura può essere condiviso e non da ciò che sicuramente divide, che peraltro farebbe recuperare al Paese efficienza e funzionalità, beh, se si vorrà percorrere questa strada, noi non ci faremo trovare di certo impreparati, né indisponibili. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Giai).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saltamartini. Ne ha facoltà.
SALTAMARTINI (PdL). Signora Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, credo che la relazione del Ministro della giustizia abbia dimostrato in modo inequivocabile i passi che l'attuale maggioranza ha compiuto a livello legislativo per assicurare maggiore giustizia e sicurezza nel nostro Paese.
Intervengo, signor Ministro, per sottolineare l'importantissimo risultato che in questi giorni la Polizia giudiziaria di Roma ha acquisito giungendo all'identificazione degli autori materiali - almeno così sembra dai primi accertamenti svolti - dei gravissimi fatti che si sono verificati nell'area della capitale e, in particolare, nella cittadina di Guidonia.
Signor Ministro, credo che le importanti attività di indagine svolte dalla polizia giudiziaria debbano ora trovare uno sviluppo successivo con i giudizi direttissimi e abbreviati, norme che abbiamo approvato qui, all'inizio di questa legislatura, con il decreto-legge n. 92 del 2008.
Credo che non sia neppure del tutto inconferente svolgere una riflessione, de iure condendo, se sia giusto che gli autori di questi gravissimi reati, fermati o arrestati addirittura in flagranza di reato, possano godere di uno sconto di pena di un terzo con il giudizio abbreviato. Così come credo, de iure condendo, che si debba rivalutare la posizione sostanziale e strumentale delle parti lese e, in particolare, l'azione per il risarcimento del danno non patrimoniale derivante dal reato.
Anche sul tema del riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche si dovrà fare un ulteriore approfondimento, perché la discrezionalità dell'autorità giudiziaria non possa giungere a casi come quelli che sono stati segnalati in questi giorni, per cui gli autori di gravissimi reati non solo non sono stati puniti e perseguiti secondo un rigore necessario in relazione ai fatti compiuti, ma soprattutto non si sono applicate quelle norme che il Parlamento ha approvato, appunto, nei recentissimi provvedimenti.
Vede, signor Ministro, lei ha sottolineato come nel nostro Paese si sia avviata una prassi di interpretazione costituzionale per cui le funzioni del Ministro della giustizia sono solo quelle di occuparsi degli uffici o delle fotocopiatrici, perché evidentemente il ruolo del Consiglio superiore della magistratura si è esteso anche a funzioni - che dovrebbero riguardare l'attività di un Ministro della giustizia - di indirizzo sul sistema giudiziario. Cosa diversa è l'autonomia della magistratura e la sua soggezione unicamente alla legge.
Signor Ministro, nel sistema a più antica vocazione giurisprudenziale che è il common law, sulla base del quale la magistratura inglese ha costruito, nell'arco di circa 900 anni, un vero e proprio ordinamento giuridico, oltre un secolo fa, con i Judicature Acts, è stato costruito il sistema della House of Lords, che svolge funzioni parallele alla nostra Corte di cassazione; ebbene, in Inghilterra nessuno potrebbe concepire che l'ordinamento e la giurisdizione si sottraggano al vincolo di ubbidire ed eseguire esattamente i precetti normativi che il Parlamento di quel Paese approva.
Anche intervenendo sulle riforme che riguardano la nostra Costituzione, ritengo che si debbano adeguare i princìpi costituzionali al processo accusatorio e, quindi, ad elementi di certezza e di efficienza del sistema giudiziario del nostro Paese. Quando, nel 1948, fu costruito l'attuale sistema, lo sfondo su cui si mossero i Padri costituenti era il processo inquisitorio di quell'epoca. Credo che dovremmo modificare le norme processuali previste in Costituzione, perché un processo celere e soprattutto una giustizia efficiente che non comprime i diritti inviolabili di difesa dei cittadini è un'esigenza essenziale per la dignità, la civiltà e la certezza dei rapporti giuridici del nostro Paese.
Quindi, signor Ministro, la prego di continuare con la sua opera e andare avanti fino in fondo, perché la maggioranza e questo Parlamento la sosterranno nel suo percorso, perché ci viene richiesto non solo dagli elettori del nostro Paese, ma soprattutto dai fondamentali elementi e della storia di civiltà che l'Italia rappresenta nel contesto internazionale. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mugnai. Ne ha facoltà.
MUGNAI (PdL). Signor Ministro, nelle sue parole è vibrata una tale nota di convinta e appassionata partecipazione che io a lei direttamente mi rivolgerò: un dialogo che, sia pure in questa forma diretta, è rivolto a tutta l'Aula e a tutti gli italiani.
La sua relazione parte da una premessa che ne costituisce poi l'asse portante. La giustizia, intesa nel suo insieme, è ormai una priorità nazionale. Non è la crisi di un comparto ancorché qualificato, bensì una crisi di sistema che incide sulla credibilità del nostro Paese, con significativi e gravi riflessi anche per quanto riguarda lo sviluppo economico.
Quanto lei oggi c'ha illustrato e proposto, signor Ministro, non èun'ipotesi di riforma quanto piuttosto una vera, grande ed autentica riforma che parte da una altra premessa altrettanto fondamentale: l'assoluta consapevolezza - e lei per la prima volta ha avuto l'onestà intellettuale e il coraggio di affermarlo con forza in quest'Aula - che l'esistente non soltanto è assolutamente inadeguato, ma parimenti è evidentemente fortemente compromesso e viziato. I numeri che lei ci ha riferito fotografano una realtà del sistema giustizia quasi mostruoso nella sua abnormità.
Ed allora, quella che lei ci ha illustrato e proposto è una riforma vera, perché non si nasconde dietro una logica sterile dei numeri, dietro comodi paraventi o compiacenti indulgenze, ma prende, come spesso suol dirsi, il toro per le corna e afferma con forza la necessità di una riforma organica che tocchi non l'uno o l'altro aspetto, ma tutti i settori del complesso, delicato ed articolato mondo della giustizia, operando su un piano sia ordinamentale che istituzionale per renderci una giustizia che sia più celere ed efficiente.
E in questo suo percorso l'affermazione, certamente forte ma parimenti responsabile, di far riassumere al Guardasigilli e al suo Dicastero quel ruolo che l'articolo 110 della Costituzione gli assegna è fondamentale. C'è un passaggio della sua relazione, signor Ministro, che più di ogni altro mi ha colpito: «Non c'è potere senza responsabilità, ma parimenti non vi è responsabilità senza potere». E allora, se è vero che vi è un principio assolutamente da salvaguardare, quello dell'autonomia e dell'indipendenza vera della magistratura, è parimenti vero che questo principio non collide ed anzi necessariamente si coniuga con il diritto-dovere di chi è preposto dalla Costituzione al funzionamento della macchina della giustizia, a monitorare, sorvegliare e migliorare il funzionamento degli uffici. In tal senso le prime e non certo poche iniziative che lei ha assunto, signor Ministro, attestano la sua precisa volontà di operare in tal senso.
Gli italiani, signor Ministro, vogliono magistrati sì indipendenti ed autonomi, ma vogliono magistrati parimenti professionalmente capaci, non lottizzati, non imbrigliati nello sterile dibattito interno delle correnti politiche della magistratura. Vogliono soprattutto sentire i magistrati più vicini a sé stessi nella misura in cui tornino ad essere cittadini come tutti gli altri, dove controllore e controllato non coincidano e dove chi merita sarà premiato, ma chi sbaglia deve necessariamente pagare in qualche modo il prezzo dei propri errori che si riverberano poi su terzi soggetti.
In questo senso e in questa direzione anche le prime iniziative che lei ha assunto, prima fra tutte quella del Protocollo di intesa per l'informatizzazione e la digitalizzazione, vanno certamente nel senso di recuperare funzionalità ed efficienza. Parimenti convincenti, e sotto un certo aspetto entusiasmanti per le promesse che hanno in sé implicite, sono le linee guida che lei ha enunciato: l'attuazione finalmente del principio del giusto processo; una parità assoluta tra accusa e difesa; una vera riforma del processo civile; riforme di rango costituzionale, perché l'esistente non soltanto è inadeguato, ma produce la mostruosità alla quale oggi si assiste in termini quantitativi e qualitativi; le norme volte a combattere la criminalità organizzata in modo più efficace e deterrente; gli interventi volti finalmente a modificare e migliorare il sistema carcerario; la riforma della magistratura ordinaria e delle professioni. Lei, signor Ministro, insieme a coloro che la affiancano e la sostengono, non si è limitato ad affermarle, ma ha già cominciato a porle in essere.
I provvedimenti approvati, quelli in corso di approvazione, quelli prossimi ad approdare in Parlamento, unitamente alle altre iniziative più tipiche della sua funzione, ne sono la dimostrazione più convincente, suffragata dai primi e più che soddisfacenti risultati: lotta alla criminalità organizzata (come altri colleghi hanno già ricordato), colpita oltretutto nei suoi patrimoni illeciti; ripristino di condizioni di sicurezza e di decoro urbano; maggiore tutela per i più deboli; copertura di sedi disagiate con magistrati qualificati; significativi e incisivi interventi in materia processuale civile già approvati da un ramo del Parlamento; accordi internazionali sia in materia civile sia finalizzati alla più efficiente lotta alla criminalità; recupero ed ottimizzazione delle risorse nel comparto giustizia con contestuale lotta agli sprechi. E sono passati solo otto mesi.
Continui così, signor Ministro! Noi le staremo accanto, come quella stragrande parte degli italiani che ci hanno votato perché questa riforma di sistema, che è prima di tutto riforma di civiltà ancorché di diritto, si attui. Non si lasci scalfire, signor Ministro, da attacchi che anche questa sera sono risuonati in quest'Aula, condotti quasi sul piano personale, in riferimento ad un provvedimento che ella responsabilmente ha preso, affrontando il fondamentale tema della governabilità del Paese nel rispetto della volontà degli elettori. L'anomalia non è il rispetto della volontà popolare, che è sovrana: la vera anomalia è un sistema giudiziario spesso incontrollato che ha prodotto non una ma più vicende, l'una più mostruosa e abnorme dell'altra.
Proprio perché anche in questa sede la logica di quei numeri non sia dimenticata, li vorrei citare ancora una volta: 101 procedimenti penali relativi a soggetti o società del gruppo Fininvest, con 1.104 soggetti coinvolti, 130 legali, 67 consulenti. In riferimento a 59 procedimenti sono state tenute complessivamente 2.140 udienze, di cui 731 in procedimenti riguardanti direttamente il Presidente del Consiglio. Sono state richieste 35 misure cautelari, sono stati effettuati 487 accessi per perquisizioni, sequestri e acquisizioni documentali, con asportazione di oltre 2 milioni di documenti. Sono stati effettuati accessi in oltre 30 banche in Italia e all'estero, sono stati controllati 100 conti correnti, 170 libretti al portatore e, a fronte di tutto questo e di ciò che è costato alla collettività degli italiani, vi sono stati 109 proscioglimenti e 75 assoluzioni. Questa è una mostruosità, come altre alle quali negli ultimi giorni siamo stati costretti ad assistere!
Allora, continui, signor Ministro. Ella ha gettato più che un sasso nello stagno: ella ha gettato un autentico macigno e siamo certi che le onde che questo ha provocato spazzeranno via dalla palude morta della giustizia stagnazioni, rendite clientelari e parassitarie, incrostazioni, dando finalmente all'Italia una giustizia degna di tal nome. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Poretti. Ne ha facoltà.
PORETTI (PD). Signora Presidente, senatrici e senatori, signor Ministro, torniamo a parlare della giustizia per i cittadini invece che della giustizia per il Presidente del Consiglio. Credo che sia davvero più utile per tutti noi. (Applausi dei senatori Perduca e Maritati).
Sulla riforma della giustizia, per quanto ci riguarda, come radicali, dal momento dell'insediamento della legislatura abbiamo cercato un dialogo con chiunque avesse la volontà e la voglia di affrontare l'argomento e di affrontarlo con tutti i temi della nostra storia radicale, con i temi dei referendum, con le proposte che da anni facciamo, che da anni i cittadini italiani sostengono e che da anni la politica però non riesce ad affrontare: l'obbligatorietà dell'azione penale, la separazione delle carriere dei magistrati, la responsabilità civile dei magistrati (referendum Tortora e la legge Vassalli che l'ha disatteso), il sistema elettorale del CSM, le depenalizzazioni e la razionalizzazione delle fattispecie criminose.
Purtroppo non sembra che si stia andando in questa direzione, quantomeno dai primi atti di questa legislatura. L'immigrazione e la prostituzione, infatti, sono nuovi reati che andranno a ingolfare quel sistema giustizia di cui ci ha offerto un quadro desolante lo stesso Ministro nella sua relazione.
Alla Camera la delegazione radicale ha presentato una risoluzione; non lo faremo qui al Senato, ed anzi ci asterremo dal votare tutte le risoluzioni presentate e questo per un motivo molto semplice: una qualsiasi riforma della giustizia si voglia fare, anche la migliore e l'ideale, sarà nulla se non si partirà con un azzeramento della situazione esistente. La zavorra dei quasi 10 milioni di processi pendenti non potrà far decollare alcuna riforma, neppure la migliore. C'è bisogno di un'amnistia. (Applausi del senatore Perduca). Era quello che avevamo chiesto dopo l'indulto, era quello di cui c'era bisogno per il Paese. Era l'amnistia di cui c'era bisogno per gli stessi magistrati, perché potessero lavorare. L'indulto doveva essere seguito dall'amnistia. Siamo invece davanti ad una amnistia di fatto, quella che si può permettere soltanto chi ha dei buoni avvocati, quelli che riescono ad ottenere lo stesso risultato, per decorrenza dei termini e per la prescrizione dei reati.
Bene allora la digitalizzazione e l'informatizzazione dell'intero sistema di giustizia. Anzi, offriamo di più: perché non arrivare a una vera e propria digitalizzazione del pianeta delle carceri per avere in tempo reale i dati sul sistema carcerario? Allora, nuove carceri? Nessuno è pregiudizialmente contrario. Attenzione, però! Ve ne sono alcune costruite a metà. Che ne facciamo? Ne proseguiamo la costruzione oppure ne avviamo di nuove per lasciarle poi a metà?
C'è poi la Cassa delle ammende, su cui poco fa il senatore Fleres ha richiamato l'attenzione. La Cassa delle ammende è purtroppo uno strumento poco utilizzato, ma destinato proprio all'attuazione del principio previsto dalla Costituzione del reinserimento, e della riabilitazione dei detenuti. E noi vogliamo sottrarre proprio da quella cassa i soldi per costruire nuove carceri? Davvero, ministro Alfano, ci ripensi a prendere quei soldi dalla Cassa delle ammende. Li prenda da altre parti, ma non da lì, altrimenti il principio costituzionale davvero viene meno.
Si dice: mai più bambini nelle carceri. Però, per passare dagli slogan alle misure concrete intanto le abbiamo già fatto un'offerta, e la prima firma è la mia. È un disegno di legge sottoscritto anche dai senatori del centrodestra e della maggioranza. C'è bisogno di calendarizzare fin da subito quel disegno di legge per togliere i bambini dalle carceri.
Sempre in tema di sistema carcerario, i manicomi criminali non sono stati citati dalla sua relazione, però ci tengo a farlo io. Le cronache dei giornali riportano episodi di chi ammazza i genitori o la fidanzata, e allora l'infermità o la seminfermità mentale appaiono quasi come uno sconto di pena. Purtroppo esistono in Italia i manicomi criminali. Meglio: si chiamano ospedali psichiatrici giudiziari, ma di cura per persone che ne hanno bisogno non c'è nulla, ci sono solo delle celle per persone che, se non sono matte, una volta che vi entrano, davvero rischiano di impazzire. Si parla addirittura di ergastoli bianchi. Quindi, non si tratta di sconti di pena: si rischia di entrare lì dentro per non uscirne più.
Carcere duro: articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario. Riprenderemo nell'Aula del Senato l'esame del disegno di legge sulla sicurezza e subito ci troveremo di fronte a quella riforma del 41-bis. Ma l'avete letta, colleghi, anche quelli che si definiscono garantisti? Avete letto che c'è scritto che da quattro ore si vuole passare a due ore d'aria? Cosa c'entra questo col 41-bis? L'articolo 41-bis doveva servire ad isolare i detenuti mafiosi, a non fare avere loro contatti con la mafia e la criminalità. Ed allora, due ore d'aria? Dimezzare le ore d'aria e ridurre i colloqui con l'avvocato? Così si dà davvero l'idea di un intervento punitivo più che di un intervento volto ad isolare il detenuto dall'ambiente criminal mafioso. E non parliamo poi del fatto che con quell'articolo, concordato e davvero bipartisan (è stato introdotto in Commissione con le firme della maggioranza e dell'opposizione), si intende addirittura riaprire carceri come quello dell'Asinara e delle altre isole.
Infine, un appello diretto, signor Ministro, di cui poi le consegnerò il testo. Abbiamo presentato un emendamento al disegno di legge sulla sicurezza, il cui esame riprenderemo la prossimo settimana, per il momento sottoscritto da una settantina di senatori: vi offriamo finalmente l'occasione di adeguare il sistema penale italiano alla Convenzione dell'ONU contro la tortura per introdurre in Italia tale reato. Mi appello direttamente a lei perché faccia suo il testo di quell'emendamento, che riproduce testualmente l'articolo 1 della Convenzione mondiale contro la tortura, ed il Governo esprima un parere favorevole allo stesso. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alia. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut). Signora Presidente, signor Ministro, siamo convinti che la giustizia nel nostro Paese abbia bisogno di cambiamenti sostanziali; ne siamo convinti quanto lei, signor Ministro, e abbiamo apprezzato molto la sua relazione, che non poteva che essere contenuta e realistica, considerato che questo è il primo anno del suo difficile incarico ministeriale.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,40)
(Segue D'ALIA). Le sue preoccupazioni per una crisi del sistema che sta andando ormai oltre il limite della tollerabilità sono anche le nostre. Lo ha detto anche lei oggi: l'obiettivo primario deve essere quello di rendere la giustizia, a tutti gli effetti, un servizio per i cittadini, facendole recuperare credibilità agli occhi della gente.
È noto infatti che la giustizia oggi non solo funziona male, ma, fatto altrettanto grave, risente di un'impopolarità diffusa. Da molti italiani essa è infatti vista ormai come ostile, distante, incapace di risolvere i problemi, anzi capace di crearne di ulteriori, con sentenze creative, con rinvii e ricorsi che allungano i processi all'inverosimile, con prescrizioni per reati particolarmente gravi e odiosi, con ribaltamenti di sentenze che riabilitano persone, ad esempio, a distanza di tanti anni.
Credo tutti siamo convinti che se viene a mancare la fiducia dei cittadini nei confronti dell'esercizio della giurisdizione significa che è venuto davvero il momento di interventi profondi e radicali. E poiché siamo convinti di tutto ciò, signor Ministro, le diciamo subito con grande franchezza che il nostro è un atteggiamento di confronto costruttivo su questo tema, perché riteniamo che, sgomberato il campo dalla controversia tra la politica e la magistratura, così come si è andata delineando in questi anni, cosa che lei molto opportunamente ha fatto nella sua relazione, restino tutti in piedi i problemi che i cittadini italiani soffrono nel momento in cui si trovano a dover chiedere l'attuazione di diritti costituzionalmente garantiti.
Mi riferisco ai diritti che attengono non solo a beni fondamentali, alla proprietà, ai rapporti, all'adempimento di obblighi contrattuali e quant'altro, ma soprattutto alla garanzia della libertà personale, cioè quando l'attività della giustizia interviene - o dovrebbe intervenire - in maniera intrusiva, nei limiti previsti dalla Costituzione, incidendo su diritti fondamentali degli individui.
Per tale ragione, signor Ministro, abbiamo inserito nella nostra risoluzione, ancorché per sommi capi, come impone l'attività parlamentare, i punti che pensiamo possano essere utili a un confronto costruttivo. Tale confronto si sta arricchendo del dibattito che avviene nelle Aule parlamentari e che, per la verità, sta avvenendo in tante sedi qualificate di partito, in tante fondazioni, con iniziative che cercano di dare un contributo a un tema che obiettivamente rappresenta una priorità. Infatti, il livello di civiltà di un Paese si misura dalla velocità con la quale i cittadini ottengono piena soddisfazione dei propri diritti: quanto più il sistema è veloce ed equo sotto questo profilo, tanto più è competitivo ed aiuta anche il sistema economico e sociale a crescere e a progredire.
Dal nostro punto di vista è evidente che una riforma della giustizia debba garantire giudizi più rapidi e rendere maggiormente prevedibili le conseguenze giuridiche dei comportamenti dei cittadini, a cominciare dal settore civile; non a caso questa è, a nostro parere, un'importante priorità.
Nel settore civile riteniamo indispensabile che la riforma incida in primo luogo sulla pluralità dei riti. Non crediamo che sia più possibile immaginare un sistema che tutela i diritti con tanti processi diversi quanti sono i diritti che il nostro codice civile riconosce e garantisce. Peraltro, tale diversità di rito determina appesantimenti a volte non necessari e che non sono tagliati e misurati sulle peculiarità e sulla natura del diritto oggetto di controversia.
A tutto ciò aggiungiamo l'ovvia considerazione che oggi dovrebbe essere possibile e dovrebbe essere la regola l'introduzione del giudice monocratico per tutto il primo grado del processo civile. Questo consentirebbe di dare vita a un unico rito ordinario di cognizione e consentirebbe non solo di recuperare risorse umane professionali da destinare ad altre incombenze e a coprire gli organici, ma anche di avere un'attività giurisdizionale in materia molto più snella ed efficiente, così come l'assunzione della prova in contraddittorio davanti a un giudice diverso, così come la deflazione del contenzioso giudiziale e la possibilità di ampliare la sfera della risoluzione extragiudiziale delle controversie, mutuando, ad esempio, il sistema previsto per gli arbitrati nel giudizio del lavoro.
Ancora, auspichiamo una revisione dell'attuale sistema dell'impugnazione e strumenti più snelli e più selettivi, sempre nel rispetto della garanzia dei diritti costituzionalmente garantiti, anche di ciò che la nostra Costituzione prevede sui gradi di giudizio, strumenti che sul piano della celebrazione del giudizio per Cassazione consentano una maggiore possibilità che la Corte di cassazione si occupi di quei giudizi che hanno un rilievo e un valore per il Paese e non anche di questioni marginali.
Altro terreno di confronto, secondo la nostra opinione, è quello che riguarda il settore penale. Un primo elemento di confronto riguarda la riforma degli istituti della contumacia e delle notifiche (sulle quali segnalo peraltro un nostro disegno di legge, che è stato presentato qui al Senato) e la possibilità di valutare l'introduzione di un doppio termine di prescrizione: l'uno oggettivo, decorrente dal fatto-reato, e l'altro soggettivo, decorrente dall'iscrizione nel registro degli indagati del soggetto, (quindi molto più ristretto). Inoltre, occorre che, ad esempio, i provvedimenti cautelari, fortemente intrusivi della libertà personale, siano oggetto di valutazione da parte di un giudice collegiale.
Credo che questo possa essere un tema su cui maggioranza e opposizione possano avere un confronto sereno, depurato dai soliti stereotipi, ormai desueti, in forza dei quali ogni volta che si affronta il tema della riforma della giustizia c'è sempre un contenzioso politico che si interpone ed ostacola soluzioni eque ed efficienti per l'intero sistema.
Lei, nella sua relazione, signor Ministro, ha trattato il tema delle intercettazioni telefoniche. Anche in questo caso riteniamo che sia opportuno che le intercettazioni siano disposte attraverso la valutazione di un organo collegiale e riteniamo che sia positiva, ad esempio, la proposta che abbiamo fatto alla Camera, di definizione di un budget annuale di massima per ciascuna procura per l'utilizzo delle intercettazioni, determinato ovviamente d'intesa con il Consiglio superiore della magistratura.
Vorrei, a questo riguardo, soffermarmi su alcune questioni che credo sia giusto in questa sede precisare, anche perché comprendo le polemiche di questi giorni. Noi abbiamo chiesto che, ad esempio, sul cosiddetto archivio Genchi, sulla sua esistenza o inesistenza, vi sia un approfondimento da parte del Parlamento (che, in realtà, sta già provvedendo attraverso il COPASIR). Ritengo opportuno cercare di definire esattamente i contorni e il contenuto di ogni questione in merito.
Noi dobbiamo occuparci - e il Parlamento lo sta facendo alla Camera - della disciplina delle intercettazioni, della loro utilizzabilità, del loro uso nel processo e, soprattutto, fuori dal processo, anche attraverso l'uso distorto e mediatico della pubblicazione arbitraria delle stesse. Su questo tema c'è un confronto; tutti ci stiamo sforzando di dare un contributo. Al di là dell'utilizzabilità e della strumentalità delle intercettazioni come mezzo di acquisizione della prova, il tema centrale è l'uso che di questi atti, tutti attinenti al processo e all'esercizio dell'azione penale in quanto tale, se ne fa sui giornali per altri fini.
L'idea di ripercorrere il tentativo della preservazione del divieto della pubblicazione credo sia una strada che fino ad oggi non ha prodotto i risultati sperati. Noi riteniamo, viceversa, che sia necessario introdurre degli elementi che, nel rispetto della libertà di informazione, contrastino la pubblicazione arbitraria di documenti giudiziari che sono coperti da segreto, anche con l'applicazione di sanzioni pecuniarie interdittive quali quelle previste dal decreto legislativo n. 231 del 2001 sulla responsabilità delle persone giuridiche. Solo così si può evitare che il contenuto di intercettazioni, peraltro coperte da segreto istruttorio, possa essere oggetto di un tribunale mediatico che non solo reca - e già questo di per sé sembra sufficiente - nocumento alle indagini e alle attività della magistratura, ma sposta il tiro e l'attenzione dell'opinione pubblica, più che sul processo e sul fatto, su ciò che ciascuno immagina che di quel processo e di quel fatto sia avvenuto.
Signor Ministro, l'altra questione che credo debba essere oggetto di particolare attenzione (lo dico perché è un tema legato alle questioni che sono state sollevate sul cosiddetto archivio Genchi) è la disponibilità di dati sensibili che sono acquisiti attraverso indagini di polizia giudiziaria. Questo è il caso dell'archivio Genchi, nel senso che, qualora vi fosse un archivio di così grandi dimensioni, che non può essere autorizzato fuori da una struttura quale una procura o un tribunale, obiettivamente si solleverebbe una questione preoccupante.
Ma questo è solo l'ultimo (o forse il secondo) degli eventi. Sembra passata un'eternità, ma sono trascorsi meno di tre anni da quando siamo stati chiamati ad occuparci della vicenda Telecom e, segnatamente, utilizzando un linguaggio ormai demodé, dell'uso che alcuni uffici o servizi deviati della Telecom hanno fatto dei tabulati telefonici e delle cosiddette schedature.
Voglio sottolineare questo aspetto perché il problema, altrimenti, viene spostato. Infatti, un conto è la disciplina delle intercettazioni legali e del loro uso, un altro conto è la circostanza che il nostro ordinamento, per tutelare la sicurezza dello Stato, attraverso l'uso legittimo di strumenti di acquisizione probatoria come le intercettazioni, che con questa scusa non possono essere compromesse, utilizzi queste stesse intercettazioni per altri fini, cioè per costruire banche dati in cui politici, imprenditori, calciatori, lavoratori di un'impresa possano essere in qualche modo schedati, con un conseguente utilizzo improprio di tali dati.
Su questo tema e in questa materia il livello della nostra legislazione è carente e i poteri dell'Autorità garante della privacy sono, con tutto il rispetto, risibili. L'Autorità interviene sempre dopo che un fatto è accaduto, mai prima; non ha alcun potere sanzionatorio particolarmente efficace, non ha gli strumenti e le risorse per svolgere a pieno un compito che oggi più di ieri è importante. Ogni qualvolta si parlerà di Telecom oppure di Genchi, questo tema tornerà sempre a galla.
In questo Paese, signor Ministro, non è possibile che esistano tanti soggetti che trafficano legittimamente in dati sensibili che siano fuori controllo. Infatti, il dato che emerge dalla polemica di questi giorni non riguarda tanto l'attività di questo consulente, che sarà oggetto di verifica da parte degli organi della magistratura; ciò che emerge - e che non si vuole far emergere, come non si è voluto far emergere nell'ambito della vicenda Telecom, che è una vicenda assolutamente scandalosa per un Paese civile - è che vi possano essere soggetti che manipolano dati acquisiti nel corso di attività lecite o legittime e il cui utilizzo invece sia improprio e illecito. Questo non è più tollerabile, perché alimenta quel tritacarne nel quale a volte ci troviamo.
Vi è un'altra questione che credo sia necessario sottolineare, signora Presidente. Noi apprezziamo molto lo sforzo che il Governo sta facendo in materia di legislazione antimafia. Vi è un confronto aperto e noi abbiamo avanzato una serie di proposte, ma riteniamo sia necessario porre mano (ad esempio, quando si introducono tante e nuove figure di reato) a una valutazione di coerenza del sistema, altrimenti anche il processo di sovraffollamento delle carceri potrà dipendere dall'introduzione di sanzioni penali che sono bei manifesti ideologici, ma non portano da nessuna parte. Il caso a cui mi riferisco è l'introduzione del reato di immigrazione clandestina.
La nostra risoluzione contiene questi aspetti. La integriamo con una richiesta dei colleghi autonomisti trentini in riferimento alla corte di appello di Bolzano, che è stata citata come esempio di buona pratica. Sollecitiamo l'esame dell'Atto Senato n. 820, che credo possa essere utile, e ci riserviamo di dichiarare il nostro voto all'esito del dibattito. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lumia. Ne ha facoltà.
LUMIA (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, abbiamo ascoltato con attenzione e senza pregiudizi la relazione del ministro Alfano. Il senatore Casson e gli altri senatori del PD hanno spiegato in modo dettagliato le nostre valutazioni, critiche e severe, ma sempre costruttive e propositive.
C'è una differenza di fondo che mi preme sottolineare in due battute. Per voi - e per voi intendo il Presidente del Consiglio, con pervicace ostinazione, la maggioranza, non sempre concorde e con molti travagli, e lo stesso ministro Alfano, di cui ho l'impressione che non sempre abbia la stessa convinzione culturale, ma certamente con accondiscendenza operativa acritica e passiva - il tema centrale dell'assetto della giustizia è ribaltare l'assetto ordinamentale e costituzionale dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura. Per noi del Partito Democratico sono centrali l'efficienza del sistema giustizia, l'efficienza nei processi e nel rito civile e l'effettività della pena, perché per noi al centro c'è il cittadino, a cui anche la giustizia, con profonde innovazioni, deve prestare tutta la sua operatività e tutte le sue risorse professionali.
Signor Ministro, lei ha rivendicato con orgoglio alcuni risultati nella lotta alla mafia, ma ha dimenticato di dire che a fondamento di questo orgoglio ci sono diverse proposte dell'opposizione e, in particolare, del Partito Democratico. Sul gratuito patrocinio, che oggi ha rivendicato a fondamento di una scelta, dichiarando la copertura per garantirlo nei reati di violenza sessuale, ha dimenticato che qui in Aula la prima valutazione del Governo fu un no; dopo la nostra insistenza ha cambiato opinione e così è stato possibile raggiungere una maggioranza comune a favore di una misura sul gratuito patrocinio che spazzi via la possibilità per i boss mafiosi di utilizzare questo grande istituto del nostro sistema democratico.
Quanto all'articolo 416-bis, è nostra proposta aumentare i massimi e i minimi: da sette e nove anni, come era prima, a nove e undici anni. Sui beni confiscati, signor Ministro, sono le nostre proposte che si sono integrate in Aula con settori della maggioranza per raggiungere quel risultato che qui ha rivendicato. Adesso, se vuole coltivare un altro po' di orgoglio in modo più adeguato per fare un salto di qualità, signor Ministro, proporremo in Aula, sull'articolo 41-bis, la possibilità per il nostro sistema di rendere rigoroso e applicabile questa importante disposizione.
Signor Ministro, ci aspettavamo da lei l'annuncio che rivedrà la sua proposta sul ruolo dei giudici di sorveglianza, visti i risultati che qui lei stesso ha ricordato, e che si potranno riaprire Pianosa e l'Asinara. Nella nostra proposta c'è questa possibilità e attendiamo una sua valutazione pubblica e coerente.
Anche sul tema delle intercettazioni, aspettiamo da lei con chiarezza la possibilità di raccogliere il grido di allarme del procuratore Grasso, il quale, sulla parte delle intercettazioni ambientali, denuncia che possono essere lese importanti indagini antimafia.
Infine, signor Ministro, avanzeremo due proposte: oltre alla prima sul testo unico, avanzeremo finalmente delle proposte che mi sono molto care sulla durata delle pene, al fine di prevedere per i reati di mafia pene dai 20 anni in su. In questo modo sarà possibile evitare quel meccanismo devastante, che abbiamo riscontrato in tutte le indagini, in forza del quale l'organizzazione mafiosa si riproduce grazie anche a pene molto inferiori alla gravità e alla minaccia che la mafia costituisce per il nostro sistema democratico. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Benedetti Valentini. Ne ha facoltà.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). Signora Presidente, caro Ministro, in cinque minuti non c'è altro modo di intervenire se non quello di portarle sostegno e approvazione al taglio e al contenuto della sua relazione, indicandole inoltre alcuni stimoli e temi particolari su cui incoraggiare il suo percorso riformatore.
Sarebbe però gradito se ci si ascoltasse nei pochissimi minuti che abbiamo a disposizione.
PRESIDENTE. Signor Ministro, credo che il senatore stia cercando di attirare la sua attenzione.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). Signor Ministro, le chiedo scusa, ma dicevo che in cinque minuti c'è il tempo per portare solidarietà e sostegno al taglio e alle linee del suo intervento e per indicarle, semplicemente enunciandone i temi, cinque o sei argomenti che nella sensibilità di ciascuno possono essere prevalenti.
In primo luogo, ha fatto molto bene ad aggredire responsabilmente il tema dell'autonomia dei giudici con riferimento alla potestà organizzativa dell'Esecutivo. È un tema delicatissimo, ma per il quale avrà il pieno sostegno di tutti i garantisti e di tutti i cultori dello Stato di diritto perché, con senso di responsabilità ma con coraggio, si vada avanti su questa strada. Alcuni princìpi, come quello della inamovibilità, che molto spesso si lega a quello della non responsabilità, devono ormai essere messi pienamente in discussione.
In secondo luogo, la riforma della magistratura onoraria e la risoluzione dei nodi che intorno ad essa si legano è urgente. Anche coloro che in passato ebbero qualche remora - e le parla uno di questi - in questo momento riconoscono il valore fondamentale, il ruolo imprescindibile della magistratura onoraria e la pregano, in maniera organica e coraggiosa, di andare avanti sotto questo profilo, tenendo presente che ormai, con i problemi che abbiamo di organico della magistratura, la valorizzazione dei giudici di pace e l'incremento, l'implementazione delle loro funzioni, anche - perché no - come membri dei collegi giudicanti e la valorizzazione del ruolo degli esperti nei collegi possono essere una strada per risolvere tanti problemi pratici e organizzativi della nostra giustizia.
Altri colleghi, come me, sottolineano la necessità, da questo punto di vista, di andare avanti risolutamente sulla strada della unificazione dei riti. L'unificazione dei riti è una sfida fondamentale della nostra civiltà giuridica e proprio nel momento in cui addirittura si pensa ad una forte concentrazione tra il civile e l'amministrativo, mi sembrano fuori della realtà coloro che spingono per una iperspecializzazione, per la moltiplicazione delle sezioni specializzate e dei tribunali più o meno specializzati. Questa è una lusinga che, se venisse seguita, ci caccerebbe in molti vicoli ciechi. Sono molto favorevole all'immissione nei collegi giudicanti di esperti che portino la loro specializzazione tecnica e competenza settoriale, ma non a questa moltiplicazione, né dei riti né delle sezioni specializzate, che non hanno dato buona prova.
Inoltre, il nocciolo della questione è il tema del risarcimento. Il cittadino oggi vuole essere risarcito, indennizzato, compensato del torto subito e vuole che i poteri civili dello Stato lo facciano: non si contenta di pene edittali, di grida manzoniane in termini penali e di altri vent'anni di discussione sull'effettività della pena. Il cittadino vuole che la pena, o addirittura la concessione dei benefìci che pure è concepibile, sia legata all'effettività del ristoro, del risarcimento morale e materiale, perché questo è il fine ultimo della giustizia sotto ogni latitudine e in ogni epoca della nostra civiltà.
A ciò si aggiunge l'esecuzione in materia civile, che è fondamentale perché la giustizia deve essere effettiva in campo penale come in campo civile. Infine, invito a giocare tutte le nostre risorse prima ancora che sull'organico dei magistrati su quello del personale ausiliario, signor Ministro, perché di questo i nostri uffici hanno straordinaria necessità.
Concludo col dire che condivido in pieno il suo slogan iniziale come ogni cittadino sensato: «lentezza prima nemica della giustizia». Questa è la sfida e da questo punto di vista devo dire che non condivido affatto la ricetta di chi ci chiede meno tribunali e soppressione delle articolazioni prossimali di giustizia ai cittadini. Sono fautore, come lei sa, insieme a tanti colleghi, della filosofia opposta. Aggiungo che ho visto che nelle risoluzioni questo tema è stato toccato dai colleghi della sinistra; l'opinione pubblica delle nostre 100 città, che hanno diritto alla giustizia come le metropoli, sapranno dove sono i responsabili che spingono nella direzione di depauperare le città stesse dei necessari presidi di giustizia. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Ambrosio. Ne ha facoltà.
D'AMBROSIO (PD). Signora Presidente, quattro minuti per la verità sono pochissimi.
Mi fa piacere, signor Ministro, aver letto che anche lei si è accorto che il male più grave della giustizia italiana è quello della lentezza dei processi. Lei ha anche dato i tempi di definizione, che sono veramente allarmanti, senza tener conto, tra l'altro, del giudizio per Cassazione, che ha tempi altrettanto lunghi. Le ricordo che a proposito proprio del giudizio per Cassazione è stato già depositato da tempo un mio disegno di legge per cercare di eliminare alcuni processi in quella sede; ciò sarebbe facilissimo, sopprimendo la possibilità del ricorso personale in Cassazione da parte del condannato, senza la firma di un avvocato specialista cassazionista, e soprattutto cercando di rendere effettiva la condanna al pagamento di una somma da parte di chi presenta un ricorso inammissibile. I disegni di legge sono lì, giacciono.
Mi ha fatto piacere anche vedere che lei ha preso in considerazione la difesa d'ufficio. Si tratta di una previsione che ha costi molto rilevanti. Mi faccia però dire che mentre la mia proposta di legge prevedeva che non fossero difesi a spese dello Stato gli spacciatori di droga, che guadagnano naturalmente moltissimo e non fanno certo dichiarazioni dei redditi, o gli imputati per associazione mafiosa, lei parla solamente di mafiosi condannati con sentenza passata in giudicato i cui difensori saranno evidentemente pagati dallo Stato fino alla condanna definitiva; poi naturalmente, scontata la pena, se delinquono un'altra volta finalmente non saranno rimborsati dallo Stato. Questo è un aspetto che va rivisto.
Le rivolgo però una raccomandazione, signor Ministro, perché noi le abbiamo dato la nostra collaborazione, quando era necessaria, anche per i provvedimenti che sono stati già portati alla nostra attenzione. Non si faccia fuorviare dai modelli virtuosi. I problemi non riguardano solamente la capacità dei magistrati di lavorare e organizzarsi meglio, magari fosse così. Certo, Torino si trova in una posizione privilegiata, ma se leggesse i lavori prodotti da professori universitari europei e delle università americane vedrebbe che la lentezza della giustizia italiana dipende soprattutto dal turnover dei magistrati. Nei tribunali dove il turnover non c'è i tempi sono più ridotti di quelli dei tribunali in cui vi è un turnover molto spinto, tant'è vero che è stato constatato che i tempi della giustizia raddoppiano addirittura in concomitanza con il movimento di un magistrato. Stiamo quindi attenti a prendere a modello questi tribunali virtuosi.
Prendiamo invece a modello quello che il nostro codice di procedura penale doveva essere e che non è stato. Noi infatti avremmo dovuto avere un codice uniforme, che scegliesse definitivamente tra il rito accusatorio e quello inquisitorio; abbiamo invece avuto un rito accusatorio per il primo grado e poi, per i gradi successivi di impugnazione, un altro rito. Stiamo quindi attenti.
Si prendano in seria considerazione anche i disegni di legge che sono stati presentati dall'opposizione, se si vuole dialogare. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carofiglio. Ne ha facoltà.
CAROFIGLIO (PD). Signora Presidente, cercherò di sfruttare al meglio il mio spazio di tempo, cominciando col dire che tendo in generale ad avere un approccio il più possibile laico con le affermazioni e gli argomenti della politica. In questa prospettiva ho ascoltato e poi letto la relazione del Ministro. La domanda che mi sono posto - questo mi capita spesso - è stata la seguente. Avrei sottoscritto una dichiarazione e una relazione di questo tipo? Mi sono risposto: sì, sostanzialmente sì.
Naturalmente ci sono delle cose su cui non sono d'accordo. Ci sono alcuni passaggi autoencomiastici che per ragioni di stile non avrei inserito e che non condivido, ma il contenuto della relazione, la dichiarazione d'intenti articolata che in essa è contenuta, è sostanzialmente condivisibile. Mi sono domandato a quel punto se si trattasse di un problema. No, non è un problema, ma mi induce e ci induce a riflettere su quello che in questa relazione c'è e su quello che, invece, non c'è.
Sicuramente, in questa relazione è contenuta una serie di buone intenzioni: è una lettura di una situazione drammatica che tendenzialmente possiamo condividere. Se, però, dalle buone intenzioni si passa poi alla riflessione su ciò che si farà o su quello che si sta per fare le domande diventano un po' più complesse. Cercherò di non tenermi troppo sul generale e di cogliere un paio di esempi concreti per spiegare il mio punto di vista e per articolare la mia perplessità, che segue alla sostanziale condivisione dell'elenco di buone intenzioni di cui abbiamo detto.
Alla Camera dei deputati in questi giorni si discute, signor Ministro, della modifica della normativa sulle intercettazioni telefoniche. Apprendiamo da notizie di stampa che sarebbe maturato un accordo su una serie di punti, e questo ci fa piacere perché, tra l'altro, constatiamo che sulle linee generali di questo accordo l'impostazione è assai lontana da quella roboante, vagamente enfatica di cui si fece interprete il Presidente del Consiglio qualche mese fa quando dichiarò - vi è una registrazione, quindi temo che non sia possibile negare che quelle dichiarazioni ci siano state - che la si sarebbe fatta finita con le intercettazioni, tranne che per i reati di mafia e terrorismo. Non è così, fortunatamente, e questo ci fa piacere.
Ci fa meno piacere constatare che, nel tentativo di dare un senso a questo intervento normativo, vi siano cose che rischiano di creare problemi molto seri alle indagini. Si parla - dicevo - per esempio dell'introduzione del parametro dei gravi indizi di colpevolezza come requisito per l'autorizzazione alle intercettazioni, mentre oggi la normativa prevede che debbano esservi gravi indizi di reato.
Signor Ministro, non credo che lei abbia lavorato in una procura della Repubblica o abbia mai fatto l'avvocato penalista; mi sfugge, però potrei sbagliarmi. Ma è bene sottolineare che il concetto di gravi indizi di reato allude all'esistenza di un reato anche quando non sono identificati gli autori del reato e consente l'uso delle intercettazioni in tutti i numerosissimi casi in cui l'indagine mira ad identificare l'autore del reato. Per fare un solo esempio recentissimo, cito l'indagine dei giorni scorsi che ha portato alla identificazione e all'arresto dei cittadini rumeni, pare, autori dell'odioso reato in danno di quella ragazza e del suo fidanzato.
Se gravi indizi di colpevolezza significa o significherà gravi indizi di colpevolezza in capo ad uno specifico soggetto, dovremo essere consapevoli del fatto che lo strumento delle intercettazioni semplicemente non esisterà più per giungere alla identificazione dei criminali che commettono reati e che, appunto, bisogna scovare, mi si passi questa espressione non tecnica. Se gravi indizi di colpevolezza significa gravi indizi di reato ed è un modo per incrementare il tasso di garanzia contenuto nella norma, allora mettiamoci a discutere e troviamo una formula che sia più adeguata e meno idonea a produrre problemi.
Mi avvio rapidamente alla conclusione poiché desideravo soltanto evidenziare le possibili discrasie fra ottime intenzioni e concreta attuazione delle prospettive legislative. Sento parlare di collegi di giudici, cioè di tre giudici che dovrebbero autorizzare i provvedimenti di intercettazione, il che in astratto potrebbe starci benissimo perché si tratta di un surplus di garanzia. Tuttavia, signor Ministro, è bene tenere presente che se si interviene in modo così pesante sul costo di determinate procedure - e il costo di tre giudici è, in termini di capitale umano, naturalmente molto maggiore - ciò non accade in maniera indolore. Bisogna sapere che questa riforma renderà sostanzialmente impossibile il lavoro negli uffici giudiziari medi o piccoli.
Come dicevo, non sono contrario in astratto ad interventi di questo tipo, ma così come è accaduto per il cosiddetto federalismo fiscale, che è stato approvato senza alcuna nozione dell'impatto finanziario della riforma, il rischio è che certi interventi, pur in astratto apprezzabili, siano realizzati senza alcuna nozione del loro impatto organizzativo e che il risultato sia esattamente l'opposto di quello prospettato nelle condivisibili dichiarazioni che lei ha enunciato all'inizio della sua relazione, cioè abbreviare gli inaccettabili tempi della giustizia. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Li Gotti).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Li Gotti. Ne ha facoltà.
LI GOTTI (IdV). Signora Presidente, signor Ministro, in apertura delle sue comunicazioni a quest'Aula ha annunciato un atto importante. Richiamando una sollecitazione dovuta alla sensibilità del presidente Schifani, ha annunciato un emendamento del Governo volto a introdurre il gratuito patrocinio per le vittime dei reati sessuali. Questa è una norma che condividiamo. Ci spiace - e vorremmo rivolgerle un appello in tal senso - che non sia stato valutato un altro aspetto particolarmente delicato che attiene al processo per reati sessuali, che vede spesso le stesse vittime subire la pesantezza del processo e viverla in forma particolarmente traumatica. Ne è un esempio il caso recente di quella povera ragazza che è svenuta in aula stressata dall'interrogatorio e dalla durezza del confronto.
Signor Ministro, la prego di ascoltarmi: avevamo proposto un emendamento con cui si consentiva alla vittima di violenza sessuale di ricorrere all'incidente probatorio per l'acquisizione della prova derivante dalle sue dichiarazioni. Lei sa benissimo che tale strumento è attualmente autorizzato nel nostro sistema per particolari situazioni, proprio per evitare condizioni di grave disagio o pericolo. Volevamo estendere questa previsione anche alle vittime dei reati sessuali. (Brusìo. Richiami del Presidente). Intendo essere ascoltato dal Ministro e gradirei che i colleghi non lo andassero a disturbare. (Applausi dal Gruppo PD). Mi rendo conto che lei non c'entra nulla, signor Ministro, perché con la sua cortesia risponde a chi le si avvicina; mi rivolgo ai colleghi.
Faccio appello a lei, signor Ministro, perché il Governo, essendo stato purtroppo bocciato la scorsa settimana il nostro emendamento, se ne faccia carico e proponga un'analoga norma con l'introduzione della possibilità dell'incidente probatorio per le vittime dei reati sessuali. È una norma estremamente importante, eviteremmo alle vittime una doppia violenza. Se ne faccia carico il Governo: se presenta un emendamento sul gratuito patrocinio (e questo dovrebbe avvenire la settimana prossima), ne presenti un altro accogliendo la nostra proposta. Le assicuro che è di estrema importanza, sensibilità e delicatezza per le vittime del reato evitare che subiscano questo doppio trauma.
Venendo alla sua relazione, devo partire dai suoi dati perché sono quelli che contano. Indubbiamente ci ha fornito dati impressionanti: alla data del 30 giugno 2008, i processi civili pendenti erano 5.425.000. Quando è venuto a rendere le sue dichiarazioni programmatiche in Commissione giustizia, lo scorso giugno, ci aveva fornito un ulteriore dato: al 31 dicembre 2007 i processi civili pendenti erano 4.925.850.
In sostanza, in sei mesi, dal 31 dicembre 2007 al 30 giugno 2008, le pendenze sono aumentate di ben 500.000 nuovi processi. È un dato enorme che, se proiettato sull'anno implica, mediamente, un milione di processi. Pertanto, o i dati da lei forniti sono sbagliati - e non penso che lo siano - oppure, se sono corretti, si sta assistendo ad una crisi incredibile del nostro sistema giudiziario. Un aumento così vertiginoso delle pendenze, con 500.000 nuovi processi in sei mesi, non si era mai verificato. Se si dovesse continuare con questi ritmi, la giustizia non solo sarebbe paralizzata, ma non sarebbe in grado di fare nulla.
L'ulteriore dato da lei fornito fa riferimento alla durata dei processi. La durata del processocivile nel 2006, tra primo e secondo grado, era di 2.385 giorni. Lo stesso processo, tra primo e secondo grado, ora dura 2.469 giorni. È un aumento forte. La durata del processo penale, tra primo grado e appello, è passata dai 1.091 giorni del 2005 ai 1.138 del 2006 e ai 1.156 del 2007. Nell'ambito di questi dati si coglie poi l'aspetto peculiare di un aumento più accentuato per il grado di appello rispetto al primo grado.
A questi dati drammatici si accompagna poi l'ulteriore dato riferito alle risorse. Sappiamo che le risorse per la giustizia vengono ridotte del 20,2 per cento per il 2009, del 30 per cento per il 2010 e del 40, 5 per cento per il2011. È altresì noto che il personale della giustizia, che già versa in condizioni deficitarie - si parla di una mancata copertura pari all'8 per cento - subisce a causa dei pensionamenti una riduzione di 900 unità ogni anno, a fronte delle quali si potranno assumere, in virtù della normativa attuale, soltanto 90 unità, pari al 10 per cento del totale. In sostanza, a 900 uscite corrispondono ogni anno solo 90 ingressi.
Dunque, se questa è la situazione della giustizia, considerato questo aumento esponenziale dei processi, sia nel civile che nel penale, l'abbattimento cospicuo delle risorse e il depauperamento del personale amministrativo, ritengo che avrebbe dovuto essere messa in campouna strategia. Purtroppo, dalla relazione odierna da lei rassegnata, una strategia non si evidenzia. Nell'ambito delle comunicazioni da lei rese lo scorso giugno in Senato presso la Commissione giustizia, lei aveva invece presentato un progetto strategico sulla giustizia, sul quale avevamo espresso alcune convergenze trovando forti analogie tra i disegni di legge da noi presentati e le sue iniziative. Quella era una strategia!
Ricordo che lei in quella occasione, nel giugno del 2008, a proposito del processo penale e del codice penale sostanziale, disse: «è mio intendimento (...) portare tale lavoro a rapida sintesi e trasferire al Parlamento nel più breve tempo possibile i progetti di riforma, offrendo così al Parlamento stesso (...) l'opportunità di pronunciarsi» e «abbiamo alcuni lavori già ben svolti dalle commissioni insediate dai precedenti Governi; si tratta di lavori che ovviamente esprimono spesso sensibilità leggermente diverse rispetto a quelle di questo nostro Governo, ma non talmente distanti da necessitare un nuovo inizio da zero».
Sul processo civile lei aveva dichiarato, il 24 giugno 2008: «Per quanto riguarda gli interventi sul processo civile, questi hanno trovato, nella precedente legislatura, una configurazione ampiamente condivisa in sede parlamentare di fronte alla Commissione giustizia del Senato, i cui lavori sono stati tenuti in considerazione nella stesura dei primi interventi normativi adottati da questo Governo».
Sull'ufficio per il processo, sempre il 24 giugno, lei aveva affermato: «Un'altra importante riforma sul versante dell'organizzazione riguarda la creazione dell'ufficio per il processo, il metodo organizzativo e il conferimento funzionale di tecniche e personale. Quella dell'ufficio per il processo è una riorganizzazione che vuole prevedere un ufficio statistico a livello distrettuale circondariale che analizzi flussi e tempi di esaurimento dei processi, in ogni ufficio o sezione un archivio informatizzato dei provvedimenti emessi (...), unità operative relative alle aree dell'assistenza all'udienza, all'archivio dei provvedimenti, alle relazioni con il pubblico e alle ricerche dottrinali e giurisprudenziali». Si trattava del disegno di legge che il Governo, nella scorsa legislatura, aveva licenziato, che era stato approvato in Commissione giustizia della Camera dei deputati e che noi avevamo ripresentato il 16 maggio 2008. Quindi, lei aveva condiviso tale strategia.
Oggi di tutta questa visione strategica non trovo traccia nella relazione. Del processo penale si fanno annunci; sono mesi che assistiamo agli annunci: «faremo, provvederemo». Addirittura si è fermata la Commissione giustizia del Senato. Avendo nel mese di ottobre iniziato un percorso di esame del nostro disegno di legge per l'accelerazione del processo penale, quella discussione si è arenata perché il Presidente della Commissione giustizia, senatore Berselli, ha sollecitato il Governo a comunicare le sue intenzioni per evitare una discussione inutile qualora fosse pervenuto un provvedimento del Governo. Da ottobre stiamo aspettando, non abbiamo avuto neanche una risposta, pur essendo stato lei sollecitato; stiamo aspettando che il Governo si decida.
Abbiamo iniziato l'esame del disegno di legge sull'ufficio per il processo e si è fermato anche quello perché aspettiamo il Governo. Abbiamo iniziato l'esame del testo unico delle misure di prevenzione antimafia e si è fermato anche quello perché aspettiamo il Governo. Ma quanto dobbiamo aspettare? Lei aveva detto a giugno che era pronto, che subito avrebbe offerto al Parlamento le soluzioni. Aveva parlato di soluzioni vicine, condivisibili, con minime differenze. Ma vada avanti, rompa gli indugi. Non si rende conto che la situazione della giustizia è talmente drammatica ed è rappresentata dai numeri che lei stesso ci ha rassegnato? Di fronte a questi numeri, ma quando si interviene? Cosa dobbiamo aspettare?
Siamo sconcertati dalla sua relazione, da questo passo indietro rispetto a quello che ci era venuto a dire nel giugno 2008. Oggi ci viene a parlare di un progetto finalizzato all'ottimizzazione dell'organizzazione giudiziaria con il progetto di fusione delle pratiche ottimali negli uffici giudiziari con i finanziamenti del Fondo sociale europeo. Ma, signor Ministro, questo è un progetto che le abbiamo lasciato: non può venire a presentarlo come qualcosa che sta inventando.
Nella relazione del 12 maggio 2008, che le è stata consegnata dal Capo del Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria e che lei ha depositato in Commissione giustizia, al punto 11) è scritto: "Su questa base è stato ottenuto da parte del Fondo sociale europeo un asse di finanziamento nell'ambito della programmazione 2007-2013 ed è stato raggiunto un accordo con le Regioni tramite Tecnostrutture per la realizzazione del progetto". Ma cosa ci sta annunciando? Lei deve portarci dei risultati, non gli annunci, come se fossero cose che lei ha scoperto strada facendo, perché così lei si sta prospettando. Lei ha affermato in Aula, rivendicando anche la sua sicilianità, di aver concepito questi progetti; ma cosa ha concepito?
Dei disegni di legge che avevamo preparato, e che non sono stati esaminati per l'interruzione della stessa, ne avete ripresentati alcuni, copiando anche le relazioni, ed altri no! Avete preso qualche norma qua e là. Ma cosa ha concepito? Chi le ha fatte credere di aver lei concepito qualcosa che parzialmente è una ricopiatura di qualcosa che avevamo proposto, e che abbiamo ora riproposto e sulla quale vogliamo discutere? Sarei grato al senatore Valentino, che si è seduto accanto al Ministro, se potesse non disturbarlo.
Noi avevamo ritenuto che affrontare la situazione drammatica della giustizia significasse avere una strategia ben precisa. La strategia si compone di riforme di sistema, di riforme strutturali e di risorse. Le risorse sono diminuite: in un triennio verranno quasi dimezzate, perché l'abbattimento è del 40,5 per cento. Le riforme di sistema non esistono ancora; sono annunciate, proclamate ma ancora non ne vediamo la luce. Mi riferisco alle riforme strutturali, ossia la riorganizzazione delle cancellerie, l'ufficio per il processo, del quale lei tanto aveva parlato facendo capire che condivideva il nostro disegno di legge perché, così come lei ne aveva parlato, era esattamente il contenuto del nostro disegno di legge, l'Atto Senato n. 579, sono ferme. Lei oggi ci viene a dire che per quanto riguarda il problema del personale amministrativo bisognerà attingere al fondo giustizia. Guardi che il Capo dell'organizzazione giudiziaria, il dottor Birritteri, in Commissione giustizia della Camera, ha detto che il disegno di legge sull'ufficio per il processo è finanziato, quindi è inutile che ci viene a dire che bisogna attingere ad un altro fondo, perché quel progetto è finanziato.
Allora, la prego, signor Ministro! Progetti ne può fare; noi la collaborazione la offriamo; crediamo che la sfida per una giustizia al livello degli altri Paesi europei sia possibile, però, non ci prenda in giro, perché diversamente vorrà dire che la scelta per la giustizia è quella di continuare ad ingannare i cittadini, senza far vedere la luce ad alcuna soluzione. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vizzini. Ne ha facoltà.
VIZZINI (PdL). Signora Presidente, rubo pochissimi minuti al dibattito esclusivamente per parlare di lotta alla criminalità organizzata (di altro hanno parlato e parleranno i miei colleghi) e per dare atto al Ministro della giustizia di aver prodotto un cambiamento forte ed importante alla legislazione contro le mafie, con norme, come quelle già in vigore che hanno già consentito nel campo dei sequestri e delle confische di conseguire centinaia di milioni di euro di beni confiscati ai mafiosi ed ai loro eredi, e con norme importanti, come quelle che discuteremo dalla prossima settimana in questa Aula, che riguardano l'inasprimento del carcere duro previsto dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario e anche con l'avvio di una normativa per la lotta al riciclaggio, che considero essere la nuova frontiera della mafia degli affari.
Ritengo che mai nessun Governo nella storia della Repubblica abbia fatto in così poco tempo tanti provvedimenti per la lotta alla criminalità organizzata. Soprattutto, signor Ministro, si tratta di provvedimenti che non nascono, come quelli di alcune stagioni precedenti, sull'onda e con la forza di una grande emozione, quella dei delitti e delle stragi. Sono provvedimenti che nascono con la forza e dalla forza della ragione di chi vuole combattere la criminalità organizzata per chiudere questa pagina tristissima della storia del nostro Paese e per fare rimarginare questa ferita della nostra democrazia, costituita da pezzi del territorio della nostra Nazione ancora non controllati dallo Stato, ma da chi vuole approfittarsi per delinquere attraverso traffici internazionali.
Vede, signor Ministro (e mi avvio già alla conclusione perché questa era la testimonianza che volevo lasciare nel dibattito), lei, per la generazione cui appartiene, si è trovato a vivere, probabilmente da studente, la stagione delle stragi di mafia, cioè a viverla nella posizione di giovane che rischia di perdere le speranze. Oggi si trova invece nella condizione di aver reagito ed in una posizione importante che le consente di poter contribuire in modo determinante a tenere viva la speranza di quei giovani, che oggi rischiano di perderla di fronte ad una criminalità organizzata che tenta prima di tutto di rubare il futuro alle giovani generazioni del Mezzogiorno del Paese.
Lo tenga sempre presente, perché lei può fare molto per dare speranza alle giovani generazioni; questa legislazione può portare il nostro Paese verso un momento diverso, in cui la speranza e la fiducia significano battere le mafie, battere queste organizzazioni criminali.
Chiudo l'intervento domandandomi quando potremo leggere sui giornali articoli su come possa cambiare la vita del figlio di un poliziotto morto piuttosto che della figlia del signor Totò Riina. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Chiurazzi. Ne ha facoltà.
CHIURAZZI (PD). Signora Presidente, signor Ministro, ella avrà notato che non vi sono divergenze, rispetto alla sua relazione, sull'analisi del settore; molti colleghi, e mi iscrivo al loro fianco, ritengono che la diagnosi da lei messa in campo sia giusta e molto realista e risponda ai problemi ed alle difficoltà che il settore vive da tempo, da molto tempo.
Le divergenze, le perplessità e i dubbi - anch'io ho dubbi - sorgono quando da un'analisi così dettagliata può ravvisarsi la speranza, non dico la certezza, che si possa mettere in campo un'azione di Governo e anche parlamentare capace di affrontare e risolvere definitivamente tali problemi. Pesano su tali dubbi due fattori: il primo è ciò che accaduto in questi mesi nelle Aule dei due rami del Parlamento, che è stato di fatto esautorato da una discussione approfondita del settore.
Cito il lodo che porta il suo nome, cito il cosiddetto lodo Carnevale, cito anche gli interventi in materia di processi civili non solo come strumento di critica verso la maggioranza, ma perché - ne converrà, signor Ministro - che tutti questi interventi sono stati inseriti in procedimenti nella gran parte dei casi di natura diversa e su materie diverse. Il cosiddetto lodo Alfano entra nel pacchetto sicurezza e le norme sui processi civili e del lavoro nella manovra finanziaria; insomma, un fare e un agire dentro una materia che non sempre e, in molti casi, poco atteneva al tema della giustizia. Questo ci fa dire della volontà e del desiderio di un approccio compiuto al tema.
In secondo luogo, devo altresì rilevare che anche tutta la materia pubblicitaria è ricca di notizie sulla giustizia, un po' come se il settore fosse ridotto al rango di uno spot pubblicitario: lo troviamo nelle interviste televisive, anche queste mai di pertinenza; troviamo annunci di scelte importanti, soprattutto nel settore penale, dentro riviste, pubblicità, occasioni e opportunità che non hanno nulla a che vedere con il settore.
Riassumo questi due argomenti per sottolineare che i problemi interni al settore non sono riusciti in questi mesi a farsi uno spazio, a vivere una credibilità, una soggettività e una cittadinanza tra le priorità del Paese. Dovrà accadere questo e dovrà accadere presto e molto dipende dalla sua responsabilità, se non vogliamo che anche questa passi come una legislatura dove si sono fatti piccoli rattoppi, dove il tema della giustizia è stato apparentemente centrale, ma di fatto non ha prodotto risultati.
Non vorrei che ci fosse una coincidenza, un destino imprevedibile che vede consapevolmente o inconsapevolmente alleati i settori che non vogliono che la giustizia si ammoderni e che diventi efficiente, di qualunque parte essi siano. C'è un film degli anni Settanta, il protagonista principale è Alberto Sordi, il cui titolo è «Finché c'è guerra c'è speranza», e nel film Alberto Sordi era uno che vendeva le armi. Non vorrei che ci fossero settori, componenti del nostro Paese, anche interne al settore, senza necessariamente avere una connotazione politica, che desiderino la paralisi.
Noi dobbiamo risolvere il principale dei problemi, ossia dobbiamo garantire una giustizia giusta e veloce; dobbiamo garantire che i processi abbiano uno sbocco certo e in tempi rapidi. Questo è il centro del problema: troppo lunghi i processi. Lei, il suo Governo, la maggioranza ed anche l'opposizione alla fine alla legislatura saremo misurati su questo terreno: se avremo saputo ridurre nei tempi l'approdo alle sentenze, sia nel settore penale che in quello civile.
Il Partito Democratico si predispone su questo terreno a fornire un contributo positivo. Le proposte che abbiamo presentato ne sono una significativa testimonianza. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signora Presidente, signor Ministro, dobbiamo dire onestamente che la relazione che abbiamo ascoltato e che abbiamo anche potuto leggere ci è discretamente piaciuta. Ci ha preoccupato perché ascoltandola abbiamo capito che il suo è un compito abbastanza arduo, nel senso che si trova ad ereditare un sistema giudiziario fortemente arretrato ed inadeguato, soprattutto in relazione alla domanda di giustizia che arriva dal Paese.
Lei sottolinea il fatto che il primo nemico della giustizia sono proprio la lentezza e i ritardi. Tutti noi ricordiamo che i giuristi che ci hanno formato continuavano a ripeterci che una giustizia tardiva alla fine non si può neanche chiamare giustizia.
Lei, signor Ministro, afferma - e condividiamo - che la questione della giustizia oggi è una priorità nazionale; rabbrividiamo, infatti, quando vediamo i dati della giustizia: oltre cinque milioni di cause arretrate. L'unica cosa che pensiamo è: quando riusciremo a smaltire questa mole di arretrato?
Riteniamo corretto il modo con cui imposta la sua azione; lei punta, infatti, su un sistema di controlli effettivi, cioè ad una verifica della professionalità dei magistrati: i magistrati, soprattutto quelli chiamati a dirigere uffici, dovranno avere attitudini organizzative e capacità gestionali. Sembrerebbe ovvio dire una cosa del genere, però abbiamo capito che nel sistema della giustizia questi aspetti sono tutt'altro che ovvi. Questi sarebbero infatti criteri normalissimi e applicabilissimi in tutte le organizzazioni pubbliche e private, ma ciò però non ha mai funzionato per la giustizia.
Consideriamo un altro aspetto: l'entrata in vigore della riforma sulla durata dei processi, la cosiddetta legge Pinto, fa sì che le lentezze siano costi per lo Stato. Infatti, un'irragionevole durata dei processi metterebbe subito in moto una richiesta di risarcimento di danno. Abbiamo in questo Paese il Ministro della giustizia che risponde della giustizia, ma che non ha la potestà di organizzarla. La Costituzione gli affida un compito e l'ordinamento complessivamente glielo toglie e lei dice che il Ministro - ci fa sorridere, ma anche preoccupare - serve solo per fornire carta, penna e calamaio ai magistrati.
Signor Ministro, condividiamo anche le sue cure: pensiamo che l'informatizzazione e la digitalizzazione saranno innovazioni che porteranno snellezza e velocità nei nostri processi. Ci si chiedeva ancora come potesse essere così arcaico il nostro sistema delle comunicazioni e delle notifiche: se fatte in via telematica probabilmente determineranno una velocizzazione di tutti i procedimenti.
Anche su ciò che lei ritiene di poter applicare, cioè rendere disponibili i certificati dei casellari giudiziali presso altri sportelli come Comuni, consolati o Camere di commercio, ci chiediamo perché non sia già stato fatto precedentemente; tante altre amministrazioni dello Stato hanno ammodernato l'amministrazione estendendo la fruibilità dei servizi su tutto il sistema di sportello del nostro Paese.
Ci fa molto piacere che lei abbia citato quelle buone pratiche da doversi adottare richiamando il modello Bolzano. Con riguardo al modello Bolzano, signor Ministro, nella scorsa legislatura ebbi brevemente modo di illustrare io stesso in quest'Aula cosa accadeva da quelle parti: un grande esempio di sobrietà amministrativa e di grande capacità organizzativa. Era il tempo della discussione sulle intercettazioni telefoniche e feci un esempio: in una Regione con due Province (Trento e Bolzano) pressoché identiche dal punto di vista socioeconomico, culturale, demografico e morfologico avevamo due dati emblematici e contrastanti. A Bolzano si spendevano in un anno per le intercettazioni 300.000 euro; a Trento il tribunale spendeva 5 milioni di euro (e non era Trento l'esempio più negativo di questo Paese, perché c'erano altre procure ad esagerare con queste spese). Com'è possibile che due strutture sostanzialmente identiche, con due realtà socioeconomiche e con un contenzioso identici, avessero questa disparità d'investimento, anzi di spese, per la giustizia? Ci fa piacere che lei porti questo modello come esempio spendibile, e noi aggiungeremmo qualcosa.
Il procuratore della Repubblica di Bolzano, Cuno Tarfusser, lavora al tribunale di Bolzano, è un bolzanino e vive a Bolzano. Egli conosce bene il territorio e conosce bene l'ambiente socioeconomico su cui opera. Ma, allora, reclutare in loco i magistrati è proprio una pratica così negativa?A noi sembra di no. L'unità di monitoraggio che lei propone va in questa direzione, quella di esercitare una verifica sulla spesa. Noi abbiamo visto che, abitualmente, i procuratori non se ne occupano, tranne qualche raro caso, come Bolzano e altri, perché forse nelle procure vi è poca propensione ad una verifica di costi e benefìci.
Agghiacciante è il dato, di cui noi disponiamo, per cui un processo civile dura circa 960 giorni, seppure i giorni siano ridotti rispetto a qualche tempo addietro; un appello dura 1500 giorni: questi dati ci fanno capire che la giustizia ha bisogno di una cura da cavallo, una cura drastica.
Ci conforta relativamente il dato sulla presenza carceraria, nel senso che se oggi, a distanza di meno di un anno e mezzo dall'approvazione dell'indulto, abbiamo circa 60.000 presenze nelle carceri, vuol dire che avevamo ragioni noi della Lega Nord quando sostenevamo che forse l'indulto non era proprio la scelta giusta e all'epoca facemmo di tutto per contrastarla. A cosa è servito l'indulto? A liberare le carceri, non a risolvere la loro situazione ma, anzi, a peggiorare la situazione di sicurezza laddove in quel momento il Paese chiedeva maggiore sicurezza.
Il Trattato di Prum, con la ratifica che ne abbiamo fatto poco tempo fa, offrirà qualche elemento in più: la collaborazione tra polizie giudiziarie e la possibilità di sconfinare (perché non vi è più il confine che vieta di fare un'operazione di polizia). Si potrà prevenire, si potrà reprimere. Sarà molto utile la banca dati del DNA in quanto finalmente, una volta attivata, farà sì che non avremo più quell'incertezza nell'identificazione delle persone, soprattutto degli stranieri: infatti, la recidiva non scatta mai perché è molto più facile cambiare dati e identità e diventa quindi molto difficile per le procure e per i magistrati accertare se vi sia stata recidiva.
Per quanto riguarda i giudici di pace, signor Ministro, anche noi condividiamo il giudizio che essi abbiano operato in modo serio in questo Paese e, pertanto, siano un pilastro importante. Lei cita tanto i giudici di pace quanto i giudici onorari. A questo punto, pensiamo a implementare l'operatività di questi giudici, sia in sede civile che in sede penale. Vi era il dubbio se i giudici onorari, di fronte all'amministrazione della giustizia penale, avessero tutti gli strumenti , con il rischio di commettere più pasticci che cose positive: essi hanno dimostrato di saperla gestire discretamente bene. Possiamo pertanto aumentare gli importi, i tipi di reati minori in capo a questi organi.
Infine, lei, signor Ministro, ha citato i fasti giuridici del nostro Paese. Ha citato Beccaria e ha citato Irnerio. Mi collego proprio a Beccaria e agli studi da lui condotti sulla funzione della pena. Tra la funzione retributiva e la funzione rieducativa, il nostro ordinamento garantista ha scelto la funzione rieducativa, però, signor Ministro, lei ci deve spiegare una cosa: perché il codice della strada ha interpretato solo la funzione punitiva per i reati ad esso relativi, per lo più reati di pericolo e non reati di danno? Mi riferisco alla guida in stato ebbrezza: quasi sempre manca il danno e, soprattutto, manca il perdono: non esiste l'istituto della sospensione condizionale della pena. Secondo noi, questa parte è da adeguare. Signor Ministro, tra un po' finiranno in galera soltanto normali cittadini che hanno commesso l'errore di andare a cena in compagnia di amici e di aver stappato una bottiglia di vino.
Se mi si consentono altri 30 secondi, termino con alcune considerazioni sul nostro sistema giudiziario. Un sistema normalmente è un contesto di elementi e di soggetti armonicamente finalizzati ad una funzione. Se vogliamo riconoscere la sovranità al popolo in un sistema democratico il senso dei cittadini fa la norma, crea il bene e il male, i comportamenti da biasimare e quelli da condannare come pericolosi. Il cittadino delega ad un organo il compito di dare corpo a questo suo senso e il legislatore crea una norma. Se non fosse così, nascerebbero il caos, l'autodifesa e l'autogiustizia dei cittadini ed è da augurarsi che ciò non avvenga. Gli organi di polizia giudiziaria assicurano i colpevoli alla giustizia e i giudici chiudono il cerchio, valutano e sentenziano. (Richiami del Presidente).
Sto terminando, signora Presidente. Ma se i giudici interpretano queste norme fino ad arrivare contro il senso dei cittadini non vanificano tutto l'operato della catena e non commettono un'insubordinazione? Oltretutto, mancherebbe loro in questo momento la legittimazione popolare ad esercitare in questa maniera. Ciò avviene sempre più spesso, sempre più frequentemente e sistematicamente senza che nessuno spenda una sola parola. Vorrei riprendere alcuni passi finali della relazione del Ministro...
PRESIDENTE. Mi dispiace senatore, davvero, ma la Presidenza le ha già riconosciuto dei margini di tolleranza.
DIVINA (LNP). Ho finito, signora Presidente. In essa si afferma che il suo impegno sarà per una giustizia giusta, senza aggettivi, amministrata da giudici e rappresentanti della pubblica accusa liberi, autonomi, indipendenti, mai proni al potere di turno, ma neppure esclusivi padroni del processo e delle regole. Complimenti, signor Ministro, lei persegua questo e avrà sempre la Lega Nord al suo fianco per sostenerla. Buon lavoro! (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Maritati. Ne ha facoltà.
MARITATI (PD). Signora Presidente, colleghi, signor Ministro, questa sua prima relazione al Parlamento avrebbe meritato ben altro contenuto, ben altro spessore e concreti contenuti innovativi. Così non è stato perché - io temo - il suo Governo, in relazione all'amministrazione della giustizia, mostra di avere obiettivi diversi anche da quelli che pure concordemente furono evidenziati nel corso dei suoi incontri con il nostro Ministro ombra. In entrambe quelle circostanze lei ci assicurò che l'intento del suo Governo era quello di varare riforme condivise, atte anzitutto a rimettere in sesto le sorti di una giustizia, più che malata, oramai moribonda.
Signor Ministro, lei con questa relazione ha oggi offerto una preoccupante impostazione della politica del Governo verso la giustizia, caratterizzata ancora una volta da retorica e interventi parziali e non coordinati tra loro in una visione strategica organica e complessiva, che manca. È perciò un'impostazione del tutto inadeguata a far realizzare ciò che il Paese attende da troppo tempo, cioè una giustizia che in tempi ragionevoli e contenuti al massimo possa offrire risposte sulla riparazione dei diritti violati, o dire se una persona accusata debba essere considerata responsabile (e quindi scontare tempestivamente la giusta pena), o se debba essere liberata con pari celerità dal peso di ogni sospetto e di ogni accusa; tutto ciò in assoluta trasparenza. Questa, in sostanza, è un'attesa generalizzata nel Paese, di cui c'è un assoluto bisogno.
Lei ha appena accennato al fatto che nemica della giustizia è la lentezza, ma non basta nominarla, signor Ministro, la lentezza: bisogna sconfiggerla. Quando e se saremo capaci di parlare lo stesso linguaggio - e spiegherò tra poco perché - e soprattutto di agire insieme per la realizzazione di tali semplici quanto decisivi obiettivi, il Paese ne trarrà le positive conseguenze.
Infatti, nella prima parte del suo intervento, su cui limiterò le mie osservazioni, brevi per ragioni di tempo, lei ha accennato a settoriali interventi senza neppure accennare a future, probabili riforme strutturali in materia informatica. È a questo proposito che io credo lei abbia perduto una grande occasione per dare al suo Paese, oggi, l'annuncio di una grande riforma. Perché, signor Ministro, non l'ha fatto? Eppure lei ha ricevuto, proprio dall'opposizione, un rilevante apporto. Le ricordo che, nel corso del nostro primo incontro, nel suo ufficio in via Arenula, le parlai del sistema integrato giudiziario informatizzato, consegnandole successivamente uno schema, sintetico ma completo e supportato da due ampie rappresentazioni grafiche di quel sistema, che rappresenta il risultato di anni di lavoro e di impegno di bravi magistrati e funzionari, coadiuvati da alti tecnici della direzione del DGSIA del suo Dicastero. Dubito che lei non sia stato informato da quegli ottimi collaboratori di cui dispone ancora presso il Ministero.
Nella stessa circostanza, e poi in un successivo incontro in Commissione giustizia, io la informai anche che per la realizzazione del sistema integrato giudiziario, in una delle ultime riunioni del Governo presieduto dal presidente Prodi, erano stati reperiti persino i fondi necessari, 60 milioni di euro. Molte delle tessere di questo meraviglioso mosaico, che non è un sogno ma una realtà che si tratta solo di tradurre in pratica riforma, erano e sono già pronte. Serve solo la volontà politica, che io temo manchi, ed una capacità tecnico-manageriale che garantisca l'attuazione di questo sistema. Un sistema in grado di abbattere drasticamente i tempi di tutte le procedure e non del solo processo civile telematico, ma di tutte le attività giudiziarie.
Serve poco, sostanzialmente: la realizzazione delle sale server in 26 sedi distrettuali; il completamento del trasferimento dei dati dal vecchio al nuovo REGE WEB; la realizzazione del fascicolo informatico del pubblico Ministero; la interconnessione di tutte le banche dati già esistenti; il completamento e l'estensione su tutto il territorio nazionale di software già esistenti ed in parte operativi in modo sperimentale.
All'interno di questo sistema, Ministro, potrebbe trovare posto anche una più corretta, funzionale e rassicurante gestione del delicato settore delle intercettazioni per le quali ha anche un grande risultato di attività nel precedente Governo. Basta parlarne, basta chiedere per ottenere la collaborazione e il suo Governo può andare rapido in questa direzione. Tutto questo io mi aspettavo di ascoltare da parte sua. Lei ha soltanto estrapolato alcuni punti in maniera disorganica da questo grande progetto.
Signor Ministro, non sarebbe sufficiente tutto questo, noi lo sappiamo. Servirebbe intervenire contestualmente anche su altri fronti ma anche su questi lei, volendo, potrebbe trovare il terreno più che dissodato, dovrebbe solo voler completare l'opera e poi, come oggi ha fatto - scusi la franchezza - con una buona dose di scorrettezza politica, senza fare minimamente cenno al lavoro essenziale realizzato dal precedente Governo, potrebbe presentare e tentare di realizzare la più importante e utile riforma giudiziaria di tutti i tempi raccogliendone i risultati e i meriti.
Sono preoccupato seriamente, perché lei, signor Ministro, pur potendosi presentare alle Camere, oggi, anticipando una vera e propria riforma, ha tenuto invece un discorso che, con una buona dose di retorica, contiene solo il richiamo ad una serie di interventi, i più importanti dei quali, sul piano normativo, sono già il risultato di un'azione dell'opposizione, e, dal punto di vista delle parziali riforme informatiche, esse sono tratte in modo maldestro da un piano di ben più alto spessore e dignità riformatrice, tutto definito dal passato Governo.
Mi chiedo, e le chiedo ancora con insistenza, perché ha scelto questa strada così riduttiva? Lei sa bene che in Commissione giustizia questo è un punto su cui il Senato tutto dovrebbe porre un minimo di attenzione. In Commissione giustizia vi sono ottimi disegni di legge che, se varati, nello spazio di pochi anni darebbero al Paese non le chiacchiere che stiamo sentendo da molti decenni, ma una nuova quanto efficiente organizzazione giudiziaria, in grado di assicurare un moderno servizio giustizia in luogo dell'attuale che finisce per produrre, nella maggior parte dei casi, vera e propria «denegata giustizia».
Il Governo ha praticamente bloccato tutti i disegni di legge in Commissione giustizia - altri colleghi l'hanno rammentato - dopo che tutti o quasi i valenti colleghi della maggioranza avevano manifestato apprezzamento nei loro confronti e lo stesso presidente Berselli aveva dichiarato disponibilità a garantire tempi rapidi per il lavoro. Quei disegni di legge contengono istituti e strumenti indispensabili al cambio di rotta della nostra superata e inefficace amministrazione della giustizia. Di questo io speravo che lei ci venisse a parlare.
Poche considerazioni prima di chiudere a proposito del disegno di legge n. 793, che reca le firme dei senatori dell'opposizione. In tale proposta sono indicati interventi utili all'attuazione di quella riforma del sistema integrato di cui ho già fatto cenno; ma vi è qualcosa di molto più importante. È previsto di intervenire - mi spiace perché il senatore Benedetti Valentini ha paura di questo, ma si deve fare - sulla cosiddetta geografia giudiziaria, con l'eliminazione di una miriade di inutili quanto dannose sedi di piccoli e inefficienti tribunali; inoltre, è prevista l'assunzione immediata di un numero congruo di personale, da preparare alle nuove tecniche operative, tanto più utile se si tiene conto di come nelle more sia invecchiata la schiera dei dipendenti del Ministero; infine, è previsto l'ufficio del processo, che trasformerebbe l'organizzazione giudiziaria in una moderna macchina in grado, solo in quel caso, Ministro, di aggredire e di battere quel terribile divario, che lei ancora una volta ha rammentato, tra il numero di casi giudiziari in entrata e quelli in uscita.
Ebbene, signor Ministro, io vorrei capire - e ritengo che questa sia la sede più adatta perché lei lo spieghi - le ragioni per cui il Governo, che anche attraverso la sua relazione afferma di voler risolvere i problemi gravi della giustizia, nel contempo blocca in pratica l'iter dei disegni di legge da noi presentati in grado di favorire il superamento della crisi del mondo giudiziario. Eppure abbiamo offerto alla maggioranza di affiancarci nella presentazione di quei disegni di legge, che sarebbero divenuti così dell'intera Commissione. Un simile comportamento induce a ritenere che, in realtà, voi non siete affatto interessati al corretto funzionamento del servizio della giustizia, ma piuttosto a riforme che realmente riducano il libero esercizio della giurisdizione, con l'attività debitamente controllata dal potere governativo.
Chiudo dandole atto a questo proposito, signor Ministro, di non aver fatto alcun cenno nella sua relazione a riforme che, se attuate, sarebbero veramente pericolose; mi riferisco a quelle riforme di cui tanto ha parlato la stampa, ma di cui tanto ha parlato lo stesso Presidente del Consiglio dei ministri. Lei non ha fatto cenno a tali riforme. Ne cito una per tutte, quella che intende mettere mano ai rapporti tra polizia giudiziaria e pubblico ministero. Questa è l'unica cosa di cui le do atto e che mi fa sperare che finalmente questi aspetti veramente pericolosi per il sistema giudiziario e per la libertà del Paese siano stati messi, spero per sempre, nel cestino. (Applausi dal Gruppo PD).
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 20,10)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Berselli. Ne ha facoltà.
BERSELLI (PdL). Signor Presidente, onorevole Ministro, le sue comunicazioni al Parlamento sull'amministrazione della giustizia ci sono apparse e sono state equilibrate, pacate, ferme, di grande apertura verso tutte le opposizioni, senza ostentare i muscoli di una vastissima e coesa maggioranza che la sostiene con convinzione.
La riforma della giustizia non è e non può essere una riforma per la maggioranza e contro l'opposizione. È una riforma per i cittadini, perché sono i cittadini le vittime delle tante disfunzioni della giustizia italiana. L'inizio delle sue comunicazioni è stato veramente ottimo, onorevole Ministro. Quando lei dice che il quadro di inefficienze e ritardi del sistema giudiziario italiano ha ormai oltrepassato il limite di ogni possibile tollerabilità, afferma esattamente il vero.
La giustizia italiana ha un grande avversario, la sua lentezza, e ha un grande alleato: quella grandissima maggioranza di magistrati che ha vinto il concorso avendo grande passione per questo lavoro, che ogni mattina si alza e va a svolgerlo con zelo, onestà e devozione alle istituzioni repubblicane e lavora il più delle volte parlando molto poco. Analogamente alleati del sistema giustizia sono le decine di migliaia di dipendenti dell'Amministrazione e delle forze dell'ordine, a cui va la nostra sincera e convinta gratitudine.
La crisi della giustizia, onorevoli colleghi dell'opposizione, non è nata con questo Governo. Non l'abbiamo inventata noi, l'abbiamo ereditata in tutta la sua gravità. La svolta rivoluzionaria dell'attuale Ministro della giustizia è legata al fatto che ha dato, finalmente, per la prima volta dopo tantissimi anni, centralità alle Commissioni parlamentari. In passato troppo spesso sono state costituite Commissioni governative per affrontare i temi della riforma del codice penale, del codice di procedura penale o degli altri codici, senza che si giungesse ad alcun risultato.
L'aver dato centralità alle Commissioni parlamentari ha, invece, consentito al Governo e al Parlamento di licenziare in soli otto mesi con il contributo - e le siamo grati di avercelo riconosciuto - del Parlamento e delle Commissioni, dei provvedimenti di straordinaria importanza.
Il decreto‑legge sulla sicurezza convertito rapidamente è stato la risposta prima ed immediata alla richiesta di sicurezza che proveniva dagli italiani, anche da quegli italiani che magari non ci hanno votato ma che pretendevano, esigevano dal nuovo Parlamento una risposta forte in tema di sicurezza.
Abbiamo incardinato - è all'esame dell'Aula del Senato - il disegno di legge sulla sicurezza che completa il relativo pacchetto. Nelle Commissioni riunite 1a e 2a è già in avanzato stato di esame la riforma della giustizia civile che stiamo cercando - e vi riusciremo senz'altro - di modificare e migliorare, nell'interesse degli italiani e di tutti i cittadini, rispetto al testo licenziato dalla Camera dei deputati ed è in arrivo la riforma della giustizia penale, onorevole Ministro, che attendiamo con ansia poiché la giustizia penale, così come è strutturata attualmente, non funziona.
Le norme introdotte nel decreto-legge sulla sicurezza che lei ha definito «forti, robuste e di maggiore qualità» le assicuriamo che saranno introdotte anche nella riforma della giustizia civile oggi e in quella della giustizia penale domani.
Lei ha ricordato che in Italia vi sono 5.425.000 cause civili e 3.262.000 procedimenti penali pendenti. È vero che abbiamo ed avremmo bisogno di un numero maggiore di magistrati, di un numero maggiore di cancellieri, di un numero maggiore di personale amministrativo e che non farebbe male un ulteriore sforzo finanziario per questo comparto. Ma lei ha anche giustamente ricordato, onorevole Ministro, che ci sono uffici giudiziari che stranamente funzionano bene.
Lei ha ricordato gli uffici giudiziari di Torino, io le potrei ricordare gli uffici giudiziari di Cremona; ha ricordato anche gli uffici della procura della Repubblica di Bolzano, così come ha fatto il collega Divina. Ma a Bolzano funziona perfettamente anche l'ufficio del tribunale: è vero infatti che in quella sede viene spesso citato il dottor Tarfusser, a cui si deve certamente il merito delle grandi innovazioni che hanno reso gli uffici della procura della Repubblica di Bolzano un esempio virtuoso per tutti gli uffici delle procure della Repubblica italiane, ma il tribunale di Bolzano (di cui non si parla mai), retto dal dottor Zanon, ha ottenuto dei risultati parimenti eccezionali.
C'è carenza di magistrati in tanti uffici italiani, è vero, ma c'è carenza di magistrati anche presso il tribunale di Bolzano; c'è carenza di personale amministrativo e di cancelleria in tanti, troppi uffici giudiziari italiani, è vero, ma c'è la medesima carenza anche presso il tribunale di Bolzano. Tuttavia, presso il tribunale di Bolzano tutto funziona, onorevole Ministro, perfettamente bene nonostante la carenza di magistrati e di personale amministrativo, il che vuol dire che l'organizzazione che ha dato il dottor Zanon agli uffici del tribunale di Bolzano è improntata alla massima serietà, alla massima responsabilità e, soprattutto, alla massima efficienza.
Lei ha ricordato, onorevole Ministro, che per quanto riguarda la violenza sessuale è necessario un emendamento al disegno di legge di conversione del decreto-legge sulla sicurezza che possa garantire il gratuito patrocinio, al di là dei limiti di reddito, per le vittime di violenza sessuale. Posso anticiparle, onorevole Ministro, che stiamo studiando un altro emendamento per evitare che in futuro possano verificarsi scarcerazioni, come quelle che abbiamo visto accadere molto recentemente e che hanno determinato il legittimo allarme dell'opinione pubblica e lo sdegno per una decisione che francamente ben pochi hanno compreso.
Abbiamo all'esame oggi dell'Aula alcune proposte di risoluzione. Mi devo soffermare sulla proposta di risoluzione n. 2, a firma dei senatori D'Alia, Pinzger, Fosson, Cintola, Cuffaro, Giai, Peterlini e Thaler Ausserhofer. È una proposta di risoluzione equilibrata, che mostra grande disponibilità nei confronti del Governo e solleva delle questioni che francamente, onorevole Ministro, condividiamo. Infatti, quando in essa si afferma che è necessario intervenire per ridurre drasticamente la pluralità dei riti: è quanto ha sostenuto poc'anzi il collega Benedetti Valentini. Tuttavia, onorevole Ministro, lo abbiamo già fatto, perché il Governo ha presentato un emendamento alla riforma della giustizia civile proprio in tal senso, sotto forma di delega al Governo, quale direttiva tesa proprio all'obiettivo di una drastica riduzione dei riti.
Analogamente, la necessità - segnalata nella stessa proposta di risoluzione - che la prova venga assunta in contraddittorio davanti ad un giudice terzo: è un punto che assolutamente condividiamo. Lei sostiene, senatore D'Alia, anche che bisogna rivedere l'attuale sistema delle impugnazioni: il Governo lo ha fatto, prevedendo un filtro in Cassazione che adesso verrà modificato, nel senso peraltro auspicato dalla maggioranza della nostra Commissione.
Quando ricorda il carattere virtuale che la pena ha assunto in troppi casi e la sua inefficacia nello svolgere una funzione deterrente dice la pura verità: abbiamo pene troppo elevate con condanne che i condannati purtroppo non scontano.
Quando afferma, senatore D'Alia, che «occorrerebbe un intervento drastico sul terreno degli istituti della contumacia e delle notifiche», ci trova assolutamente d'accordo. È indubbiamente necessario intervenire attraverso un bilanciamento dei diritti fondamentali delle parti processuali.
Ancora, lei propone che «tutti i provvedimenti cautelari andrebbero adottati da un giudice collegiale»: anche su questo siamo d'accordo.
Per quanto riguarda lo spinosissimo tema delle intercettazioni telefoniche, lei sostiene che, «fermi restando gli emendamenti proposti al disegno di legge del Governo» - dal suo Gruppo alla Camera dei deputati - «resta il fatto che, in quanto strumento d'indagine altamente invasivo, dovrebbero essere richieste dal Capo dell'ufficio e disposte da un giudice collegiale». È quello che abbiamo proposto. Continua dicendo che «in quanto strumento altamente costoso, inoltre, dovrebbero essere sottoposte» - ha ragione, senatore D'Alia - «a un budget annuale di massima per ciascuna Procura, determinato d'intesa con il Consiglio superiore della magistratura».
Nella proposta di risoluzione si afferma anche che «nessuna seria efficacia deterrente potrà essere assicurata dal sistema penale se la pena non torna a essere effettiva».
PRESIDENTE. Senatore Berselli, la invito a concludere.
BERSELLI (PdL). Signor Presidente, questa proposta di risoluzione ci trova assolutamente d'accordo.
In conclusione, in risposta all'auspicio formulato dall'onorevole Ministro che con questa riforma si possa migliorare la giustizia per migliorare l'Italia, ritengo che, con le riforme già affrontate e approvate e con quelle che sono o saranno quanto prima all'esame del Parlamento, stiamo migliorando l'Italia per migliorare la giustizia italiana. (Applausi dai Gruppi PdL, LNP e UDC-SVP-Aut).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Comunico che sono state presentate le seguenti proposte di risoluzione: n. 1, dal senatore Gasparri e da altri senatori; n. 2, dal senatore D'Alia e da altri senatori; n. 3, dal senatore Belisario e da altri senatori, e n. 4, dal senatore Casson e da altri senatori.
Ha facoltà di parlare il ministro della giustizia, onorevole Alfano, che invito anche a pronunziarsi sulle proposte di risoluzione presentate.
ALFANO, ministro della giustizia. Signor Presidente, onorevoli senatori, svolgo poche riflessioni per manifestare la mia soddisfazione per lo svolgimento di questo dibattito, che si è qualificato per i toni e i modi assolutamente costruttivi.
Ho voluto, nella mia relazione introduttiva sullo stato della giustizia che la legge mi impone di presentare al Parlamento prima dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, riferire quello che i dati ci dicono sullo situazione della giustizia in Italia, ma anche ciò che il Governo ha fatto in questi primi otto mesi, perché ce lo potevamo permettere; cioè, ci potevamo permettere di portare un parziale consuntivo rispetto all'attività del Governo in quanto in questi otto mesi qualcosa - e riteniamo anche qualcosa di buono - abbiamo fatto.
Ho anche posto all'attenzione del Parlamento una rilettura, in chiave di effettività e possibilmente di beneficio per i cittadini, del senso e della funzione dell'articolo 110 della Costituzione, manifestando anche la mia personale e scarsa attitudine ad interpretare l'articolo 110 della Costituzione così come taluno ritiene, cioè come una clava da usare contro il Governo e contro il Ministro per accusarli di inefficienza. Ritengo infatti che sia esattamente il contrario: considero questo articolo come una leva, per il Ministro e per il Governo, per produrre l'efficienza del sistema giustizia.
Rispetto a tali sollecitazioni ritengo che il Parlamento abbia svolto riflessioni attente e che anche dal Partito Democratico mi siano giunte talune sollecitazioni concrete e con un tono costruttivo.
Vedete, onorevoli senatori, forse nella fase del dibattito mi è stato chiesto di dire di più di ciò che la legge mi imponeva di dire, nel senso che ho riflettuto insiemeal Parlamento sullo stato della giustizia, ho riferito al Parlamento di quanto fatto, ma le mie dichiarazioni non erano le dichiarazioni programmatiche e neanche l'annuncio delle riforme costituzionali su cui intendiamo muoverci, della riforma del processo penale; non erano un'anticipazione di discussione riguardo alla legge sulle intercettazioni e neanche l'illustrazione di dettaglio delle normative che intendiamo portare avanti in materia di efficienza e neanche delle misure amministrative di rango non legislativo sullo stesso argomento. Tuttavia, ho colto positivamente la circostanza di essere stato richiamato su questi temi, perché ciò ha posto all'attenzione di tutti noi - e specificamente del Governo - il fatto che il Parlamento è pronto alla grande riforma della giustizia, altrimenti non se ne sarebbe parlato in questi termini. (Applausi dal Gruppo PdL).
Questa è dunque l'occasione che mi consente di dire che il Governo, prendendo atto della maturata sensibilità del Parlamento sull'importante tema della riforma della giustizia, non arriverà in ritardo ma anzi puntuale a questo appuntamento. E a chi, nel corso del dibattito, ha evocato come utili o come non utili anche i temi delle riforme costituzionali, ribadisco in questa sede un concetto che mi pare assolutamente chiaro: siamo consapevoli che non tutte le riforme ordinamentali o costituzionali che abbiamo in mente impattano sulla velocità, come del resto non tutte le riforme di rango ordinario impattano sul giusto processo. Ma vogliamo mettere insieme un processo giusto con un processo rapido (Applausi dal Gruppo PdL). Infatti, un processo che sia giusto, ma che sia troppo lento non va bene per i cittadini, perché siamo memori dell'insegnamento secondo cui una giustizia eccessivamente ritardata equivale ad una giustizia denegata; per converso, un processo rapido che sia un processo non giusto, senza la parità delle parti, è un processo sbagliato, che arriva a sentenza rapidamente, ma con un procedimento ingiusto che penalizza i cittadini. (Applausi dal Gruppo PdL).
Pertanto, il Governo intende mettere insieme le due cose: un processo giusto, che si fondi su una parità effettiva tra accusa e difesa, con un processo rapido, che metta le vittime di reato nelle condizioni di avere immediatamente giustizia e l'innocente di avere restituito immediatamente l'onore, proprio perché il processo è già una pena. (Applausi dal Gruppo PdL).
Su questo spunto vorrei ribadire alcune considerazioni sui disegni di legge da noi presentati e sulle leggi già approvate in materia antimafia. Ho dato atto al Parlamento del fatto che quest'Aula era stata determinante per il miglioramento. Credevo di essere stato molto chiaro. Se avessi voluto ringraziare soltanto la mia maggioranza lo avrei fatto esplicitamente.
Rispondendo in particolare al senatore Lumia, voglio dirgli che accetto di buon grado l'invito costruttivo a migliorare ancora i testi pendenti in Commissione giustizia relativamente al disegno di legge sulla sicurezza. Il Governo è aperto ad eventuali osservazioni ulteriori sull'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, come su altri argomenti.
Sono un po' più restio, francamente, ad accettare l'approccio del senatore Li Gotti, secondo il quale le cose che abbiamo fatto le abbiamo realizzate per merito vostro, quelle che abbiamo pensato in realtà le avevate già pensate voi, le cose che intendiamo fare le faremo perché in realtà le avevate già pensate. (Applausi dal Gruppo PdL). Senatore Li Gotti, non vorrei essere indiscreto, non vorrei violare la sua privacy, le chiedo perdono: ma perché non le avete fatte voi, allora? (Applausi dal Gruppo PdL). Siete stati al Governo quasi due anni. Non ci potete dire neanche che la legislatura si è interrotta e sa per quale motivo non potete eccepire questa scusa? Perché quelle norme che sono già in vigore nell'ordinamento giuridico, le norme antimafia, le abbiamo stabilite per decreto nel primo Consiglio dei ministri. E sa quando sono entrate in vigore? Il 23 maggio, nel giorno dell'anniversario della morte di Giovanni Falcone, della signora Morvillo e degli uomini della sua scorta. (Applausi dal Gruppo PdL). Il 23 maggio sono entrate in vigore. Quindi, senatore Li Gotti, mi permetta: leggi e non parole; leggi a beneficio dei cittadini e contro la mafia e non chiacchiere.
In merito, invece, alle proposte di risoluzione, le ho lette tutte con attenzione. Chiaramente esprimo parere favorevole sulla proposta di risoluzione n. 1, presentata dal senatore Gasparri e dal altri senatori.
Benché nel concreto io individui alcuni elementi positivi su cui non solo riflettere ma agire in una condizione, senatore Maritati, di costruzione ulteriore di un dialogo che possa portare su alcuni temi (lei è particolarmente affezionato e anch'io lo sono a quello della digitalizzazione) a risultati concreti e condivisi, mi pare evidente che non posso accogliere la proposta di risoluzione n. 4, presentata dal senatore Casson e da altri senatori, perché voi avete proposto la bocciatura della relazione al Ministro, quindi non volevate che io mi cimentassi nell'accoglimento della vostra proposta di risoluzione.
Esprimo parere contrario sulla proposta di risoluzione n. 3, presentata dal senatore Belisario e da altri senatori.
Una riflessione a parte merita la proposta di risoluzione presentata dal senatore D'Alia e da altri senatori, perché si collega esattamente al tema delle riforme costituzionali. Ho letto con attenzione questa proposta di risoluzione ed in buona parte condivido ciò che vi è riportato e che rappresenta la posizione dell'UDC. Alcune questioni non le condivido e mi troverei ad un bivio: esprimere parere contrario facendo prevalere quello che non condivido o chiedere una votazione per parti separate. Avrei deciso di scegliere un'altra via, di dare assoluta prevalenza alla questione politica di fondo contenuta nella proposta di risoluzione dell'UDC e del Gruppo allargato capeggiato dal senatore D'Alia.
Iltema di fondo è che l'UDC ed altri Gruppi parlamentari oggi alla Camera ribadiscono insieme a noi l'urgenza delle riforme costituzionali (Applausi dal Gruppo PdL), cioè l'urgenza di una riforma compiuta del sistema giustizia che tale non è se non pone mano alla Costituzione repubblicana, perché una riforma monca non vedrebbe mai una buona luce nel dispiegarsi dei suoi effetti. Mettere mano alla riforma della giustizia partendo dal fatto che - come, mi permettano gli esponenti del Partito Democratico, stanno facendo loro - la Costituzione non si tocca, a parte l'aver negato l'ovvia evidenza che dieci anni fa la Commissione bicamerale presieduta dall'onorevole D'Alema intendeva mettere mano alla riforma costituzionale e non credo che il malato giustizia in questi dieci anni sia guarito, a parte questa considerazione, noi siamo convinti che vi debbano essere delle norme di rango ordinario che impattino immediatamente sul processo e sulla sua efficienza ed alcune norme che rimettano in equilibrio un sistema di parità tra accusa e difesa che giace nella Costituzione. È lì che bisogna intervenire e se non interverremo lì non avremo compiuto fino in fondo la nostra missione, che è quella di riformare la giustizia.
Per queste ragioni, senatore D'Alia, esprimo parere favorevole anche sulla proposta di risoluzione di cui lei è primo firmatario. (Applausi dai Gruppi PdL, LNP, UDC-SVP-Aut e Misto-MPA).
PRESIDENTE.Passiamo alla votazione delle proposte di risoluzione presentate.
PISTORIO (Misto-MPA). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PISTORIO (Misto-MPA). Signor Presidente, signor Ministro, nell'anticiparle il voto favorevole alla proposta di risoluzione n. 1, che porta come prima firma quella del presidente Gasparri, intendo serenamente esprimerle il mio apprezzamento non soltanto per lo stile e la serietà dell'approccio da lei tenuto in questa relazione, ma anche per il merito, il contenuto di questo atto che, come ha ben detto, è andato al di là della ordinaria amministrazione di quello che forse questo atto le imponeva.
Ho ritrovato nel suo intervento molti dei contenuti e della sensibilità istituzionale che avevo riscontrato qualche giorno fa, quando lei aveva inteso incontrarci per cominciare ad anticipare i temi di un intervento di riorganizzazione del sistema giustizia che costituisce una priorità dell'azione di Governo alla quale lei è chiamato con una responsabilità elevatissima.
Ricordo che già nella scorsa legislatura, una legislatura complicata, in cui quest'Aula del Parlamento conosceva un equilibrio precario e una fibrillazione permanente che rendeva ogni votazione una sorta di corrida, con schieramenti opposti per responsabilità di Governo e di opposizione, sulla giustizia, sul tema così delicato in cui il nostro Paese conosce una tensione ormai quasi ventennale (perché attorno alla giustizia si è definito molto del dibattito politico e della nuova organizzazione del sistema politico), si rintracciò uno spazio di dialogo e l'opposizione, nella quale allora militavo, contribuì alla revisione dei cosiddetti decreti Castelli e ad una riscrittura che certo ne modificava i contenuti, ma senza stravolgerne in modo assoluto l'impostazione, perché questo Paese non può, ad ogni cambio di maggioranza, mettere in discussione i propri assetti e perché si cominciava a percepire che sulla giustizia un cammino stava iniziando.
Oggi le condizioni politiche e la forza della maggioranza consentono al Governo di dispiegare per intero la sua capacità riformatrice attorno a questo tema essenziale per la nostra convivenza civile.
Io credo che l'equilibrio che lei ha manifestato, signor Ministro, assolutamente straordinario vista la giovane età che apprezzo come risorsa aggiuntiva ma che poteva costituire un limite per un ruolo così delicato, cercando il dialogo con le forze politiche in Parlamento, le dia la possibilità di costruire un sistema equilibrato.
Per quanto ci riguarda, siamo estremamente d'accordo su una giustizia che metta in pieno equilibrio accusa e difesa e che garantisca la terzietà del giudice; mi piace la sua espressione "sacro recinto", quando definisce l'indipendenza e l'autonomia della magistratura. Quindi, le chiedo di essere all'altezza di questa premessa, senza cedere alle tentazioni oltranziste che ogni tanto nel nostro schieramento tentano di farsi largo e che poi impediscono soluzioni equilibrate.
Come le ho già detto, vogliamo un processo penale che ponga mano al sistema delle garanzie a favore del cittadino, ma che garantisca la effettività della sanzione, la certezza della pena, che non può essere elusa con meccanismi ed espedienti dilatori, seppure garantiti dalle norme processuali.
Nella sua impostazione ho apprezzato anche l'orgogliosa rivendicazione delle sue radici territoriali, che sono anche le mie, ed il mettere in sintonia l'azione decisa, ancor più decisa di contrasto alla criminalità organizzata, di cui ha menato giustamente vanto anche nella replica, con i fermenti di novità, di responsabilità, di coraggio civile che stanno segnando la nostra Regione e che spero si allarghino in modo compiuto a tutte le aree del Paese infiltrate in modo insopportabile dalla criminalità organizzata, che non lascia indenni anche le altre parti del Paese.
Sono premesse che ci vedono sereni nell'affidare la guida di questo processo alla sua responsabilità, signor Ministro, tenendo ben conto anche dell'esperienza culturale dalla quale lei proviene, che, secondo me, costituisce una giusta cautela rispetto a visioni troppo faziose su un tema così delicato.
È importantissimo - e lei lo ha già fatto - dare la giusta attenzione alla riforma del processo civile, perché non c'è alcun dubbio che le incertezze e le lungaggini che contraddistinguono questa parte dell'amministrazione della giustizia hanno effetti negativi sull'attività economica nel suo complesso, in modo particolare nelle aree più marginali del Paese.
Credo che ci siano in Parlamento (ed ho apprezzato anch'io l'attenzione e la sensibilità con la quale quest'Aula ha partecipato al dibattito) tutte le risorse per costruire una riforma per gran parte condivisa, anche nelle scelte più difficili.
Credo non si debba considerare un tabù il tema della separazione delle carriere, che considero tema aperto; anche le ragioni di chi sostiene che una separazione delle funzioni ampia e serrata possa essere sufficiente per mantenere il pubblico ministero nell'ambito della cultura della giurisdizione costituiscono un tema aperto che consiglierei al Governo di affrontare con libertà di giudizio. Infatti, attorno a questo tema, insieme a quello del nuovo rapporto tra procura della Repubblica e polizia giudiziaria, si può costruire un sistema efficace, che metta chiaramente in campo la garanzia del cittadino rispetto all'invasività insopportabile di un'azione investigatrice indiscriminata, ma che non privi le ragioni dell'accusa degli strumenti per garantire il perseguimento dei reati.
Concludo con queste riflessioni brevi ma assolutamente oneste, che contano pure sulla sua disponibilità al dialogo, signor Ministro, anche in termini di attenzione alle considerazioni di una parte politica come la nostra, di limitata consistenza in Parlamento, ma che, muovendosi in una realtà delicatissima come quella del Mezzogiorno, ha una sensibilità straordinaria ai temi della legalità.
Signor Ministro, se lei rilegge il punto 5) del programma della coalizione con il quale si è conquistato il Governo di questo Paese, nelle politiche relative allo sviluppo del Mezzogiorno vedrà che vi è inserito anche l'aspetto essenziale del contrasto definitivo alla criminalità organizzata, che noi vogliamo sradicata dai nostri territori, perché costituisce il più grave handicap allo sviluppo del nostro sistema economico e sociale.
Per queste ragioni, signor Ministro, il mio è un voto convinto di sostegno alla sua azione ed a quella del Governo in quest'opera di riforma della giustizia, mantenendo salde queste premesse. Voterò pertanto in senso favorevole alla proposta di risoluzione che porta la firma del senatore Gasparri.
Prendo atto con piacere che su questo tema la maggioranza vede un consenso allargato alle questioni della riforma, con il contributo importante del Gruppo dell'UDC e degli autonomisti. C'è quindi una sensibilità con gli amici autonomisti, sudtirolesi e valdostani, ed è importante che lei abbia saputo cogliere questo aspetto rilevante, facendo prevalere i punti di contatto rispetto a quelli che avrebbero potuto determinare un dissenso. È un altro atto di intelligenza politica che mi rassicura circa una chiusura non preconcetta sulle proprie posizioni.
Esprimerò quindi un voto davvero convinto anche sulla risoluzione presentata dal senatore D'Alia. (Applausi dai Gruppi Misto-MPA e UDC-SVP-Aut).
D'ALIA (UDC-SVP-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, non ho molto da aggiungere a quanto abbiamo già detto, se non ringraziare il presidente e collega Berselli per le sue parole e per l'esame puntuale del merito del contenuto della nostra proposta di risoluzione. Desidero confermare l'apprezzamento al ministro Alfano e ringraziare il Governo per l'attenzione rivolta al testo 2 della nostra risoluzione, che prevede una correzione rispetto a una questione di merito posta dai colleghi della maggioranza.
È evidente che oggi iniziamo un percorso di confronto parlamentare, con l'occasione della relazione del Ministro al Parlamento sull'andamento della giustizia; essa non è stata una relazione di routine, un mero adempimento burocratico: in questa sede si è aperto infatti un confronto su tutte le questioni.
È evidente che noi siamo aperti al confronto anche sul tema delle riforme costituzionali, pur potendo avere nel merito delle opinioni che divergono su alcuni aspetti. Dal nostro punto di vista, infatti, il tema della riforma costituzionale della giustizia deve essere affrontato, ma non a pezzi, bensì pensando e costruendo un sistema costituzionale che stia in equilibrio e che crei un nuovo equilibrio che vada bene per l'amministrazione della giustizia nel supremo interesse dei cittadini.
È altresì evidente che abbiamo apprezzato - lo voglio ribadire in questa sede - il lavoro che si sta facendo anche sul pacchetto sicurezza in tema di legislazione antimafia. Segnalo due questioni, signor Ministro. La prima riguarda un intervento più profondo e radicale in tema di riforma della gestione dei beni sequestrati e confiscati, non solo con riferimento alla gestione territoriale degli stessi e quindi alla competenza delle prefetture. Credo infatti che sia necessario affrontare tale tema (non so se ci sarà il tempo e il modo di farlo in sede di discussione del pacchetto sicurezza o in altra sede) partendo dal presupposto che oggi l'emergenza è l'amministrazione delle imprese mafiose. Lo Stato oggi non riesce a gestire in termini di efficienza quella parte del patrimonio che le imprese mafiose hanno e che viene sequestrato perché non ha la cultura manageriale. Il rischio è che poi, di fatto, a causa del fallimento dell'impresa mafiosa, si riconsegni ai mafiosi stessi quella parte di lavoratori e di società civile dopo la confisca e il sequestro dell'impresa mafiosa.
L'altra questione che credo debba essere oggetto di approfondimento è quella che riguarda la necessità di verificare la praticabilità dell'unicità del contrasto non solo alle organizzazioni criminali, ma anche a quelle terroristiche. Vi è la necessità di verificare che anche la procura nazionale antimafia si possa occupare di antiterrorismo, considerato che, ad esempio con riferimento al traffico di migranti, vi sono punti drammatici di convergenza enormi. Credo che su tali questioni ci sarà l'opportunità di un confronto ulteriore.
Ciò che emerge oggi e per il quale esprimiamo grande apprezzamento per il lavoro fatto da tutti è che sul tema della giustizia la regola deve essere il dialogo e il confronto, con giudizio e senza pregiudizio. Proprio per queste ragioni voteremo a favore della proposta di risoluzione presentata dal collega Gasparri e dagli altri colleghi di maggioranza; voteremo ovviamente a favore della nostra; poiché riteniamo che vi siano, nel merito, alcune questioni che condividiamo, sia nella proposta di risoluzione dei colleghi del Partito Democratico che in quella dei colleghi dell'Italia dei Valori, su queste due documenti ci asterremo. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut e PdL).
BELISARIO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signor Presidente, colleghi, Ministro della giustizia, forse è il momento di mettere un po' di ordine per evitare confusioni. È questa la sede per cominciare a fare chiarezza sulle chiacchiere - non importa se estive o natalizie - che riguardavano e riguardano lo stato della giustizia e sulla possibilità, vera o presunta (lo vedremo nei prossimi mesi), di una riforma davvero rivolta a favorire i diritti dei cittadini che, quindi, guardi agli interessi generali del Paese e non a quelli particolari o particolarissimi, signor Ministro, contenuti per esempio nella legge da tutti conosciuta come lodo Alfano - che l'Italia dei Valori ha chiesto agli italiani di abrogare - o in quella, per fortuna ancora in itinere, del lodo cosiddetto Consolo - la «salva Ministri», per capirci - oppure ancora nella «salva-manager», per non dire del blocco, voluto da questa maggioranza, della class action sulle truffe Cirio e Parmalat.
Signor Ministro, la differenza tra noi dell'Italia dei Valori e lei e la sua maggioranza, a prescindere dai toni che potranno forse essere pacati e sereni, sta nell'interpretazione dell'articolo 3 della nostra Carta costituzionale: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. (Applausi dal Gruppo IdV). Si tratta di un principio elementare per un Paese moderno e democratico, ma comincio a pensare che in Italia una parte del Paese forse si occupa di fare giustizia per la casta dei politici, per i banchieri, per i lobbisti, insomma per gli intoccabili. A questo stereotipo l'Italia dei Valori dice: «No, grazie». Vogliamo un cambio di rotta e al Paese continueremo a dirlo.
Agiremo così non perché è una nostra fissazione; lo chiedono i cittadini che non riescono a far valere i loro diritti nelle sedi civili; coloro che vogliono per i delinquenti una pena certa scontata senza prescrizioni o indulti, come quello che pure, signor Ministro, la sua parte politica - in verità non solo quella - volle nella passata legislatura (al riguardo però abbiamo capito che lei si è pentito sulla via di Damasco) e su cui l'Italia dei Valori votò convintamente contro; un indulto che ha portato danni e che continuerà a portarne nei prossimi anni.
Siamo dalla parte di coloro che pensano che i magistrati possono e devono fare il loro dovere fino in fondo con le indagini e le sentenze; coloro che non la pensano come lei, signor Ministro, quando interviene con i suoi inserimenti a gamba tesa per chiedere trasferimenti o espulsioni dalla magistratura di chi facendo semplicemente il suo dovere ha toccato il nervo scoperto di una politica malata e sempre più spesso sovrapposta agli affari, quando non contigua alla malavita organizzata. (Applausi dal Gruppo IdV).
Per questo, signor Ministro, rimaniamo sconcertati dal balletto delle chiacchiere (e tra queste anche le sue), dal minuetto bipartisan delle offerte e controfferte, dal controcanto da destra e da sinistra che ascoltiamo sulla giustizia. Nessuna parola viene spesa sui problemi veri, che sono problemi di interventi: di aumento del numero dei magistrati e per la loro scuola di formazione; per personale amministrativo qualificato; per nuove tecnologie da applicare ai processi; di sedi giudiziarie decorose; di revisione delle circoscrizioni per rendere più fruibile tutta la giustizia; per restituire i magistrati alla loro funzione e non agli arbitrati, mentre questa maggioranza continua, di rinvio in rinvio, a sottrarli.
Siamo ogni giorno assediati da chi invece pensa che i problemi della macchina giudiziaria siano altri. Ma vediamo, signor Ministro, quali sarebbero anche per lei questi problemi: il numero dei componenti del CSM, che non si sa se essi devono essere sottratti ai magistrati, se devono essere indicati dalla politica oppure dal Capo dello Stato; la separazione delle carriere quasi che, separando le carriere, i processi saranno velocizzati; ancora, il tentativo di svincolare i pubblici ministeri dalla polizia giudiziaria; il problema se le intercettazioni telefoniche devono essere annullate o di fatto congelate e magari rese inutilizzabili.
È proprio una visione della giustizia diversa e troppo facile è etichettare la nostra come "manettara" e la sua come garantista. L'Italia dei Valori chiede la garanzia dei diritti a tutti, ma anche dei doveri di tutti e la nostra richiesta di riforme è andata tutta in quella direzione.
Vede, signor Ministro, lei ha usato spocchia e ha tenuto un atteggiamento in questa fase abbastanza ridanciano, distaccato e avulso dal dibattito in corso. Signor Presidente del Senato, noi abbiamo la fortuna di avere in Aula il Ministro, che però si distrae. È quello stesso Ministro che solitamente non risponde alle interrogazioni in Aula e non viene mai a riferire! (Applausi dal Gruppo IdV. Proteste dai banchi della maggioranza).
FAZZONE (PdL). Sono cinque ore che è in Aula!
PRESIDENTE. Colleghi, per favore.
Senatore Belisario, la invito a proseguire.
BELISARIO (IdV). Se noi cerchiamo di spenderci, di puntualizzare, di arricchire il dibattito, di dare il nostro contributo, anche se lo stesso sarà bocciato (ma noi lo diamo perché siamo rispettosi innanzitutto nei confronti del Paese e della nostra coscienza), chiediamo perlomeno un minimo di rispetto anche da chi in questa sede potrà dire che non accetta nessuna delle nostre proposte. Noi le avanziamo comunque perché nutriamo la convinzione che il confronto nelle Aule, signor Ministro, sia un bene: questo sì noi vogliamo portare avanti. Continueremo, perché riteniamo che la giustizia in Italia non sia funzionante e perché anche noi riteniamo che essa abbia bisogno di una riforma complessiva.
Bisogna partire, però, dalla restituzione delle risorse, quelle risorse che questo Governo e questa maggioranza nel giugno scorso hanno tagliato anche per le spese correnti. Altro che investimenti nella giustizia e in nuove tecnologie! Poi arriveremo ad una maggiore efficienza della magistratura e del personale tutto amministrativo, ma dobbiamo partire dalla convinzione che le riforme non si fanno né a dispetto, né a sfregio, né tampoco con l'idea di mutare forzosamente la Carta costituzionale, a cui noi siamo legati e che, pensiamo, tutto il Paese ancora voglia rispettare e conservare integra nei suoi valori fondamentali.
Per questo, noi ovviamente non approveremo la sua relazione, signor Ministro, e certamente voteremo a favore della nostra risoluzione. Non la voteremo come una bandiera, ma perché riteniamo veramente che quanto vi abbiamo inserito sia il frutto del lavoro e della volontà di cooperare per migliorare le cose. (Applausi dal Gruppo IdV).
MAZZATORTA (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAZZATORTA (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, abbiamo ascoltato con attenzione la sua relazione e ne condividiamo sia l'analisi dei più noti e sentiti problemi della giustizia, primo fra tutti quello dei suoi tempi, sia l'approccio da lei scelto per l'avvio alla soluzione di questi problemi nell'arco della XVI legislatura, un approccio complessivo e concreto e che non promette nessuna ricetta miracolosa, d'altronde inesistente in questo delicato settore.
Condividiamo poi la sua valutazione che i problemi della giustizia debbano essere affrontati non solo come problemi di rapporto tra poteri dello Stato, ma soprattutto come problemi di funzionalità complessiva di un essenziale servizio che va reso ai nostri cittadini e alle nostre imprese.
La giustizia è, in primo luogo, un servizio pubblico. Poi è anche una funzione e un potere dello Stato, peraltro soggetto a forti vincoli costituzionali.
Spesso le abnormi tensioni che si sono create tra la politica e la giustizia, con la complicità dei mass media, hanno alimentato la logica della contrapposizione tra i poteri dello Stato e messo in ombra o addirittura cancellato il tema della funzionalità e dell'efficienza del servizio giustizia.
Nel progetto di buon funzionamento di questo servizio diventa fondamentale, come lei, signor Ministro, ha opportunamente segnalato, il ruolo politico ed organizzativo del Ministero da lei diretto. Lei ha piena consapevolezza di questo specifico ruolo costituzionale del suo Dicastero e della peculiare complessità dell'amministrazione giudiziaria, riguardata come servizio pubblico. In fondo, i fattori capaci di incidere immediatamente sulla qualità e sull'efficacia di questo servizio sono costituiti dalla distribuzione delle risorse, umane e materiali, dalle modalità del loro impiego e dal rapporto tra le diverse competenze professionali, tutti fattori che sono nella disponibilità del Ministero.
La Lega Nord ha sempre ribadito, e continua a ribadire, la necessità di ridurre la conflittualità tra politica e giustizia, proprio come premessa necessaria per la creazione di un consenso al progetto di buon funzionamento di questo servizio, progetto che si può realizzare solo se si realizza la precondizione politica della distensione dei rapporti e del reciproco rispetto tra le istituzioni.
Signor Ministro, noi condividiamo l'agenda delle riforme che lei ha illustrato al momento del suo insediamento e che ha ribadito anche questa sera. Condividiamo il progetto dell'ufficio per il processo, che va nella direzione di una maggiore efficienza, purché si inietti all'interno della burocrazia una nuova cultura manageriale orientata ai risultati.
Occorre poi un progetto complessivo per i giudici di pace, valorizzandone le caratteristiche conciliative e di prossimità e potenziandone le strutture, e per la magistratura onoraria, che ora svolge, come abbiamo detto, un ruolo essenziale ed ineliminabile. La Lega Nord chiede con forza un maggior collegamento del giudice di pace e del giudice onorario con la comunità interessata dalla funzione giudiziaria. Per esempio, in Germania i magistrati onorari sono scelti da una Commissione speciale fra i candidati designati dai consigli dei Comuni aventi sede nella circoscrizione del tribunale. Perché allora non pensare anche in questo Paese ad una norma che introduca un procedimento di individuazione dei candidati all'ufficio del giudice di pace o del giudice onorario legandoli all'ambito territoriale nel quale saranno chiamati ad esercitare la giurisdizione e con proposte di nomina che vengano dalla comunità interessata alla funzione giudiziaria? La Lega Nord ritiene che non sia indifferente ai complessi problemi della giustizia l'attuale riserva allo Stato del monopolio della legislazione sulla giurisdizione e dell'esercizio accentrato della medesima.
Signor Ministro, dobbiamo valutare le prospettive della giustizia in relazione alla trasformazione del nostro Stato in senso federale. La transizione verso un assetto di tipo federale presuppone il superamento del monopolio centrale della giurisdizione e non può non avere conseguenze sull'organizzazione della giustizia. Già oggi esistono aree della giurisdizione intensamente investite da questo mutamento strutturale in corso (basti pensare alla giustizia amministrativa) e ci sono un'infinità di norme che già collegano al territorio l'esercizio della giurisdizione, ma purtroppo solo in alcune zone territoriali. La creazione di un corpo di giudici di derivazione regionale o sub-regionale è già realtà in molte zone del nostro Paese, come ha già detto il senatore Divina.
La Lega Nord propone sistemi elettivi, di primo o di secondo grado (possiamo discuterne), dei magistrati onorari, dando finalmente piena attuazione all'articolo 106, secondo comma, della Costituzione, e, con le opportune modifiche della stessa Carta fondamentale, anche dei magistrati togati, in particolare dei magistrati a capo degli uffici inquirenti che, scegliendo quali reati perseguire e quali abbandonare, compiono quotidianamente scelte di natura eminentemente politica, ma lo fanno senza alcuna investitura politica. Se venisse recepita la nostra proposta, la scelta dei procuratori non deriverebbe dalla politicizzazione interna alla magistratura, ma dalla sovranità popolare.
Occorre superare, signor Ministro, l'avversione nei confronti della magistratura elettiva e della giustizia locale come espressione dell'autonomia delle comunità locali, avversione frutto di una cultura autoritaria vecchia, che ha integralmente burocratizzato l'amministrazione della giustizia. I precetti della Costituzione, posti a garanzia della funzione giudiziaria, letti senza occhiali ideologici, collegano chiaramente questo servizio alla vita democratica e alle istituzioni territoriali della nostra Repubblica.
Se procederemo, signor Ministro, nella direzione del cambiamento, del superamento delle spinte alla conservazione e del collegamento della giustizia al territorio nel quale è amministrata in nome del popolo, come dice la Costituzione, usciremo finalmente da quella che, giornalisticamente e icasticamente, è stata definita la palude della giustizia del nostro Paese e recupereremo la credibilità e l'autorevolezza della nostra funzione di legislatori. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
ZANDA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ZANDA (PD). Signor Presidente, i senatori del Partito Democratico voteranno contro la relazione del ministro Alfano e con il mio intervento cercherò di motivare questo voto.
Signor Ministro, la sua relazione, ha indicato l'andamento dell'amministrazione della giustizia e le linee d'intervento del Governo. Devo dirle che ho fatto una certa fatica a trovare parole e aggettivi con cui esprimere un'opinione che voleva e vuole essere contemporaneamente rispettosa della carica che lei ricopre, ma anche franca e sincera nel giudizio sui contenuti del suo intervento.
Devo dirle, signor Ministro, che ho trovato la sua relazione molto al di sotto delle necessità dell'amministrazione della giustizia italiana. Ho sentito - l'ha detto anche il senatore Carofiglio - molte buone intenzioni, ma nella sostanza ho trovato che la sua relazione aveva un carattere deludente, inadeguato un tono complessivamente burocratico, mentre - me lo le lasci dire - serviva ben altro. Serviva una strategia complessiva sulla giustizia, che nella sua relazione manca.
Lei ha dichiarato, ministro Alfano, e io lo condivido, che oggi la questione di cui lei è responsabile, la questione giustizia, è diventata una grande priorità nazionale, un'emergenza che sta umiliando la nostra società, determina ingiustizie e condiziona consistentemente le nostre possibilità di sviluppo economico, cosa particolarmente grave in tempi di crisi come i nostri. Questa analisi, come lei sa, è condivisa da molte e prestigiose organizzazioni internazionali.
Di questa condizione della giustizia italiana fanno fede proprio i dati che lei ha con molta precisione indicato e che ha sottoposto al nostro esame. Devo dirle che mi hanno particolarmente impressionato i dati relativi all'arretrato relativi alla mole dei procedimenti pendenti, che lei ha ricordato. Lei stesso ha indicato in 5.425.000 i procedimenti civili pendenti e in 3.262.000 i procedimenti penali.
Ebbene, di questi ritardi, signor Ministro, che non sono degni - diciamocelo francamente tra di noi - di un Paese civile, non sarebbe corretto fare carico a lei che ha giurato da Ministro della giustizia da soli nove mesi, e io non ne faccio carico a lei. Ma lei è anche Ministro di una maggioranza che governa l'Italia dal 2001, salvo un intervallo di soli 20 mesi, nel quale il Governo di centrosinistra è stato potentemente ed efficacemente ostacolato da un'opposizione di cui lei faceva parte, che aveva, soprattutto qui in Senato, i numeri per impedire al Governo di lavorare. Questi numeri voi li avete usati quotidianamente con comportamenti ostruzionistici che oggi noi ci guardiamo bene dall'utilizzare.
Lei ha riferito, nella sua relazione, un altro dato: ha indicato che nei cinque anni del vostro Governo e in una parte del tempo in cui avete fatto ostruzione al nostro, e cioè dal 2001 al 2007, l'arretrato della giustizia civile è aumentato da 3.600.000 a 4.600.000 processi pendenti. Un milione di procedimenti arretrati in più, onorevole Alfano, di cui la sua maggioranza porta tutta intera la responsabilità.
Lei sa perché è potuto accadere questo? Perché abbiamo avuto in quegli anni in cui voi avete governato un milione di procedimenti arretrati in più? Perché per cinque anni vi siete occupati esclusivamente di produrre una legislazione ad personam, ivi compresa la nuova disciplina televisiva, ed avete totalmente e accuratamente evitato ogni iniziativa che avesse come oggetto l'interesse generale del Paese, e quindi, naturalmente, anche le vere questioni di fondo della giustizia. Non c'è da sorprendersi che alla fine di questo tempo il risultato sia un vistoso milione di pratiche arretrate in più! (Applausi dal Gruppo PD).
Ricordo, per inciso, una responsabilità ulteriore della sua maggioranza, perché negli anni 2001‑2006 non avete saputo utilizzare appieno, per mancanza di un disegno riformatore, il sistema predisposto dal primo Governo Prodi per abbattere l'arretrato: le sezioni stralcio, i tribunali monocratici, la revisione delle circoscrizioni e i magistrati onorari.
Oggi, però, in questa drammatica situazione, i senatori del Partito Democratico, signor Ministro, vogliono ribadirle la disponibilità ad affrontare - lo dico chiaramente, senza tabù e senza pregiudizi - il tema centrale della riforma della giustizia, con l'unico obiettivo che abbiamo, che è quello di garantire ai cittadini del nostro Paese giudizi giusti e solleciti.
Lei ha annunciato nella sua replica una grande riforma che intende presentare presto. Non è la prima volta che sento questo annuncio. Vedremo, ma ci permetta per ora di essere scettici. Ci dica però una data, ci indichi un luogo e un tavolo intorno al quale incontrarci per discutere della giustizia per i cittadini. Ce lo dica e noi saremo lì, con le nostre idee e con le nostre proposte. (Applausi dal Gruppo PD).
Un mese fa, nel suo messaggio di fine anno, il presidente Napolitano - che anch'io voglio ringraziare per il suo lavoro per il nostro Paese - ha richiamato la nostra attenzione sulla necessità di larghe condivisioni parlamentari sulle grandi riforme. I senatori del Partito Democratico ringraziano il Presidente della Repubblica e condividono nel profondo questa sua indicazione.
Lo ha dimostrato - e lei lo sa, Ministro - il grande senso di responsabilità politica con la quale solo pochi giorni fa si è concluso qui in Senato il dibattito sul disegno di legge sul federalismo fiscale. Ci siamo astenuti, pur in presenza di numerose e consistenti incognite del provvedimento che eravamo stati chiamati a votare, e lo abbiamo fatto nell'auspicio che quelle lacune sarebbero state corrette della Camera dei deputati. Abbiamo apprezzato, anche quando non condividevamo i contenuti e la sostanza, la franchezza con cui il Governo, nelle persone dei ministri Bossi e Calderoli, ha affrontato, con continue richieste di dialogo, il dibattito parlamentare in Commissione e in Aula.
Di questa franchezza, di questa richiesta di confronto, signor ministro Alfano, noi abbiamo bisogno anche adesso sul tema della giustizia e le chiediamo di aprirsi al dialogo, di non aver paura di quell'itterizia da cui il suo Presidente del Consiglio dichiara di volersi far prendere ogni volta che sente anche soltanto nominare la parola. Abbiamo bisogno da lei di franchezza, signor Ministro: franchezza sulle misure necessarie per ridurre drasticamente la durata dei processi, franchezza sulle misure dirette a garantire l'effettività della pena, franchezza sulla garanzia di indipendenza dei magistrati.
Poco fa, replicando, lei ha parlato di interventi di natura costituzionale e della Commissione bicamerale, dove questi interventi erano previsti; ma io voglio indicarle due differenze, una di merito e una di contesto. La differenza di merito: noi non vogliamo riforme costituzionali che tocchino i princìpi della magistratura, dell'indipendenza del giudice. Non vogliamo che vengano toccati nella Costituzione i princìpi fondamentali della giustizia.
Vi è poi una differenza di contesto: negli anni della Bicamerale non c'era un Presidente del Consiglio che tutti i giorni affermava di non volersi sedere al tavolo con l'opposizione, che tutti i giorni annunciava una riforma contro l'opposizione, che tutti i giorni pensava, proponeva e faceva approvare una legislazione per decretazione d'urgenza: 35 decreti in nove mesi, signor Ministro della giustizia!
Abbiamo bisogno di conoscere qual è la sua opinione sul pacchetto organico di riforme della giustizia che noi del Partito Democratico le abbiamo presentato nel suo ufficio soltanto un mese fa nelle persone dell'onorevole Tenaglia e dei Capigruppo di Camera e Senato, poiché su quanto le abbiamo sottoposto non abbiamo ancora ricevuto da lei una risposta.
Lei ha fatto degli annunci oggi e devo ammettere che considero positivo l'annuncio di voler estendere la buona esperienza della procura di Bolzano, come pure l'affermazione di trovare interessante il progetto di diffusione del modello di autoanalisi e miglioramento dei servizi. Trovo poi interessante l'istituzione dell'unità di monitoraggio ed altrettanto interessanti i suoi spunti sul Fondo unico di giustizia. Ma mi consenta di dirle che non è da annunci di questo genere che il Parlamento può desumere una strategia del Governo sulla giustizia.
Da questi annunci possiamo solo dedurre che il Governo non ha una strategia, che continua a non avere un adeguato disegno complessivo sulla giustizia. Davanti a una condizione tanto critica della giustizia nel nostro Paese oggi lei avrebbe dovuto esporci, nella seconda parte della sua relazione, qual è la politica generale del Governo, quali misure nel dettaglio lei intende proporre e in quale modo intende dialogare con l'opposizione sulla riforma della giustizia ed ascoltare, confrontandosi con magistrati, personale amministrativo e con avvocati, perché anche loro debbono essere consultati in merito al processo di riforma.
Lei, signor Ministro, si è soffermato sull'articolo 110 della Costituzione. Non può pensare - e sono certo che non lo pensa - che possa esservi da parte mia o dei miei colleghi del Partito Democratico una sola riserva ad una piena e completa attuazione della Costituzione. Tuttavia, se lei pone la questione di fondo e vuole ricercare un compito più alto del Ministro di giustizia, allora le dico che ho molte riserve sul modo generale con cui lei svolge il suo incarico. Ho disapprovato - me lo lasci dire - il suo silenzio anche molto pesante su alcune iniziative del Governo, in primo luogo sul taglio di 800 milioni al suo Ministero e non l'ho sentita protestare per i tagli alla pubblica sicurezza, alla Polizia e ai Carabinieri; né ha protestato quando sono stati tagliati 8 miliardi alla scuola.
Lei ricorderà, onorevole Ministro, che il giudice Falcone diceva che alla lotta alla mafia non servono i soldati: alla lotta alla mafia serve un esercito di maestri. Ebbene, sono stati tagliati 8 miliardi alla scuola (Applausi dal Gruppo PD) e lei non ha sottolineato che in questo modo si interrompeva la prima azione di prevenzione. Signor Ministro, purtroppo dovrei citare molte altre cose su cui lei avrebbe dovuto lamentarsi, ma non l'ha fatto.
PRESIDENTE. Lo farà un'altra volta, senatore Zanda.
ZANDA (PD). Voglio dirle soltanto una cosa.
C'è qualcosa che a lei certamente non piace: certamente non le piace che il suo nome sia stato associato al lodo Alfano, perché lei sa che un Ministro di giustizia di un Paese democratico non propone e non fa approvare norme che attribuiscono immunità personali.
Credo che adesso lei abbia la possibilità d'invertire, in parte, la strada ed associare il suo nome a qualcosa di meglio, ad una riforma seria e democratica della giustizia. Lo auguro a lei ma, prima ancora che a lei, lo auguro all'Italia. (Applausi dai Gruppi PD e IDV. Congratulazioni).
QUAGLIARIELLO (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Presidente, colleghi senatori, signor Ministro, la relazione che lei ci ha appena illustrato, nell'evidenziare le profonde criticità di un sistema prossimo al collasso, le iniziative già intraprese e il lungo cammino che ancora ci attende, attesta, una volta di più, che la riforma della giustizia in Italia non è una riforma qualsiasi e neppure una delle tante importanti riforme. È «la» riforma.
È un'occasione di portata storica: urgente, se si vuole restituire fiducia ai cittadini e competitività al comparto produttivo; necessaria, se si vuole liberare il confronto politico dall'ombra del ricatto; improcrastinabile, se si vuole davvero che, dopo 15 anni, la lunga transizione iniziata nel 1994 giunga finalmente in porto.
Allo stesso modo, la relazione che ci ha letto dimostra una volta di più, semmai ce ne fosse bisogno, che l'idea di una riforma della giustizia, asservita a un presunto interesse della classe politica all'autoconservazione, esiste solo nella fantasia e nella malafede di chi continua ad agitarla con slogan tanto demagogici quanto fasulli.
Sfidiamo chiunque - e lo facciamo nella solennità di quest'Aula - a sostenere di fronte al Paese che non rispondono ad un interesse pubblico la velocizzazione del processo civile, un intervento incisivo sul sistema penitenziario, l'introduzione di strumenti innovativi nell'organizzazione materiale degli uffici giudiziari, il rafforzamento degli strumenti di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata, una riforma del processo penale che garantisca effettiva parità tra accusa e difesa e che, nel rispetto per le prerogative degli inquirenti, sappia affiancare la tutela delle garanzie di ogni cittadino; la revisione del sistema di autogoverno e disciplina della magistratura, affinché ogni magistrato, senza essere assoggettato al potere politico, possa essere autonomo e indipendente anche rispetto alle logiche correntizie e corporative che troppo spesso prendono il sopravvento su criteri di efficienza e di meritocrazia.
Sfidiamo chiunque, signor Ministro, a sostenere che una riforma di sistema che muova da queste finalità non sia una riforma pensata nell'interesse di tutti i cittadini. E a quella parte più responsabile dell'opposizione che, pur nel rispetto dei ruoli, vorremmo al nostro fianco nel percorso che porterà l'Italia sulla strada per la modernità, a quell'opposizione chiediamo di uscire oggi dall'ipocrisia, di ammettere che, se oltre a rendere più veloce, efficace ed equilibrata l'amministrazione quotidiana della giustizia per i cittadini, questa riforma riuscisse anche a porre fine a quel conflitto sotterraneo tra la giustizia e la politica che da 15 anni ammorba la vita pubblica italiana, restituendo alla persecuzione dei reati la sua dimensione di normalità scevra da sovrastrutture ideologiche e al confronto politico la sua dignità, tutto questo sarebbe per il Paese nella sua interezza un ulteriore motivo di giovamento.
Signor Presidente, questa maggioranza, così come questo Esecutivo, sentono tutto intero il peso di una responsabilità grande quanto il consenso che i cittadini hanno loro attribuito. Sappiamo bene che, a discapito della grande maggioranza dei magistrati che ogni giorno interpretano il proprio ruolo come servizio e non come potere, vi sono ataviche e profonde resistenze, fuori e dentro la corporazione, che nella storia remota e recente dell'Italia repubblicana, senatore Zanda, hanno costretto tanti Ministri della giustizia, anche di sinistra, a gettare la spugna. (Applausi dal Gruppo PdL). Ministri che non di rado, politicamente parlando, sono caduti combattendo sul fronte riformista.
Questa volta ci sono tre elementi a favore di una riforma: una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini, un programma che impegna la maggioranza tutta e la forza di una inequivocabile legittimazione popolare. Noi non perderemo questa occasione. Sapremo aprirci all'opposizione se essa vorrà. Abbiamo apprezzato oggi le parole di D'Alia, così come abbiamo apprezzato la mozione che porta la prima firma della vice presidente Bonino. Anche su questo terreno l'opposizione dovrà prendere le distanze, una volta per tutte, da quanti ancora questa mattina hanno dato dimostrazione di cosa intendano per rispetto dello Stato e delle sue massime istituzioni. (Applausi dal Gruppo PdL).
Sapremo aprirci a quegli operatori della giustizia che sapranno abbandonare gli ingombranti residui del conservatorismo e delle tentazioni corporative.
Siamo chiamati tutti ad un atto di responsabilità nei confronti del Paese, oggi più che mai, perché vede, signor Presidente, a noi non sono mai piaciute le riforme dettate dall'emotività del momento e ancor meno è nostra abitudine alimentare casi mediatici per creare consenso attorno a modifiche legislative di cui non da oggi sosteniamo la necessità e l'urgenza. Ma - mi sia consentito un riferimento all'attualità - verrà il momento in cui, nelle forme e nei modi che i massimi vertici delle istituzioni parlamentari riterranno opportuni, si potrà ragionare pubblicamente di cosa è accaduto in questi ultimi anni in alcune procure del nostro Paese. Si dovrà prendere cognizione di fatti e atti che pongono profondi interrogativi, che investono la libertà di tutti i cittadini, la sicurezza dello Stato e la dignità stessa del sistema giudiziario.
Sidovrà prendere atto che laddove l'amministrazione della giustizia vede prevalere la logica del potere sulla logica del servizio, come si è già visto nello scontro tra la procura di Salerno e la procura generale di Catanzaro e come ancor più si vedrà quando altri elementi saranno di dominio pubblico, tale distorsione può determinare esiti sconcertanti per la qualità stessa della nostra vita democratica, esiti sulla cui liceità non è il momento di esprimere giudizi, ma che se dovessero essere valutati come leciti porrebbero interrogativi ancora più seri sulla tollerabilità di un sistema normativo e giudiziario che oggi, evidentemente, non è in grado di tutelare la libertà delle persone e la stessa sicurezza delle istituzioni.
Tutto questo, signor Presidente, colleghi senatori, ha molto a che fare con la relazione che il Ministro della giustizia ha illustrato in quest'Aula. I numeri che abbiamo appena ascoltato, la mole impressionante di domanda di giustizia proveniente dai cittadini che attende da anni di essere evasa, la durata media dei processi civili e penali, la spesa esorbitante per l'effettuazione di controlli telefonici, che da strumento di prova sono diventati ormai mezzo di ricerca delle notizie di reato (Applausi dal Gruppo PdL) sono sintomi della stessa patologia degenerativa che è alla base dei fatti che in questi giorni hanno caratterizzato il dibattito pubblico. Tutti presto saremo chiamati a prenderne atto e a riflettere in profondità.
L'auspicio è che, di fronte ad un quadro come quello che oggi abbiamo ascoltato, di fronte all'assunzione di impegni precisi da parte del Governo e all'imminente avvio di un dibattito in Parlamento sui temi della giustizia e di fronte a fatti che presto interrogheranno le nostre coscienze di donne e uomini delle istituzioni, non siano l'ideologia e il pregiudizio a far passare invano questo treno perché potrebbero non essercene altri.
Noi per questo voteremo, in maniera convinta, a favore della relazione che il ministro Alfano ha letto in quest'Aula. (Vivi applausi dal Gruppo PdL. Molte congratulazioni).
CASSON (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CASSON (PD). Signor Presidente, intervengo per segnalare alla Presidenza un refuso presente nella proposta di risoluzione n. 4. Laddove si parla delle circoscrizioni giudiziarie, al posto delle parole «sopprimendo i» vanno inserite le altre «con una razionalizzazione dei».
PRESIDENTE. La Presidenza ne prende atto.
Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 1.
INCOSTANTE (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Incostante, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della proposta di risoluzione n. 1, presentata dal senatore Gasparri e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico:
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Senatori presenti |
241 |
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Senatori votanti |
240 |
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Maggioranza |
121 |
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Favorevoli |
141 |
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Contrari |
99 |
Il Senato approva. (v. Allegato B). (Vivi applausi dai Gruppi PdL, LNP e dai banchi del Governo).
Ripresa della discussione sulla Relazione del Ministro della giustizia
sull'amministrazione della giustizia
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 2 (testo 2).
INCOSTANTE (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Incostante, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della proposta di risoluzione n. 2 (testo 2), presentata dal senatore D'Alia e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico:
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Senatori presenti |
242 |
|
Senatori votanti |
241 |
|
Maggioranza |
121 |
|
Favorevoli |
142 |
|
Contrari |
1 |
|
Astenuti |
98 |
Il Senato approva. (v. Allegato B). (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut, PdL e LNP).
Ripresa della discussione sulla Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia
FILIPPI Marco (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FILIPPI Marco (PD). Signor Presidente, volevo soltanto dichiarare che ho sbagliato nel premere il pulsante e che il mio voto era di astensione.
PRESIDENTE. Ne prendiamo atto, senatore Filippi.
Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 3, per le parti non precluse, con l'avvertenza che risulta senz'altro preclusa la parte del dispositivo relativa alla non approvazione delle comunicazioni del Ministro della giustizia, in quanto già approvate.
INCOSTANTE (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Incostante, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della proposta di risoluzione n. 3, presentata dal senatore Belisario e da altri senatori, per le parti non precluse.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico:
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Senatori presenti |
235 |
|
Senatori votanti |
234 |
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Maggioranza |
118 |
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Favorevoli |
74 |
|
Contrari |
133 |
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Astenuti |
27 |
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione sulla Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 4 (testo corretto), per le parti non precluse, con l'avvertenza che risulta senz'altro preclusa la parte del dispositivo relativa alla non approvazione delle comunicazioni del Ministro della giustizia.
INCOSTANTE (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Incostante, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della proposta di risoluzione n. 4 (testo corretto), presentata dal senatore Casson e da altri senatori, per le parti non precluse.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico:
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Senatori presenti |
239 |
|
Senatori votanti |
238 |
|
Maggioranza |
120 |
|
Favorevoli |
92 |
|
Contrari |
133 |
|
Astenuti |
13 |
Il Senato non approva. (v. Allegato B).