Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (256 KB)

Versione HTML base



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 133 del 27/01/2009


PARDI (IdV). Signor Presidente, la prima osservazione che vorrei fare è di metodo. Si dice che in Italia funzioni il bicameralismo perfetto, ma in realtà l'esperienza degli ultimi anni e soprattutto degli ultimi mesi mostra una smagliatura all'interno di questa impostazione. Stando alla congiunta opera delle due Camere, appare molto più chiara una prassi in base alla quale ciò che viene discusso ed approvato in una Camera poi nell'altra corre di filato fino a una rapida conclusione ed in questo modo i termini classici del confronto tra i due rami del Parlamento vengono sostanzialmente vanificati.

La vanificazione è tanto più evidente quando si vedono provvedimenti che hanno quasi esclusivamente la forma di decreto, con dubbi estremi su necessità, urgenza, premesse di costituzionalità e così via, che vengono affrontati con la massima rapidità e poi risolti quasi istantaneamente con la fiducia. Dopodiché, l'idea che si possa discutere nell'altra Camera di una questione che è stata così contratta e risolta con la fiducia si perde, per cui nella Camera successiva il dibattito è ancora più contratto e alla fine chiuso da un altro voto di fiducia. È quello che sta succedendo per il provvedimento in esame, è già successo, continuerà a succedere. Tutto ciò pone un problema di riflessione collettiva sul cosiddetto bicameralismo perfetto, sull'autonomia delle Assemblee elettive. Un giorno o l'altro, il Presidente del Consiglio dovrà decidersi a venire a trattare questo argomento in quest'Aula che solitamente diserta.

Per quanto riguarda il disegno di legge anticrisi, c'è un'evidente sproporzione tra la natura della crisi e i provvedimenti. La natura della crisi appartiene in grandissima parte ad un contesto internazionale che è complicatissimo, su cui non entro, però ci sono degli aspetti specifici della crisi italica che vengono dimenticati. Dal mio punto di vista, dal punto di vista del Gruppo dell'Italia dei Valori, l'elemento fondamentale, che poi riunisce tutti gli altri, è la caduta del potere d'acquisto dei salari, delle pensioni e un sostanziale drastico peggioramento delle condizioni di vita che non può essere fatto dimenticare dalla tecnica mediatica in uso da qualche tempo, che cerca di persuadere gli impersuadibili che stanno bene.

Ci sono quattro fattori della caduta del potere d'acquisto che devono essere seriamente tenuti in considerazione.

Il primo è storico e attiene a come è stato gestito, malissimo, il cambio della moneta. Il centrodestra ha sempre fatto scandalo sulla questione dell'euro di Prodi sollevando un polverone pazzesco, ma in realtà il danno effettivo della gestione del cambio di moneta non dipende tanto da quello che il centrodestra ha sostenuto, cioè l'errata valutazione della lira in confronto all'euro, quanto dal fatto che l'assoluta mancanza di controlli, il liberismo più sfrenato dato a chi aveva il potere di utilizzarlo ha determinato una redistribuzione della ricchezza forzosa all'interno della società italiana. In tal modo, i redditi da lavoro si sono nettamente impoveriti e ci sono dei ceti, in parte chiaramente identificabili, in parte meno, un po' misteriosi, ma sostanzialmente i ceti dell'intermediazione, che sono riusciti a fare aggio sulla moneta e hanno trasformato il passaggio dalla lira all'euro in un'occasione di appropriazione privatistica di risorse economiche collettive.

Il secondo elemento è una politica fiscale che il centrodestra ha sempre fatto nettamente, anche dichiaratamente, senza timore di preoccuparsi troppo, a vantaggio dei ricchi e degli evasori. Questo ha aggravato il male.

Il terzo punto è più oscuro, è meno noto, però è importante anch'esso, ed è il fatto che costantemente i tassi d'inflazione programmata sono stati sempre regolarmente al di sotto dell'inflazione reale. C'è una sorta di lotta tra mondo ufficiale e mondo reale nell'economia che si combatte a tutto danno del mondo reale.

Il quarto elemento, che strategicamente è il più disastroso nel futuro, è quello della diffusione con tutti i mezzi possibili e immaginabili del lavoro precario, che porta con sé una quantità di conseguenze di cui certamente alcune parti politiche possono essere soddisfatte. Per esempio, la diffusione estrema del lavoro precario comporta l'indebolimento dei sindacati. È evidente che nella situazione odierna ci sono parti politiche che possono gioire di questo fatto, ossia che il sindacato sia ridotto ormai sullo sfondo nella scena economica. I Ministri teorizzano che il conflitto del lavoro ormai non ha più ragione di esistere e la ragione è molto semplice, perché il conflitto lo governano solo loro, direttamente, a vantaggio dei poteri economici.

La manovra, nel complesso, è inesistente. Altri colleghi hanno già riferito alcune grandezze, però è interessante ricordarle, perché il Servizio bilancio della Camera, non un punto di vista di parte, ricorda che il piano di Tremonti annunciato a Washington qualche tempo fa parlava di 80 miliardi, dopo tre giorni gli 80 miliardi erano diventati 12,7, dopo un po' di tempo erano passati a 7, poi a 6,5, il 29 novembre scorso erano 3,7 miliardi, infine, oggi, c'è addirittura un rovesciamento: invece di esservi un saldo passivo di impegno, c'è un saldo attivo di 390, e c'è chi dice anche 500 milioni. Il saldo positivo significa che invece di mettere risorse si levano, e quindi in realtà è una manovra in «levare», invece che in «mettere».

Cosa si sarebbe dovuto fare? O aumentare la spesa pubblica o ridurre la pressione fiscale. Invece, l'incremento netto delle entrate previste funziona solo per compensare le spese e questo contrasta con la visione classica, comunemente accettata, per cui in recessione l'unica vera e autentica soluzione per risolvere i problemi è darsi da fare per far ripartire l'economia. Questa manovra non ha alcun carattere che lasci pensare alla possibilità di una ricostruzione o di un nuovo dinamismo dell'economia. Inoltre, ci troveremo anche in difficoltà nei confronti della dimensione europea, perché nel quadro europeo ci saranno iniziative di stimolo fiscale in questa direzione, mentre in Italia questo tipo di impegno non ci sarà.

Il rigore, questo rigore predicato, volto a tenere tutto sotto controllo e ad evitare di spendere troppo, contrasta con la prassi del Governo. Entro certi limiti, se il Governo fosse del tutto coerente con la sua impostazione gli si potrebbe riconoscere se non altro la virtù della fermezza. Invece, in realtà, c'è un Governo che sceglie una manovra che fa il solletico alla crisi economica, finge di affrontare i problemi sostanziali, risparmia, non tira fuori risorse, ma poi le dilapida in voragini vertiginose.

Il deficit durante il Governo Prodi era sotto il 2 per cento, ora è già al di sopra del 3 per cento e ci sono alcune dispersioni di fondi pubblici che sono veramente impressionanti: ricordo, signora Presidente, che sono stati sottratti ai Comuni circa 3miliardi, con l'abolizione dell'unica imposta federalista che c'era in questo Paese. Questa è una frase fatta, lo so: è già stata detta tante volte. Tuttavia, vale la pena di ripeterla, perché se c'era una possibilità per i Comuni di gestire una certa grandezza economica autonoma era quella; è stata tolta di mezzo e la ricompensa non è pari alla sottrazione. Poi c'è la dispersione dei fondi nell'Alitalia, che è impressionante: 4-5 miliardi che saranno pagati dai cittadini, perché si sono voluti togliere i debiti dall'impresa, insaccarli tutti dentro un'altra falsa impresa e permettere all'Alitalia di accedere poi ad una trattativa dinamica con i capitani coraggiosi. L'Air France, tra quattro anni, probabilmente potrà avere quasi gratis l'impresa che avrebbe pagato e di cui si sarebbe assunta i debiti.

Insomma, ci sono cento e un motivi per avere un punto di vista contrario nei confronti del provvedimento in esame. (Applausi dal Gruppo IdV).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vaccari. Ne ha facoltà.